Part 23
L'Italia, cercando di procedere d'accordo con l'Inghilterra, si era dichiarata pronta ad unire le proprie forze navali a quelle britanniche. Quando la squadra italiana al comando del vice-ammiraglio Accinni ebbe ordine di salpare per il Levante, l'on. Crispi ricevendo (16 novembre) l'Accinni e l'on. Bettolo, allora capitano di vascello, fece loro augurii di vittoria:
«Facciamo il dover nostro -- egli disse -- e teniamo alta la bandiera d'Italia. Ho piena fede in voi. La bandiera nazionale è affidata in buone mani. Iddio vi benedica.»
Nello stesso _Diario_, dal quale trascriviamo queste parole, Crispi prese le seguenti note:
«_21 novembre._ -- Alle 9.15 i Reali giungono a Roma provenienti da Monza. Avendomi il Re invitato a recarmi da lui al Quirinale, sono ricevuto alle 10.
Espongo al Re lo stato delle cose in Oriente. Le potenze sono d'accordo nella loro azione verso la Porta Ottomana. Il passo dell'Austria fu inopportuno. Non era possibile che la Russia consentisse il passaggio degli Stretti alle flotte europee. Essa non poteva permettere un condominio, anche temporaneo, nel Mar Nero. Doveva quindi rifiutarsi. Il rifiuto però non ha rotto gli accordi. La posizione del Sultano è grave. Si trova tra due fuochi: il fanatismo musulmano e la volontà dell'Europa decisamente espressa. Sarà gran fortuna per lui e per le grandi potenze, se giungerà a ristabilire l'ordine nel suo impero.
La nostra flotta è a Smirne. Il vice-ammiraglio Accinni ebbe ordine di essere cortesissimo coi Francesi. L'ammiraglio Seymour offrì alla nostra squadra un comodo ancoraggio a Salonicco. Non ne abbiamo ancora profittato. Lord Salisbury dichiarò di ritenere in vigore gli accordi del 1887. Dichiarò che vuol procedere d'accordo con noi e che in caso di occupazione dei Dardanelli toccherebbe all'Italia la espugnazione delle fortezze turche.
Spero nella pace, ma ho preveduto il possibile caso della guerra.»
Delineatosi il dissenso tra le Potenze, lord Salisbury visse e fece vivere giorni di grande indecisione. Mentre il 15 novembre egli dichiarava all'ambasciatore d'Italia, generale Ferrero, di «voler profittare, anche in prossime evenienze, della nostra collaborazione» -- mentre il barone Marschall assicurava risultargli da rapporti giuntigli da Londra che il nobile lord era «deciso ormai a rientrare nella linea della sua antica politica», e il 17 l'ammiraglio sir Seymour, comandante della squadra inglese ancorata a Salonicco, faceva premure affinchè lo raggiungesse colà la squadra italiana -- quando, pel rifiuto russo di associarsi ad una dimostrazione negli Stretti, sembrava che pel suo precedente atteggiamento l'Inghilterra avrebbe dovuto passar oltre, -- lord Salisbury non solo non si risolvette a muoversi coi suoi alleati, ma alla fine di novembre avanzò a Pietroburgo, isolatamente, senza prevenirne i Gabinetti di Roma e di Vienna, una proposta formale per stabilire una specie di tutela sull'Impero ottomano, che il Governo russo declinò.
Data da quell'epoca la lenta conversione dell'Inghilterra verso la duplice alleanza.
LA TRIPLICE ALLEANZA E L'INGHILTERRA.
_Capitolo Decimo._ -- La crisi delle alleanze e degli accordi.
La politica estera dei successori di Crispi dal 1891 al 1893. -- Conseguenze immediate dell'inerzia italiana negli affari d'Oriente avvertite dal Blanc. -- Germania e Austria desiderano il ritorno di Crispi al governo. -- Colloqui di Crispi con gli ambasciatori di Germania e d'Austria-Ungheria. -- I torbidi interni del 1893-94 deprimono il credito dell'Italia all'estero. -- Guglielmo II e Crispi. -- Motivi del ritiro di Caprivi dalla Cancelleria germanica. -- Nomina di Hohenlohe. -- Favorevoli disposizioni di Guglielmo II verso l'Italia. -- Crispi e il dissidio anglo-germanico pel Transvaal. -- L'Italia nella politica internazionale al principio del 1896. -- La crisi delle alleanze e degli accordi. -- I tentativi per ristabilire le antiche intelligenze con l'Inghilterra falliscono. -- Dal Diario di Crispi. -- Necessità di estendere i patti della Triplice alla protezione degl'interessi italiani nel Mediterraneo e in Oriente. -- Energiche rimostranze di Crispi. -- L'imperatore di Germania annunzia un suo viaggio in Italia per conferire con Crispi, ma questi prima della venuta dell'imperatore deve abbandonare il governo.
