Part 12
E a questo banchetto, che per solito s'imbandisce nelle cucine dei signori, e che ella aveva divisato di trasportare in un salotto a pian terreno che dava sul suo giardinetto, e che aveva a tal fine appositamente fatto allestire, si proponeva di sedere anch'essa attorniata da' suoi buoni affittaiuoli, e di prenderne parte, che che ne dovessero poi dire i suoi illustri parenti. Per lo passato, in mezzo ai capricci e alle bizzarrie con cui spesso aveva dato motivo di disgusto alla famiglia, s'era peraltro sempre mostrata affettuosa e per lo più docile ai loro rimarchi; sicchè, ora vedendola non far caso dei ricevuti rimproveri e continuare l'uccellata, parve questo suo procedere una muta protesta con cui avesse in animo di sfidarli, e s'accrebbe il mal umore, che poi giunse al suo colmo quando riseppero del divisato banchetto. Tanto più, che, come in tutte le occasioni, non mancarono neanche in questa le ciance esagerate e i soliti mali uffici indiretti, che dipinsero la cosa come un baccano per ogni lato disdicevole alla sua condizione e alla sua nascita. Fu narrato come erano già accaparrati i sonatori per la musica durante il pranzo; ciò che faceva temere non si terminasse con una festa da ballo, a cui essa si sarebbe forse anche degnata di prender parte. Erano stati visti portare alla sua casa diversi cofani di provviste, e ognuno voleva dire la sua su ciò che potevano contenere. Si era saputo d'una visita fatta al Parroco ad oggetto di ottenere il permesso per una messa solenne, a cui dicevasi ch'ella voleva intervenire la mattina in gran treno accompagnata dal fattore e seguíta da tutti i suoi dipendenti. La malignità poi non si risparmiava di vociferare sulla bizzarria dell'abito ch'ella avrebbe in quel giorno indossato, e che si diceva già ordinato alla sarta. Questo dava gran materia di discorso, particolarmente alle signore dei contorni sue conoscenti ed amiche, che al toccarsi di una tal corda non mancavano di rammemorare tutte le volte che s'era mostrata in un abbigliamento alquanto capriccioso; e tanto più si scatenavano contro la sua mania d'inventar nuove fogge e farsi originale, quanto gli uomini per difenderla che anche in onta a tutte le regole della moda e del buon gusto, ella sapeva benissimo scegliere quei vestiti che meglio le tornavano alla persona e facevano più spiccare la sua incontrastabile bellezza. Allora il vespaio era stuzzicato: si mettevano in campo tutti i suoi casi passati, si recriminavano tutte le sue azioni, le si leggeva la vita, si sentenziava, si condannava; e invece di placare, soffiavano nel fuoco; e sempre più s'ingigantiva il malcontento dei parenti già di troppo esacerbati. Or egli avvenne, che proprio la vigilia di questo pranzo che faceva tanto chiasso, capitò in casa del marchese il cavalier di F***, allora nominato governatore a N***. All'università di Bologna egli aveva conosciuto il padre dell'Ardemia, e s'erano legati in una di quelle intime amicizie, che la giovanile vigoria degli affetti persuade dover durare eternamente; ma che poi troppo spesso dileguano al variare della vita. In fatti, i due giovani dopo quell'epoca disgiunti e sobbalzati in assai diversa carriera, non avevano mantenuto che una rara corrispondenza ed anche questa col tempo venne meno. Nel cuore del cavaliere.... era rimasta però una viva e gratissima memoria dell'amico; ed ora nel suo viaggio da Vienna a N*** passava per le terre di lui, e sentiva ad ogni passo declinare il nome de' villaggi ch'egli mille volte li aveva ripetuti, volle rivederne la vedovella e conoscerne la figlia, de' cui casi aveva udito qualche cosa nella città di R*** dove ne aveva chiesto, e dove s'era fermato alcuni giorni ad oggetto di esaminare un istituto ivi eretto di recente.
