Part 22
La sua lingua non ha letteratura, e sul suolo maledetto le arti belle non sorgono ad allietare la vita. Colà non è possibile l'ordinamento del comune; il municipio è nella Chiesa o nella sinagoga e le genti si distinguono per la religione che professano e non per la civiltà che sola potrebbe essere il pungolo alle azioni benigne ed oneste.
Sul luogo istesso, nella stessa città, -- se tal nome potessero meritare quegli ammassi di case luride che l'incendio di tanto in tanto ripulisce e fa rinnovare -- coabitano, non convivono, il greco, lo slavo, il rumeno, l'albanese, sospettosi e senza amore, e su tutti sovrasta il turco con la brutalità di un selvaggio, al quale l'islamismo ispira odii e vendette.
Abdul Hamid Can, ricco di vizii e di paure, essendo il califfo, cioè re e supremo pontefice, capo dello Stato e capo della religione, è inetto ai civili miglioramenti nel governo dei popoli, perchè ad ogni riforma nello interesse dei cristiani si trova l'ostacolo di un versetto del Corano.
Questo disordine morale si perpetua per l'antitesi che domina le esigenze politiche di ciascuna delle grandi potenze. Io non so quali siano i patti dell'alleanza franco-russa. Ricorderò soltanto che quando a Tilsit Napoleone ed Alessandro trattavano la ripartizione del vecchio continente, il grande imperatore era pronto a cedere le Provincie danubiane, ma si rifiutava di dare Costantinopoli allo Czar. Si parla di accordo europeo per la soluzione della questione d'Oriente. Illusione! Questo accordo è affatto negativo. Lo scopo costante delle potenze finora è stato d'impedire al russo il possesso di Costantinopoli.
Al 1854 le potenze occidentali invasero la Crimea e lo czar Nicolò dovette sospendere la marcia delle sue truppe. Al 1878 lo czar Alessandro, minacciato dalle navi inglesi, dovette fermarsi a Santo Stefano. L'impero turco era salvo, l'ambizione moscovita veniva arrestata nel suo periodico svolgimento; ma la quistione d'Oriente non era risoluta.
È un pericolo che bisogna rimuovere una volta per sempre, è un problema che dobbiamo avere il coraggio di sciogliere, e non rimandarlo di anno in anno alle future generazioni.
Al 1856 a Parigi, salvo la proclamazione di alcuni principii di diritto internazionale per la libertà dei mari, tutti gli sforzi, tutte le cure delle potenze raccolte in Congresso, furono diretti a garantire la vita dell'impero ottomano. Sangue e danaro perduti, perchè la Conferenza di Londra del 1871 restituì allo Czar quello che gli era stato tolto; premio dovuto dalla Germania alla Russia per la neutralità mantenuta nella guerra franco-prussiana.
Oggi siamo da capo colla quistione d'Oriente. Le stragi degli Armeni, che da due anni si ripetono, sono seguite da quelle dei Cretesi. L'Europa si commuove, le grandi potenze mandano le loro navi nelle acque greche, il furore turco si rivela come prima, le genti balcaniche minacciano una insurrezione.
Come finirà questa brutta tragedia? Le grandi potenze continueranno a curare con rimedii empirici questa piaga orientale, che ogni giorno più incancrenisce?
Domando ai francesi: avete una soluzione? Avreste il coraggio di dare Costantinopoli al giovine Czar per ricostituirvi l'impero bizantino? Ciò sarebbe contrario alle vostre tradizioni, le quali v'impongono di difendere i popoli oppressi. Pel mio amico, il principe di Bismarck, che non sacrificherebbe un solo soldato della Pomerania pro o contro il Sultano, la risposta sarebbe facile. Egli crede che lo Czar, padrone di Costantinopoli, diverrebbe più debole di quello ch'è oggi, chiuso entro i suoi ghiacci, e che l'Europa potrebbe batterlo con sicuro successo. Io, in verità, non vorrei fare la prova, e la mia soluzione è diversa. Il partito nazionale italiano, del quale io sono stato un modesto soldato, vorrebbe una Confederazione balcanica con Costantinopoli sua capitale. Gli elementi di questo nuovo ordinamento politico esistono nei cinque Stati, la cui indipendenza è stata riconosciuta dall'Europa: la Rumania, la Bulgaria, la Serbia, la Grecia, il Montenegro. Costituite altri Stati, se volete; od aggiungete a quelli esistenti le popolazioni della stessa razza, della stessa lingua, della medesima religione e l'ordine sarà ristabilito per sempre in quelle regioni. I mussulmani potrebbero trovarvi posto, se lo volessero, ma da fratelli, non da signori. Ma lo Czar resti entro le attuali sue frontiere, ed il Sultano se ne vada in Asia. E la Grecia non pensi a disseppellire Bisanzio, che ricorda la decadenza e non la vita di un impero. E così la quistione d'Oriente sarebbe definitivamente risoluta e conservata la pace d'Europa.
