Part 25
«Al suo ritorno da Vienna S. M. l'Imperatore mi onorò di una sua visita personale per esprimermi, come disse, la sua soddisfazione di aver potuto stringer la mano a S. A. R. il Duca d'Aosta in occasione dei funerali dell'Arciduca Alberto. La visita durò a lungo e S. M. parlò un po' di tutto.... Fermandosi a discorrere specialmente dell'Austria, della sua impolitica condotta nell'Istria, ecc., S. M. mi disse aver trovato il conte Kálnoky meno inquieto per le nostre relazioni con la Francia, ma pur sempre alquanto preoccupato, che noi possiamo considerare la Triplice Alleanza non sufficientemente vantaggiosa per noi sol perchè non ci dà subito in piena pace il mezzo di giungere alla realizzazione dei nostri desiderii, delle nostre aspirazioni sui territori del Nord africano e altri. Sua Maestà avendo soggiunto: «Aspettate, lasciate che venga l'occasione e avrete tutto quel che volete», mi affrettai, non volendo per avventura che le parole del conte Kálnoky lasciassero cattiva impressione sull'animo del mio Augusto interlocutore, ad osservare che S. M. e il suo Governo conoscevano troppo bene la nostra politica, l'attitudine presa dall'attuale Gabinetto verso l'Inghilterra nelle cose d'Africa, il nostro desiderio di farci veramente il tratto d'unione fra l'Inghilterra e le Potenze della Triplice Alleanza, per dubitare che noi vogliamo con intempestivi conati suscitare complicazioni, che anzi facciamo sacrifizî per evitarle. Soggiunsi che siamo sempre stati e siamo consci dei nostri doveri e dei nostri diritti, che ci premeva anzitutto lo _statu quo_ nel Mediterraneo minacciato dalla Francia, e non sapevo spiegarmi la preoccupazione del conte Kálnoky. Se ci allarmiamo dei continui tentativi della Francia per estendersi in Africa, questi allarmi non sono infondati, chè quei tentativi, non mai ostacolati, potrebbero un giorno condurre ad uno stato di fatti compiuti -- e citai il porto di Biserta -- cui la guerra sola, che vogliamo tutti scongiurare, potrebbe riparare. S. M., che mi sembra persuasa di queste cose, apprezza la nostra politica verso l'Inghilterra, è sempre disposta ad appoggiarla, e fa voti perchè sotto i successori di Rosebery e di Kimberley, i quali non possono tardare molto a venire al potere, essa trovi quella favorevole accoglienza e quella cooperazione che finora abbiamo indarno cercato....»
Le buone relazioni tra l'Inghilterra e la Germania erano state per molti anni un elemento importantissimo della nostra situazione internazionale. È noto che gli accordi nostri con l'Inghilterra pel mantenimento dello _statu quo_ e la difesa dei comuni interessi nel Mediterraneo e in Oriente, completavano le stipulazioni del trattato della Triplice alleanza. La tendenza della politica inglese a comporre i dissidi anglo-francesi mediante compensi nel Mediterraneo e a modificare in Oriente il suo atteggiamento intransigente verso la Russia, allontanando ogni giorno dippiù l'Inghilterra dalla Triplice, giustamente allarmava il governo italiano. Il 1.º marzo 1894 Gladstone si ritirava definitivamente dal governo in seguito al voto contrario della Camera dei lords al progetto sull'_Home Rule_. Il suo ministero però rimaneva sotto la presidenza di lord Rosebery, che cedeva il ministero degli affari esteri a lord Kimberley. Il ritiro di Gladstone fu accolto con soddisfazione nelle sfere governative di Berlino, presso le quali fece poi anche buona impressione la caduta di Rosebery, avvenuta il 22 giugno 1895. Col ritorno al potere dei conservatori la Cancelleria germanica concepì qualche speranza nella ripresa, da parte dell'Inghilterra, dell'antica politica. Il barone Marschall, segretario di Stato al ministero germanico degli Affari esteri, divideva tale speranza:
«Potremo -- diceva egli -- aver divergenze coll'Inghilterra, e ne prevedo ancor molte nelle questioni coloniali, ma queste sono cose secondarie che non impediranno mai l'accordo sui grandi problemi che possono sorgere nel Mediterraneo e che toccano gli interessi dei nostri alleati; quelle divergenze daranno ragione all'Imperatore che, di recente, parlando con me su questi argomenti diceva: _Bah! wer sich lieb hat, neckt sich_ (qui s'aime, se querelle).»
