Questioni internazionali

Part 7

Chapter 73,457 wordsPublic domain

Tutt'al più la questione potrà essere oggetto di ulteriori accordi fra le potenze interessate, anche per il fatto evidente che, in rapporto alla Francia, detti paesi sfuggono alla sua influenza secondo la teoria degli _hinterlands_, e che, rinunziandovi per parte loro e la Germania e l'Inghilterra per i possessi rispettivi sull'Atlantico (compagnia Niger e Cameron), la teoria stessa starebbe in favore della Tripolitania, anche senza tener conto dei diritti della Turchia.

Nè va omesso che, a norma di quanto venne stabilito dall'Atto Generale della Conferenza di Berlino, le affermazioni di protettorato debbono essere notificate alle potenze firmatarie, alle quali fu riconosciuto il diritto di fare le proprie eccezioni.

Ora nulla di simile è avvenuto per il Vadai e per il Baghirmi, e per tante altre delle regioni summenzionate.

Riassumendo, la carta che abbiamo esaminato, mentre segna vere usurpazioni di territori per parte della Francia, sia perchè la presa di possesso non ne fu mai notificata alle potenze firmatarie dell'Atto Generale di Berlino, sia perchè essi formano parte integrante di legittimo dominio di altre potenze, non tiene alcun conto dei diritti acquistati dall'Italia in Africa in virtù di regolari trattati, non accenna neppure a quelli dell'Inghilterra lungo il corso del Nilo, e porta un fiero colpo all'equilibrio del Mediterraneo, con una arbitraria determinazione degli _hinterlands_ tripolino, tunisino, algerino e marocchino. Così anche i possedimenti spagnuoli del Mediterraneo, i possedimenti tedeschi e portoghesi dell'Atlantico e quelli dello stesso Stato libero del Congo sono, come si è visto, arbitrariamente delimitati.»

La marcia della Francia attraverso le vie carovaniere che congiungono Tripoli al centro dell'Africa non si arrestò più. Una nuova convenzione franco-britannica (14 giugno 1898), completata con una dichiarazione addizionale del 21 marzo 1899 dopo l'urto di Fascioda, estendeva ancora la zona d'influenza francese. La difesa che l'Italia tentò dei diritti della Turchia fu fiacca e senza effetto. A Costantinopoli si dava più importanza al sospetto che l'Italia meditasse l'occupazione di Tripoli, anzichè alla realtà delle usurpazioni della Francia.

Questa non aveva più preoccupazioni per la sua conquista tunisina. Finchè il governo italiano tenne fermo ai diritti e ai privilegi che godeva in Tunisia in virtù di trattati che la Francia aveva nel 1881 dichiarato di volere rispettare, l'Italia era in grado di proteggere gl'interessi italiani nell'antica Reggenza, e teneva una posizione che imponeva alla Francia, e l'avrebbe costretta, desiderosa com'era di consolidare la sua conquista, a scendere a patti. Ma il ministero Rudinì-Visconti Venosta, al desiderio di disarmare i malumori francesi sacrificò quella posizione senza compenso.

Già il 15 agosto 1895 il governo francese aveva denunciato il trattato di amicizia, commercio e navigazione concluso l'8 settembre 1868 tra l'Italia e la Tunisia, dichiarando di agire in nome del Bey e in virtù del trattato di Kassar-Said (detto anche del Bardo) del 12 maggio 1881. Il Ministero Crispi aveva risposto, per mezzo del conte Tornielli ambasciatore a Parigi,

«essere bensì vero che, con nota del 9 giugno 1881, il signor Rustan portava a notizia della R. Agenzia e Consolato Generale d'Italia in Tunisi il trattato di Kassar-Said; ma che di tale comunicazione non fu da noi preso atto e nemmeno segnata ricevuta. Epperò mentre fo le più ampie riserve in merito all'argomento cui si riferisce la nota del signor di Lavaur, prego Vostra Eccellenza di voler significare, verbalmente per ora, a codesto Governo, le eccezioni del Governo del Re al procedimento seguito.»

