Part 19
Siccome non chiediamo dalla Corona la soddisfazione di alcuna ambizione e poichè, al contrario, siamo mossi da un irresistibile impulso di civico dovere, assumiamo di buon grado questa ingrata missione di dire la verità al Re, e non la tradiremo perchè non siamo mossi da odii, nè da timore.
Monarchici e conservatori liberali quali siamo, noi sappiamo che il nostro posto è questo!»
La soluzione data all'incidente dal Governo italiano fu giudicata favorevolmente da quasi tutta Europa (fece eccezione, naturalmente, la stampa clericale), e raffreddò le accoglienze che il re Carlo ebbe in Germania e in Inghilterra.
Da Berlino, l'ambasciatore conte Lanza scriveva in data 20 e 31 ottobre:
«.... Il barone Marschall si espresse, fin d'allora, meco in termini sdegnosi per l'incapacità, la debolezza, del resto ben note, del Gabinetto di Lisbona. S. M. Fedelissima arriverà qui il 1.º novembre. Essa aveva fatto chiedere di anticipare di una settimana il suo arrivo, ma S. M. l'Imperatore rispose che non poteva riceverlo prima di quell'epoca, già precedentemente fissata. Di feste a Corte non si parla finora e Sua Maestà non farà col re Carlos, che si tratterrà qui pochi giorni, molti complimenti, tanto più dopo l'incidente del viaggio a Roma....»
«Segretario di Stato dipartimento Esteri quasi volendo scusare ricevimento Re del Portogallo, mi disse iersera confidenzialmente che, stante l'incidente viaggio Roma, feste sono state ridotte stretto limite convenienza, non vi sarà ricevimento ufficiale Berlino, ma solo al _Neuen Palais_ a Potsdam ove Re del Portogallo alloggia. Sabato pranzo a Potsdam senza invito Corpo diplomatico. Domenica Loro Maestà interverranno _Opera_ ove avrà luogo non la così detta rappresentazione di gala, ma soltanto teatro _paré_. Giornali parlano appena arrivo Re del Portogallo.»
Al teatro l'Imperatore fece rappresentare l'opera _Rienzi_, divertendosi a far vedere al suo ospite Roma sulla scena.
In Inghilterra non fu meno avvertito il danno che l'incidente aveva prodotto, e l'ambasciatore Ferrero riferiva:
«Salisbury, mostrandosi vivamente preoccupato di quanto potrebbe avvenire in Portogallo, qualora nel Parlamento italiano qualche interrogazione intorno al noto incidente della visita suscitasse espressioni vivaci, mi ha chiesto caldamente di pregare il Regio Governo di evitare possibilmente ogni interpellanza al riguardo nella Camera. Egli giunge perfino a temere che il contraccolpo nel Parlamento portoghese potrebbe condurre alla caduta di quella dinastia.»
Alla caduta della monarchia portoghese, avvenuta dopo l'inaudita strage della famiglia reale, non fu estranea la supina subordinazione dello Stato all'influenza clericale, che determinò l'incidente del quale abbiamo narrato le fasi. È giustizia ricordare che il malcontento popolare aveva origini remote, ed era andato sempre crescendo. Quando penetrò nell'esercito decise delle sorti del regime monarchico.
Sin dal dicembre 1889 si scriveva a Crispi da Berlino:
«Fortunatamente non esiste alcun generale abbastanza in vista per mettersi, come al Brasile, alla testa di un pronunciamento simile a quello che ha rovesciato Don Pietro II con un colpo di mano che ha avuto quasi le proporzioni di un _escamotage_. Altrimenti, al primo tentativo di adoperare a Lisbona un tale procedimento, la Dinastia «crollerebbe come un castello di carta». Una rivoluzione popolare sembra in Portogallo tanto poco inverosimile come era a Rio de Janeiro; l'esercito, nel suo insieme, è senza dubbio animato da sentimenti di onore e di disciplina, ma a condizione che abbia un capo di sua fiducia. Del resto, la rivoluzione o evoluzione operatasi recentemente nel Brasile prova che i mestatori non hanno bisogno del concorso delle masse, purchè dispongano di generali come i capi del _pronunciamento_ brasiliano. Importa quindi che il Sovrano sappia guadagnare le simpatie dell'esercito, circondarsi di ufficiali di provata fedeltà, e sopratutto ch'egli possa fare assegnamento sul comandante militare di Lisbona....