Abbiamo notato in questo stesso volume che quando riprese le redini del Governo, Crispi trovò tutta mutata la posizione dell'Italia in Europa. La Triplice era stata rinnovata, ma era tornata ad essere come nel primo periodo, dal 1882 al 1887, un legame oneroso; e gli accordi speciali con l'Inghilterra e con l'Austria-Ungheria, che formavano il complemento della Triplice, erano caduti nel nulla.
Sia perchè mancasse ai successori di Francesco Crispi l'elemento prezioso dell'autorità personale, sia perchè la loro azione fosse pregiudicata da dichiarazioni pubbliche accennanti a preferenze per un diverso orientamento della politica italiana, l'edificio innalzato con tante fatiche crollò. Germania e Austria cominciarono a guardarci con diffidenza; -- la Francia, tra le proteste di amicizia a lei e il mantenimento dell'alleanza con le Potenze centrali, non vide chiaro e continuò le sue ostilità; -- l'Inghilterra, convintasi della nostra incostanza e debolezza, accentuò la sua tendenza a intendersi a tutti i costi con la sua antica nemica, la Francia. Cosicchè si andò formando questa situazione: le nostre alleanze ci garentivano l'integrità territoriale, ma ci attiravano nello stesso tempo tutti i danni della guerra tenace che i francesi, sapendoci indifesi, ci facevano dovunque; e inoltre eravamo tenuti in disparte dalle combinazioni della grande politica europea.
Uno dei nostri migliori diplomatici, il barone A. Blanc, che fu ministro degli affari esteri nel secondo ministero Crispi, aveva veduto subito nel 1891, dall'osservatorio importantissimo che era allora Costantinopoli, i danni del nuovo indirizzo e li aveva segnalati:
«Terapia, 30 giugno 1891.
.... Non si può più dissimulare al pubblico, il quale qui incomincia a scandalizzarsi dell'impotenza della diplomazia anche per la protezione dei nazionali esteri, che, distruttosi il concerto europeo, del che le ambasciate di Russia e di Francia accusano le potenze alleate, non vi fu sostituita la preponderanza effettiva di queste ultime, onde anarchia in un governo che senza ingerenza europea non può compiere i suoi obblighi interni ed internazionali. Il Sultano non crede il gruppo anglo-austro-italiano capace d'una vera e seria azione solidale; è convinto non potersi più riunire gli ambasciatori in conferenze; li oppone, più che non potè far mai pel passato, l'uno all'altro, sfidandoli, finchè osa, tutti.
I ministri ed il Palazzo in piena balìa di finanzieri, il Sultano che investe personalmente in Inghilterra ed in America quanti più capitali può, aspettano la preveduta fine; ed il Sovrano diceva testè ad un suo famigliare: «Che direste se accettassi la protezione russa?» Per ciò militarmente il Bosforo è aperto alla Russia e i Dardanelli sono chiusi a noi. Non vi sarebbe resistenza armata nè reazione di popolo contro la Russia, se questa sbarcasse una divisione a tre ore dalla capitale. Sarebbero allora in tempo le squadre inglesi o le squadre alleate a rinnovare la dimostrazione fatta nel 1878 a Santo Stefano? Non è probabile. O può dirsi che una volta a Costantinopoli la Russia sarebbe in una trappola, in condizioni insostenibili? Al punto di vista militare e navale, può darsi: al punto di vista politico, da nessuno, neppure dagli uomini di Stato bulgari si nega che intorno a Bisanzio, restituita alla ortodossia, tutti gli Slavi dei Balcani saranno trascinati da irresistibile impulso, come nel 1861 tutti gli Italiani si unirono al grido di Roma capitale. Che avverrà allora dell'ideale nostro delle autonomie, la cui unica guarentigia sarebbe stata la preponderanza politica e navale dell'Inghilterra e dell'Italia sui porti della Turchia europea? Che avverrà allora della teoria germanica dell'inorientazione dell'Austria-Ungheria? e della possibilità di soddisfazioni, a meno d'un'altra gran guerra, nell'interesse anglo-italiano d'equilibrio nel Mediterraneo? Non è forse abbastanza valutato dalla Germania e dall'Austria-Ungheria il fatto che in certi momenti la presenza d'un principe di loro fiducia a capo di tale o tal altro Stato balcanico non è punto sufficiente ad impedire rivolgimenti di volontà popolare? Basti ricordare come trionfò la causa della riunione della Rumelia orientale, tanto avversata e temuta a Vienna e a Berlino, per dimostrare che, anche in Oriente, si deve pur tener conto delle tendenze dei popoli.
