Part 24
Sir W. White passò nell'ambasciata di Germania la serata del 29, quando già il signor di Radovitz aveva in mano detta mia lettera; e venne da me l'indomani mattina, a dirmi che credeva non esservi nulla da fare per ora circa Candia. Io gli esternai il desiderio di tenermi in ogni caso in intima relazione come per il passato con lui e con il collega d'Austria-Ungheria, a scopi comuni. Egli mi rispose non esservi base a concerti in tre in tali questioni. Io m'ispirai allora al rapporto del conte Nigra del 4 agosto, e dissi a sir W. White che il conte Kálnoky, secondo le mie informazioni, continuava a credere che le intelligenze prese nel 1887 coll'Inghilterra non solo debbono essere considerate in pieno vigore, ma costituiscono una base preziosa ed importante dell'azione eventuale delle tre potenze alleate in Oriente. Sir W. White mi domandò se il conte Kálnoky avesse fatto qualche speciale allusione all'una o all'altra delle tante questioni che in Oriente sono criterio di una voluta e sincera comunanza d'interessi ed intenti, la quale, se manifestatasi nelle opere della pace, può tanto meglio poi esternarsi negli eventuali periodi d'azione. Replicai io non avere mai cessato dal segnalare non solo al mio governo, ma ai colleghi d'Austria-Ungheria e di Germania, le occasioni ed i mezzi di pacifica ed effettiva attuazione, per parte delle tre potenze mediterranee amiche, del convenuto scopo di benefica ed operosa preponderanza nostra comune; ma che delle tante questioni presentatesi, economiche, religiose, o puramente politiche, nelle quali antiche divergenze tra l'Italia e Austria-Ungheria erano da togliersi di mezzo, ignoravo se alcuna fosse stata trattata col conte Kálnoky, il quale menzionava soltanto l'interesse della consolidazione del principe Ferdinando, argomento sul quale in verità le tre potenze, come le tre ambasciate, non hanno per un momento mancato di dimostrare la più completa e favorevole comunanza d'apprezzamento. Ma ad ogni modo, osservai io a sir W. White, le anteriori asserzioni di lui stesso al barone di Calice e a me circa la caducità delle intelligenze tra l'Italia, Inghilterra ed Austria-Ungheria per le cose d'Oriente erano ritenute dal conte Kálnoky non conformi alla realtà delle cose. Sir W. White mi replicò dubitare che il conte Kálnoky avesse attualmente confermato le intelligenze del 1887 quali vigenti ed esecutorie; mi narrò aver egli, in una recente sua conversazione col conte Kálnoky, chiamatane l'attenzione sui pericoli per la conservazione dello _statu quo_ in Oriente del sistema di doppio governo vigente qui, ove la Porta impotente è incaricata d'intrattenere le volontarie illusioni delle potenze alleate, mentre il solo vero potere è nel Palazzo, ostile alle potenze stesse; nè avergli taciuto il suo pensiero, essere funesto il sistema della diplomazia austro-ungherese di assicurare l'impunità al Sultano e lusingarne l'arbitrario a scopi di apparente influenza, ed a detrimento dei più essenziali interessi comuni delle potenze amiche in Oriente.
Tali gravi affermazioni dell'ambasciata d'Inghilterra, alle quali egli aggiungeva, all'indirizzo della politica italiana, altri rimproveri, sui quali la mia precedente corrispondenza mi dispensa dal ritornare, traevano per me chiaro significato da amichevoli sue confidenze relative a quella questione di Macedonia che, inseparabile per la Grecia dalla questione di Candia, è tuttora il nodo delle difficoltà balcaniche. Sir W. White deplorava che l'ambasciata d'Austria-Ungheria, approfittando degli intrighi turco-russi del Palazzo contro lo sviluppo degli interessi anche commerciali e ferroviari inglesi ed italiani nella penisola balcanica, continuasse in Turchia la politica di esclusivismo economico che le era mal riuscita in Rumenia ed in Serbia; che a Vienna si fosse osteggiata la riforma del Consiglio del debito ottomano e della banca ottomana, istrumenti di monopolio politico-finanziario avverso all'Inghilterra e all'Italia; favorito in Macedonia i Serbi quando Re Milano era sul trono, i Bulgari solo dopo che il principe Ferdinando venne a Sofia; sostenuto il principio francese e russo delle protezioni religiose a pro di protezioni austro-ungheresi sui cattolici dei Balcani, contrariamente al principio anglo-italo-tedesco delle protezioni di ciascuno sui propri nazionali; rifiutato di ammettere passi collettivi presso la Porta contro il brigantaggio sulle ferrovie ottomane sottoposte alla protezione austro-ungherese fino a Costantinopoli ed a Salonicco; dimostrato inquietudini ad ogni comparsa di squadre inglesi od italiane a Salonicco o a Smirne; ammesso la teoria russa per il passaggio di truppe russe nel Bosforo; evitato ogni adesione ai reclami inglesi e italiani contro la complicità del Palazzo col brigantaggio e contro la spoliazione sistematica dei rispettivi nazionali a beneficio della lista civile, abusi coperti dalla incondizionata protezione accordata dall'Austria-Ungheria al Sultano.