Ma sorse poco dopo a creare malumori la questione del Transvaal, venne il telegramma dell'imperatore Guglielmo al presidente Krüger nel quale felicitava questi «che senza ricorrere all'aiuto delle Potenze amiche fosse riuscito a ristabilire la pace contro le bande armate che avevano invaso il suo paese e a difenderne l'indipendenza», venne l'acre polemica tra la stampa inglese e la germanica. Crispi, a dimostrazione di sentimenti amichevoli verso i due Stati, appena dichiaratosi il dissidio che fortunatamente fu subito composto, aveva accennato a una mediazione dell'Italia con questo telegramma all'ambasciatore a Berlino:
«Il dissidio anglo-tedesco è una sventura internazionale, e bisogna trovar modo di comporlo. Esso giova ai nemici della Triplice e nuoce a noi. Il nostro Augusto Sovrano se ne preoccupa, e mi ha espresso il desiderio d'intervenire con una parola amica fra le due parti, ove questa possa esser efficace. Ne parli al barone Holstein in mio nome, e qualora egli le dia speranza di successo, ne parli al Gran Cancelliere.
Qualunque sia il risultato delle nostre pratiche, avremmo per lo meno dato prova della nostra buona volontà e della nostra amicizia.»
Nei primi due mesi del 1896 apparve chiara la crisi delle alleanze e degli accordi ai quali l'Italia aveva affidato la sua sicurezza e la garanzia dei suoi interessi.
In breve, la situazione era la seguente: col peggioramento delle relazioni anglo-germaniche la Germania nostra alleata, facendo una politica a sè, riguardosa verso la Turchia, aveva agevolato alla Russia la preponderanza a Costantinopoli, e verso la Francia aveva iniziato una politica di concessioni, della quale uno dei frutti era stato l'accordo franco-germanico, risultante dal protocollo firmato il 4 febbraio 1894, che aveva riconosciuto l'_hinterland_ della Tripolitania nella sfera d'influenza francese.
La Francia, che nel 1891 aveva iniziato trattative per la delimitazione dei possedimenti franco-italiani nell'Africa Orientale e per una convenzione che avrebbe assicurato nella Tunisia un regime economico soddisfacente ai cittadini e ai commerci italiani, ritirò le sue proposte quando e perchè fu rinnovato il trattato della Triplice Alleanza; e continuava ad osteggiarci anche in Africa, inviando all'Harrar e allo Scioa denari e armi che dovevano essere rivolte contro di noi.
L'Inghilterra, lasciata libera di trascurare gli accordi che aveva con l'Italia per l'Oriente e pel Mediterraneo, si preoccupava soltanto della contestata sua posizione in Egitto e tendeva a cedere in Africa alla Francia, in tutte le questioni nelle quali era interessata l'Italia, così per l'Harrar e Zeila, come per Tunisi.
La Russia, come si era fatta guardiana degli Stretti, per difendere, insieme al suo dominio incontrastato nel Mar Nero, la propria influenza sulla Turchia, e aveva, rompendo il concerto europeo, impedito che anche l'Italia riprendesse, a fianco dell'Inghilterra, posizione in Oriente, intrigava, insieme alla Francia, in Abissinia, avanzando altresì la pretesa di un protettorato ortodosso con lo scopo di ostacolare l'influenza italiana.
L'Austria-Ungheria, infine, nonostante l'alleanza con l'Italia, si era sentita così libera da iniziare trattative commerciali col governo francese per la Tunisia, senza prevenirne nè informarne il governo italiano.