Il cavaliere di F*** aveva sortito dalla natura un'assai bella mente e un cuore caldo per tutto ciò che stimava tornar utile alla società. Possedeva la rara prerogativa di far adottare agli altri quasi all'insaputa le proprie opinioni e tendenze. Il suo guardo acuto e scrutatore discerneva, a primo slancio, anche di mezzo alle debolezze ed alle follie, quella scintilla di bene che la provida natura ha collocato in ogni cervello umano, e che spesso quanto è più ingombra e nascosta nella cenere, posta in attività, altrettanto è più efficace. Per lui non era uomo, per rotto e malvagio che fosse, che non possedesse qualche secreta virtù, capace di redimerlo, e sapeva valutarla, e trarne profitto fin in coloro che gli erano nemici ed oppositori. In somma, era uno di quei rari uomini, che in qualunque posizione sanno farsi centro di movimento e di vita; ma che se la sorte fa salire al potere e pone a capo delle cose, sono benedizione al paese che li possiede, e segnano un'epoca certa di progresso e di ben essere universale. Salito rapidamente in carriera, ed in grazia del suo merito e dei servigi prestati onorato di un impiego importante, egli tornava nella provincia affidata al suo governo; dove la sua attività, cresciuta in proporzione del suo grado, poteva paragonarsi al perno che fa girare la ruota, o alla possente locomotiva che trascina il convoglio d'una strada ferrata. Il marchese fu sensibile all'onore che gli recava questa visita inaspettata, e in sua casa fu posta in opera ogni possibile diligenza, perchè ei ne trovasse splendida l'ospitalità. Alla conversazione della sera comparvero invitate tutte le più gentili signore dei contorni, nè mancarono a rallegrare la brigata i dolci accordi del piano e dell'arpa, quest'ultima particolarmente toccata con molta grazia dalla giovane marchesina. Il cavaliere, ch'era seduto presso la madre, nel fargliene complimento domandò dell'altra sorella, della figlia del suo amico. Alla succinta risposta che ne ricevette e al pronto cangiar d'argomento, s'avvide ch'egli aveva toccato una corda ingrata. Richiamando allora quanto pochi giorni prima nella città di R*** aveva udito vagamente narrarsi intorno al suo mal avventurato matrimonio, sospettò che fosse infelice e fors'anco colpevole, e si sentì stringere il cuore per la memoria dell'antica amicizia. Nel dimani poi, quando furono soli, volle esserne meglio chiarito. Alle risposte evasive con cui la contessa procurava di schermirsi, egli oppose il desiderio di far una visita innanzi di partire a questa figlia del suo amico, che aveva veduto una sola volta quand'era ancora bambina prima della morte del padre. Allora mortificati gli dissero della sua condotta, delle sue stravaganze, gli narrarono assai dolenti i dispiaceri che avevano di fresco ricevuti; nè gli tacquero del plebeo convito che proprio in quel giorno doveva consumarsi. Il cavaliere ascoltò in silenzio tutte queste lagnanze, fece alcune inchieste relative alla sua vita passata e al carattere del marito che le avevano dato, poi conchiuse pregando il marchese a volerlo accompagnare dopo pranzo alla villetta dov'ella dimorava. Non era possibile più oltre rifiutarsi, e appena pranzato, attaccati i cavalli, partirono.
Nell'attraversare il giardinetto che dava ingresso alla casa, furono percossi l'udito da un lieto cicaleccio che si univa al tramestio di molte persone, all'armeggiare dei piatti, al tintinnire delle tazze, delle posate, al suono dei violini; e tutti questi rumori all'aprirsi della porta, insieme colla luce dei doppieri, uscirono come l'ondata d'un fiume raddoppiati e fusi in un solo, atto ad intronare la testa ad un sordo. Il primo oggetto che si presentò ai loro sguardi fu la giovane contessa, che, assisa in capo alla mensa, e proprio dirimpetto all'uscio, aveva ai fianchi in due lunghe file i suoi numerosi convitati. Il suo abito nero molto accollato, sul quale arrovesciavasi una piccola cornicetta liscia annodata ad un nastro a mo' di cravatta, i suoi capegli divisi sulla fronte e lasciati cader giù semplicemente alla nazzarena, le davano un tal quale aspetto maschile, che, congiunto alla sua grande rassomiglianza col padre, fece colpo al cavaliere e lo commosse quasi alle lacrime. E li parve di vedere redivivo l'amico suo, gli parve di essere ancora a quegli anni giovanili così pieni di energico affetto, quando tante speranze sorridevano ad entrambi; ed il suo cuore già correva a quella bella creatura, che gli mosse incontro un po' confusa, un po' arrossita, ma che, sentendolo un amico di suo padre, rincuorata, se lo fece sedere dappresso e con infantile fiducia lo mise a parte dell'innocente piacere che godeva. Intanto diversi di que' contadini, messi in confusione per quella visita, s'erano alzati e tirandosi indietro lasciavano spazio al marchese, il quale, non sapendo come orizzontarsi, cambiava alcune parole col vecchio fattore. E gli diede d'occhio la contessa, e fattagli accostare una sedia lo pregò d'accomodarsi; poi rivolta ai contadini:
— Via, da bravi, disse, riprendete senza soggezione il vostro posto, che questi signori ci permettono di continuare la nostra allegria. Non è vero, soggiunse ella volgendosi al cavaliere, che non ve lo avrete a male, se, invece di condurvi subito in camera da ricevervi trattengo qui con questa buona gente; perchè.... abbiamo ancora una piccola solennità da compire?...