Pure malgrado tanti gravami, osservai io, l'Inghilterra aveva negoziato coll'Austria-Ungheria per l'attuale situazione di Candia, e coll'Italia no. Eravamo dunque in presenza di qualche nuova combinazione a nostro danno, come nel Congresso di Berlino? Sir W. White non rispose.
Anche il mio collega di Germania, come per dimostrarmi al pari di sir W. White non essere diminuita la nostra reciproca fiducia personale, si recò da me il 31 agosto ed intavolò francamente la conversazione sul grave argomento delle scosse intelligenze fra gli alleati in quanto all'Oriente. Sorvolando sulle divergenze verificatesi fra i gabinetti di Roma e di Berlino circa gli affari di Candia ed alludendo a disposizioni che negli ultimi tempi si erano, secondo il signor di Radovitz, dimostrate a Roma a favore della Russia, disse non potersi sperar nulla dal collega di Austria-Ungheria ormai per gli interessi politici ed i diritti privati compromessi dalla _curée finale_ che si fa in Palazzo degli ultimi elementi di vitalità dell'impero ottomano; il barone di Calice considerare successo bastante alla propria situazione l'aver fatto prevalere nel recente incidente di Uskub il principio di protezione religiosa non ammesso nè dalla Germania, nè dall'Italia, nè dall'Inghilterra; non potersi sperare il concorso del delegato austro-ungarico al disegno di eliminare dal debito ottomano il noto sindacato speculatore; perfino riguardo al brigantaggio, che assume nella Turchia la stessa indole politica che in Creta, avere egli, Radovitz, quale decano, in assenza del barone di Calice, chiesto al suo Governo l'autorizzazione di riunire i rappresentanti delle grandi potenze per deliberare circa i passi da farsi presso la Porta a beneficio anche dei sudditi di potenze minori, ma essersi il gabinetto di Vienna opposto a qualsiasi collettività anche ristretta in proposito. Passando alla quistione di Candia il signor di Radovitz mi confidò che le istruzioni di lord Salisbury a sir W. White ordinavano a quest'ultimo non solo di conferire col conte di Montebello ma «di trovar modo di porsi d'accordo con lui», lo che produsse in essi, Radovitz e White, profonda sorpresa e preoccupazione. Le mire delle rispettive potenze essere così apparse tanto oscure che il signor di Nelidow, sospettoso contro le tendenze francesi ad accordarsi coll'Inghilterra, aveva consigliato al suo collega di Francia a non spingere più oltre il negoziato. In conclusione il mio collega di Germania aggiunse che la questione di Candia sarebbe risorta fra breve, ma che per ora era meglio lasciarla cadere. E questa conclusione è concorde col telegramma di Berlino che Vostra Eccellenza mi comunicava iersera.
In sostanza, un principio d'accordo franco-inglese avendo avuto luogo per gli affari di Candia quale compenso per l'occupazione dell'Egitto, il regio Ministero venne escluso per volontà dei nostri alleati da tutto il negoziato relativo. Tale fatto è sintomo assai chiaro del ritorno alla situazione del 1884, nella quale l'Italia, per aver sistematicamente agito negli affari d'Egitto in senso contrario allo spirito delle alleanze da essa concertate, vide sciogliersi di fatto il fascio delle alleanze stesse e rimase nell'isolamento. Vengono anche confermate da tale fatto le previsioni espresse nel mio rapporto del 30 giugno, circa la situazione disastrosa per i nostri interessi mediterranei, che risulta per l'Italia dal tornare ad essere lettera morta le intelligenze di massima coll'Inghilterra, programma che io ho pur ordine, finora non revocato, di seguire in Costantinopoli e sul quale non ho cessato di essere in pieno accordo coi miei colleghi d'Inghilterra e di Germania....»