Il governo della Repubblica rispondeva come risulta dal seguente telegramma del Tornielli:

«Ministro degli Affari Esteri mi disse che la clausola di riconduzione tacita per 28 anni non gli lasciava per così dire libera scelta di condotta, e gli imponeva di denunziare il trattato italo-tunisino perchè nessuno presentemente acconsente a lasciare impegno per così lungo periodo. Fortunatamente, egli soggiunse, previdenza dei negoziatori di quel trattato ci lascia un anno di tempo, durante il quale avremo tempo scambiare insieme molte idee, e di vedere insieme il miglior assetto da dare alle cose. Il Ministro non suppone che in Italia il Governo abbia potuto attribuire alla denunzia del trattato un effetto diverso da quello che è nell'intenzione del Governo francese di darvi, cioè, di un atto reso necessario eventualità clausola di riconduzione anzidetta; ma egli tiene ad escludere che altri concetti abbiano guidato il Governo francese in questa occasione. Dissi che io non avevo ricevuto istruzioni a tale riguardo, e che avrei trasmesso a Vostra Eccellenza questa dichiarazione.»

Crispi non era disposto a rinunziare senza compenso ai benefici che le capitolazioni e le convenzioni anteriori -- richiamate nel trattato del 1868, non annullate -- assicuravano all'Italia, e la Francia avrebbe dovuto tenere conto degli interessi italiani. Vi era un anno di tempo per discutere e negoziare; ma ai primi di marzo 1896 il ministero Crispi si dimise, e il negoziato fu condotto dal Ministero Rudinì-Caetani, il quale volle trattare contemporaneamente la questione tunisina e il ristabilimento delle relazioni commerciali franco-italiane. In realtà le due cose erano estranee l'una all'altra; in Tunisia avevamo una posizione giuridica eccellente e diritti da far valere, mentre non era sperabile che, cedendo su quelli, la Francia ci avrebbe accordato tariffe di favore.

Infatti in Francia, dove la considerazione dei nostri diritti non entrava in mente a nessuno, anche l'idea di tornare al regime convenzionale nei commerci con l'Italia sembrò una concessione eccessiva, cioè senza corrispettivo. Il governo francese sapeva l'opinione pubblica così prevenuta contro di noi che scongiurò il ministro italiano di non insistere. Passarono alcuni mesi; il ministero Rudinì si ricompose, alla Consulta il duca Caetani fu sostituito dal Visconti-Venosta. Quest'ultimo trovò la situazione peggiorata, poichè mancata la vigilanza del governo italiano, l'Inghilterra -- la quale in agosto 1895 aveva assicurato che avrebbe proceduto d'accordo con l'Italia -- aveva consentito a negoziare con la Francia, rinunziando al trattato perpetuo che aveva col Bey; e anche l'Austria-Ungheria, in luglio 1896, aveva ceduto alle istanze francesi, riservandosi in Tunisia il trattamento della nazione più favorita. Insistere nella via tracciata da Crispi era, ormai, impossibile, poichè l'Italia non avrebbe trovato nelle potenze amiche e alleate l'appoggio sul quale Crispi aveva fatto assegnamento. L'on. Visconti-Venosta non insistette neppure per un accordo commerciale; e il 28 settembre 1896 furono firmate le convenzioni con le quali l'Italia riconosceva senza compensi, dopo quindici anni, la conquista francese della Tunisia con tutte le sue conseguenze. «Nous y gagnions -- ha scritto recentemente[10] l'ambasciatore che la Francia aveva allora in Italia, il signor Billot -- de libérer notre protectorat des entraves qui en paralysaient l'exercice.... l'Italie renonçait à y demeurer avec nous sur un pied de complète égalité et reconnaissait implicitement les consequences des événements qui nous y avaient conféré une situation privilegiée.»

[10] _A. Billot_: _La France et l'Italie. Histoire des années troubles_, vol. II, pag. 372.

Nel 1902 avvenne il noto accordo franco-italiano pel quale l'Italia si disinteressò del Marocco a favore della Francia, e la Francia ci lasciò mano libera in Tripolitania e in Cirenaica.