La Confederazione balcanica dovrebbe essere neutrale.»
_Capitolo Nono._ -- Le stragi d'Armenia e il concerto europeo.
Gladstone e le stragi d'Armenia. -- Le Potenze esigono un'inchiesta internazionale. -- L'Italia e la Commissione d'inchiesta. -- Il Sultano scongiura che i delegati delle Potenze non interroghino i testimoni. -- Risultati dell'inchiesta e rifiuto del Sultano di concedere le riforme propostegli. -- La Russia si oppone alle misure coercitive contro il Sultano. -- Nuovi massacri. -- Gli ambasciatori chiedono un secondo stazionario a Costantinopoli. -- Le squadre europee in Levante. -- L'Inghilterra vorrebbe spodestare il Sultano. -- Le stragi rimangono impunite; la Russia protegge il Sultano.
Le stragi d'Armenia del 1894-96 riempirono il mondo di orrore. Guglielmo Gladstone -- la cui voce potente tuonò contro ogni tirannide -- scrisse essere sue opinioni:
«che l'Assassino (e non i suoi sudditi maomettani) è stato l'autore deliberato delle stragi armene dal principio alla fine: che queste atrocità non hanno confronto nella storia recente: che il concerto dell'Europa di fronte alla Turchia è stato una miserabile, una brutta irrisione; che il metodo delle rimostranze a cui si attengono le potenze di fronte all'evidenza estrema che non si può riuscire a nulla senza la forza, è stato una colpa morale ed uno sbaglio politico: che alcuni sovrani e governi hanno protetto apertamente e sostenuto l'Assassino e che la presenza delle ambasciate a Costantinopoli in sostanza si rivolvette in uno scherno ed appoggio dato a lui ed a' suoi misfatti: che la coercizione da un pezzo si sarebbe dovuta adoperare e potrebbe anche oggi riescire ad evitare un'altra serie di eccidii peggiori ancora di quelli di cui già fummo spettatori.»
Di quelle stragi un chiaro pubblicista italiano, in una relazione presentata a Crispi in dicembre 1895 sulla situazione della Turchia, scriveva:
«V. E. sa meglio di me che le stragi d'Armenia, come quelle di Bulgaria nel 1875, sono un natural portato della politica tradizionale turca, la quale ogni volta che ha visto gli elementi cristiani in qualche parte dell'impero prevalere su quelli turchi pel numero, per la ricchezza o per la cultura, ha ristabilito l'equilibrio col metodo primitivo della decimazione. Quando l'applicazione del regolamento di Midhat-pascià, che aveva fatto del vilayet di Bulgaria un paese amministrativamente quasi autonomo, portò i suoi frutti, e i bulgari cominciarono a fondare scuole, a mandare i loro figli a studiare in Europa, e accennarono per altre vie a svegliarsi e a riscuotersi dalla barbarie, venne da Costantinopoli la parola d'ordine; e cominciarono i massacri che condussero alla guerra turco-russa e alla liberazione della Bulgaria.
Lo stesso è accaduto in Armenia. Appena per la trasformazione del Patriarcato in una istituzione elettiva e per la costituzione a Londra di un Comitato armeno che propugnava l'idea, se non della indipendenza politica, almeno dell'autonomia amministrativa, il Sultano ha incominciato a vedere che gli armeni, i quali avevano già nelle loro mani i tre quarti della ricchezza dell'impero, acquistavano la coscienza della loro superiorità morale sui turchi e dei loro diritti, l'idea del massacro si è presentata al suo spirito.»