— Anzi ve ne ringraziamo, rispose il cavaliere. L'esser venuti qui, ad onta che vi sapevamo occupata, è stata un'indiscretezza.... chè non voleva partire senza vedervi, e voi mi perdonerete per l'amicizia che mi legava al padre vostro.... E fissò lo sguardo intenerito negli occhi di lei, che all'udire di nuovo il nome di suo padre, fatta più confidente, come all'aspetto d'una persona già da lungo tempo conosciuta ed amata, gli porse la mano, e senza altri complimenti così si mise a discorrere con lui.
— Questo pranzo autunnale è un'antica costumanza che mio padre non preteriva in disgrazia, e io ho voluto quest'anno ripristinarla. Ci ho poi fatto le mie aggiunte un po' di mio capo, che si sa, e un po' secondo i consigli del mio fattore, che è un ottimo galantuomo, e che qualche volta si pensa di approfittare, figuratevi, per fino de' miei capricci. Signor Giovanni! gridò ella, si parla di voi, capite?
— Comandi, contessina! rispose il vecchio che a quell'appellazione si alzò tosto da sedere, e venne ad ascoltare i suoi ordini.
— State, state! Io non voleva che accusarvi qui a questo signore; ma poichè vi vedo in piedi, aggiunse abbassando la voce, fate pure portare i cofani ed apparecchiatevi a compiere la cerimonia. Abbiamo, continuò ella verso il cavaliere, provveduto alcuni regalucci da dispensare a questa buona gente sul finire del pranzo, così in attestato della mia gratitudine per la loro attività nel coltivare i miei campi, per la loro buona condotta.... Il signor Giovanni poi, pretende con questo mezzo d'incoraggiare l'agricoltura, l'industria — che so io? Lasceremo che si tragga d'impiccio a suo modo, e che metta in orologio, o in cappello nuovo, o in stivali chi meglio crede. Io per me mi son riserbata di regalare due soli fra gli uomini: Pappà Gregorio, che è quel vecchio all'antica in giubba di lana bianca, _bianchella_, dicon essi, panciotto scarlatto.... e il giovinetto che vedete quarto laggiù in fondo da quella stessa banda.
— Quel biondo, quasi imberbe, coi capelli troncati quasi a metà della guancia e tutti da un lato?
— Sì, diss'ella, è un po' birichino, e ha mancato poco ch'io la trovassi col signor Giovanni perchè non lo voleva nel numero degl'invitati. Oh, ma il signor Giovanni! se sapeste! voleva limitarmi ai soli capi di famiglia, ai soli miei coloni; le donne poi, la non gli poteva entrare! Gli pareva una novità formidabile, quasi un sacrilegio; e mi ha tirato fuori una farraggine di ragioni, secondo lui, convincentissime. Ma dite la verità, caro signore, non fa piacere a vederle qui frammischiate ai loro mariti, ai loro figli? E dove sarebbe stata l'allegria, se in questa casa, in cui la padrona è una donna, fossero state escluse tutte quelle buone comari? Guardate la Menica come è contenta! come le brillano gli occhietti! È quella bruna colla pezzuola color di rosa colaggiù a sinistra. Povera Menica! Oh se sapeste che ottima creatura! se non temessi di annoiarvi, vorrei dirvi un bel tratto di lei.
