Part 6
Siccome queste aspirazioni della Francia su Tripoli hanno incontrato una marcata opposizione presso le grandi potenze, si cerca, mediante una risposta ironica, di dare il cambio all'opinione pubblica sulle intenzioni di questo Governo per ora paralizzate. Ma la gente di buon senso non si lascierà cogliere da tali discorsi. Basti rammentare il modo di procedere della Francia colla Tunisia. Finora non ha ancora trovato i Krumiri per la Tripolitania e così questo Governo vuole dissimulare la sua delusione scherzando contro l'Italia.
Non conosco ancora telegramma Stefani cui allude V. E.»
«Parigi, 23 gennaio 1891.
(_Riservato_). Ecco secondo il testo ufficiale il solo periodo mordace del brevissimo discorso di Ribot: «Quant à cette campagne, dont vous a parlé tout à l'heure monsieur Pichon, quant à tous ces articles de journaux dont la fréquence et la similitude peuvent en effet attirer l'attention, c'est peut-être leur faire beaucoup d'honneur que de s'en occuper ici. Ce n'est pas le Gouvernement français qui doit se plaindre de ces articles; c'est, il me semble, le Gouvernement italien, car, dans un discours, que vous n'avez pas oublié, l'honorable monsieur Crispi a déclaré qu'il tenait à l'amitié de la France».
L'ironia era più spiegata nel discorso Pichon che perfino in una frase di calde proteste di amicizia, chiamando l'Italia il più simpatico sorriso della civiltà latina, sembrò rinviare a V. E. il complimento di Firenze.»
L'on. Crispi il 22 stesso, ricevendo dall'Agenzia _Stefani_ il resoconto telegrafico della interpellanza Pichon e della risposta del ministro Ribot, aveva notato l'ironia che contenevano e se ne era lagnato come di una sconvenienza col Menabrea. Il 26 telegrafava a quest'ultimo:
«(_Personale_). Ieri al ricevimento ebdomadario venne da me il Signor Billot. Dopo parlato di vari argomenti, egli cominciò insistere nel voler conoscere la mia opinione sulla interrogazione del signor Pichon. Avendolo io più volte pregato di non toccare quello increscevole tema ed egli seguitando a parlarne gli dissi: «Vous français vous aimez faire de l'esprit et monsieur Pichon en a fait parlant de l'Italie, comme monsieur Ribot en parlant de moi». Allora l'ambasciatore tentò scusare il suo Ministro osservando che forse non conoscevo testualmente le parole da lui pronunciate. Risposi e gli mostrai che ne avevo il testo ufficiale sotto gli occhi e lo pregai nuovamente di cambiar discorso. Non aderendo egli a questo mio desiderio dissi: «Eh bien, comme homme je me sens supérieur à votre monsieur Ribot, parce que j'ai fait pour la cause de la liberté, ce qu'il n'a fait jamais; comme ministre je suis son égal et par conséquent j'ai droit à son respect». E avendo il signor Billot esclamato: «c'est de la susceptibilité italienne» replicai: «non, c'est l'effet de l'attitude de vous français, d'autant plus que l'interpellation avait été combinée entre monsieur Pichon et monsieur Ribot. Or je comprends que dans une improvisation un ministre puisse sortir de la juste mesure. Je ne comprends pas que cela arrive lorsque le discours a été preparé d'avance».
Il signor Billot non seppe che rispondere ed io allora per mutare argomento gli chiesi del signor Desmarest, e di altro; così la conversazione procedette e finì amichevolmente come al solito.
Di quanto precede ho voluto informare Vostra Eccellenza per sua norma personale, non già perchè Ella prenda occasione d'intrattenerne il signor Ribot.
_Crispi_.»