Alla fine del 1893 l'inerzia politica dell'Italia aveva già dato tutti i suoi frutti, e non era facile cosa riprendere la posizione perduta e rimuovere le altre potenze dalle nuove combinazioni nelle quali si erano impegnate. Caprivi e Kálnoky, Cancellieri dei due imperi centrali quando Crispi nel 1891 lasciò il governo d'Italia, erano tuttavia in carica e si deve credere che desiderassero il ritorno di lui al potere, poichè mentre Crispi ne sembrava ancora lontano, gli ambasciatori conte Solms e barone De Brück gli recavano messaggi e voti.
Il Solms fece visita a Crispi il 13 ottobre 1893. Dal _Diario_ più volte ricordato riferiamo qualche nota:
«L'ambasciatore germanico, dopo qualche accenno sulla politica generale, mi racconta con visibile soddisfazione che l'Imperatore lo aveva invitato a pranzo a Potsdam, e che con lui ragionando delle sue relazioni col Papa, lo aveva incaricato di riferirmi, appena tornato in Roma, che non aveva dimenticato le osservazioni da me fattegli sulla politica pontificia e che non si lascerebbe prendere dal Vaticano.
-- Il Papa -- dissi -- è nemico della Triplice perchè questa è un ostacolo al ristabilimento del potere temporale ed assicura a noi il possesso di Roma.
-- L'Imperatore non lo ignora e sa quello che fa. Avete visto come l'Imperatore si è condotto col principe di Bismarck? In Germania ha fatto magnifica impressione l'offerta che il nostro Sovrano ha fatto al Principe di un Castello imperiale per ristabilirsi in salute. È una riconciliazione tra l'Imperatore e il suo antico Cancelliere che ha davvero consolato il popolo tedesco. E voi che cosa fate? Continuerete con l'attuale ministero? Quale sarà il vostro contegno?
-- Io? Sono fuori dalla politica militante....
-- Ma l'Italia non può continuare con un ministero come l'attuale.
-- Non ho alcun giudizio da emettere. Sto a guardare!»
Il De Brück si recò da Crispi il 25 ottobre. Leggiamo nel _Diario_:
«Visita del barone De Brück alle 3.45 pom.
Il barone è preoccupato delle condizioni d'Italia. Soggiunge che ne sono preoccupati anche a Vienna....
-- Bisogna che vi occupiate delle cose del vostro paese. Che volete? Questo linguaggio parrà singolare in bocca di un austriaco, ma tanto più dovete ascoltarlo. Noi abbiamo bisogno che l'Italia sia ben governata e tranquilla; e lo stato attuale c'inquieta.
-- Me ne duole; ma io non ho che farci. È la disgrazia d'Italia. È il nostro un paese cui manca la continuità nella politica; ed è la ragione per la quale all'estero non abbiamo la dovuta considerazione. Ai tempi di Mancini, non ostante il trattato della Triplice, il Principe di Bismarck non aveva fede in lui. A Berlino ed a Vienna si cominciò ad aver fede nel governo d'Italia con Robilant....
-- Dite piuttosto con voi. Con Robilant ci fu una fiducia relativa. Con voi a Berlino ed a Vienna non si dubitò mai. E bisogna che ritorniate al potere.
-- .... Io vengo dalla rivoluzione. Io ero repubblicano, ed accettai la monarchia perchè con essa potevamo acquistare l'unità. Sono stato fedele alla forma di governo che ho adottato, e deputato e ministro non ho mancato ai miei doveri. Il Re avrebbe dovuto comprendere tutto ciò, ed avrebbe dovuto sentire l'importanza della mia devozione.... Se non amassi il mio paese, mi sentirei legittimato a ritirarmi completamente dalla politica....
-- E fareste male. Voi bisogna che continuiate a servire il Re ed il vostro paese. Io non vedo un uomo che possa giovare all'Italia e servirla come voi; ed il Re lo sa, e più d'una volta me lo ha dichiarato....»
Affidando al barone Blanc il ministero degli Affari esteri, Crispi non rinunziò ad avere una diretta ingerenza nella politica estera. Portare nella trattazione delle maggiori questioni internazionali il suo criterio e l'autorità del suo nome era un dovere ch'egli sentiva come presidente del Consiglio, e non avrebbe saputo mancarvi anche perchè la politica estera era stata sempre prediletto oggetto dei suoi studî.