— Io vi ascolto anzi con gran piacere, disse il cavaliere; ma giacchè vi mostrate così compiacente, vorrei prima che mi diceste, perchè, ad onta dell'opinione del signor Giovanni, avete voluto tra i vostri invitati il giovinetto che mi avete accennato!
— Perchè, diss'ella, in mezzo alle sue bizzarrie, io gli ho scoperto un bel cuore; e ora che mi son fatta del tutto campagnuola, lo voglio tra' miei amici, certa che farà giudizio e diverrà un giovine perbene. Il signor Giovanni, col suo occhio di lince e colla sua pretesa di saperle tutte, non faceva altro che dirmene continuamente _plagas_; ch'egli era il primo nei chiassi alle sagre, che la domenica si faceva vedere sulla piazza colla pipa in bocca, in collarino, che frequentava l'osteria, ch'era un po' baruffante, un po' manesco.... Ma io ho anche io la mia polizia; e qualche volta è una commedia, soggiunse ella sorridendo, a vedere come il signor Giovanni resta di sasso al trovarmi istrutta al pari di lui ed anche meglio; e il buon uomo non sa capire come diacine io faccia a sapere tanti pettegolezzi.
— Ci scommetto, le sussurrò il cavaliere, che il vostro capriccio di quest'anno dell'uccellata non era senza il suo perchè....
— Il fatto sta, conchiuse la contessa ridendo, che il mio fattore non ha tanta malizia.... e che io senza di lui ho saputo scoprire un tratto gentile di Ermagora che gli tengo a conto, e che a' miei occhi lo redime di molte delle sue piccole bricconate. Nell'inverno dell'anno scorso, egli ed altri nove giovinotti qui del villaggio ottennero dal fattore di far sopra di sè, ad ore perdute, un fosso in un mio podere, che era circondato da una siepe di rovi, e ch'egli ha voluto cambiare in tanti gelsi a basso fusto, e ogni sera, dopo terminati i lavori della giornata, invece di starsene al fuoco, andavano laggiù a scaldarsi lavorando tre e quattro ore a lume di luna. Intendevano con quei soldi di godersela nel carnevale, facendo una mascherata, e andando attorno coi sonatori prima per il paese, poi per i molini, e terminando, già si sa, con una bella cena. Ermagora n'era il capo: avevano già apparecchiato i vestiti, e Dio lo sa in che gloria aspettavano quel giorno! Ora suo padre nel salire una scala a mano per trar giù dal fenile non so che masserizie, cadde e si slogò un piede. Indovinate mò'! Ermagora andò subito dai compagni a dispensarsi della mascherata; e per quanto essi procurassero d'impegnarlo ad intervenire, facendogli osservare che il male non era di conseguenza, ch'essi stessi gli avrebbero ottenuto dalla famiglia il permesso, non ci fu caso. Il buon giovinotto a tutte le loro sollecitazioni rispondeva, che sapendo suo padre addolorato in letto, il cuore non gli dava di divertirsi a ballare; e poichè essi non vollero tenere la sua parte di guadagno, Ermagora la impiegò a provvedere l'occorrente per il malato. — Il Cavaliere guardò per alcuni minuti in silenzio quel giovine, poi rivolto alla Contessa:
— E la Menica? le chiese, non volevate voi narrarmi anche di lei...?
— Oh la Menica pure è una donna di cuore! sclamò la Contessa cogli occhi innumiditi. Una donna che ce ne vorrebbe per ogni famiglia l'eguale! Oltre ch'essa è una brava massaia, economa, avveduta, buona poi come un angelo, sa compatire agli altri, e nel suo poco ella ha viscere di misericordia per tutti. Quattr'anni fa, capitò qui nel paese un vagabondo, ed aveva seco la moglie vicina al parto. Chi lo mandava all'ospitale, chi si schermiva, mostrando l'impossibilità di ricoverarlo con una donna in quello stato. La Menica l'accolse, e con una carità che noi altri signori non conosciamo, cesse alla disgraziata il proprio letto, e la trattò come se fosse stata una sua sorella. Ella a questuare per la puerpera, ella a provvedere pannilini pel bambino. Filava la notte più del solito, e tante ne disse a quell'uomo, e tante ne fece, che lo persuase a rinunciare al suo brutto mestiere, e a mettersi una volta a guadagnar il pane coi propri sudori. Quando la donna fu in istato di faticare, se l'associò nelle domestiche faccende, e seppe colle sue belle maniere così adoperare col marito e coi cognati, che accondiscesero a tenerli in casa, finchè potessero altrimenti provvedersi: il signor Giovanni ha poi loro dato in affitto alcuni campi e una casuccia, ed ora, in grazia di quella buona creatura, se la campano anch'essi onoratamente colle loro fatiche.