Questa regia ambasciata s'inspirò fin dal 1887 al convincimento che a tale situazione è pericoloso applicare la massima _inertia sapientia_; che la pace e lo _statu-quo_ legale non sospendono il corso della evoluzione delle nazioni; che in piena pace, in pieno regime d'alleanze, se l'Egitto diventò inglese e se il versante sud dei Balcani diventò bulgaro, più facilmente ancora possono stabilirsi nel Mediterraneo nuove condizioni propizie o contrarie agli essenziali interessi italiani; che il programma di pace essendo per sè negativo, non si doveva esporre l'Italia a non vedere più altri scopi positivi per l'alleanza se non quelli odiosi che le attribuiscono i nostri avversari, cioè un appoggio cercato all'estero per le istituzioni monarchiche, o un pegno preso sulla eredità d'una Francia minacciata di smembramento; e che in conclusione, perchè l'alleanza diventasse popolare e proficua, e fosse nella coscienza italiana non un espediente necessario alla sicurezza, ma una base di fruttuosa operosità, dovessimo, dopo aver rifiutato disgraziatamente quel primo premio dell'alleanza che era l'Egitto, rifarci almeno con una legittima influenza in Oriente, fondata sopra un liberale sviluppo di autonomie nella penisola balcanica e sopra la preponderanza navale e politica delle quattro potenze sugli scali del Levante.
Perciò quest'ambasciata proponeva nel 1887 quelle intelligenze che furono adottate senz'altro a Vienna e a Londra. Queste, che i miei colleghi amici chiamarono il patto fondamentale della nuova politica europea in Oriente, e che sir W. White diceva segnare una data storica, colla quale si poneva termine al secolo di guerra caratterizzato dagli spartimenti della Polonia e della Turchia; questo punto di partenza d'una nuova êra d'influenza, consentitaci in Oriente, ove col fatto si decide la questione se una potenza sia grande o piccola, dall'Inghilterra o dall'Austria-Ungheria, ambedue allora per ragioni diverse disposte ad appoggiarci per ingerenze per noi più naturali e più facili, a favore delle autonomie e della libertà degli stretti; questo programma, infine, la cui pratica attuazione, studiata in ogni particolare, ci avrebbe costato assai meno oro e meno forza della nostra politica militare nel mar Rosso, è desso rimasto finalmente lettera morta! Fin dal 1888 i miei colleghi dichiaravano non spettar più all'iniziativa di essi e mia qui, bensì a diretti concerti tra i gabinetti, la pacifica ma efficace attuazione di quelle intelligenze. Havvi luogo ancora di sperare che intervengano simili concetti, estesi, cioè, ad altri interessi pacifici nel Mediterraneo, oltre a quelli della sicurezza delle nostre coste!
Succede ora un fatto capitale, che fu appena avvertito in Italia, il riparto virtuale dell'Africa tra l'Inghilterra, Germania e Francia, le quali sole si inoltrano verso i decisivi punti centrali, ove fra le sorgenti dei grandi fiumi verrà decisa un giorno la preponderanza sul continente nero, -- mentre la Tripolitania senza l'_hinterland_ non è più, per le relazioni che a noi premono tra il Mediterraneo e l'Africa, che quasi un _non valore_, secondo l'espressione del signor di Radovitz. Mentre durano la pace e l'apparente _statu quo_, sipario calato davanti agli spettatori, velo protettore dietro il quale altri opera mutamenti di scena d'importanza mondiale, vedremo noi troppo tardi verificarsi qui altre trasformazioni per noi non meno gravi, di cui forse oggidì i preludi passano dalla nostra diplomazia inosservati?»....
«Costantinopoli, 2 settembre 1891.