Il governo della Repubblica fece con cotesta combinazione un buon affare, poichè mentre il valore commerciale di quei due _vilayets_ era di molto ridotto per le erosioni fatte dagli stessi francesi nei loro _hinterlands_, il ministro Delcassé -- che concluse l'accordo col ministro italiano Prinetti -- abbandonava all'influenza italiana un territorio dove la Francia non aveva interessi e che mai avrebbe potuto far suo; l'Italia non avrebbe subìto quest'altro colpo, e non sarebbe rimasta sola a pararlo.

L'abbandono del Marocco all'esclusiva influenza francese fu un notevole sacrificio degli interessi italiani e pregiudicò irrimediabilmente l'avvenire della nostra politica mediterranea. Una Francia troppo forte nel mare che ci circonda è un pericolo permanente per noi. Crispi intendeva che la Tripolitania divenisse italiana come compenso all'ingrandimento già avvenuto della Francia con la occupazione della Tunisia; il Marocco allora indipendente, non poteva formare oggetto di accordi che avessero relazione col passato. Per questo egli lavorò a creare interessi italiani e influenza italiana nell'impero sceriffiano e prese intelligenze con la Spagna che, purtroppo, i suoi successori non seppero mantenere.

Durante il suo primo ministero, Crispi colorì il suo disegno con importanti successi. Il Sultano Mulei Hassan dette a italiani consenso e denaro per l'impianto di una fabbrica d'armi a Fez e di una zecca, e giunse nella sua deferenza ai consigli del nostro governo sino a risolversi alla creazione di una marina da guerra e ad ordinare ad un cantiere italiano, quello degli Orlando di Livorno, la costruzione della sua prima nave.[11]

[11] Questa nave, alla quale fu imposto il nome di _Bascir_, era già pronta da tempo (la commissione era stata data con contratto del 19 giugno 1890) quando il Sultano Mulei Hassan, superando gl'intrighi francesi, si decise a farne prendere la consegna, come risulta dal seguente documento. Disgraziatamente Mulei Hassan morì quindici giorni dopo gli ordini dati al Vizir Garrit, e il successore Mulei Abd-el-Aziz mutò idea:

«_Il Vizir Garrit al R. Ministro in Tangeri._ (_Traduzione letterale_)

20 Caada 1311. (25 maggio 1894).

Lode a Dio. Non havvi forza e possanza se non in Dio Altissimo, Onnipotente.

Abbiamo ricevuto la tua lettera con la quale ci informi che la nave da guerra costruita per Sua Maestà Sceriffiana nel vostro paese è pronta e che i costruttori che la costruirono desiderano farne la consegna, ed in questo senso rivolsero domanda al tuo eccelso Governo. Che il tuo Governo ti ha ordinato di interessarti a tale cosa e ci inviasti, entro la tua lettera, le note della spesa annua occorrente per la nave, siccome te ne aveva fatto richiesta Sua Maestà Sceriffiana -- che Iddio esalti. Ci inviasti altresì entro la tua lettera la nota della spesa occorrente per l'acquisto delle munizioni per i cannoni che saranno collocati su questa nave, perchè ogni nave da guerra è provvista di tali munizioni e l'acquisto di esse è a carico del Makhzen (governo Marocchino). Ci hai infine domandato di farti conoscere l'epoca che S. M. Sceriffiana designerà per ricevere la nave suddetta e chi sarà incaricato da parte di S. M. di riceverla perchè tu ne renda informato il Governo del tuo augusto e potente Sovrano, e quando arriverà in Italia il delegato del nostro Signore -- che Iddio renda vittorioso -- il tuo Governo si occuperà con lui dell'affare della scelta degli ufficiali che dovranno andare sulla nave suddetta.