Gl'incidenti di frontiera, come le esplorazioni militari nell'_hinterland_ tripolitano, continuarono negli anni seguenti. Le autorità turche o lasciavano indisturbati i francesi o fiaccamente mostravano di ostacolarli. Al principio del 1894, quando Crispi riassunse il governo, la Francia aveva allargato il suo già vastissimo dominio africano a danno della Tripolitania, e continuava a sopraffare le timide resistenze della Turchia, con silenziosa pertinacia, impedendo ai viaggiatori di altre nazioni europee d'inoltrarsi verso il sud[8] affinchè mancasse ogni accertamento delle voci, che pur correvano a Tripoli, di nuove usurpazioni, in aprile di Kuka, in giugno delle oasi di Gadames e di Ghat, più tardi di Zuara e della baia di El Biban, oltre la quale avevano portato il confine sul litorale.
[8] Al viaggiatore italiano Sebastiano Martini, che da Gabes in gennaio 1894 si proponeva partire pel Sud tripolitano, fu vietata la partenza dalle autorità francesi.
Rinnovando proteste ed esortazioni ad agire diplomaticamente per impedire che l'equilibrio del Mediterraneo fosse ulteriormente turbato, Crispi trovò indifferente l'Inghilterra e tepide la Germania e l'Austria. Il 4 aprile, l'ambasciatore Tornielli telegrafava:
«Lord Kimberley non ha ancora ricevuto avviso della occupazione di Kuka, ma non mette dubbio che i francesi sieno in cammino per raggiungere il Bar-el-Ghazal. Gli domandai se a suo avviso la Turchia non avesse nulla a dire in proposito, e rimase silenzioso. Credo che malgrado che qui si continui a credere che Francia non potrà tenere un paese così vasto, tuttavia la marcia verso il Sudan egiziano inquieta Governo.»
E da Costantinopoli avvertiva l'ambasciatore Collobiano:
«La Sublime Porta sembra non dimostri interesse per la questione dell'_hinterland_ tripolino dopo insuccessi delle pratiche fatte nel 1890.»
L'attività e la fermezza della Francia nell'estendere i confini del suo impero africano erano davvero sorprendenti. Grande era lo slancio dei suoi ufficiali e funzionari coloniali, i quali avrebbero voluto inalberare il vessillo francese su tutta l'Africa; ma anche il governo di Parigi nel suo spirito d'intraprendenza non vedeva ostacoli. Il 4 febbraio 1894 fu stipulato un accordo tra la Francia e la Germania per la delimitazione dei rispettivi territorii del Camerun e del Congo, la quale partiva dalla intersezione del parallelo della foce del fiume Campo col 15º meridiano Est Greenwich e seguiva una linea spezzata i cui lati principali erano il 13º longit. E. Greenwich, il 10º lat. N. e il _thalweg_ dello Sciarì, sino al lago Tciad.
La Francia riuscì con quell'accordo a congiungere i suoi possedimenti del Congo coll'_hinterland_ riconosciutole dall'Inghilterra nel 1890 e che s'estendeva dall'Algeria e dalla Tunisia al lago Tciad. Praticamente le sponde di quel lago, dalla foce dello Sciarì girando a destra fino a Barruva (limite anglo-francese), divennero francesi; e verso oriente la Francia non aveva altri impedimenti alla sua espansione che quelli che potessero esserle suscitati dall'Inghilterra il giorno in cui volesse penetrare nel bacino del Nilo.[9] Parve allora che tutto l'_hinterland_ tripolino cadesse in balìa della Francia, e sebbene nell'accordo del 1890 l'Inghilterra riservasse i diritti della Porta, si prevedeva che la Turchia non avrebbe sollevato resistenze, e neppure l'Inghilterra, allorquando la Francia, impadronitasi del Wadai e del Baghirmi, si fosse avanzata verso la frontiera tripolina meridionale.
[9] La Francia tentò di metter piede nella valle dell'Alto Nilo tra il 1895 e il 1898. Impotente a far uscire l'Inghilterra dall'Egitto, volle con mosse caute e lente avvicinarsi al Sudan Egiziano. Il governo britannico avvertì subito i disegni francesi e non esitò ad ammonire per bocca di Sir Edward Grey (seduta della Camera dei Comuni del 28 marzo 1895) che avrebbe considerata una spedizione francese nella valle del Nilo come un «atto nemico (_unfriendly_)». Tuttavia, essendo ministro degli affari esteri in Francia l'Hanotaux, fu affidata segretamente al capitano Marchand la missione di raggiungere Fachoda, capoluogo del Bar-el-Ghazal, e di alzarvi la bandiera francese. Il Marchand raggiunse l'obbiettivo il 10 luglio 1898. Ma il 19 settembre giunsero dinanzi a Fachoda anche gl'inglesi e intimarono al Marchand lo sgombero della posizione. Il bravo ufficiale dovette rassegnarsi quando da Parigi gli giunse un ordine conforme.
La Francia cedette, pur credendo che il suo diritto fosse leso, dinanzi alla forza, poichè l'Inghilterra era decisa a far valere la propria volontà.
L'Hanotaux, il quale era stato sostituito al ministero degli affari esteri dal Delcassé quando l'incidente ebbe quella soluzione dolorosa per l'orgoglio francese, ha esposto nel suo volume «_Le partage de l'Afrique: Fachoda_» le ragioni che a proprio avviso giustificavano la condotta della Francia, dolendosi che l'opinione pubblica del suo paese non confortasse il governo a resistere:
«.... l'impérialisme (britannico) faisait feu de toutes pièces.... il prenait position en vue d'une rupture et agitait le spectre de la guerre. A ce degré d'exaltation, il ne trouvait plus de contre-partie dans l'opinion française:.... une véritable panique, emportait les esprits; cette panique, accrue par tant de moyens dont dispose l'Angleterre, s'exagérait par elle-même et donnait à cette puissance toujours admirablement renseignée, la mesure de ce qu'elle pouvait tenter. La France ne trouva pas à cette heure, dans son droit, dans sa bonne foi, dans ses intentions aussi raisonnables qu'honorables, une de ces impulsions unanimes et chaleureuses qui, en d'autres circonstances, ont réchauffé et animé les gouvernements» (pag. 147).
Per dare un'idea dell'attività usurpatrice della Francia riferiamo due memorie che in giugno 1894 e in giugno 1895 l'Ufficio Coloniale del Ministero degli Affari Esteri faceva a Crispi:
«Con rapporto 2 corrente il regio console generale a Tripoli riferisce intorno ad una corrispondenza comparsa sul giornale francese _La Dépêche Tunisienne_ del 26 maggio, nella quale, sulle traccie di un articolo del _Journal des Débats_, si raccomanda la prossima occupazione delle oasi di Ghadames e di Ghat da parte della Francia. Con altro rapporto del 3 corrente il cav. Grande dice d'averne parlato al governatore di Tripoli, il quale non dubita punto che i francesi mirino ad impadronirsi di quei due villaggi e che presto o tardi vi riescano.
Le oasi di Ghadames e di Ghat si trovano sulla carovaniera che parte da Tripoli, e biforcandosi a Ghat, conduce per Agades al Sokoto, oppure per Bilma al lago Tciad. La ricchezza della Tripolitania è esclusivamente commerciale, e privata delle carovaniere che mettono al Sokoto, al Bornù, ai Baghirmi e al Wadai, la Tripolitania potrebbe paragonarsi ad «uno scrigno vuoto». Ora, lo stabilimento della Francia a Barruva sul lago Tciad, permesso dalla delimitazione anglo-francese del 5 agosto 1890, taglierà le comunicazioni fra Tripoli ed il Sokoto, e renderà difficili quelle col Bornù; la occupazione francese di Ghadames e di Ghat lascierebbe alla Tripolitania la sola strada Bengasi-Kufra, la quale però perderebbe ogni sbocco colla conquista, pur troppo non impossibile, del Wadai da parte della Francia.
A Ghadames i turchi hanno una guarnigione d'oltre 500 soldati, e dominio effettivo; gli stranieri non possono risiedervi ed un algerino che intrigava apertamente a favore della Francia venne ultimamente espulso.
L'incidente relativo provocò la destituzione del kaimacan di Ghadames, che la Turchia promise, _pro bono pacis_, all'ambasciatore Cambon.
Adesso la Francia vuol ottenere a favore degli algerini la facoltà di risiedere a Ghadames, e ottenutala, ne approfitterà per mandarvi emissari i quali facciano deviare su Tunisi il commercio della regione del Tciad.
A questo si aggiunga che una esplorazione francese semi-ufficiale, condotta dal giovane de Maistre, è partita in questi giorni dall'Algeria nella direzione di Ghat.
Venne chiamata sulla questione l'attenzione dei governi di Berlino e di Londra, come interessati, al pari del nostro, a conservare l'equilibrio del Mediterraneo. Ma quelle pratiche, non formali, trovarono poco ascolto. La Germania non vuole contrastare alla Francia i suoi progressi africani, e l'Inghilterra, minacciata nel bacino del Nilo, cerca adesso un aggiustamento a Parigi, e tutto lascia credere che per ottenerlo sacrificherebbe di buon grado l'_hinterland_ tripolino.»
«La _Carte générale des possessions françaises en Afrique au 1er janvier 1895_ edita in Parigi da Augustin Challamel (Librairie coloniale, 5 rue Jacob) a cura di quel Ministero delle Colonie, e destinata ai membri del Parlamento francese, è tale da richiamare la generale attenzione.
Affinchè l'occhio di coloro ai quali è destinata non sia distratto dallo scopo cui si è mirato, sulla distesa in bianco del continente africano sono colorati con due diverse tinte rosee solo i paesi ed i territori considerati in Francia come possessi francesi, i quali (come si apprende dalla leggenda della carta stessa) vengono distinti in due categorie; cioè:
1.ª Possessions et pays de protectorat proprement dits;
2.ª Zone d'influence politique;
quelli, segnati con fitte righe orizzontali continue; questi, con punteggiatura; segni che danno all'occhio l'impressione di un colore vivo per i primi, più attenuato per i secondi.
La carta è stata costruita prendendo per meridiano di base quello di Parigi.
Or, ciò che nell'esaminarla colpisce, a prima vista, l'osservatore, è oltre all'aver fatto della Tunisia una semplice continuazione, una cosa sola col diretto possesso dell'Algeria, la franchezza con la quale vi si accenna a costituire in un grande insieme, senza soluzione di continuità, tutta la sterminata distesa di territorii che va dal capo Bon a Brazzaville sul Congo, dal Capo Verde al Bahr-el-Ghazal, con tentativo di limitare alla costa, senza alcun _hinterland_, il Marocco ed i possessi europei di qualunque nazionalità scaglionati sull'Atlantico fin verso le foci del Congo.
La gran macchia rosea s'avanza così con una larga curva, che va dal golfo di Gabes al 5º di latitudine nord, donde s'insinua nel territorio del Bar-el-Ghazal.
Nè basta: altra macchia parte dalla baja di Tagiura con sfumatura che accenna all'intendimento di congiungersi alla precedente, in modo da avvolgere a sud la valle del Nilo, tagliandole tutte le comunicazioni con l'Africa australe.
Quando si rifletta alla tenacia dei propositi con cui la Francia continua a rodere gli _hinterlands_ ancora rimasti al Marocco ed alla Tripolitania; al diritto di prelazione che si arroga sul territorio dello Stato indipendente del Congo, col quale, in questi ultimi tempi, ha stretto una convenzione in antitesi con la precedente stipulata dal Congo coll'Inghilterra circa la zona fiancheggiante l'Alberto-Nianza, disponendo così in favore del Congo di un territorio posto nella valle del Nilo; e si pensa, inoltre, all'opposizione non dissimulata contro l'azione inglese in Egitto, nonchè ai tentativi fatti in Etiopia a danno dell'influenza italiana sancita dai trattati; dinanzi a questa carta così recente ed ufficiale, risulta evidente che la Francia prosegue il disegno grandioso di ridurre al suo dominio ed alla sua influenza il continente nero, a partire da oltre il 10º parallelo di latitudine sud, per giungere fino alle rive del Mediterraneo.
Quando poi da una osservazione sommaria si passa ad un esame minuto della carta, ciò è eloquentemente confermato da significanti particolari.
Infatti, mentre per i paesi dell'Africa australe fin verso l'Equatore gli scompartimenti territoriali sono indicati, segnando e i rispettivi confini e la potenza che ne ha il possesso diretto od il protettorato, per quelli a settentrione non avviene altrettanto. In tutta l'Africa orientale non si trova nessun segno di confine e nessuna indicazione di possesso, tranne sulla costa dell'Oceano indiano, che va dal confine N. e N.-E. dei possedimenti tedeschi nell'Africa orientale, al capo Guardafui; costa divisa dalla foce del Giuba in due parti. Su di essa e ben prossime al mare si trovano le due leggende: «_Possessions anglaises de l'Est africain_» ad ovest del Giuba, e «_Possessions italiennes_» ad est di detto fiume.
Ma più a nord non si trova nessuna traccia dei confini fissati dal protocollo anglo-italiano del maggio 1894 per le rispettive zone d'influenza nella penisola dei Somali. E peggio ancora avviene risalendo al golfo d'Aden ed al mar Rosso; che, mentre il confine di sud-est del possedimento francese di Obock viene spinto sin presso alla città di Harar, nessunissimo cenno reca la carta sui possedimenti italiani del mar Rosso, sull'Eritrea, sul nostro protettorato in Etiopia e sui protocolli anglo-italiani del marzo ed aprile 1891, che fissano i confini occidentali della nostra sfera di influenza.
Solo confine segnato nella vasta zona d'influenza italiana ed inglese nell'Africa orientale è quello suaccennato, che fu stabilito con la nota convenzione anglo-francese del febbraio 1888; ma, senza far altri nomi o dare altre indicazioni, che potevano riuscire incomode, il confine stesso viene -- come s'è già rilevato -- spinto vicino alla città di Harar, la quale è lambita a nord dal colore roseo sfumato indicante i paesi d'influenza francese, invece di fermarsi a nord-est di Gildezza, come è fissato nel detto protocollo.
Ma non la sola Italia è trattata, in questa carta ufficiale, in modo fantastico.
Sulle coste del mar Rosso, come lungo tutta la valle del Nilo, è vano ricercare qualsiasi punto che accenni ad un qualche interesse od influenza inglese o d'altra potenza; così pure lungo le spiaggie africane del Mediterraneo fino al golfo di Gabes, fin dove, cioè, incomincia il _roseo vivace_ del dominio francese.
Nel Mediterraneo è degno di nota il fatto che, mentre alla indicazione «I. de Malte» fa seguito fra parentesi quella di (A) «anglaise», e così avviene pure per «Gibraltar», non avviene altrettanto per l'«Ile de Chypre».
Mentre poi il compilatore della carta ha sentito vivo scrupolo di far conoscere che l'_Ile de Malte_ e _Gibraltar_ sono inglesi, dimentica invece di segnare che sullo stretto di Gibilterra, e precisamente sulla sponda africana, la Spagna ha da secoli dei possedimenti; e del pari dimentica d'indicare essere la costa dell'Atlantico che corre da capo Bojador al capo Bianco pure possesso spagnuolo, conosciuto col nome di governo del Rio dell'Oro, e riunito alla capitaneria delle isole Canarie.
Nè minori sono le sorprese che riserva allo studioso l'ispezione degli altri paesi segnati in colore di rosa, e che a parere dell'autore della carta, formano le «Possessions françaises en Afrique».
Con lo stesso metodo con cui si è fatta giungere l'influenza francese sino alla città di Harar, si fanno lambire dalle varie tonalità del delicato colore, Figuig, finora marocchino, Ghadames e Ghat (sulla carta Rhât) appartenenti senza contestazione all'_hinterland_ tripolino; e così Jat, donde la linea sfumata della influenza francese volge arditamente a sud-est, per terminare, come si disse, sul Bahr-el-Ghazal al 5º grado di latitudine nord. Ivi si congiunge al colore più denso, segnale di possesso effettivo, che dall'Ubangi e dal M'Bomu a sud, va a nord ed a nord-ovest, abbracciando tutto il bacino dello Sciarì superiore fino al 10º di latitudine nord e da questo punto la destra soltanto, recingendo il lago Tciad dalla foce dello Sciarì ad est, nord ed ovest fino a Cuca, rasentata, al solito, dal colore di rosa.
Dalla parte occidentale, una linea retta che parte dai possessi algerini, segnati come effettivi fino a sud di Figuig, taglia lo incrocio del 5º di longitudine occidentale da Parigi col 30º di latitudine boreale, e va a terminare al 21º 20' pure di latitudine nord, sul prolungamento della linea di divisione fra il Senegal ed il governatorato di Rio dell'Oro, togliendo al medesimo ogni _hinterland_.
Con queste due linee sono congiunti i possessi francesi del Mediterraneo a quelli del Senegal, della Guinea francese, della Costa dell'Avorio e del Congo francese; e la congiunzione si termina, dal Niger al lago Tciad, con altra linea, che, nonostante la convenzione anglo-francese dell'agosto 1890, va direttamente secondo il 12º 30' di latitudine nord, lasciando Barruva e Sokoto alla Francia.
Dal vasto aggregato rimarrebbe tagliato fuori il territorio del Dahomey poichè gli _hinterlands_ rispettivi della costa d'Oro inglese, del Togo tedesco, del Dahomey francese e del territorio del Niger anche inglese, non furono mai oggetto di convenzione fra le potenze interessate, i cui interessi potrebbero essere in antagonismo; ma l'ingegnoso autore della carta non si scoraggia per ciò. Prolunga alquanto verso nord i confini che separano il Dahomey ad ovest del Togo germanico, ad est del territorio del Niger britannico; quindi li fa volgere arditamente, il primo a nord-ovest fino poco sopra il 10º di latitudine nord, il secondo a nord-ovest fino alla riva destra del Niger, il quale fiume è preso da lui per confine effettivo a nord-est, poi con una larga fascia del solito color di rosa attenuato, limita l'hinterland del Togo tedesco e della Costa d'Oro inglese, mentre collega il Dahomey all'impero africano francese.
Il quale impero viene così ad avere, per ora, tre basi d'espansione, senza pregiudizio dell'altra a cui si mira d'altro lato: la baia di Tadjura. Esse sono Tunisi ed Algeri a nord, quello che l'autore della carta chiama Sudan francese ad ovest, ed il Congo francese, aspettando che vi si aggiunga il Congo indipendente, a sud.
Così senza parlare dell'oasi di Tuat, che verrebbe ad essere considerata come completamente avvolta dalla zona d'influenza francese ed in essa compresa, senza parlare del modo equivoco col quale figurano Figuig, Ghadames e Ghat, modo che può offendere gli interessati all'integrità marocchina e tripolina, l'_hinterland_ tripolino viene a subire un altro ben grave attentato.
Le due grandi strade carovaniere, le quali da Ghadames e da Tripoli per l'oasi di Bilma conducono al Tciad, sarebbero, accettando questa nuovissima geografia politica dell'Africa, a discrezione della Francia, venendo ad essere in suo potere l'oasi di Bilma stessa, ove debbono necessariamente far capo. Nè basta: venendo con tale sistema anche il Vadai ed il Baghirmi ad essere inclusi nella sfera d'influenza francese, questa non troverebbe ormai più altri limiti alla sua espansione verso est che nel suo beneplacito stesso.
Quando nella convenzione anglo-germanica del 20 novembre 1893 sul lago Tciad, l'Inghilterra proponeva e la Germania accettava che quest'ultima non avrebbe estesa la sua influenza ad est dello Sciarì, e quando nell'accordo del 4 febbraio 1894 fra la Germania e la Francia si ripeteva ancora che lo Sciarì era il limite dell'espansione tedesca ad est, non poteva essere certo nell'intenzione di tutte le parti Contraenti che quello che non veniva consentito alla Germania dovesse senz'altro essere considerato come concesso alla Francia.