Nei primi mesi del 1894 le condizioni interne d'Italia erano così gravi che richiesero tutta la sua attenzione. In Parlamento non vi furono per qualche tempo dissensi; le ambizioni tacevano; tutti i partiti, dominati dal timore, seguivano ansiosamente l'azione di Crispi rapida, energica contro un movimento anarchico che minacciava un caos sociale e politico. Ristabilito l'ordine pubblico, risollevato il morale del paese e restaurata la finanza, Crispi potè, nonostante che cominciassero ad addentarlo le ire di parte, dedicarsi maggiormente alla situazione internazionale.
La politica estera dell'Italia non poteva non risentirsi delle difficoltà interne. Dovunque eravamo meno considerati. L'Ambasciatore a Londra, conte Tornielli, scriveva l'8 gennaio 1894:
«Le notizie tendenziose della stampa francese, ripercosse nella inglese, l'opera dei pochi corrispondenti speciali di quest'ultima residenti in Italia, cospiravano negli ultimi mesi ad accrescere le prevenzioni e le diffidenze alle quali il mio linguaggio ufficiale e privato non bastava certamente a porre argine. Poche volte Lord Rosebery mi parlò delle nostre difficoltà interne e sempre con quella misura che gli è propria, piuttosto, se ben io ne intesi l'intenzione, per dare a me l'occasione di spiegare o di smentire le altrui esagerazioni. Egli accolse sempre con benevolo interesse le spiegazioni e le smentite mie.»
In Germania la fiduciosa amicizia degli anni del primo ministero Crispi, che aveva avuto una manifestazione solenne nel 1889 in occasione del viaggio a Berlino del Re Umberto, era un ricordo del passato. Il ritorno di Crispi ridestò la speranza che potessero tornare i giorni della intimità italo-germanica. «L'imperatore Guglielmo -- riferiva l'Ambasciatore Lanza -- non dubita che passeggere sieno le nubi che passano sulla nostra povera Italia, e che il senno del Re e l'energia del suo governo sapranno presto dissiparle». In data 5 marzo lo stesso generale Lanza riferiva:
«Ieri sera ad una rappresentazione di beneficenza ebbi l'onore di conferire con S. M. l'Imperatore, che sedeva in palco a me vicino.
S. M. si degnò esprimermi le sue felicitazioni per la vittoria riportata dal Regio Governo nelle ultime discussioni parlamentari, per la splendida votazione avuta in suo favore, ed ebbe parole improntate, come sempre, a grande amicizia per la famiglia Reale, a stima e benevolenza grandissima per l'Italia, augurando che l'energia e l'autorità da lui molto apprezzate del Capo attuale del Gabinetto, l'alto senno del Re, riescano a superare tutte le difficoltà della crisi che attraversiamo.
S. M. ebbe anche parole di grande lode per la condotta dell'esercito nelle luttuose circostanze in cui ebbe a trovarsi in Sicilia, e nella Provincia di Massa e Carrara; mi parlò con vivo compiacimento del valore dimostrato dai nostri nel combattimento di Agordat, del quale, mi disse, si era fatto spiegare tutti i particolari dal Capo del Grande Stato Maggiore, particolari che egli infatti conosceva meglio di me.»
Ai primi di aprile Guglielmo e Umberto s'incontrarono a Venezia. Il Re si compiacque di telegrafare a Crispi:
«_A S. E. Cav. Crispi_ _Presidente del Cons. dei Ministri._
S. M. l'Imperatore lascerà Venezia domattina portando seco la migliore impressione di questa Città che ha così degnamente rappresentato l'Italia nell'onorare l'augusto nostro alleato e amico. L'Imperatore nei varî colloquî avuti con me mi ha parlato di Lei e sempre con sentimenti di viva simpatia e di alta considerazione.
Mi compiaccio di esprimerle la particolare e meritata benevolenza di S. M. l'Imperatore e di confermarle la mia cordiale amicizia.
Affezionatissimo _Umberto_.»