Se il movimento repubblicano avesse, come al Brasile, trionfo in Portogallo, e in seguito forse anche in Spagna, tale avvenimento sarebbe un danno grave per il principio monarchico in Europa e un vantaggio per le istituzioni della Francia, che vorrebbe trovare dappertutto alleati contro la Germania e l'Italia.»
Crispi non aveva mancato di dare consigli al governo portoghese, e si era adoperato con successo presso l'Inghilterra per una soluzione amichevole del conflitto sorto per le colonie anglo-portoghesi nell'Africa occidentale. In una lettera -- si noti -- dell'11 gennaio 1891, il ministro d'Italia a Lisbona scriveva a Crispi:
«Dopo il mio ritorno fui ricevuto in udienza particolare da S. M. il Re, il quale mi espresse il suo gradimento pei buoni uffici prestati da V. E. al Portogallo nella sua vertenza coll'Inghilterra.
Il Ministro degli affari Esteri mi incaricò di ringraziare V. E. pel benevolo e costante concorso prestato dal R. Governo in questi difficili momenti al Governo Portoghese.
Colsi l'occasione per eseguire le istruzioni datemi verbalmente da V. E. ed esposi al signor Du Bocage la penosa impressione che desta la soverchia indulgenza del Governo Portoghese verso il partito repubblicano per gli inconvenienti che ne possono risultare a danno delle istituzioni, e sovratutto per la rilassatezza della disciplina nell'esercito.
Il Ministro mi assicurò che la condizione interna si era molto migliorata e che il Gabinetto si studiava di mantenere l'ordine e che il partito repubblicano non era da temersi che in caso di nuovi aggravii da parte dell'Inghilterra, che desterebbero grande irritazione nel paese, la quale sarebbe poi sfruttata a suo pro dal partito repubblicano. Le notizie poi circa allo spirito dell'esercito essere esagerate.
Non devo celare a V. E. che il mio discorso non sortì molto effetto. Il signor Du Bocage accolse le mie parole come espressione della premura che dimostra il R. Governo verso il Portogallo, ma parmi che egli non si renda conto dei pericoli di una simile condizione di cose. Tale è la fiacchezza degli ordini di Governo e dei costumi politici in questo paese, che ben difficilmente si muteranno le cose ed il mio collega di Spagna, il quale, per incarico del suo Governo, tenne un simile linguaggio, ha la stessa opinione.
Il Re mi parve maggiormente impressionato e mi disse, e forse con ragione, essere ora assai difficile di prendere provvedimenti contro ufficiali, ai quali finora si era lasciata la più sconfinata libertà di parola e di azione.
Intanto, malgrado che gli spiriti siano ora più calmi e che i partiti apparentemente mettano a tacere i loro dissensi, il partito repubblicano continua la sua propaganda.
Si tenne in questi giorni un Congresso del partito repubblicano a Lisbona, con piena libertà, e si addivenne alla nomina di un nuovo Direttorio, nel quale figurano due Maggiori Generali in servizio attivo, sebbene non provvisti di comando di truppe, i signori Latino Coelho e Souza Brandão.
Altro sintomo poco rassicurante circa la disciplina dell'esercito si è l'adesione di molti ufficiali all'associazione della «Lega Liberale», fondata sotto parvenza di un'associazione patriottica dal signor Fuschini, deputato del gruppo parlamentare detto della Sinistra dinastica. L'associazione non ha carattere repubblicano, ma è certo cosa poco consentanea allo spirito di disciplina militare questa partecipazione di ufficiali a manifestazioni politiche.
Nel riferire le condizioni attuali del Portogallo mi giova ripetere quanto ho già esposto nella mia corrispondenza in proposito, cioè che i costumi e l'indole di questo popolo attenuano la gravità della situazione e rendono forse più remoto lo svolgimento di avvenimenti che altrove sarebbero la conseguenza immediata delle cause di pericoli per le istituzioni da me enunciate.
Il componimento della vertenza colla Gran Bretagna gioverà molto a rendere più sicuro il mantenimento dell'ordine vigente e toglierà al partito repubblicano l'arma più potente di cui dispone per agitare il paese.»
Date le cause molteplici del malcontento del paese contro la dinastia, la propaganda repubblicana, facilitata dalla debolezza del governo, doveva portare i frutti che ha portato.
L'EUROPA E LA QUESTIONE ORIENTALE.
_Capitolo Ottavo._ -- La questione balcanica.
Nel 1879 Crispi esprime la sua fede nel riordinamento della penisola balcanica sulla base delle nazionalità. -- Critica del Trattato di Berlino nei riguardi della Balcania. -- Tre colloqui inediti tra Crispi e il principe di Bismarck. -- La seconda fase della questione bulgara e la Triplice italo-anglo-austriaca. -- La Turchia dichiara al principe Ferdinando l'illegalità del suo soggiorno in Bulgaria. -- Insuccesso della politica russa. -- Stambuloff ringrazia Crispi in nome del popolo bulgaro. -- Riconciliazione russo-bulgara. -- Due indirizzi a Crispi della «Confederazione Orientale». -- La questione di Creta e il malgoverno turco. -- Crispi e l'Albania. -- Crispi trova nel Montenegro la sposa pel futuro re d'Italia. -- La Confederazione balcanica con Costantinopoli capitale. -- «Il Sultano se ne vada in Asia».
Le idee di Crispi intorno al complesso problema della sistemazione dell'Oriente europeo non mutarono mai; che fossero conformi ai diritti dei popoli balcanici e della civiltà, e politicamente rispondessero agl'interessi essenziali di tutta l'Europa, è dimostrato dalla guerra di liberazione mossa alla fine del 1912 dai quattro Stati alla Turchia, -- guerra fatale, preferibile anche a qualsiasi soluzione che avesse potuto escogitarsi e imporsi dalle grandi Potenze. Soltanto le armi, infatti, possono col loro taglio netto dipanare siffatte intricate matasse, e operare le supreme rivendicazioni. Questa volta esse hanno altresì reso un notevole servigio alla diplomazia, riscattandola dalla politica ipocrita e umiliante che ha sostenuto per tanti decenni un regime spregevole e spregiato.
Per rimanere nel tempo a noi più vicino, ricordiamo che in occasione della discussione circa la politica estera fatta alla Camera nel febbraio 1879, nella seduta del 3 l'on. Crispi, trattando della questione orientale, disse:
«Io, o signori, ho la convinzione che la penisola dei Balcani può essere ricostituita sulla base della nazionalità. Io ho fede profonda che fra quelle genti non vi sia che il soffio della libertà il quale possa vivificarle, incivilirle, metterle in quella grande via in cui sono da parecchi secoli le altre nazioni di Europa.
La Bulgaria, signori! ma quanti atti di eroismo non furono fatti in quel paese? Avete dimenticato il libro di Gladstone, _Bulgarian orrors_, dove si ricordano gli alberi convertiti in forche per impiccarvi coloro che erano insorti in nome della patria e della religione?
Come mai si può dire che quei popoli fossero contenti del dominio turco, mentre hanno lottato per tanti secoli contro il medesimo?
Dimenticheremo l'eroismo di quella forte razza, la quale vive nel Montenegro, e la quale per lungo tempo, mentre altre popolazioni cedevano alla forza brutale, seppe resistere con miracoli di eroismo all'invasore straniero?
Signori: Non vedete voi che questi atti di coraggio, tanta virtù e tanta potenza di volontà, provano indiscutibilmente quella vitalità che è l'indizio vero della esistenza dei popoli?
Come volete che si affermi una nazione nei momenti della lotta di fronte ad una forza superiore che le sovrasta, e, dopo la lotta, dinanzi al carnefice? Non abbiamo forse uguali esempi nel nostro paese dal 1820 al 1860? E mettendo a paragone quello che fu fatto dall'Italia durante il lungo servaggio e che fu fatto nella penisola balcanica dalle soggiogate popolazioni dal principio del secolo in poi, avremo noi il coraggio, noi nazione costituita da ieri, di imprecare a tanto eroismo e a tanta virtù? (_Bravo! Bene, a Sinistra._).
Dunque gli elementi pel riordinamento della penisola balcanica sulla base della nazionalità esistono, e bisogna fidare nel tempo perchè fruttino e si svolgano.»
Crispi non fu soddisfatto del trattato di Berlino del 1878 che
«smembrò la Rumania, tradì la Grecia, ruppe il fascio delle forze rivoluzionarie le quali sin dal giugno 1875 si erano levate per la redenzione della razza slava. Al 1878, come al 1875, fu disconosciuta la ragione dei popoli. Quello che si volle e si convenne nella capitale tedesca fu detto nel Parlamento inglese. Lord Beaconsfield, questa incarnazione del vecchio spirito britannico, dichiarò alla Camera dei Pari che i congregati sentirono la necessità di mantenere ancora il dominio degli Osmani. Ma neanco questo è definitivo, esso è piuttosto un componimento provvisorio e -- siccome scriveva Lord Salisbury nella sua circolare la quale era unita al trattato -- dipenderà dai ministri del Sultano se sapranno usare degli accordi conclusi, o se sprecheranno questa probabilmente ultima opportunità offerta alla Turchia.
E tutti prevedono che la Turchia non farà senno, e che tosto o tardi verrà scossa da nuove convulsioni, ond'essa andrà irremissibilmente a rovina. Pertanto l'Inghilterra si è impossessata di Cipro, la Russia riprese la Bessarabia, e l'Austria occuperà l'Erzegovina e la Bosnia. Sono tre potenti stazioni militari, le quali mentre indicano la reciproca diffidenza dei gabinetti di Londra, Pietroburgo e Vienna, fanno presumere un forzato compromesso, cioè che nulla verrà stabilito nell'Oriente senza il loro consenso. È chiaro che sono nelle mani di coteste potenze i termini della grave questione, e che dipenderà dalla prudenza dei tre governi la fortuna delle popolazioni, le quali vivono nella penisola balcanica.»
In altra circostanza Crispi disse:
«Al 1878 l'Europa ebbe una tregua e non la pace. In Oriente il problema nazionale è ancora insoluto. Si dice: o la Russia sino all'Adriatico, o l'Austria sino all'Egeo. Non accetto il dilemma. L'Italia deve essere amica dell'Austria e della Russia, ma non dobbiamo voler mai che l'una o l'altra escano dai loro confini. L'Austria ebbe a Berlino con la Bosnia e l'Erzegovina una invulnerabile frontiera all'Oriente[39] e dev'esserne contenta.»
[39] Questo giudizio sul valore delle due provincie fu dato anche dal giornale ufficioso della Cancelleria austro-ungarica, il _Fremdenblatt_:
«Allorchè avremo reso la Bosnia e l'Erzegovina un baluardo ed un antemurale dell'Austria-Ungheria, la Serbia ed il Montenegro non ci potranno più dar noia».
A questo programma Crispi rimase fedele anche da Ministro. Ostacolò i tentativi della Russia di esercitare un'influenza preponderante in Bulgaria e in Rumania, temperando il russofilismo del principe di Bismarck, e legò l'Austria all'impegno di garantire lo _statu-quo_ nei Balcani. Tale politica ha mantenuto la pace ed ha dato tempo ai popoli balcanici di prepararsi a risolvere la loro partita secolare con la Turchia, con le proprie forze e nel proprio interesse. Oggi la Russia non può più pensare ad alcuna supremazia sugli Stati balcanici, usciti con quest'ultima guerra dalla minore età, nè a stabilirsi a Costantinopoli; e neppure l'Austria può ragionevolmente coltivare ancora la speranza d'inorientarsi. È finalmente avvenuto quello che Crispi auspicava nel 1879: le genti balcaniche, postesi sulla grande via del progresso civile, costituiscono oggi un baluardo insuperabile alle ambizioni russe e austriache.
Quello che Crispi pensasse della politica russa in Oriente, e come agisse per ostacolarla, risulta dai colloqui col principe di Bismarck e dai documenti sulle questioni bulgara e rumena da noi pubblicati in un precedente volume.[40]
[40] Cfr. _Francesco Crispi_: _Politica Estera_.
Qui riproduciamo dal _Diario_ di Crispi tre dialoghi ancora inediti tra il gran Cancelliere e Crispi del maggio 1889. In quel mese, come è noto, il re Umberto, accompagnato dal suo primo ministro, si recò a Berlino a restituire la visita ricevuta dall'imperatore Guglielmo l'anno innanzi:
_22 maggio._ -- Alle 4.45 pom. vo dal principe di Bismarck.
Trovo nel salone il Re, il quale conversa con la principessa di Bismarck. Dopo 5 o 6 minuti il Re si congeda con queste parole: «Vi lascio col signor Crispi».
Il principe ritorna al discorso fatto altre volte sulla Russia, e sui suoi progetti nella penisola balcanica.
-- Bisogna -- egli dice -- non impedire alla Russia di andare a Costantinopoli. Collocata quale è oggi, essa è inattacabile. Sul Bosforo diverrebbe debole e potrebbe facilmente esser battuta.
-- E la Rumania e la Bulgaria diverrebbero sua preda. Comprendo che, con un Sultano russofilo, l'impresa sarebbe facile; ma l'Europa ci perderebbe.
-- Lasciando la Russia libera, la Francia se ne distaccherebbe; ed avremmo anche evitato una grande guerra. Al contrario, se non si lasciasse alla Russia di avanzarsi, essa entrerebbe in Galizia, ed avremmo una crisi generale.
-- Quanta è la truppa russa sulle frontiere?
-- 200 mila uomini sono verso la nostra frontiera, 300 mila verso i possedimenti austriaci, nulla verso la Rumania. Siete stato mai alla caccia? Bisogna attendere gli animali al varco per ucciderli. Non abbiate fretta, e lasciate che le cose si svolgano da sè. La Russia vuol Costantinopoli, e bisogna lasciar che ci vada. Del resto, non vale la pena di occuparci del Sultano. Che si lasci al suo destino. Una volta i Russi a Costantinopoli, il Sultano si contenterà del loro protettorato; purchè gli lascino l'harem egli non domanderà altro.
-- Sarebbe un danno pei piccoli Stati danubiani, i quali sarebbero assorbiti.
-- No, la Russia non li toccherebbe. Il suo proponimento è quello soltanto di avere dei principi ortodossi.
-- Ed in Rumania pare che si avvii a ciò, la potenza del principe Carlo essendo scossa ed il partito russofilo manifestando l'antico desiderio di mettere sul trono uno degli antichi ospodari.
-- I rumeni vanno anche più in là; distruggerebbero l'unità, e rifarebbero i due piccoli Stati con Jassy e Bucarest capitali.
Mentre il principe pronunziava le ultime parole, l'orologio segnava le 5.30 pomeridiane.
Mi alzo, pregandolo a permettermi di riprender domani il discorso. Alle 6 essendovi il gran pranzo a Corte, ero costretto ad andarmene.
_23 maggio._ -- Alle 2 e mezzo giungo alla casa del principe di Bismarck. Egli era in un salone del pian terreno.
Chiesi scusa di esser giunto mezz'ora dopo dell'ora stabilita. Il principe rispose che nulla vi era di male, egli dovendo restare tutta la giornata in casa.
Entrai subito in argomento, e ripresi il discorso al punto in cui ieri era stato interrotto.
-- Orbene, Altezza, le cose dettemi ieri io le sapeva. Me ne avete parlato altre volte. Ora vi domando: le avete mai fatte conoscere a Lord Salisbury?
-- No; ma ne ho parlato all'Imperatore d'Austria.
-- E quale è stata la sua risposta?
-- L'Imperatore crede che non bisogna lasciar passare la Russia, ma impedirle di andare a Costantinopoli. L'Imperatore teme degli Ungheresi, i quali sono contrarii a che la Russia si stabilisca sul Bosforo. Ed han torto! La Russia sul Bosforo s'indebolirebbe, finirebbe come tutti gli altri che vi stettero altre volte.
-- Ma gl'Imperatori romani vi stettero per molti secoli, ed il Turco v'impera anche da secoli, e quantunque debole, nissuno ha potuto spodestarlo.
-- Non l'han voluto spodestare, perchè l'Europa si è sempre opposta alla marcia dei Russi. La Russia questa volta non andrà per terra a Costantinopoli. Essa farà una spedizione per mare.
-- Credete voi, che la flotta russa sia forte nel mar Nero?
-- Lo diviene; e fra un paio d'anni avrà raddoppiato il suo naviglio. Essa potrà riunire subito da 30 mila a 40 mila uomini e gettarli in Rumelia. Bisogna lasciarla fare, e porre l'Inghilterra in condizione da gettarsi nella lotta.
-- Ma voi non ignorate che ci siamo concordati con l'Inghilterra di non permettere alcun mutamento allo _statu-quo_ del Mediterraneo e dello Egeo.
-- Non basta. L'Inghilterra potrebbe trovar modo a sfuggire all'adempimento delle fatte promesse. Bisogna comprometterla, ed allora, essendo impegnata a far la guerra, saremo in quattro.
-- Credete voi, che la Francia farà presto la guerra?
-- Non lo credo. Non è pronta. La sua polvere non dura sei mesi.
-- Ma l'Inghilterra anch'essa ha bisogno di tempo. Avrà bisogno di 3 o 4 anni per compiere il naviglio.
-- Basterà un paio d'anni. Ma avendola anche oggi con noi, le nostre navi riunite alle inglesi potranno tener fronte alla squadra francese.
-- Conoscete un signor Tachard?
-- Lo conosco. Stette da me alcuni giorni. Le mie signore lo chiamavano sempre _Crachard_, perchè sputava sempre, anche sui tappeti.
-- Che ne dite del suo progetto, di fare dell'Alsazia e della Lorena uno Stato autonomo neutrale.
-- Per darlo a chi?
-- Anche ad uno dei vostri principi.
-- È finito il tempo degli Stati neutrali. Lo vedete con la Svizzera, la quale arresta i miei agenti. Bisogna che lo Stato, come l'uomo, sia responsabile degli atti suoi.
-- Si toglierebbe un motivo di guerra con l'Alsazia e la Lorena neutrali. Che ne dicono in Francia?
-- Il Governo francese l'accetterebbe; ma anche con questo, la guerra non sarebbe evitata. Sarebbe tolto a noi di attaccare la Francia per terra, mentre la Francia ci attaccherebbe per mare.
-- Avete fede nel Governo austriaco?
-- Ho fede nell'Imperatore. Ma non certamente nel Conte Taaffe.
-- Taaffe non è amico vostro, siccome non è amico mio.
-- Bisogna aggiungere che in Austria son molte le simpatie per la Francia, e si fa tutto il possibile per distaccarla dall'Italia e dalla Germania.
-- L'Austria vivrà finchè sarà con voi. L'Imperatore tiene alla nostra alleanza, perchè tiene all'esistenza dell'impero. Lo Czar sarebbe contento del distacco dell'Austria; egli non vorrebbe che la nostra neutralità, ed allora l'Austria sarebbe distrutta. La sua posizione non è come la vostra e la nostra. L'Italia e la Germania vivono delle forze proprie, perchè hanno il cemento della nazionalità.
-- Lo comprendo. Ma l'Austria com'essa è, è necessaria all'equilibrio europeo, e giova mantenerla.
-- Anch'io sono di questo avviso. Ed ho lavorato sempre a mantenerla. Al 1866 non volli annientarla. Oggi dobbiamo mantenerla.
-- Sta bene, ma è necessario che quel Governo non turbi la nostra esistenza.
-- L'Imperatore lo sa; e con lui nulla havvi da temere.
-- Taaffe è troppo cattolico, e per poco che s'intenda con la Francia, potrebbe suscitarci molestie. Globet negli ultimi giorni del suo governo tentò di risuscitare la Convenzione di settembre.
-- Globet non è un uomo abile; ma parmi inverosimile che abbia potuto usare un tal contegno. Il domandare il ristabilimento della Convenzione di settembre sarebbe lo stesso che far occupare una parte del territorio italiano con un esercito. Sarebbe la guerra; e la Francia non commetterebbe cotesto errore.
_25 maggio._ -- Alle 5 e mezzo pomeridiane il principe di Bismarck è venuto a trovarmi. Il discorso versò sull'argomento del giorno, cioè il ritorno del Re in Italia, e perciò sulla via da seguire.