Alla fine del 1894 l'opinione pubblica di Europa, esasperata per le notizie d'immani eccidi di cristiani commessi dai Kurdi in Armenia -- notizie che trapelavano nonostante il terrore e gli sforzi delle autorità ottomane -- reclamò l'intervento delle potenze e una inchiesta internazionale.
Il governo inglese era il più designato per presentare il reclamo; gli armeni erano i protetti dell'Inghilterra, avendone questa, con la convenzione anglo-turca seguita al Trattato di Berlino, assunto ufficialmente la tutela. D'altronde il Comitato anglo-armeno di Londra, del quale facevano parte parecchie notabilità britanniche, era riuscito a creare un movimento del quale il Governo non poteva non tener conto.
La Sublime Porta, soltanto con lo scopo di gettare polvere negli occhi, mandò in Armenia dei funzionari ottomani per fare un'inchiesta. Ma poichè s'accorse subito che nessuno avrebbe prestato fede ai risultati di essa, Said-pascià cominciò coll'offrire al ministro degli Stati Uniti a Costantinopoli di aggregare un americano alla Commissione ottomana; poi, si dichiarò pronto ad accettare anche un vice-console inglese.
Ma il Governo d'Inghilterra impose che la Commissione fosse internazionale e consigliò alla Porta d'invitare la Francia e la Russia a parteciparvi con loro delegati. L'invito fu fatto e i Governi di Pietroburgo e di Parigi l'accettarono. Il Governo italiano, allora, domandò che della Commissione facesse parte anche un suo console.
L'ambasciatore d'Italia, Catalani, telegrafava il 15 dicembre:
«Nel nostro colloquio, Nelidow [ambasciatore russo] si è espresso nel modo più deciso contro la partecipazione Console d'Italia inchiesta. Ha detto che Italia non ha interessi in Armenia, che il nostro concorso darebbe carattere politico all'inchiesta, ed ecciterebbe popolazioni ad insorgere. Ho ribattuto inutilmente argomenti trattandosi di risoluzione già presa.»
Se l'Italia non aveva interessi diretti in Armenia, il suo concorso all'inchiesta era, per questa considerazione, più indicato, poichè dava maggior guarentigia alle popolazioni, alla Porta e all'Europa, d'imparzialità e di giustizia. D'altronde il Catalani, sapendo che la partecipazione dell'Italia era desiderata dall'Inghilterra, insistette e, nonostante gli intrighi russi e francesi presso Said-pascià, riuscì nell'intento di fare aggregare alla Commissione un proprio delegato.
Era stato convenuto tra gli ambasciatori d'Inghilterra, di Russia e di Francia che i Consoli europei ad Erzerum avrebbero fatto accompagnare la Commissione d'inchiesta turca da loro delegati; a questi era data facoltà d'indicare alla Commissione i luoghi da visitare e le persone da interrogare e, in casi speciali, d'interrogare essi stessi i testimoni. Il 20 dicembre Catalani telegrafava:
«Sublime Porta non ha sinora risposto alla nota identica dei tre ambasciatori e nulla è quindi concluso circa rapporti che dovranno avere i delegati colla Commissione turca. Jeri Sultano inviò un ex-Gran Visir dall'ambasciatore di Francia dichiarando essere pronto a destituire immediatamente tutte le autorità implicate nei recenti massacri, a condizione che i delegati non accompagnino Commissione turca od almeno che non abbiano facoltà d'interrogare in caso di bisogno i testimoni. Il fatto è che il Sultano teme che Zechi pascià, comandante in capo delle truppe, non produca firmano col quale ricevette da S. M. ordine dei massacri. Proposta del Sultano è stata respinta. Tre ambasciatori hanno invitato Sublime Porta ordinare Commissione turca fermarsi dovunque essa si trovi, dichiarando nulla e non avvenuta inchiesta fatta senza presenza delegati. Ambasciatore d'Inghilterra crede che saranno necessarie due settimane prima che delegati possano raggiungere Commissione.»