Povera Menica! Oh se sapeste il bene ch'io le voglio! e anch'ella mi ama.... Oh sì! ad onta della differenza di condizione, di quest'ostacolo insormontabile che la sorte ha posto tra il ricco ed il povero, il suo cuore è uno dei pochi che mi han sempre e sinceramente amata.
Nei primi momenti della mia disgrazia, continuò la Contessa, lasciandosi andare ad una di quelle effusioni dell'anima, che al toccar di certe corde e alla presenza di certe persone sfuggono tanto spontanee che sono quasi inavvertite, nei primi momenti della mia disgrazia, quando, non volendo più lottare contro la guerra accanita che mi aveva rotto un mondo infame, io venni qui a rifugiarmi in questa solitudine, costretta a vedermi innanzi il volto infinto di tanti falsi amici che venivano a compassionarmi per trar materia di accrescere i miei falli.... mal compresa, denigrata, l'amore disinteressato e sincero di questa povera contadina m'era conforto! Oh se sapeste le volte le volte, che sotto il pretesto di portarmi dei fiori, o di vendermi delle uova, ella spiava che fossi sola, e veniva a guardarmi con quell'occhio pietoso con cui una madre guarda al suo povero figlioletto malato!... Ella stette un momento in silenzio, poi ripigliò:
Ho una crocetta d'oro che le voglio regalare; ma non crediate mica ch'io pretenda di premiare con ciò la bell'azione che vi ho raccontato! Questa la può compensare solo Iddio e la coscienza di averla fatta! e poi a rammemorargliela sarebbe un farla soffrire. Voglio solamente darle un ricordo di amicizia, che, per quanto ella lo possa aggradire, certo non lo porterà al collo con più affetto di quello ch'io mi poso sul cuore le prime violette dell'anno e le margheritine dei prati che la mi va talvolta regalando. — Il libero sfogo che s'era permesso, l'aveva alquanto commossa, e per ricomporsi rivolse lo sguardo ai convitati, che, finito il banchetto, stavano chiacchierando divisi in diversi gruppi: la percosse il suono di replicati — Illustrissimo sì, illustrissimo no, — di due o tre contadini, in mezzo ai quali s'era situato il Marchese, che, partito il fattore, procurava del suo meglio d'equilibrarsi in quella per lui difficile atmosfera, movendo di quando in quando alcune signorili inchieste a quelli che gli erano più dappresso. L'Ardemia, per fare un diversivo e rimettere in comune l'allegria della parola, che s'era fatta oramai troppo parziale: — Pappà Gregorio! — gridò a quel vecchio venerando ch'ella aveva dapprima indicato al Cavaliere, e sporgendo verso di lui il suo bicchiere, — via da bravo, — disse, — facciamo io e voi un brindisi a quel signore, amico di mio padre, che ha voluto colla sua visita farci più lieta questa bella giornata; e poi voglio che voi colla vostra solita schiettezza mi diciate una verità. Come ve la siete passata quest'oggi?
— Corponone! rispose il contadino, serviti e trattati come principi in compagnia della nostra padrona....
— No, no, diss'ella, io so che la mia idea di far venire al Licof anche le donne non vi garbava nè punto nè poco....
— Ah briccone di pappà Gregorio! esclamarono alcune comari. Dunque egli non ci voleva al Licof?
— E che non avete voluto a nessun patto condurre la vostra donna Lucia, continuò la contessa.