Ho portato il contenuto della tua lettera e delle note annessevi a cognizione del nostro sceriffiano Padrone -- che Iddio renda vittorioso. -- Sua Maestà prese conoscenza di tutto ed emanò ordine sceriffiano ai Governatori dei porti di mare, menzionati in margine, di scegliere a mezzo del tuo rappresentante, che tu invierai presso di loro, trentaquattro marinai fra i marinai di quei porti e sedici artiglieri. Manda presso di loro (dei Governatori) il tuo rappresentante perchè li scelga egli stesso. S. M. ha altresì ordinato agli amministratori delle Dogane dei porti suddetti di provvederli (i marinai e gli artiglieri) del necessario e di imbarcarli per Tangeri. Ha ordinato al Governatore di Tangeri di alloggiarli convenientemente, e agli amministratori della Dogana di quest'ultima città di dar loro il vestiario d'uso e di somministrar loro la muna d'uso (un tanto al giorno per il vitto) fino a che partiranno per l'Italia. -- Le lettere sceriffiane per i Governatori e gli amministratori dei suddetti porti e quelle per il Governatore, gli Amministratori di Tangeri ed il Naib (rappresentante) Sid Mohamed Torres arriveranno a tue mani dentro questa lettera. Il nostro Signore -- lo esalti Iddio -- ha designato El Agi El Arbi Briscia quale rappresentante della S. M. Sceriffiana per ricevere la consegna della nave suddetta, consegna formale siccome è detto nel relativo contratto. S. M. -- la sua gloria sia duratura -- ha eziandio designato l'Amministratore Sid Omar ben el Medhi Ben Gellun di Rabat quale amministratore sulla nave da guerra. Entrambi arriveranno presso di te con la risposta circa la spesa annua per la nave e circa la spesa per l'acquisto delle munizioni per i cannoni.

_firmato:_ _Mohammed-el-Mufadde Ben_ _Mohammed Garrit_.» (Dio siagli propizio).

La Spagna aveva nel Marocco una tradizione da continuare e ingenti interessi, sia per i possessi effettivi tenuti in quell'impero, sia per i diritti che vantava per il trattato di Wad Ras e per la stessa sua posizione geografica. Era quindi sana politica quella seguita da alcuni suoi statisti, come il duca di Tetuan, di procedere di conserva con l'Italia per resistere alla invadenza francese. Crispi sinchè fu al governo dette alla Spagna l'appoggio della sua autorità presso le grandi potenze e dei suoi consigli, e le sorti dell'influenza spagnuola nel Marocco sarebbero state più propizie se Spagna e Italia avessero continuato quell'indirizzo.

L'accordo franco-italiano del 1902, sebbene oneroso per l'Italia, ebbe contraria una gran parte dell'opinione pubblica francese. Non v'è scrittore francese di questioni internazionali che non l'abbia deplorato, considerandolo da un angolo visuale esclusivo come se la Francia sola esistesse e gli altri popoli non avessero il diritto di provvedere al loro avvenire. «Lo _statu-quo_ nella Tripolitania -- hanno scritto sino a ieri -- non è la migliore garenzia della durata delle buone relazioni tra la Francia e l'Italia nel Mediterraneo? Quando l'Italia si sarà stabilita a Tripoli, le buone relazioni non potranno durare!»[12]

[12] Cfr. _R. Pinon_: _L'Empire de la Méditerranée_.

E pochi mesi or sono, in febbraio 1912, quando l'Italia già guerreggiava contro la Turchia, Gabriele Hanotaux, ex-ministro degli affari esteri, ha scritto che l'occupazione italiana della Tripolitania «apre un grande conflitto tra l'Italia e la Francia!»[13]

[13] Cfr. nel giornale _Figaro_: «Il pericolo punico».

Se il senso dell'equità non riuscirà a penetrare nelle menti dei nostri vicini d'occidente, se il governo della Repubblica non saprà rendersi superiore alla latente ostilità del popolo francese per ogni interesse italiano, se la Francia non dimenticherà la storia del suo predominio e della sua influenza al di qua delle Alpi, le parole di Gabriele Hanotaux saranno un vaticinio. E sarà un triste giorno per i due popoli, i quali anche nell'opera d'incivilimento dell'Africa potrebbero giovarsi di una solidarietà che sarebbe gloriosa per entrambi.

Ma se l'avvenire ci riserba il «grande conflitto», siamo sicuri che non sarà l'Italia ad accenderlo.

La Porta accettò soltanto nel 1910 di trattare una delimitazione di frontiera, ma chiese ed ottenne, affinchè non fosse implicito, per tale suo atto, il riconoscimento del trattato del Bardo, che i commissarii tunisini fossero nominati dal Bey e non dal Residente francese.