I tre ambasciatori non potevano infatti -- neppure quelli di Russia e di Francia più favorevoli al Governo ottomano -- decentemente cedere; e il Sultano, temendo che l'Inghilterra sarebbe rimasta sola e avrebbe fatto una inchiesta per suo conto, non parlò oltre di limitazioni ai poteri dei delegati europei.
In seguito all'inchiesta, che assodò responsabilità gravissime delle autorità ottomane e del sistema, fu redatto dagli ambasciatori un progetto di riforme e proposta una Commissione europea di controllo per l'applicazione delle medesime. Il delegato italiano fece una inchiesta indipendente pel suo Governo.
Che cosa fece il Governo ottomano? Si affrettò ad accogliere i saggi consigli che gli si davano?
Il 4 giugno 1895 Catalani[43] telegrafava:
[43] L'ambasciatore Tommaso Catalani morì improvvisamente a Terapia il 28 luglio. Era uomo accorto ed energico, profondo conoscitore così delle finalità palesi e dissimulate della politica delle grandi potenze, come di tutte le risorse del giuoco diplomatico; e la inaspettata sua scomparsa fu grave danno. Aveva percorso la carriera grado a grado, accaparrandosi dovunque esercitò il suo ufficio simpatia e fiducia. Il lungo soggiorno in Inghilterra (1869-1889) temprando il suo carattere e affinando le naturali sue qualità, aveva contribuito a far di lui uno dei migliori rappresentanti che l'Italia avesse all'estero. Crispi lo stimava e l'amava moltissimo.
«Contrariamente ad ogni aspettazione, risposta Sultano ai tre ambasciatori fu un rifiuto. Sua Maestà dichiara che le riforme da lui promulgate anteriormente saranno applicate a tutta l'Armenia, ma senza alcun controllo estero. Tre ambasciatori decisero ieri sera riferire risposta ai loro governi ed aspettare istruzioni.»
Il 17 giugno la Porta assicurò che le riforme sarebbero state attuate in base all'art. 61 del Trattato di Berlino, sotto la sorveglianza di un Alto Commissario «degno di fiducia» -- e che alle ambasciate sarebbero state date informazioni circa l'esecuzione delle riforme medesime.
La Russia e la Francia, che avevano accettato di partecipare all'inchiesta soltanto per sorvegliare l'Inghilterra, furono felici di separarsi da questa nell'apprezzamento dell'affronto ricevuto. «Mentre l'ambasciatore britannico è molto irritato -- si telegrafava a Roma -- l'ambasciatore di Russia prende la cosa quasi con indifferenza». E a lord Salisbury -- ritornato allora al Governo -- non rimase che raccomandarsi a Berlino affinchè l'ambasciatore di Germania a Costantinopoli suggerisse alla Sublime Porta l'accettazione del maggior numero possibile delle riforme proposte «per non rendere difficile la situazione del nuovo Gabinetto inglese di fronte all'opinione pubblica».
Nel dissenso delle Potenze è naturale che il Governo turco continuasse nel suo sistema di mancare alle promesse. Il 1.º di ottobre una moltitudine di armeni, riunitasi al Patriarcato armeno di Costantinopoli, si diresse per varie vie alla Sublime Porta con lo scopo di presentare un memoriale relativo alle riforme. In vari punti di Stambul la gendarmeria assalì quella gente pacifica, ferendo e uccidendo parecchi, e facendo numerosi arresti.
Dall'ambasciata d'Italia si mandavano a Roma queste informazioni:
«Folla armeni continua stazionare presso Patriarcato protestando non volere disperdersi se non hanno garanzie per loro sicurezza.
Nuovi particolari sui fatti di ieri confermano ferocia repressione, prigionieri trattati con crudeltà inaudita. Oggi altri fatti isolati si produssero in diversi punti della città. Anche in Galata situazione considerata assai grave.»