— Ma gli è fatto che le donne devono starsene a casa, mormorò il vecchio. Per altro le prometto che se un altr'anno saremo vivi, anche madonna Lucia sarà della partita, e per bacco! che se quest'anno è stato un sussurro da perdere le orecchie, colla giunta della lingua di mia moglie.... particolarmente se la è un poco brilla.... Qui fu interrotto da molti scoppi di risa: chè il facile naturale di donna Lucia era universalmente conosciuto.
— Senta, Contessa! sclamò il vecchio in modo da superare il baccano. Come al suo solito, ella ha fatto una novità, alla quale noi altri al nostro solito eravamo ritrosi, ed è finita come sempre, cioè, coll'essere più contenti di prima.
— Dunque, buon uomo, interrogò il Cavaliere, la vostra padroncina vi fa spesso delle novità?
— Ella piccioletta e giovanina, come la vede, le so dir io che ha rimestato l'intero paese, e la ce ne ha fatte di belle. Una veh! in particolare la mi ha crucciato per un pezzo! e se non fosse stato ch'ella è la figlia del mio buon padroncino, che Dio abbia in gloria! e che la gli somiglia come un pomo partito, ogni poco mi risolveva ad uscire dai suoi ceppi, e.... e faceva una grossa capponeria! Si figuri, signore, il primo anno che è venuta a star qui, ella e il signor Giovanni si sono pensati di ridur tutte le coloníe a soli venti campi dell'una! Una famiglia come la mia, che si può dire da più secoli lavora sempre lo stesso terreno, vederselo tolto quasi per metà....!
— E poi? chiese la Contessa ridendo.
— E poi.... e poi, già si sa, adesso siamo contenti! ci pareva di dover morir dalla fame, ci pareva di non aver più dove seminare le biade.... e invece quei venti campi ci danno adesso più dell'antico terreno, paghiamo il nostro affitto, e si è meno oppressi dalla fatica. In somma.... è stato bene! e quella piccola testolina lì, vale per tutte le nostre. — Intanto il signor Giovanni aveva fatto portare nel salotto una lunga tavola coperta, e ritiratosi all'uno dei capi, cogli occhiali sul naso percorreva in gran confusione uno scartafaccio di memorie, preparandosi a compiere la cerimonia secondo gli ordini ricevuti dalla Contessa. Ella lo vide, capì l'imbarazzo che gli cagionava la presenza di quei due signori, e per liberarnelo: Ecco, disse, il fattore che aspettava i miei ordini per distribuire i regali. Ma come la faccenda vuol riuscire un po' lunghetta, perchè egli ha le sue predichine e le sue raccomandazioni da fare, io darò principio, e poi, se vi piace, noi ci ritireremo nella stanza contigua. —
Il Cavaliere le prese la mano in aria affettuosa: — Io, disse, vorrei pregarvi d'una grazia. In casa N*** mi aspettano, ed ho fatto anche troppo tardi. Diman mattina assai per tempo io deggio partire, e facilmente le mie occupazioni non mi permetteranno più di rivedere cotesto paese. Mi dorrebbe le ultime ore che mi rimangono di consumarle lontano da voi.... Facciamo una cosa. Montate in carrozza, e terminiamo insieme in seno alla vostra famiglia questa bella giornata!... — Ella rimase un istante indecisa, si morse leggermente il labbro inferiore, e gettò uno sguardo involontario dalla parte del Marchese.... Il Cavaliere allora, fatto accorto, si rivolse al Marchese, e con la disinvoltura che gli era naturale, dando al discorso l'aria d'una frase di amabile galanteria, lo pregò a voler egli patrocinare la sua causa. L'altro, che da un pezzo era sulle spine, e che pensava che a casa sua non si sarebbero trovati meglio, non vedendoli ancora capitare alla conversazione, ch'ei sapeva in quella sera dover essere numerosa, e già adunata per far corte al suo ospite, non gli parve vero di potersela cavare così a buon mercato, ed insistette perchè l'Ardemia senza altre dilazioni accettasse tosto l'invito. Allora la contessa capì che non bisognava trascurare questa facile occasione di rappattumarsi co' suoi; e nel mentre che si attaccavano i cavalli, disse rapidamente alcune parole al signor Giovanni, perchè egli sostenesse le sue veci, e incominciò la distribuzione col presentare pappà Gregorio di un comodo pastrano col suo cappuccio, e colle sue maniche. — A me! disse il vecchio meravigliato.