Part 11
Possedere ad un tempo avvenenza, ricchezza e gioventù, dovrebb'essere quel tanto di paradiso terrestre che può la sorte concedere ai mortali. La contessa Ardemia della Rovere aveva ricevuto dalla mano di Dio questi tre bei doni della fortuna, e inoltre un cuore capace di affetto, uno spirito abbastanza svegliato, una cospicua nobiltà di natali; con tuttociò ell'era tutt'altro che felice. Per obbedire ai parenti e per altre convenienze di famiglia, ella aveva contratto assai giovane un matrimonio contro genio, a' pesi del quale non aveva poi saputo rassegnarsi. — Ella non era di quelle donne, che purchè godano d'una brillante posizione in società, sanno inghiottire le pillole più amare. Una collana preziosa, un cascemire delle Indie, un qualunque presente per ricco ed elegante che fosse, non valevano a rabbonirla quand'era stata offesa nel suo amor proprio, o credeva mancato ai riguardi che le si dovevano. Aggiungi ch'ella era d'un carattere assai vivo, e un po' altera e capricciosetta, cosicchè in capo a pochi anni si trovò nella necessità di dividersi dal marito. Una donna giovane e bella che viva isolata in mezzo ad una città, è presto scopo alla maldicenza, e ben anche alla calunnia. Ella aveva compreso tutta la difficoltà della sua posizione, e per sottrarsene viveva la maggior parte dell'anno in una sua villetta, contentandosi di fare qualche allegra giterella, or in una or in altra delle città circonvicine, e di sbizzarrire in oggetti di lusso e di moda, in ricchezza di equipaggi, in bellissimi cavalli ed altre leggiadrie, che unite alla sua rara bellezza le valevano l'ammirazione e l'applauso della folla, dappertutto dove le piaceva mostrarsi. Più tardi s'accorse che questi frivoli piaceri erano troppo scarso compenso all'amarezza del suo povero cuore ferito, e che chi ha la disgrazia d'aver perduto la famiglia che il Signore le aveva destinata, se può trovare qualche conforto nelle cose di quaggiù, gli è solo nel procurare d'essere utile agli altri. D'altronde, col genere di vita allegra e quasi spensierata a cui nei primi momenti della sua crisi si aveva appigliata, il suo sacrificio non era abbastanza completo per imporre silenzio al mondo. Avrebbe bisognato che a vent'anni avesse menato la vita d'una donna di cinquanta, che si fosse contentata di seppellirsi nella sua solitudine, od almeno di non comparire nella società con quegli ornamenti che davano tanto risalto alla sua bella persona, e che movevano l'invidia delle sue rivali. Se l'avessero veduta priva di tutti i piaceri, con un vestito fuori di moda, trasandata, vecchia prima dell'ora, le avrebbero perdonato la sua avvenenza, la sua ricchezza; avrebbero fors'anco compatito il suo passato, e si sarebbero compiaciuti di riguardarla come una vittima infelice e tradita. Ma se v'era chi per lei nutriva simili sentimenti, la maggior parte invece facevano sul suo conto ben altri commenti. Per cotesti ell'era una donna bizzarra e capricciosa, e che non voleva rassegnarsi agli obblighi del suo stato — era una bisbetica, che non aveva saputo perdonare al marito le colpe ch'ella stessa, second'essi, colla sua mala condotta aveva occasionate — una civettina, che trovava il suo conto a viver fuori di ogni soggezione; e non mancavano di scrutare tutti i suoi passi, ed anche di lacerare la sua riputazione colle più maligne interpretazioni. Queste chiacchere, unite ai rimproveri che di quando in quando riceveva dalla madre, che, lei bamboletta ancora, era passata a seconde nozze, e le aveva regalato una sorella e due fratelli uterini, invidiosi del suo assai più ricco patrimonio, spargevano d'assenzio molti de' suoi giorni. Fortunatamente che il suo cervello era un terreno fertile di fiori che ad ogni strappata di dolore ne produceva tosto di altri e più ridenti e