Le ambasciate delle grandi potenze furono di nuovo concordi nel richiamare l'attenzione della Porta sulla eccezionale gravità di quel che avveniva sotto i suoi occhi, affermando risultare loro da informazioni sicure «che privati musulmani hanno percosso e ucciso dei prigionieri armeni condotti da agenti di polizia, senzacchè questi vi si opponessero, -- che si sono prodotti attacchi di privati contro persone assolutamente inoffensive, -- che i prigionieri feriti furono uccisi a sangue freddo nelle corti della polizia e nelle prigioni».
Il 4 ottobre il Patriarca armeno invocava la protezione degli ambasciatori per i suoi connazionali terrorizzati; egli affermava di non potere persuaderli ad uscire dalle chiese ove si erano rifugiati. In seguito a questo appello, gli ambasciatori presentavano alla Porta una nota collettiva nella quale, insistendo sulla gravità degli avvenimenti passati, si chiedeva al Governo ottomano quali misure contasse di prendere per calmare l'agitazione musulmana e armena, prevenire il ripetersi dei deplorati incidenti e proteggere cristiani e stranieri. Reclamavano inoltre una inchiesta immediata e severa; e frattanto risolvevano di far avvicinare a Costantinopoli le navi stazionarie.
L'8 e il 10 ottobre da Trebisonda telegrafavano:
«Terribile massacro Armeni; tutt'oggi città in balìa del popolo turco armato, truppa scarsissima impotente lasciò fare, anzi soldati presero parte massacro e saccheggio. Vittime molte. Consolato, chiesa, scuola protette, ma pericolo ancora immenso. Indispensabile immediato invio truppa da Costantinopoli.»
«Massacro ieri l'altro durato dalle undici alle quattro, seguìto completo saccheggio case, negozi armeni. Morti sopra cinquecento (?). Notte seguente, lo stesso accadde villaggi armeni vicini. Ieri, calma relativa salvo nuovo panico rumore sparso arte; Consolati tuttora quantità rifugiati. Positivamente, massacri concertati connivenza autorità civili e militari. Valì, contro formale promessa, chiese truppa solo dopo massacro. Jersera, arrivò battaglione con maggior generale nominato presidente tribunale guerra. Stato d'assedio oggi proclamato. Aspettasi corazzata russa.»
Diminuita, ma non sedata l'agitazione, la Sublime Porta si persuase a riprendere il programma, proposto dai tre ambasciatori, delle riforme armene, le quali il 17 ottobre furono promulgate con un _iradè_ del Sultano. Non erano tutte le riforme sulle quali l'Inghilterra specialmente aveva insistito, ma lord Salisbury dovette pel momento contentarsene, sebbene senza speranza che raggiungessero lo scopo della pacificazione.
La comunicazione del testo delle riforme deliberate era stata fatta ufficialmente soltanto ai tre ambasciatori. L'Italia, insieme alla Germania e all'Austria-Ungheria, dovette reclamare in base al Trattato di Berlino uguale trattamento, per trovarsi sullo stesso terreno delle altre potenze nella sorveglianza dell'adempimento da parte della Porta degl'impegni assunti dinanzi all'Europa.
La questione, in verità, era tutt'altro che chiusa: i massacri di cristiani continuavano in Armenia; fu proposto un altro passo collettivo delle Potenze presso la Porta per invitarla ad esercitare la sua autorità pel mantenimento dell'ordine pubblico; ma gli ambasciatori russo e francese dissentirono, giudicando quel passo inutile e inopportuno. In realtà il Governo imperiale, dopo avere scatenati gli odii e il fanatismo religioso, era impotente a trattenerli; e il peggio era che l'anarchia si estendeva in altre provincie dell'Impero ottomano. Le cose giunsero al punto che i sei ambasciatori non poterono, dinanzi ai pericoli che sovrastavano, non accordarsi in un atto di protesta, che fu una diffida. Il Sultano licenziò tutti i ministri, allontanò Kiamil-pascià, di cui diffidava, relegandolo ad Aleppo; ma con la scelta dei nuovi suoi consiglieri accrebbe le diffidenze sulle sue intenzioni. Che cosa di Abdul-Hamid si pensasse in quel momento (novembre 1895) nelle sfere diplomatiche di Costantinopoli, si legge in queste righe:
«Ambasciatore di Germania a Costantinopoli opina che il Sultano si sostiene soltanto per rete inestricabile spionaggio, organizzato da tutte le parti, che rende tutti reciprocamente diffidenti, ed impedisce congiure. Marschall ritiene situazione sempre più grave. Russia ed Inghilterra assicurano non volere intervenire, ma avvenendo catastrofe, possono eventi essere superiori buon volere. Si prevede eventualità di dover spodestare Sultano attuale e mettere al posto successore naturale. Ad ogni modo Marschall confida nella stretta unione delle Potenze della triplice alleanza.»