La Commissione si riunì a Tripoli in aprile 1910. Dapprima i commissarii ottomani sostenevano una linea che da El-Biban, sul mare, va all'oasi di Remada, rivendicando alla Tripolitania le usurpazioni compiute dai francesi. Poi, chissà per quali influenze, ripiegarono, e il 10 maggio venne firmato un atto che indicava sulla carta il tracciato della frontiera. Cotesto tracciato si sviluppa dal Mediterraneo a Gadames su di una lunghezza di 480 chilometri; parte da Ras Adjedir (o Adijr), tocca Dehibat, passa tra Dehibat e Uezzen, volge verso i due pozzi di Zar, dei quali uno rimane alla Tripolitania e l'altro alla Tunisia, quindi si dirige verso il pozzo di Mechiguig (o Imchiguig) che rimase in Tripolitania. A partire da questo pozzo, la frontiera resta equidistante tra le carovaniere Djeneien-Gadames e Nalut-Gadames, gira la Sebkhat-el-Melah e va a finire a 15 chilometri al sud di Gadames, che rimane alla Tripolitania. (Cfr. _Leon Pervinquière_: _La Tripolitaine interdite -- Ghadamès_.)

La commissione franco-turca doveva poi proseguire i suoi lavori per la delimitazione delle zone d'influenza oltre Gadames, rimaste incerte anche negli accordi anglo-francesi che, del resto, la Turchia non riconobbe. La guerra italo-turca impedì quella riunione; così che la questione è aperta e dovrà trattarsi tra l'Italia e la Francia, se il governo italiano non ha già commesso la debolezza di cedere alle pretese francesi, senza vagliarle, cominciando dal riconoscere legittima l'occupazione di Gianet, compiuta dalla Francia durante quest'ultima guerra, in ispregio alla dichiarazione di neutralità.

_Capitolo Terzo._ -- Le fortificazioni di Biserta.

Biserta, la «maggiore posizione strategica del Mediterraneo». -- Crispi impedisce alla Francia di fortificarla. -- Gl'impegni del 1881, confermati da vari ministri francesi, sono da Ribot dichiarati senza valore. -- Sorpresa della Germania per la teoria di Ribot. -- Lord Salisbury presta fede alle dichiarazioni della Francia che non fortificherebbe Biserta. -- Pro-memoria di Crispi a Salisbury. -- Il cancelliere Caprivi e il reclamo italiano. -- Possibilità di guerra. -- Il ritiro di Crispi dal Governo lascia libera la Francia. -- Lo Stato Maggiore germanico e Biserta. -- Una lettera angosciosa di Crispi al Re Umberto. -- Biserta fortificata è l'orgoglio della Francia e una minaccia per l'Italia.

La questione di Biserta, accesa, si può dire, fin dal 1881, si fece viva e ardente più che mai, sotto il primo ministero Crispi (1887-91).

L'on. Crispi, nella qualità di ministro per gli affari esteri, tenne costantemente rivolta la propria attenzione a siffatta vertenza, e non si stancò mai:

_a_) di far tener dietro, con vigilante cura, sul posto, al progresso e alla natura de' lavori che si venivano compiendo a Biserta:

_b_) di denunziare alle potenze amiche, alleate, o interessate, siffatti progressi ed ogni lieve fatto che meritasse di essere rilevato;

_c_) di chiedere schiarimenti e ottenere assicurazioni dal governo francese;

_d_) e sopratutto, di interessare l'Inghilterra a prendere l'iniziativa e ad associarsi a noi e ai nostri alleati in una azione diretta ad impedire il proseguimento di que' lavori. che si rivelavano contrari agl'impegni presi dalla Francia all'epoca dell'imposizione del suo protettorato in Tunisia, e che minacciavano di turbare l'equilibrio e lo _statu quo_ nel Mediterraneo.