più vivamente coloriti. Ora le veniva il capriccio di cavalcare, e vestita all'amazzone e accompagnata dagli amici scorazzava su d'un brioso ginnetto per tutti i contorni della sua villeggiatura, finchè una predichina della madre o di qualcuno dei parenti non l'obbligava a smettere. Le saltava allora di provare il valore delle sue gambe; e fattasi amica la moglie dello speziale, o la nipote del curato, esciva ogni giorno in abito succinto e con un largo cappello di paglia a far delle lunghe passeggiate, fumando qualche sigaro, e compromettendo il decoro della nobilissima sua stirpe, e di quella del marito, col degnarsi di entrare in qualche povera osteria dei villaggi che percorreva. Alzavano allora il naso i parenti offesi da queste sue pedestri scampagnate, e a forza di rimbrotti giugnevano a persuadergliene l'inconvenienza. Ma il peggio si era l'autunno, quando recavansi a villeggiare nei paesi circonvicini le sue amiche di un tempo, una sua zia gran Dama della croce stellata, e il marchese del Verde marito della madre, che aveva la sua casa di campagna a poche miglia di distanza da lei. Venivano a farle visita, e sempre restavano malcontenti di qualche novità che trovavano, o nel palazzino, o nelle persone che la frequentavano, o nella sua maniera di vivere. Un anno, fra gli altri, fu un gran chiasso, e poco mancò non finisse di disgustarsi per sempre con tutta la sua nobile parentela. Si pensò di farsi piantare in una vasta prateria, a piedi delle colline, un capannuccio di frasche, e provvistasi della sua brava licenza, ogni mattina innanzi che albeggiasse usciva ad uccellare. Prima ad accorgersi dello scandalo fu la zia gran Dama della croce stellata. Era essa venuta a farle visita, e non trovatala in casa, ne chiese alla cameriera, un po' per premura di sapere della nipote, e un po' per curiosità de' suoi fatti. Questa le raccontò il nuovo gusto della padroncina; e madama indignata di simili bassezze, propose di ricattarsi della visita fatta invano, coll'accusarla ai parenti; il che fece la sera istessa alla conversazione del marchese del Verde, dove convenivano a far la partita la maggior parte dei signori dei contorni. Parve la cosa tanto strana, che non le fu prestata piena fede: che una contessa della Rovere, discendente da antichissima famiglia, imparentata colla prima nobiltà del paese, andasse ad uccellare alle mattoline, non combinavasi nè colle loro idee, nè col carattere orgoglioso ed altero che credevano d'averle sempre conosciuto. È vero che dopo _il passo falso_, così essi chiamavano quello del divorzio, l'Ardemia n'aveva commessa più d'una delle storditaggini; ma questa pareva troppo grossa, e si limitarono a crederlo uno scherzo malizioso della signora zia. Due giorni più tardi dovettero peraltro persuadersi che non era stata aggiunta sillaba al fatto. Il marchese del Verde con alcuni amici e col curato, verso mezzogiorno trovavasi per caso nella spezieria, quando la vide che ritornava a casa, seguíta dall'uccellatore che portava sulle spalle a cavalcioni d'una lunga asta le gabbie dei richiami, i zimbelli, le paniuzze e gli altri attrezzi dell'uccellanda. Ella era in borsacchini di cuoio, in un vestitino verde, svelto e succinto che le stava a meraviglia. Aveva appiattati i ricci in un grazioso turbante di velluto dello stesso colore, sotto il quale quel suo bel visino fresco sorridente, e allora un po' arrossato per il sole e per la lunga camminata, pareva una fragola rugiadosa mezzo nascosta tra le foglie. Portava ella stessa la preda consistente in un bel mazzo di mattoline e di cutrettole, e sul petto a guisa di decorazione le usciva da un occhiello un cordoncino a cui erano appesi diversi zirli e fischierelli d'argento. Questo era più di quanto occorreva per suscitarle contro la guerra. Il marchese particolarmente non poteva perdonarle l'idea di passar per il villaggio in quell'arnese, mentre per andarsene a casa aveva altra via ed anco più breve. Ciò a' suoi occhi era un voler proprio attirarsi l'indignazione del pubblico, e prostituire il decoro della famiglia. La sera alla conversazione non si fece altro che parlare dello scandalo; e fu risolto che nel domani la marchesa, aiutata dalla zia, avrebbe fatte le sue rimostranze in lettera, non volendo più nessuno esporsi ad un contatto che avrebbe potuto riuscire burrascoso, e perchè il mal umore era tanto grande da rendere difficile, per non dire impossibile, il mantenersi a sangue freddo. Nel domani, mentre le dame davano forma al sermone, i due fratelli, in compagnia d'un altro giovinotto lor compagno di scuola e ospite in casa, pensarono di fare una scappata all'uccellanda. Faceva una di quelle bellissime giornate d'autunno, che sogliono fiorire in fondo alla buona stagione, come s'ella volesse prima di cedere il campo all'inverno darci ancora un ultimo addio. I tre giovinotti s'erano messi per un viottolo tortuoso che riesciva ad un'acquicella, e attraverso le siepi ancora verdi la vedevano passare luccicando, e ne udivano il lieve susurro che faceva armonia con un lontano coro di voci che parevano discendere da uno dei colli vicini. Era gente che terminava di raccogliere le uve, e così vendemmiando cantavano le loro villotte. Un'allegria infinita si spandeva per tutto il creato coi raggi del sole, che spogliati del loro calore, ma splendidi e limpidi come nel più forte della state, piovevano in grembo al verde dei campi e quasi accarezzavano le membra. L'atmosfera placida e senza nubi era commossa da un solo filo d'aria, ma così tenue, che non giugneva a scuoter le frondi, tranne quelle della tremerella e del pioppo, che sulle più alte cime apparivano or bianche ed or verdi a seconda che le inargentava la luce. A qualche passo di distanza scoprivano di quando in quando alcuni fili di tenuissima seta attraversare lievemente ondulanti la via. Vollero discoprire l'insetto che ardiva lanciarli così pel vano, e fermatisi, dove un punto lucido del filo aveva fermata la loro attenzione, viddero il ragno navigatore dell'aria che, adagiatosi tra le vele dell'elegante barchetto ch'egli s'ha filato, si abbandona al venticello e passa quasi volando da un albero all'altro, svogliendo come da gomitolo la seta che la natura gli ha posta nel seno. — Così chiacchierando ed osservando giunsero al rivoletto. Lo guadarono coll'aiuto d'alcuni sassi gettati attraverso la corrente, e furono sulla vasta prateria che si stende a piè delle colline di Buttrio a Rosazzo. Camminavano veloci per l'erba, cercando discoprire coll'occhio dove fosse il capannucolo della sorella. In fondo, quasi sotto alle colline vedevano un punto nero, e si diressero a quella volta. Quando le erano distanti non più d'un tiro di fucile, la viddero che era sulla porta del capannuccio nascosta tra le frasche, e guardava in alto ed aveva il fischietto alle labbra. Si soffermarono in silenzio. Cinque o sei mattoline giù dai colli dalla parte di levante venivano a piccioli spruzzi volando per l'aria; giunte a portata dei pali, e veduto giuocare nell'erba il zimbello, si lasciarono cadere ad ali abbandonate sulle paniuzze. Presto la contessa e l'uccellatore uscirono a raccoglierle, ed anch'essi come per un moto involontario corsero ad aiutarli. Alcune, piegato col loro peso la debole verghetta, penzolavano insieme con essa dalle corna del palo; una o due erano cadute sull'erba e svolazzando cercavano di spaniarsi. Lieti le portarono nel capannuccio, e non avevano ancora terminato di salutarsi, che l'uccellatore avvisò che ne passavano di altre. Tosto fu dato mano ai fischietti e zimbelli, ma queste, immaliziate, quando