Intanto, mentre il nuovo ambasciatore italiano in Turchia, Pansa, telegrafava:
«Kiamil partito oggi per Smirne, ove ottenne essere destinato, invece di Aleppo. Corre voce possibili nuovi cambiamenti ministeriali. Temesi ripetizione dimostrazione armena in Pera, il che creerebbe gravissimo pericolo. Sultano in preda morbosa esaltazione, che rende possibile qualunque sorpresa. Tutti gli ambasciatori si sono oggi riuniti per combinare misure eventuale protezione.»
Crispi ordinava l'invio della flotta italiana nelle acque turche. Contemporaneamente il Governo francese decideva che una divisione della sua squadra del Mediterraneo si recasse in Levante.
Le navi _Re Umberto_, _Doria_, _Stromboli_, _Etruria_, _Partenope_ partirono da Napoli il 16 novembre.
Frattanto gli ambasciatori presso il Sultano telegrafavano ai rispettivi Governi che, in vista del crescente malcontento dei turchi e di qualche possibile catastrofe a Palazzo, era opportuna la presenza nel Bosforo di un secondo stazionario, con marinai da sbarco per la protezione delle ambasciate. Avutane l'autorizzazione, gli ambasciatori richiesero il _firmano_ per l'entrata negli Stretti della seconda nave; ma, nonostante il parere del Consiglio dei Ministri, il Sultano, temendo che l'Europa preparasse la sua deposizione, rifiutò di accordarlo. Riunitisi i rappresentanti delle grandi potenze, quello d'Inghilterra, Currie, propose che se il _firmano_ richiesto non fosse accordato, i secondi stazionarii entrassero nei Dardanelli sotto la protezione delle squadre; dissentirono gli ambasciatori di Russia e di Francia dichiarando di non avere istruzioni dai loro Governi.
La proposta di Currie combinava col parere del Cancelliere austro-ungarico, conte Goluchowski, comunicato ai Gabinetti delle Potenze il 15 novembre. Il Goluchowski opinava che tutte le Potenze tenessero in Levante squadre, dalle quali gli ambasciatori a Costantinopoli potessero in breve tempo distaccare navi per la protezione della vita e della proprietà dei connazionali. Non si sarebbe dovuto, in caso di necessità, fermarsi dinanzi alle proteste della Porta per l'entrata delle navi da guerra nei Dardanelli.
Vi fu allora un vivo scambio di comunicazioni tra i Gabinetti, il cui risultato fu che la Russia, temendo che Inghilterra, Austria e Italia avrebbero agito ugualmente, finì col dare ordine al proprio ambasciatore di associarsi alla intimazione proposta. La Francia, che in tutta la questione seguiva fedelmente la condotta della Russia, fece altrettanto. E il 10 dicembre i firmani imperiali erano concessi a tutte le sei grandi Potenze.
Ma il Governo russo non mancò di far sapere che non sarebbe andato più oltre, e non si sarebbe associato ad altre misure di coercizione, come quelle indicate da Goluchowski, sostenendo che bisognava sorreggere il prestigio del Sultano e non indebolirlo, se si voleva che egli riuscisse a ristabilire l'ordine nell'Impero.
Rotto così il concerto europeo, Crispi avrebbe voluto che in Oriente, come nel Mediterraneo, la politica dell'Inghilterra, dell'Austria e dell'Italia riprendesse il corso che aveva avuto durante il suo primo Ministero, in base agli accordi del 1887.
Della decisione di Crispi a prender parte in prima linea ad un'azione contro il malgoverno ottomano, che alla metà del novembre 1895 sembrò inevitabile, abbiamo più di un documento.