In ottobre la Cancelleria germanica era in crisi. Il generale Caprivi, il successore di Bismarck, col quale Crispi stava per riannodare i rapporti che un'altra crisi, quella del 1891, aveva interrotti, si dimise dall'altissimo ufficio. Le cause immediate che determinarono quell'avvenimento furono narrate a Crispi nei seguenti termini:
«L'accordo fra il Cancelliere e il Ministero prussiano nella questione delle misure da adottarsi per combattere i partiti sovversivi era fatto; le misure stesse erano state concretate (non se ne conoscono ancora i particolari), ed avevano ottenuto l'approvazione dei Governi confederati, il decreto d'apertura del Parlamento per il 15 novembre era già pubblicato; Sua Maestà l'Imperatore doveva ripartire ieri sera per le caccie di Blankenburg; quando nel pomeriggio egli riceveva successivamente a Potsdam il Conte Eulenburg, Presidente del Ministero Prussiano, e il Cancelliere Conte Caprivi, e dopo tali visite contromandava la sua partenza. Nella sera si spargeva la notizia che quei due alti funzionari avevano rassegnato le loro dimissioni e queste erano accettate!! Che cosa era avvenuto?
Una breve conversazione avuta iersera col Conte Eulenburg che, come se nulla fosse avvenuto, incontrai in una _soirée_, mi pone in grado di desumere come siansi passate le cose.
Quando il Conte Caprivi, a proposito della legge scolastica, lasciò la carica di Presidente del Ministero Prussiano, che fu assunta dal Conte Eulenburg per deferenza ai voleri sovrani, questi era già convinto che la separazione delle due cariche di Cancelliere e di Ministro Presidente Prussiano non poteva durare a lungo, come non durò ai tempi di Bismarck senza dar luogo ad inconvenienti, ad attriti gravi. Questi attriti giunsero al colmo, fra il Conte Caprivi e il Conte Eulenburg, a proposito delle misure sovraccennate e solo per intromissione dell'Imperatore un accordo fu possibile. Fu però un accordo, per così dire, forzato, concluso il quale e terminata la preparazione dei provvedimenti legislativi che ne erano la conseguenza, ambedue posero subito ieri i loro portafogli a disposizione di Sua Maestà. La quale dovette convincersi che realmente si doveva venire ad una soluzione radicale prima della convocazione del Parlamento. Non potendo naturalmente lasciar partire il Conte Eulenburg senza profondamente ferire il partito conservatore, già tanto ostile al Conte Caprivi, e d'altra parte non sentendosi questi, che sì frequenti volte dimostrò desiderio di ritirarsi, di assumere il peso delle due cariche, nè di difendere davanti il Reichstag delle misure cui in massima si era sempre mostrato ostile, Sua Maestà decise di dar corso alle dimissioni di ambedue e mandò ad effetto, colla sua solita rapidità di decisione, il provvedimento.
Il posto di Cancelliere dell'Impero e Ministro Presidente Prussiano è stato offerto al principe Hohenlohe, attualmente Governatore dell'Alsazia-Lorena. Se accetterà sarà il regno dei _Segretari di Stato_, giacchè egli non ha più, a mio parere, l'energia, la vigoria necessaria per sì alta e grave carica. Il suo nome però, il suo passato, raccoglierà su di lui i voti dei partiti conservativi e specialmente della nobiltà prussiana che in Parlamento e fuori si mostrarono sì ostili al Conte Caprivi.»
Il 29 ottobre il principe di Hohenlohe fu nominato Cancelliere dell'Impero e Presidente del ministero prussiano. Crispi inviò al Lanza il seguente telegramma:
«Il nome di Hohenlohe, già amato in Italia, viene oggi salutato con la più viva simpatia. Voglia far sentire al Gran Cancelliere che il nostro paese si felicita insieme al Governo di una nomina che siamo sicuri gioverà ai comuni interessi delle due nazioni.
_Crispi_.»
Hohenlohe mandò dapprima il barone Marschall, poi si recò lui stesso dall'ambasciatore d'Italia a ricambiare il saluto:
«Hohenlohe -- telegrafava l'ambasciatore al ministro Blanc il 30 ottobre -- venuto in persona casa mia, vuole rinnovi a V. E. e al Presidente del Consiglio vivi ringraziamenti e ricambi loro i sentimenti espressigli, lieto poter cooperare interessi comuni due paesi. Più che sue parole, la sua visita fattami oggi fra tante altre cure e prima di aver potuto ricevere la mia e quella di altri ambasciatori, dimostra il conto nel quale egli tiene il capo del R. Governo che egli disse esser lieto già conoscere, nonchè V. E. e ciò mi è di buon augurio per l'avvenire.»
Le buone disposizioni dell'Imperatore Guglielmo verso l'Italia erano confermate dal Lanza in un suo rapporto del 5 marzo 1895, del quale riferiamo questo interessante brano: