Part 2
«Il Cancelliere dell'Impero è venuto a vedermi in questo momento. Confermandomi ciò che avevo già appreso ieri al Dipartimento Imp.le degli Affari Esteri, egli era profondamente commosso e riconoscente per le bontà del Nostro Augusto Sovrano e per l'alta distinzione che gli fu conferita da Sua Maestà. Egli era pure assai soddisfatto dei colloquii avuti con V. E. dichiarandosi completamente d'accordo in massima sopra gli argomenti circa i quali vi fu scambio d'idee, tanto sotto l'aspetto politico, quanto sotto l'aspetto commerciale. S. E. si era affrettata di far rapporto all'Imperatore della missione compiuta. Sua Maestà Imperiale manifestò viva soddisfazione di constatare una volta di più. che le relazioni fra l'Italia e la Germania sono e resteranno sul miglior piede a tutto vantaggio della triplice alleanza e del principio monarchico. Il Cancelliere mi pregò di rendermi interprete dell'eccellente impressione riportata da questo suo viaggio e di ringraziare per tutte le cortesie di cui fu colmato alla nostra Corte e da V. E. Egli ha solo rammarico che le esigenze di servizio l'abbiano costretto ad abbreviare il suo soggiorno in Italia. Il Cancelliere si dimostrò pure assai grato dell'accoglienza che gli fu fatta dalla popolazione di Milano e dalle Autorità municipali.»
Naturalmente, della sostanza dei colloqui di Milano fu informato il Cancelliere austro-ungarico conte Kálnoky, per mezzo dell'ambasciatore imperiale a Roma barone de Bruck, e dell'ambasciatore reale a Vienna, conte Nigra. Quest'ultimo telegrafava in data 1.º dicembre:
«Kálnoky mi ha pregato di ringraziare V. E. per la comunicazione da lei fatta a Bruck, i cui particolari gli furono confermati da Reuss e Caprivi. I due argomenti saranno studiati ed esaminati a suo tempo. Oggi cominciano le conferenze commerciali fra Austria-Ungheria e Germania. Da esse si vedrà se, e sino a che punto, i due imperi possano procedere sempre meglio d'accordo fra loro e preparare via a una intesa fra i tre Stati alleati sul terreno economico.»
Tra lo stesso Conte Nigra e Crispi seguiva la seguente corrispondenza:
«4 dicembre 1890.
_Mio caro Sig. Conte,_
Adempio con ritardo -- ed ella ne comprenderà il motivo -- alla promessa fattale con mio telegramma del 18 novembre da Torino.
Nei colloquii, tenuti il 7 e l'8 novembre, Caprivi ed io ci siamo occupati della Triplice, tanto dal lato politico, quanto dal lato economico e commerciale. Siamo riusciti d'accordo in tutto; e parmi che basti, senza ricordare qui i nostri ragionamenti, scrivere per lei sulle varie tesi il concluso.
Nissun dubbio che l'alleanza delle tre monarchie debba essere prorogata. Nissuno di noi può credere che nel maggio 1892 le condizioni politiche dell'Europa possano essere mutate. Le ragioni, per le quali il trattato fu stipulato al 1882 e rinnovato al 1887, è a prevedersi che saranno le medesime.
Giova apportarvi qualche modificazione, e qualche aggiunta? È quello che si deciderà dai tre governi, i quali han tempo ancora a meditarvi. Una cosa intanto appare evidente..... Il conte di Caprivi su questo fu meco d'accordo.
Fummo anco d'accordo sulla necessità di migliorare le condizioni commerciali dei tre Stati, stipulando dei favori speciali che ne rendano più facili le relazioni, e talmente intimi i vincoli da resistere alla guerra che potrebbe venirci dalla Francia, qualora la nuova legge doganale uscisse così aspra da quel Parlamento da non permetterci di venire a patti. Non una lega doganale si vorrebbe fra i tre Stati, ma una maggiore mitezza nei dazii d'importazione.
Ciò posto, siam rimasti intesi che i tre governi metterebbero allo studio le varie questioni, che il grave argomento comprende. Quando gli studii saran terminati, affideremo a delegati speciali, che potrebbero esser due per ciascuno Stato, l'esame del problema e le proposte per la sua soluzione.
Finchè la Francia è in repubblica -- ed ormai questa forma di governo colà sembra consolidata -- essa sarà sempre una minaccia per le monarchie in Europa. La Russia deve capirlo, essendo ormai Parigi l'asilo dei nihilisti -- e le due penisole, l'Italiana e l'Iberica, lo sanno per la propaganda morale e gli aiuti finanziari dati ai partiti sovversivi dal governo del finitimo territorio.
Noi in Italia siamo abbastanza forti: il sentimento monarchico nelle nostre popolazioni è profondo, e resiste all'apostolato rivoluzionario. Ci battiamo e non ci faremo vincere. Non bisogna però nascondere a noi stessi che il Vaticano accenna a valersi dei radicali, e si è visto nelle ultime elezioni. Il cardinale Lavigerie, nella sua nuova fase, lavora d'accordo col Papa. I cardinali in parte dissentono, ed anche il clero francese non è compatto; ma ignoriamo quello che ne potrà avvenire più tardi.
Le monarchie pericolanti sono la portoghese e la spagnuola, e la prima più della seconda. Ove esse cadessero, e a Lisbona e Madrid la repubblica fosse proclamata, nissun dubbio che codesto sarebbe il principio di una trasformazione politica, che la Francia è interessata ad apportare in Europa. I tre governi alleati dovrebbero meditare sul possibile avvenimento, comunicarsi le loro idee, ed agire, ove d'uopo, nelle vie diplomatiche.
Il conte di Caprivi si disse convinto di ciò, e promise di procedere d'accordo.
Stabiliti gli argomenti che importa meditare e determinati i criterii secondo i quali i governi delle tre monarchie alleate dovrebbero condursi, resta a Lei, signor conte, di ragionarne con codesto ministro degli affari esteri, prendere con lui gli accordi necessarii, e manifestarmi le sue intenzioni. La lunga esperienza dell'E. V. supplirà alle lacune che può presentare questa mia lettera, affinchè si possano raggiungere gli scopi che io mi son prefisso, e nei quali è consenziente il Cancelliere germanico.
E dopo ciò accolga i miei più cordiali saluti.
Devotissimo _F. Crispi._»
«Vienna, 10 dicembre 1890.
Le confermo mio precedente telegramma. Esposi a Kálnoky il contenuto della lettera. Egli d'accordo in massima con V. E. e Caprivi,....
Quanto alle questioni commerciali prevede un intoppo nell'articolo XI del Trattato di Francoforte.[2] Chiede tempo per studiare le due questioni. Intanto si vedrà fra non molto su quali basi si potranno fare concessioni commerciali fra l'Austria-Ungheria e la Germania, il che faciliterebbe la soluzione anche per l'Italia. Nell'esame delle due questioni Kálnoky apporterà vivo desiderio d'accordo completo. Divide poi l'opinione di V. E. sulla convenienza di una direzione diplomatica uniforme per la difesa delle istituzioni monarchiche.
_Nigra._»
[2] _Art. XI del trattato definitivo di pace concluso a Francoforte sul Meno il 10 maggio 1871 tra l'Impero di Germania e la Repubblica francese (Scambio delle ratifiche. Francoforte, 20 maggio):_
«Les traités de commerce avec les différents États de l'Allemagne ayant été annulés par la guerre, le gouvernement français et le gouvernement allemand prendront pour base de leurs relations commerciales le régime du traitement réciproque sur le pied de la nation la plus favorisée.
Sont compris dans cette règle les droits d'entrée et de sortie, le transit, les formalités douanières, l'admission et le traitement des sujets des deux Nations, ainsi que de leurs agents.
Toutefois, seront exceptées de la règle susdite les faveurs qu'une des parties contractantes, par des traités de commerce, a accordées ou accorderà à des États autres que ceux qui suivent: l'Angleterre, la Belgique, les Pays-Bas, la Suisse, l'Autriche, la Russie.
Les traités de navigation, ainsi que la Convention relative au service International des chemins de fer dans ses rapports avec la douane, et la Convention pour la garantie réciproque de la propriété des oeuvres d'esprit et d'art seront remis en vigueur.
Néanmoins, le gouvernement français se réserve la faculté d'établir sur les navires allemands et leurs cargaisons des droits de tonnage et de pavillon, sous la réserve que ces droits ne soient pas plus élevés que ceux qui grèveront les bâtiments et les cargaisons des nations susmentionnées.»
[_Telegramma_]
«Roma, 15 dicembre 1890.
Il barone de Bruck mi ha letto una nota del conte Kálnoky con la quale dichiara che il ministro austriaco è meco d'accordo in tutte le quistioni le quali furono oggetto del colloquio col conte Caprivi e che riassunsi a Lei con mia particolare del 4 corrente. Chiede intanto che io concreti le mie idee sulle modificazioni alla convenzione del 1887, il che sarà fatto.
Discorrendo col Bruck intorno al miglioramento delle relazioni commerciali ed economiche, si cadde d'accordo sulla necessità della proroga, di un anno almeno, del diritto alla denunzia del trattato 7 dicembre 1887, affinchè le due parti avesser agio a studiare la grave quistione. Bruck scrive oggi stesso a cotesto scopo a Kálnoky affinchè fosse autorizzato ad uno scambio di note. Voglia parlargliene e fare le debite sollecitazioni, stringendo il tempo e dovendo io rispondere ad interpellanze parlamentari sull'argomento.
_Crispi_.»
[_Telegramma_]
«Vienna, 16 dicembre 1890.
Ho vivamente impegnato Kálnoky allo scambio di note per proroga di un anno del diritto di denunzia del trattato di commercio. Kálnoky consente pienamente con V. E.; ha subito telegrafato a Pest ed ha fatto la proposta al Ministero austriaco d'agricoltura e commercio. Egli crede che non vi sarà ostacolo, ma forse bisognerà sottomettere scambio di note alla sanzione del Parlamento, che secondo Kálnoky potrebbe essere data anche dopo il dicembre.
Kálnoky mi ha promesso che non porrà indugio alla soluzione ed io lo solleciterò più che posso.
_Nigra_.»
_Capitolo Secondo._ -- La Tripolitania e la Francia.
La Triplice Alleanza e gl'interessi italiani nel Nord-Africa. -- La Francia sulla frontiera tripolo-tunisina sino al 1890. -- Una memoria del generale Dal Verme sul confine storico tra la Tunisia e la Tripolitania. -- L'accordo anglo-francese del 5 agosto 1890. -- Rimostranze di Crispi presso il governo inglese. -- Nota di Said pascià su l'_hinterland_ tripolitano. -- Come si potevano impedire le ulteriori usurpazioni della Francia. -- Crispi e il governo francese; questo nega di aver delle mire sulla Tripolitania. -- Una nuova carta francese dell'Africa. -- Dichiarazioni del ministro Ribot alla Camera. -- Protesta di Crispi. -- Stato della questione al 1894. -- La convenzione franco-germanica. -- La Francia tenta avanzarsi nel Sudan egiziano. -- Fascioda. -- Nuovi accordi anglo-francesi a danno dell'_hinterland_ tripolitano. -- L'Italia rinunzia senza compensi ai suoi diritti in Tunisia. -- L'accordo franco-italiano del 1902. -- L'opera di Crispi nel Marocco. -- L'occupazione italiana della Tripolitania e un cattivo presagio.
Dai documenti che precedono -- i quali, per quanto si riferisce alle precise stipulazioni della alleanza dell'Italia con la Germania e con l'Austria, sono necessariamente reticenti, un dovere elementare vietandoci di rivelare segreti di Stato -- si deduce tuttavia quali fossero, alla fine del 1890, gli obiettivi della politica estera di Crispi. Il trattato d'alleanza non era lontano a scadere; l'esperienza aveva dimostrato che se esso garentiva la pace, l'Italia era esposta per questo beneficio comune alle tre potenze, a sopportare da sola i danni della guerra accanita che la Francia le faceva nel campo economico e, fuori d'Europa, anche nel campo politico. La teoria che i rapporti economici e i rapporti politici non debbano influirsi scambievolmente, non poteva convenirci perchè era innegabile che a cagione dell'alleanza noi subivamo danni ingenti dalla ostilità francese, con la rottura delle relazioni commerciali e coi colpi incessanti al nostro credito internazionale.
Crispi aveva dimostrato al Cancelliere germanico che le grandi alleanze politiche non possono essere limitate a categorie d'interessi e che il trattato della Triplice per arrecare tutti i suoi benefici doveva comprendere, oltre la garenzia territoriale, la difesa d'ogni interesse essenziale di ciascuno degli alleati nelle complesse relazioni della vita internazionale. E il generale Caprivi aveva aderito a tali vedute e domandato che il ministro italiano concretasse le sue proposte.
Ma l'argomento sul quale Crispi richiamò più vivamente l'attenzione del suo collega, come quello che racchiudeva un pericolo imminente e grave per l'Italia, fu la condotta della Francia nel Nord-Africa.
Crispi aveva nei mesi precedenti denunciato ai gabinetti di Londra, Berlino e Vienna il progetto francese di convertire nell'annessione il protettorato sulla Tunisia, ed era riuscito a promuovere le rimostranze delle tre Potenze a Parigi contro quel progetto.[3] Ma egli non s'illudeva sulla efficacia duratura di una pressione diplomatica e cercò di giovarsi senza indugio di questa per ottenere dalla Francia una maggiore considerazione degli interessi italiani. Posto che prima o poi la Francia si sarebbe resa padrona della Tunisia, Crispi pensò di trarre vantaggio da un evento ineluttabile, transigendo sui diritti garentiti dai trattati che l'Italia vantava nell'antica Reggenza. Il compenso non poteva essere che il dominio italiano sulla Tripolitania.
[3] Cfr. Francesco Crispi: _Politica Estera_, Cap. XII.
Le difficoltà però non erano lievi. I francesi aspiravano essi a estendersi ad oriente. Come avevano occupato la Tunisia col pretesto di assicurarsi il pacifico possesso dell'Algeria, l'occupazione della Tripolitania avrebbe dovuto assicurare il possesso della Tunisia, e l'impero francese nel Mediterraneo sarebbe stato un fatto compiuto. Le prove che queste aspirazioni imperialistiche erano entrate nel programma positivo del governo, non mancavano.
L'accordo anglo-francese, che porta la data del 5 agosto 1890, per la delimitazione delle sfere d'influenza della Francia e dell'Inghilterra in Africa, dimostrò chiaramente il piano della Francia d'insignorirsi dell'_hinterland_ della Tripolitania. Quell'accordo rappresentò il corrispettivo che l'Inghilterra dava alla Francia pel riconoscimento che questa faceva del protettorato inglese sullo Zanzibar -- e fu ventura che lord Salisbury resistesse alle pretese francesi di concessioni a Tunisi. Probabilmente il Primo ministro della Regina avrebbe ceduto se Crispi, appoggiato dalle Cancellerie di Berlino e di Vienna, non avesse fatto a Londra vive rimostranze. Egli fece dire al Salisbury
«che il governo del Re, nelle varie occasioni presentatesi per discorrere delle cose di Tunisi fra Roma e Londra, credeva essersi accorto che nel gabinetto inglese esistesse una tendenza a fare delle concessioni alla Francia a scapito d'interessi italiani che l'Italia riteneva comuni coll'Inghilterra e sui quali nè il governo italiano intendeva transigere, nè l'opinione pubblica lo avrebbe permesso; che, in conseguenza di ciò, era nell'interesse del mantenimento e sviluppo delle intime relazioni fra i due paesi, sul quale riposava principalmente la pace europea, che l'Italia doveva far conoscere al governo inglese che non sarebbe disposta a seguirlo in una via che conducesse a modificare politicamente o materialmente lo _statu-quo_ nella Tunisia a favore della Francia.»
Allorquando la Francia occupò la Tunisia, nel 1881, la linea frontiera fra la Tripolitania e la Reggenza di Tunisi passava ad ovest della baia di El Biban, sul mare. Se ne ha facilmente la prova consultando le carte francesi più autorizzate, quella dei Signori Prax e Renou, e quella del «dépôt de la guerre» con le osservazioni del capitano di vascello Falbe. L'occupazione francese non era ancora un fatto compiuto che l'attenzione dell'esercito d'occupazione si volgeva verso la frontiera tripolitana.
Durante i mesi di agosto e settembre 1881, tre spedizioni militari si diressero simultaneamente verso il sud-est tunisino. I generali Logerot, Philibert, Jamais comandavano i tre corpi di spedizione. Il primo aveva ai suoi ordini circa 13000 uomini. La sua marcia non fu scevra di difficoltà; fu ostacolata presso Fum-el-Bab dalla tribù degli Slass, ma dopo un combattimento vittorioso il generale Logerot arrivò a Gafsa e la occupò. Da Gafsa cotesto generale si diresse verso Gabes, dove ebbe luogo la riunione dei tre corpi di spedizione. Egli percorse tutto il sud della Tunisia, senza tuttavia -- cosa importante a rilevarsi -- oltrepassare lo Uadi-Fessi.
In seguito a questa spedizione, le tre grandi tribù tunisine degli Slass, Hamamma, Beni-Zid con altre dissidenti delle vicinanze di Sfax, complessivamente circa 260000 persone, passarono sul territorio tripolitano sotto il comando supremo di Ben Khalifa, il capo che aveva organizzato la difesa di Sfax. Cotesti ribelli costituivano, presso la frontiera tunisina, un focolare permanente di rivolte e di torbidi.
Il governo francese si preoccupò di questo pericolo e tutti i suoi sforzi furono da allora diretti a favorire la pacificazione dei ribelli e il loro ritorno in Tunisia. Il Console Generale di Francia a Tripoli, Féraud, e il generale Allegro, soprannominato Jusef Negro -- che i francesi avevano fatto nominare dal Bey governatore della provincia di Arad in ricompensa dei servizi resi nel tempo dell'occupazione -- si adoperarono a raggiungere tale risultato, e a poco a poco vi riuscirono.
Nel mese di aprile 1885, il Féraud era sostituito a Tripoli dal Destrées, il quale continuò a seguire la linea di condotta del suo predecessore e facilitò il ritorno in Tunisia degli ultimi dissidenti.
In grazia di questo felice risultato la Francia poteva oramai avanzare verso l'Est.
Nel mese di maggio del 1885 il Ministro residente di Francia a Tunisi, Cambon, visitò il sud della Tunisia. Oltrepassando la frontiera egli si avanzò sino all'Oglad Djemilia. Più tardi, nel mese di luglio del 1887, egli dichiarò al nostro ministro a Madrid, marchese Maffei, che quell'escursione gli aveva permesso di convincersi che la vera frontiera della Tunisia è l'Uadi-Mochta. Il nome del largo torrente al quale il Cambon dava il nome di Uadi-Mochta era stato sino allora quello di Uadi-Sigsao, mentre in arabo «mochta» significa «frontiera».
Nel mese di ottobre 1886 tre navi francesi si presentavano sulla costa tripolina fermandosi presso il capo Macbes, donde cominciarono a fare i rilievi delle coste vicine. Il governatore generale di Tripoli, avvertito, inviò sui luoghi una corvetta turca sotto gli ordini del comandante la stazione marittima di Tripoli. Cotesto ufficiale superiore chiese al comandante francese con qual diritto e con quali intenzioni procedesse ai rilievi di una costa appartenente alla Turchia. Il comandante francese eccepì la propria ignoranza: egli credeva di rilevare una costa tunisina, della quale doveva fare la carta idrografica. Il turco avendo insistito nell'affermazione che la costa era tripolitana, le navi francesi si ritirarono, lasciando tuttavia eretta, a Ras Tadjer o Adjir, una colonna in muratura. Il Console Generale di Francia, signor Destrées, poco dopo si presentò al Governatore Generale di Tripoli e gli chiese per quali motivi il Comandante turco avesse imposto al Comandante francese di allontanarsi dal capo Macbes. Il Governatore Generale dette le spiegazioni richiestegli, alle quali il Console di Francia oppose che la proprietà del punto del quale si trattava era dubbia.
Nel mese di dicembre 1887, il Bollettino della Società di Geografia di Parigi annunciava che un accordo era stato concluso tra la Turchia e la Francia per la delimitazione della frontiera tripolo-tunisina, e che la nuova frontiera era portata a Ras Tadjer, a 32 chilometri al di là dell'antica demarcazione. Il Governo del Re comunicò immediatamente questa notizia all'ambasciatore d'Italia a Costantinopoli, Blanc, il quale si recò tosto dal Gran Visir. Il Gran Visir smentì perentoriamente l'esistenza della pretesa convenzione e dichiarò inammissibile che la Turchia, la quale non riconosceva il protettorato francese sulla Tunisia, potesse entrare in _pourparlers_ colla Francia circa una delimitazione della frontiera tunisina. L'indomani il Sultano faceva al barone Blanc una dichiarazione non meno categorica: Sua Maestà assicurava che non avrebbe tollerato nè lo spostamento della frontiera, di cui parlava il Bollettino della Società francese di Geografia, nè alcun accordo che potesse implicare il riconoscimento del protettorato francese a Tunisi. Secondo il Sultano, gl'intrighi e le informazioni francesi non avevano altro scopo che quello di spingere l'Italia a impegnarsi in una «questione tripolitana».
Le medesime notizie continuavano a stamparsi sui giornali e l'ambasciatore italiano a Costantinopoli insistè di nuovo presso la Sublime Porta e ottenne da Said pascià, allora Gran Visir, che l'ambasciatore del Sultano a Parigi, Essad pascià, fosse incaricato di chiedere al governo della repubblica il richiamo del generale Allegro e la smentita categorica di qualsiasi modificazione di frontiera.
Verso la stessa epoca il Governo ottomano aveva deciso di cacciare dalla Tripolitania la frazione degli Uargamma, che erasi stabilita nella regione situata tra le antiche frontiere della Tunisia, regione denominata Giufara el Garbia e che è tra le più fertili e le più ricche di pascoli della Tripolitania. La presenza di cotesti tunisini nel territorio tripolitano poteva fornire alla Francia un pretesto per pretendere che cotesto territorio appartenesse alla Reggenza di Tunisi, dacchè una tribù tunisina vi si era pacificamente stabilita e vi faceva atto di proprietà.
Una spedizione partì da Tripoli sotto gli ordini del generale di brigata Mustafà pascià. Il corpo di spedizione si componeva di 1400 uomini, dei quali 800 di fanteria, 320 cavalieri, il resto di artiglieria. Ma si arrestò a Zuara e non andò oltre. Il generale, a mezzo d'intermediarii, fece intimare ai capi degli Uargamma l'abbandono del territorio abusivamente occupato, concedendo loro di stabilirsi, se lo volessero, nelle grandi Sirti. Gli Uargamma, poco curandosi della intimazione ricevuta, si stabilirono in parte a Gibel Nalut, in parte a Djemilia, restando così sul territorio tripolitano.
Il Console di Francia a Tripoli, avvertito ufficialmente della spedizione dal valì, si affrettò a informarne il Residente francese a Tunisi. Una commissione composta del segretario generale della Residenza e del segretario francese per gli affari indigeni, partì tosto su di una nave da guerra per raggiungere a Zarzis il generale Allegro che l'aveva preceduta. Costui, sulla fede di informazioni inesatte, ovvero con lo scopo di prevenire un fatto possibile, aveva avvertito il Destrées di una pretesa marcia di Mustafà pascià sopra Djemilia. Il Console si presentò al valì e non senza emozione, vera o finta, gli domandò se la notizia fosse esatta. Aggiunse che Djemilia apparteneva alla Tunisia e dichiarò che qualsiasi altro tentativo da parte della Turchia sarebbe stato considerato dalla Francia come un _casus belli_. Il valì, intimidito, si affrettò a rassicurare il signor Destrées circa la falsità della notizia, affermando tuttavia nuovamente i diritti incontestabili della Turchia su Djemilia, come appartenente alla tribù tripolitana degli Huail.