furono a fior de' pali rialzarono il volo e andarono a posarsi più lungi sul prato. Allora alcuni fanciulli ch'erano al pascolo dalla parte di ponente andarono a prender loro la volta e procuravano farle rivolare alla pania; le vedevano saltellare per l'erba, e con esse erano alcune cuttrettole che discernevansi al tremolare della bianca e lunga lor coda. Finalmente ripigliarono il volo, e la maggior parte come le prime si buttarono sulle paniuzze. I giovani cominciavano a prender gusto al divertimento; e più ancora lo trovarono perdonabile, quando l'Ardemia, mostrando in una lunga filza la preda abbondante di quella mattina, lor propose una colazione sul prato. Accettarono allegri, e si misero ad ammannire gli uccelletti. Ella mandò a raccoglier le legna alcuni di que' pastori e ad uno di essi ordinò che andasse alla sua colonia, che era quella che si vedeva alla radice del più vicino dei colli, e dicesse alla Betta di venir subito giù e di portare con sè un buon fiasco di _rebola_, l'occorrente per gli uccelli e per la polenta. Intanto l'uccellatore d'una lunga bacchetta s'ingegnava di costruire una specie di spiedo, e poi, conficcati due pali in terra, dava loro forma di alari, e traversalmente a forza di vimini assicurava un terzo che facesse da catena da fuoco. Erano ancora in questi preparativi, quando di mezzo al verde viddero spuntare una vispa contadinella che portava in mano un paiuolo e sulle spalle appesi all'arconcello due cesti coperti da due polite tovagliuole. Le corsero incontro, e deposti i cesti sull'erba cominciarono a cavarne fuori la farina, il sale, l'olio, i ciccioli, la salvia; la Betta s'era ricordata di tutto, e inoltre aveva aggiunto un bel piatto d'uva fresca e delle frutta, che col loro vago colore, e col profumo che spandevano, solleticavano dolcemente l'appetito. Accesero il fuoco, la Betta s'accinse a far la polenta, e in un momento il frugale banchetto fu pronto. Allora s'assisero in cerchio sull'erba che lor serviva di mensa, di tappeto e di sedia, e allegri cominciarono ad assaporare la preda. La contessa diede d'occhio alla Betta che un po' indietro, tutta rossa pel sole e per la fatica della polenta, s'asciugava il volto coi lembi del suo fazzoletto da testa, e la invitò a sedersi con essi e a prender parte alla colazione; ma la buona fanciulla ricusava, parendole inconveniente mettersi con quei signori.
— Via, da brava, le disse Ardemia, qui siamo tutti eguali; e sarebbe bella che dopo averci aiutati sin adesso, ora volessi andartene a bocca asciutta! — Le forme avvenenti e le aggraziate risposte della forosetta fecero trovar giusta l'osservazione ai ragazzi, che anch'essi si unirono a persuaderla, e tanto fecero finchè l'obbligarono a prender parte al banchetto. Ma quando videro che l'Ardemia non si limitava alla sola giovinetta, e che volle far sedere in compagnia anche l'uccellatore, l'avvisarono che ciò era un lasciarsi andare un po' troppo, e pensavano, quasi arrossendo, ai commenti che ne avrebbe tirati la zia Gran Croce stellata. Oramai non si poteva più ritirarsi, e si accomodarono alla meglio a cotesto capriccetto della sorella, tanto più che l'ultima _rebola_ e gli uccelletti saporitissimi e cotti al vero punto quietarono loro nelle vene il sangue nobile che incominciava a intorbidarsi, e il misero all'unisono dell'allegra compagnia che li circondava. Un poco alla volta il chiacchierare si faceva sempre più disinvolto, e sulla fine, senza più distinzioni di nascita, parlavano come se fossero stati eguali. Gran parte dei discorsi caddero sull'uccellata, sulle mattoline, sul modo di conservare i richiami. La contessa voleva sapere da dove venissero, e perchè su quella stagione passassero così metodicamente. L'uccellatore pretendeva saperlo ed essere anche stato nel loro paese.