Il gabinetto britannico, dietro nostre replicate sollecitazioni, con memorandum 10 gennaio 1889 ammise e dichiarò al nostro governo di riconoscere che Biserta era la _maggiore posizione strategica nel Mediterraneo_, e fermamente ammonì, in conseguenza, il governo della Repubblica francese rammentando gl'impegni da esso presi nel 1881. La Germania fece altrettanto a Parigi per mezzo del proprio ambasciatore. E risulta così che la Francia non dette esecuzione ai suoi progetti perchè l'Europa teneva gli occhi rivolti a Biserta. La Repubblica francese, infatti, -- (essendo ministro degli esteri il Goblet) -- si affrettò a rassicurare Londra e Roma che non aveva intenzione nè di ampliare nè di fortificare il porto di Biserta, e che trattavasi soltanto di scavi necessarii e periodici.

A nuove insistenze del ministro Crispi in data 29 gennaio 1889, Salisbury risponde confermando che la questione di Biserta interessa non meno la Gran Brettagna che l'Italia, e avvertendo che fa esercitare sul luogo continua vigilanza e manda ogni tanto una nave della flotta a constatare il vero stato delle cose.

Incessante dopo d'allora fu lo scambio di comunicazioni in proposito con Londra, con Parigi, Vienna e Berlino. Ancora il 5 novembre 1889 lord Salisbury trova giustificate le apprensioni nostre rispetto al porto e ai lavori che cautamente si eseguono a Biserta.

Il 25 giugno 1890 l'ambasciatore Tornielli telegrafa a Roma:

«Salisbury mi ha detto che il signor Waddington [ambasciatore francese a Londra] nega che i lavori di Biserta abbiano carattere militare.»

Ma in ottobre il ministro degli affari esteri della Francia, Ribot, mentre assicura che non sono in corso studi per l'erezione a Biserta di opere militari, afferma che la Francia ha facoltà di erigervene, e alla obiezione mossagli dall'ambasciatore italiano che per bocca dei ministri suoi predecessori la Francia ha assunto impegno di non fortificare quel porto, risponde che qualunque dichiarazione precedente non lega il governo francese, e che il Bey, in ogni caso, ha piena libertà di premunirsi.

Questa arditissima teoria del ministro Ribot, comunicata alle Cancellerie amiche col rapporto del generale Menabrea che la riferiva, parve ed era una sfida. La Cancelleria germanica l'accolse severamente, secondo si legge nella lettera che segue dell'ambasciatore di Launay:

«Berlino, 5 Novembre 1890.

_Signor Ministro,_

Nel ricevimento ebdomadario di ieri ho dato lettura al Segretario di Stato del dispaccio di V. E. del 30 ottobre scorso num.... Mi sono giovato dell'allegato per redigere un promemoria confidenziale che rimetterò in copia, omettendo le due ultime frasi che concernono l'attuale attitudine dell'Inghilterra. Ma nel senso di esse mi sono espresso verbalmente.

Il barone de Marschall criticò vivamente la dottrina enunziata dal signor Ribot sul non valore delle dichiarazioni scritte e verbali fatte dai suoi due predecessori circa il porto di Biserta. Una dottrina simile sarebbe contraria a tutte le regole adottate nelle relazioni internazionali ed in opposizione con la buona fede, dalla quale nessuno saprebbe fare astrazione. Sarebbe altresì un atto cinico ed una vera mistificazione il porsi dietro la sovranità del Bey di Tunisi, ridotto a rappresentare una parte da marionetta, per mascherare i progetti della Francia. È questa una nuova goffaggine da aggiungere alle altre commesse dal ministro degli affari Esteri della Repubblica. Egli avrebbe fatto meglio dal suo punto di vista limitandosi a sostenere che la natura dei lavori progettati o in corso di esecuzione a Biserta, e il loro scopo, non hanno e non avranno che un carattere commerciale.

Il Segretario di Stato m'ha promesso di scrivere all'ambasciatore di Germania a Londra affinchè parli al _Foreign Office_ nel senso del promemoria predetto e ne richiami l'attenzione sul contenuto del medesimo. Se lord Salisbury -- forse perchè l'opinione pubblica del suo paese non si appassiona ancora a tale questione -- non crede che sia venuto il momento per ricordare al gabinetto francese i suoi impegni formali, questo ministro è però animato da buone intenzioni verso di noi e sorveglia da vicino le mene francesi. Nondimeno è utile dare al marchese di Salisbury una spinta.