Il 26 luglio informavo Vostra Eccellenza che questo incaricato d'affari d'Inghilterra aveva, d'ordine del _Foreign Office_, avvisato la Porta che le condizioni dell'isola di Candia vanno peggiorando pei numerosi misfatti; al punto da far temere che ne approfitti a scopi politici chi è interessato a fomentare una nuova insurrezione nell'Isola.
Il 20 agosto sir W. White, tornato da una breve escursione in Germania, aveva con me un colloquio particolare nel quale egli mi faceva prevedere che mi avrebbe diretto prossimamente una comunicazione sugli affari cretesi in seguito ad «uno scambio d'idee avvenuto tra i gabinetti di Londra e di Parigi». Egli era in possesso della relativa corrispondenza, piuttosto voluminosa, tra lord Salisbury ed il signor Ribot, non conosciuta dai nostri rappresentanti a Parigi e a Londra. Il 23 agosto sir W. White parlò pure al signor di Radovitz di una comunicazione che gli avrebbe fra breve fatta circa le cose di Candia, ma senza spiegarsi, che io sappia, altrimenti.
Per altro Vostra Eccellenza mi segnalava il 22 agosto la coincidenza, che non le sembrava fortuita, tra l'annunzio a noi fatto dal signor de Giers con dimostrazioni di fiducia, che la Russia intende insistere presso la Porta per provvedimenti acconci alle condizioni aggravate di Candia, e una domanda fatta al regio Ministero da codesto Incaricato d'affari di Grecia, se cioè l'Italia sarebbe disposta ad associarsi alle rimostranze di alcune grandi potenze al Governo ottomano circa i casi di Candia, anche quando Austria e Germania non vi prendessero parte. Il rappresentante ellenico a Roma rinnovava l'invito il 26 agosto, chiedendo più precisamente a Vostra Eccellenza se l'Italia avrebbe voluto associarsi non solo alla Russia, che ce n'aveva avvisati, ma alla Francia e all'Inghilterra, che verso di noi mantenevano il silenzio, per ottenere un migliore Governo per Candia.
Vostra Eccellenza avendomi pregato il 28 agosto, in base a tali comunicazioni della Russia e della Grecia, di assumere informazioni circa la notizia pervenutale «da altra parte» che l'Inghilterra, d'accordo colla Francia e _coll'Austria-Ungheria_, aveva fatto passi presso la Porta a favore di Candia, Le risposi ricordando che già il 26 luglio precedente io aveva riferito a Vostra Eccellenza come l'Inghilterra avesse fatto presso la Porta il passo che ho accennato di nuovo più sopra, e non altro passo qualsiasi. Prima e dopo di quelle date, il mio collega d'Austria-Ungheria non ha comunicato alla Porta, mi dice egli, se non, come al solito, le informazioni dei consoli locali austro-ungarici sulle cose cretesi; anch'egli per altro aveva ricevuto l'annunzio da sir W. White d'una prossima comunicazione sulle cose di Candia, e dopo ciò sir W. White si era limitato, aggiungevami il barone di Calice, a colloqui confidenziali coi soli ambasciatori di Francia e di Germania. Così l'Austria-Ungheria dimostrava a noi essere rimasta estranea a tutto il negoziato, cosa degna di nota dopo le circostanze segnalate nel mio rapporto del 30 giugno scorso, indicanti una diminuzione di fiducia dei gabinetti di Londra e di Vienna verso la politica italiana.
Trovandomi il 28 a sera all'ambasciata d'Inghilterra, sir W. White mi disse avere aspettato l'occasione d'incontrarmi per notificarmi il risultato delle sue conferenze col collega di Francia. Egli aveva avuto, in conformità d'istruzioni del suo Governo, un ultimo colloquio col conte di Montebello sulle presenti condizioni di Candia, la quale da recenti rapporti dei consoli inglesi e francesi risultava un poco più tranquilla. Nè egli, nè il conte di Montebello si erano trovati in grado di proporre alcun passo che non si riducesse ad ufficiose osservazioni alla Porta nel senso di conservare la pace e l'ordine dell'isola. Il conte di Montebello avevagli dichiarato non essere propenso ad alcuna ufficiale osservazione alla Porta, disposizione questa nella quale sir W. White conveniva pienamente. Quanto precede era stato portato a cognizione di lord Salisbury. Sir W. White mi disse inoltre che per conto suo non avrebbe fatto, salvo ordine del suo Governo, alcun passo formale dopo quello già fatto, come le avevo riferito il 26 luglio, e aggiunse non poter prevedere se questi rappresentanti di Francia e Austria-Ungheria avranno istruzioni per analoghi passi più o meno confidenziali, ma ritenere che ad ogni modo risulteranno passi isolati; non esservi luogo a concerti tra i rappresentanti in Costantinopoli, ogni concerto al riguardo, non potendo e non dovendo stabilirsi se non direttamente tra i gabinetti stessi. Tutto ciò mi parve nuovo sintomo dell'isolamento, conseguenza di anteriori divergenze di indirizzo dell'Italia rispetto all'Inghilterra e all'Austria-Ungheria, isolamento del quale volta per volta, ed ultimamente col mio rapporto del 30 giugno, era stato mio dovere segnalare le origini.