Da questa situazione risultava che l'Italia legata all'Inghilterra, alla Germania e all'Austria-Ungheria da convenzioni di reciproca garenzia, era, a causa di quelle convenzioni, combattuta dalla Francia in questioni vitali e, nella lotta, lasciata sola dalle alleate. Cosicchè la Francia, pur non conoscendo i patti della Triplice alleanza, era giunta con un processo intuitivo di eliminazione, a conoscerne la portata, e procedeva quindi brutalmente nella sua guerra coperta a tutti gl'interessi italiani, avendo la sicurezza di non incontrare ostacoli da parte della Germania e dell'Austria-Ungheria. Si può anche aggiungere che a nostre spese essa si era indennizzata della perdita dell'Alsazia-Lorena, acquistando preponderanza in tutto il Mediterraneo occidentale e negli _hinterlands_ delle regioni del Nord-Africa, dall'Atlantico sino all'Alto Nilo.
Esposta per tal modo l'Italia nello stato di pace a tutti i danni della guerra, al governo italiano, per la salvaguardia degl'interessi nazionali, si presentavano due vie: sciogliersi dalla Triplice alleanza cedendo alle pressioni francesi, o denunziare il trattato per sostituirlo con un altro che non prevedesse soltanto la guerra, ma fosse una garanzia per l'Italia anche nello stato di pace.
La prima via era irta di pericoli: seguendola, l'Italia sarebbe ritornata nelle condizioni d'isolamento nelle quali si era trovata sino al 1882, cioè prima della sua accessione all'alleanza austro-germanica, in balìa delle sopraffazioni francesi e della irritazione delle ex-alleate. La seconda via era più conveniente, e Crispi la preferì.
D'altronde, egli che non aveva mai ammesso che l'alleanza dell'Italia con le potenze centrali fosse una dedizione degl'interessi italiani, doveva nei precedenti della sua azione diplomatica attingere la fede di potere rompere il ghiaccio del particolarismo austro-germanico formatosi nei tre anni della sua lontananza dal Governo.
I documenti che seguono hanno un altissimo interesse storico: essi contengono i termini del problema che s'imponeva, l'ansietà patriottica del governo di Crispi e i suoi propositi.
_Diario -- 20 gennaio 1896._
Il barone Pasetti, ambasciatore d'Austria-Ungheria, giusta la fatta domanda, giunse alle ore 15.
Egli cominciò a discorrere degli accordi del 1887, della insufficienza dei medesimi per lo scopo cui si riferiscono. Il barone si espresse con diffidenza del Ministero britannico, e si lagnò del medesimo per aver agito a Pietroburgo senza averne avvertito i due alleati. Soggiunse, che bisognerebbe render più precisi gli accordi, modificandoli od ampliandoli, per renderli più sicuri.
Risposi, rifacendo la storia dei fatti che ci condussero ai suddetti accordi. Dissi che per me non hanno cessato di aver vigore le obbligazioni allora assunte. Ricordai che essendo stati trascurati tali accordi sotto Rosebery, all'avvento di Salisbury abbiamo interpellato questi, e ci fu risposto ch'egli riteneva ancora esistenti quegli accordi. Soggiunsi, che avevo fede nel ministro inglese, quantunque incerto talora ed esitante.
Il barone Pasetti fu lieto della opinione mia favorevole a lord Salisbury. Ripetè che, nondimeno, era necessario dare alle note del 1887 maggiore precisione. Espose dei dubbi sul contegno del Governo tedesco.
A questa osservazione dovetti rispondere, che gli accordi del 1887 erano stati fatti coll'intesa di Berlino e conseguentemente con l'approvazione del Principe di Bismarck, il quale dichiarò che stava al di fuori degli accordi. Egli voleva che gli obblighi fossero limitati tra l'Austria, l'Inghilterra e l'Italia. La Germania, pel momento in disparte, entrerebbe quando la Francia avesse preso parte diretta nelle cose d'Oriente e del Mediterraneo.
Certamente oggi in Berlino non potrebbe prevalere una politica diversa; e non bisogna diffidarne.
Conclusi, che noi stiamo fermi agli accordi del 1887; se giova renderli più precisi, noi vi ci presteremo. In questo caso ne avverta Vienna affinchè l'ambasciatore italiano e quello dell'Austria-Ungheria a Londra facciano le pratiche necessarie presso lord Salisbury.