— Nel paese delle mattoline! ripigliò uno dei giovani, e che paese è cotesto?
— Gli è una montagna posta a confine del Friuli, due buone giornate sopra Cividale. Ecco là — quel cucuzzolo che spunta sul ronco del signor ***.
— Quel bianco più alto di tutti? —
— No, disse l'uccellatore. Quella è una delle vette del Monte Canino. Siamo troppo sotto alle colline; ma se guardano più giù verso Manzano, vedranno quel becco che pare la punta di un campanile. E lì è Monte Maggiore.
— E là stanno di casa le mattoline? —
— Gnor sì, e i fringuelli, e le beccacce, e le starne, e le coturnici, e una quantità di selvaggiume che è proprio una gloria. Là vanno in primavera a fare i loro nidi, perchè quel monte, signori miei, è ricco di boscaglie immense, c'è una prateria dove pascolano bellissimi puledri; vi sono grotte da cui sgorgano sorgenti d'acqua, che mantengono per l'estate una freschezza deliziosa e un verde sempre morbido e perenne. Gli è dietro di quelle giogaie che nasce da una parte il Nadisone e vien giù fra' grebbani a Cividale, e dall'altra più in dentro l'Isonzo, che corre a Gorizia segnando come un gran ferro di cavallo tra montagne che toccano il cielo colla cima....
— E che cosa sei stato a fare tu in quei paesi?
— A provvedere uccelli di richiamo, rispose l'uccellatore. Ci andai con alcuni compagni, e di quella strada ci siamo spassati un poco a cacciare. Che siti di delizia! le beccacce ci davano ne' piedi ad ogni minuto. E tra que' pometi a piè di quei poggi, in quei praterelli irrigati da tante acquerelle, ci si levavano intorno storme di oche e di anitre selvaggie.
— Ma se là fanno il nido....
— Ed è da di là che ci vengono quelle belle bionde Marinze dagli occhi piccoli e vivi, bianche e rosse come un bel pomo di Carnia, a cui la natura ha fatto appositamente la testa piatta affinchè possano portarvi sopra con facilità quelle immani ceste....
— Eh di' piuttosto che un tal costume è la cagione per cui sono così conformate! ma già fa lo stesso. Tira, tira innanzi.
— Signor no! diss'egli, la è proprio una particolarità del paese che loro vale un mondo per i trasporti delle derrate tra quei dirupi dove non ci sono strade. Eh! anch'io guardando le giovinotte che passano qui la state colle frutta, pensava che fosse il peso che a forza di comprimere il cranio avesse lor ridotta la fronte a sole due dita di dimensione, e fatti riuscire in fuori gli zigomi delle guance. Ma non è vero. Sono stato lassù, e ho dovuto convincermi che proprio nascono così, e che è stata la mano di Dio che ha loro dato una così fatta schiacciatina. — E alla carlona continua a dar loro lezioni di storia naturale, Dio lo sa quanto esatte, ma che condite col racconto del suo viaggio e dell'impressione che gli aveva lasciata nell'anima la vista di quel lembo del nostro Friuli che confina colle genti slave, li divertivano, e lor facevano trovare amena la conversazione di quell'uomo che consideravano non più di un rozzo bifolco.
Finita la colezione, i giovinotti si accommiatarono, e tornavano a casa meno avversi alla sorella, i cui capricci in buona coscienza non trovavano poi tanto di cattivo genere. In tale disposizione d'animo, durante il pranzo, a cui in quel giorno assisteva anche la zia, al solito riaccamparsi delle accuse e dei lamenti contro l'Ardemia, osarono avventurare qualche parola in di lei favore, ma fu un versar olio nel fuoco. Avevano mal calcolato la forza del partito contrario. Oltre le due dame, che collo scrivere la lettera della mattina, e col rammemorare a tal uopo e ponderare insieme tutte le avventataggini della giovine avevano finito col sempre più disgustarsi, c'era il marchese anch'egli all'ultimo segno malcontento, e per fino la sorella, ad onta del bene che le voleva, in quel dì si univa a darle biasimo. Da un pezzo ella soffriva a malincuore quelle tante chiacchiere; le pareva che in qualche maniera si riversassero sopra di lei, e che unite al passo clamoroso del divorzio e alla cattiva fama che si aveva acquistata nella società accrescessero sempre più per lei le difficoltà di un buon collocamento. Cosicchè la narrazione che i giovani fecero del piacere goduto, non fu che un nuovo capo d'accusa. Simili sollazzi, oltrechè inusitati per una donna, non avevano secondo essi per niente il merito di mostrare un cuore umano e ben fatto. Poi si trovò affatto volgare e plebeo il mettersi in compagnia d'un uccellatore che non era altro che un rozzo contadino, il sedersi a far merenda su di un prato, il mescolarsi con persone tanto al di sotto e per nascita e per educazione; e qui indignati tutti d'accordo si scatenarono contro a cotesto nuovo delitto di lesa nobiltà. La zia Gran Dama della croce stellata mostravasi particolarmente offesa, e nell'impeto della sua eloquenza arrivò perfino a conchiudere, che questi cattivi gusti, e la propensione che si vedeva nei giovani a dimenticare così facilmente il proprio grado, doveva nascere dalla pratica oramai così fatalmente diffusa del vaccino, per cui le stirpi le più nobili e più gentili si trovavano al terribile contatto di vedersi inoculare il sangue d'un marcio bifolco. Quantunque quest'acuta osservazione avesse avuto il vantaggio di far sorridere un cotal pochino le labbra sottili ed ironiche del marchese, pure si risolvette di punire l'Ardemia col troncare con essa per intanto ogni relazione d'amicizia, e ai giovani si giunse fino a dar ordine di ricordarsi bene di non metter più piede in casa di lei.
A prima vista la giovane contessa, quando lesse la lettera della madre, rimase dolente d'avere involontariamente recato un così grave disgusto, ed era quasi per andar subito da lei a promettere di rinunciare all'uccellata; ma poi, riflettendo, che se faceva questo passo per mantenere la buona armonia, le sarebbe stato d'uopo sacrificare anche un altro piacere ch'ella aveva proposto, e che certo non era di loro approvazione, pensò di tirar innanzi. Ormai l'autunno era per terminare, si trattava solo di pochi giorni, e in suo pensiero, giacchè si erano corrucciati per le mattoline, tanto valeva che durassero in quel corruccio e le lasciassero così più libertà all'adempimento del suo progetto, dopo il quale si sarebbe accomodata a tutti i loro desidèri, e un solo perdono e una sola pace avrebbero fatte le spese del necessario rappattumarsi.
In molti luoghi del Friuli esiste un'antica costumanza, per cui, sul finire dell'autunno, dopo terminata la raccolta e fatto i conti ai coloni, il padrone invita a pranzo ogni capo di famiglia a lui soggetta, e questo banchetto si chiama il _Licof_. Ora l'Ardemia aveva pensato di dare in quell'anno questo _Licof_ con tutta la solennità possibile; e poichè ella era una donna aveva invitato non solamente tutti i capi di famiglia tra i suoi affittaiuoli, ma anche tutte le padrone di casa. Nella sua bizzarra testolina aveva divisato di dare con ciò un esempio, per cui tra i contadini sparisse quel brutto costume che vuole escluse le donne dalla mensa de' loro mariti, e le condanna a mangiare in disparte o in un cantuccio del focolare, perfino nei giorni solenni di nozze o di battesimo. Aveva fatto apparecchiare dei regalucci che intendeva dispensare sul fine del pranzo a tutti gli invitati, e particolarmente a quelli e a quelle che avevano meglio acquistata la sua approvazione, distinguendosi o in qualche utile industria agricola, o nell'economia domestica, o nell'allevare il bestiame, o infine con una esemplare condotta o con qualche bell'azione di cui ella si faceva render conto dal suo fattore, uomo integerrimo e grandemente amato in paese.