Il 29 agosto, ulteriori mie informazioni mi davano certezza che l'ambasciata d'Austria-Ungheria, anzichè rimanere inoperosa quando l'incaricato d'affari d'Inghilterra faceva il suaccennato passo, aveva, nelle sue comunicazioni al Gran Visir, dimostrato preoccupazioni perchè si fosse sguarnito Candia di truppe, e desiderii perchè venissero rimosse le cagioni di complicazioni provenienti da disordini nell'Isola; ed il signor di Radovitz mi confermò poi avere il barone di Calice tenuto un tale linguaggio «in espresso appoggio» al passo formale dato dall'incaricato d'affari d'Inghilterra. Ne emergono due conclusioni per noi: in primo luogo, la conferma delle notizie giunte all'Eccellenza Vostra di intelligenze dell'Inghilterra non solo colla Francia, ma coll'Austria-Ungheria per Candia, senza partecipazione al regio Governo; in secondo luogo, la conformità del linguaggio del barone di Calice con quello del signor de Giers, il quale, secondochè fu telegrafato a Vostra Eccellenza da Pietroburgo, si dimostrava preoccupato perchè il Governo ottomano continuava a sguarnire Candia di truppe per portarle allo Yemen ove la situazione si fa più critica, il Governo russo cercando di rimuovere ogni cagione di complicazione internazionale circa Candia.
Così risultava ad evidenza che le due potenze alle quali ci eravamo legati con speciali intelligenze di massima per interessi comuni nel Mediterraneo, l'Inghilterra e l'Austria-Ungheria, si occupavano, insieme ai gabinetti di Russia e di Francia, e senza che Vostra Eccellenza ne avesse notizia se non da Pietroburgo e da Atene, delle cose di Candia.
In questo corpo diplomatico si spiegava ciò col fatto che in seguito a conferenze avute dal signor Tricoupis a Sofia, il Re di Grecia avesse ottenuto dai gabinetti di Londra e di Parigi, notoriamente ravvicinatisi nei negoziati che precedettero la visita della squadra francese a Portsmouth, un qualche compenso in Candia ai progressi dei Bulgari in Macedonia; l'Inghilterra era supposta non aliena dal favorire la concessione ai Candioti d'un governatore cristiano personalmente grato alla Francia, la quale così avrebbe desistito dal premere per lo sgombro dell'Egitto; l'Austria-Ungheria poi era evidentemente desiderosa ad un tempo di evitare ogni passo collettivo che ponesse, come desideravano i Greci, la questione di Candia davanti all'Europa, e di apparire ciò nullameno per conto proprio facilitare ai Greci il vantaggio di un'influenza francese in Creta, vantaggio anche per gli interessi austro-ungarici, poichè diventava così meno esclusiva la preponderanza russa in Atene, aggiungendovisi la francese.
Intanto mi giungeva inaspettatamente una lettera del signor di Radovitz dalla quale emerge che, secondo il mio collega di Germania, l'Italia potesse disinteressarsi insieme alla Germania dai negoziati iniziati dalle altre grandi potenze circa Candia. Vi era una tale coincidenza tra l'invito di lui a non unire l'Italia ai passi dell'Inghilterra e dell'Austria-Ungheria in una questione pur mediterranea, e le ripetute dichiarazioni di sir W. White a me e al barone di Calice non avere più pratico valore le intelligenze stabilite fra i tre gabinetti nel 1887, che non esitai ad alludere a tal punto delicato nella mia risposta al signor di Radovitz a proposito di lui evidente tentativo d'isolare l'Italia nella questione di Candia, della quale sole Russia e Grecia avevano fatto parola a Roma.