Se lord Salisbury ha proceduto solo, ciò ha fatto per precauzione, e nel dubbio che i due alleati non lo seguissero. Non dobbiamo dimenticare la condotta nostra al 1878 ed al 1882. Tanto nella guerra contro la Russia, quanto per la insurrezione egiziana, l'Inghilterra fu lasciata sola. Aggiungete che in questi ultimi anni, dopo il mio ritiro al 1891, dei tre Governi ciascuno ha fatto a modo suo, e noi nelle quistioni del Mediterraneo, a Tunisi per esempio e nell'Eritrea, ci siamo trovati soli; la Francia ha fatto quello che ha voluto.
E che si è fatto in Oriente? Le flotte presenziarono le carneficine turche, e nissuno se n'è impensierito. Anche l'Austria fece da sè.
-- Dica al suo Governo, che l'Italia procederà lealmente coi suoi alleati. Mettiamoci d'accordo, e il mio Governo non mancherà al dover suo.
_Diario -- 21 gennaio._
Il conte Nigra ed il barone Blanc giungono a casa mia alle ore 15 e 10 minuti.
Il discorso si è aggirato su gli accordi del 1887. Dissi al nostro ambasciatore come in fatto quegli accordi siano rimasti inefficaci. Anche nella quistione orientale, tanto l'Inghilterra quanto l'Austria, ciascuna ha agito isolatamente senza averne prevenuto i due Governi alleati.
Riferii al conte Nigra il mio colloquio di ieri col Pasetti.
Il barone Pasetti manifestò che a Vienna diffidano di lord Salisbury, e chiedono che agli accordi del 1887 si dia precisione negli obblighi e negli scopi.
Osservai che, se vi è potenza che debba lagnarsi del modo come si son condotte l'Inghilterra e l'Austria, è l'Italia. Il nostro Governo, da parecchi anni in quà non ebbe l'ausilio dei due alleati. Tanto dalla triplice continentale, quanto dalla orientale, siamo stati lasciati soli. Ciò non avvenne mai prima del 1891 e specialmente quando Bismarck era al potere. Accetto quindi che gli accordi del 1887 si rivedano e si rendano più precisi; ma chiedo innanzi tutto che i firmatarii eseguano quanto avran pattuito.
Il conte Nigra affermò che non bisogna dubitare che l'Austria possa avvicinarsi alla Russia, e n'è garentia il fatto che a Vienna il ministro degli affari esteri è un polacco. Ciò posto, dobbiamo ritenere che l'Austria è interessata a rispettare la nostra alleanza.
Il ministro Blanc espose alcune sue osservazioni sulla condotta dell'Austria verso di noi. Conchiuse anche lui che gioverebbe al mantenimento della alleanza il rivedere gli accordi del 1887.
Partito Blanc verso le ore 15 e 45, siamo rimasti, Nigra ed io, un'altra buona mezz'ora insieme.
Il conte perorò la buona fede dell'Austria verso di noi.
Ci rivedremo.
_Diario -- 22 gennaio._
Il barone de Bülow giunge alle ore 18.
Il barone cominciò col chiedere notizie dell'Africa, felicitandosi della condotta dei nostri soldati. Venendo poi alle cose di Europa, affermò che la Germania sarebbe stata sempre con noi. Su questo feci qualche osservazione.
Dissi che dei beneficii dell'alleanza, io mi accorsi ai tempi di Bismarck, non dopo coi successori. Prima del 1890 appena una questione sorgeva, ne avvertivo Bismarck, ed egli, tanto in Londra, quanto a Parigi faceva sentire la sua parola e tutto andava pel meglio.[44] Della Triplice Alleanza noi soli abbiamo sentito il peso. Alle frontiere della Francia, nostra accanita nemica, noi abbiamo quotidianamente a provare fastidi d'ogni genere.
[44] Il ricordo dell'aiuto efficace dal principe di Bismarck dato alla politica italiana era per Crispi un argomento del quale i successori del gran Cancelliere non potevano non tener conto. E come qui sopra si legge se ne valeva.
Il Principe non trovò mai nè esagerate, nè fastidiose le domande di Crispi, e l'animo suo sinceramente amico continuò a manifestare anche quando ebbe lasciato la direzione politica della Germania. Eccone qualche prova.
In una lettera del 26 dicembre 1891 (Crispi non era più ministro) Bismarck gli scriveva:
«Je vous prie d'agréer mes voeux chaleureux, pour vous et pour tout ce qui vous est cher, au début de la nouvelle année. Je serais enchanté si l'année, dont nous allons franchir le seuil, me pouvait fournir l'occasion de vous serrer la main et de vous répéter de vive voix tous mes remerciments pour le cadeau que vous m'avez fait des meilleurs produits de votre patrie ensoleillée.... Croyez toujours, cher ami, à mes sentiments les plus dévoués et affectionnés, qui résultent de nos sympathies personnelles et politiques.
Tout à vous de coeur _v. Bismarck_.»
«Friedrichsruh, 31 dicembre 1895.
Agréez, cher et illustre ami, au jour de l'an, mes voeux les plus sincères pour votre santé et pour vos succès politiques.
_v. Bismarck_.»
«Friedrichsruh, 22 febbraio 1896.
Très touché, cher ami, de ce que vous ne m'oubliez pas au milieu de vos graves occupations, je vous remercie cordialement de l'aimable envoi de votre vin excellent et vous prie d'agréer mes meilleurs voeux pour le succès de votre politique et pour la gloire de l'armée italienne.
_v. Bismarck_.»
Il barone non potè negarmi che ai tempi di Bismarck le cose procedevano in miglior modo per noi. Soggiungeva però che il suo Governo si interessa delle cose d'Italia, e che noi l'avremmo al nostro fianco tutte le volte che ne sorgesse il bisogno.
Parlammo delle cose di Oriente, e non volli lasciar passare l'occasione per dichiarargli che l'Europa, con le sue navi tenute inerti nelle acque della Turchia, ha dato prova della sua impotenza.
Ritornati alle cose di Francia, ripetei che gran danno noi proviamo per gli odii di quella nazione e per le insidie di quel Governo.
_Diario -- 9 febbraio, ore 17._
Sono andato dal barone de Bülow alle 5 pomeridiane. Lo scopo era di parlargli delle relazioni tra l'Italia e la Francia.
Dissi all'ambasciatore tedesco:
-- Più di una volta ci son venuti consigli da Berlino perchè trovassimo modo di accordarci con la Francia in tutte le speciali quistioni che interessano i due paesi.
Non ci siamo riusciti! Sono pochi giorni ancora, avendo mandato a Parigi un nostro funzionario, ci servimmo di questa occasione per esplorare l'animo del signor Bourgeois, il quale, come sapete, è il presidente dell'attuale Ministero francese. Questo funzionario parlò delle varie quistioni pendenti tra noi e la Francia, e disse che giammai come oggi potrebbe trovarsi un accordo fra i due Governi, essendo Crispi al potere.
Il Bourgeois rispose a un dipresso nei seguenti termini:
«Un accordo tra i due paesi non è possibile, finchè l'Italia fa parte della Triplice. Il popolo francese vi si ribellerebbe. Tutti qui tengono gli occhi rivolti alle provincie perdute, e sanno che l'Italia alleata della Germania è di ostacolo al ritorno delle medesime alla madre patria. Assicuratevi che finchè voi farete parte della Triplice non è possibile intenderci».
Siccome vedete, caro barone, il signor Bourgeois fu molto esplicito e noi vediamo in tutto il contegno di lui verso di noi una asprezza tale che non lascia speranza di venire ad un accordo.
La Francia ci fa la guerra dappertutto. In Europa ed in Africa noi ci troviamo il Governo francese di fronte in ogni occasione e sempre malevolo. Dicesi che la Triplice fu stipulata per mantenere la pace. Per noi è il contrario. La Triplice per noi è la guerra. In Italia siamo insidiati per mezzo del Vaticano, e fuori con tutti i mezzi che può adoperare una diplomazia astiosa e sottile. I nostri commerci sono interrotti, e nessun trattato è possibile, nè in Tunisia, nè tra Francia ed Italia. Sventuratamente la Francia è alle nostre frontiere, e non possiamo fare a meno di avere rapporti con essa.
Ai tempi di Bismarck le cose erano meno difficili, perchè la parola del principe spesso si faceva sentire a Parigi.
E tutto ciò avviene perchè ci s'imputa a colpa di far parte della Triplice. Vi prego scriverne al principe di Hohenlohe, e far giungere queste mie dichiarazioni all'Imperatore. È una posizione intollerabile la nostra. Ve lo ripeto, per noi questo stato di cose è peggiore della guerra.
Il barone de Bülow parve impressionato delle mie parole e mi promise che ne avrebbe scritto a Berlino.
Crispi all'ambasciatore d'Italia a Berlino:
«Roma, 9 febbraio 1896.
_Signor Ambasciatore,_
Parmi utile che Vostra Eccellenza abbia notizia di una conversazione da me avuta oggi stesso con questo ambasciatore di Germania.
Ho creduto conveniente che il rappresentante di S. M. l'Imperatore Guglielmo in Roma fosse, al pari del rappresentante di S. M. il Re in Berlino, a perfetta conoscenza del pensiero del Governo italiano sulla situazione che ci è creata dalla ostilità della Francia e insieme dalla triplice alleanza. A conforto quindi di quanto già il barone Blanc aveva avuto occasione di esporre al signor de Bülow, ho richiamato sopra tale situazione l'attenzione del signor de Bülow stesso.
Gli dissi che, desiderosi anche noi, come sempre, di evitare complicazioni e di consolidare la pace, avevamo completamente diviso il modo di vedere, espressoci replicatamente dal Governo germanico, circa alla convenienza di venire tra Francia ed Italia ad accordi sopra le speciali questioni riguardanti i due paesi. Il regio ambasciatore a Parigi aveva quindi ricevuto istruzione di cogliere -- ed aveva colto infatti -- tutte le occasioni per rendere noti al Governo francese i nostri intendimenti più concilianti. Così è che, approfittando delle espressioni di simpatia e quasi di solidarietà civile contro la barbarie, dirette al regio ambasciatore dal presidente del Consiglio, dal ministro degli affari esteri e dal Presidente della Repubblica Francese a proposito della nostra guerra d'Africa, il Conte Tornielli era stato autorizzato a lasciar comprendere, ancora una volta, il nostro desiderio di venire ad accordi concreti per tutte le questioni ancora insolute tra Francia ed Italia, come la delimitazione nell'Africa orientale, il regime commerciale e personale in Tunisia, ecc.
Ancora una volta il Governo francese aveva mostrato a tutta prima di comprendere e di apprezzare il valore delle importantissime concessioni che noi ci chiarivamo disposti a fare; ma, ancora una volta, al momento di venire a qualche conclusione positiva, il Governo francese ne declinava ogni possibilità.
Aggiunsi al signor de Bülow che, mentre il Governo italiano aveva fatto così quanto gli era ufficialmente possibile, per venire agli accordi che la stessa Germania aveva mostrato di desiderare, io non aveva voluto darmi per vinto; e, approfittando della circostanza che un mio alto ed egregio funzionario, godente insieme di tutta la mia fiducia e dell'amicizia personale del signor Bourgeois, da lui stesso altra volta presentatomi, si recava a Parigi incaricato di una missione tecnica, gli avevo detto che, vedendo il Presidente del Consiglio francese, ne approfittasse per fargli presente che il momento non avrebbe potuto essere più favorevole per risolvere, d'accordo col Governo italiano, ogni questione irritante; che egli sapeva essere il Governo italiano in ottime disposizioni per ciò, mentre, d'altro lato, il paese avrebbe accettato, a questo proposito, da un Ministero da me presieduto, anche ciò che con altri Ministeri gli sarebbe sembrato costituire un atto di debolezza.
Ora, la risposta del signor Bourgeois era stata questa: