Questioni internazionali

Part 18

Chapter 183,550 wordsPublic domain

«Il Re è partito ieri a mezzogiorno. Oggi sarà a San Sebastiano, ospite della Reggente di Spagna e dopo dimani giungerà a Parigi. I giornali dicono che vi si tratterrà una diecina di giorni, ma ho motivo di credere che egli prolungherà oltre quel termine la durata della sua permanenza in Francia. Verrà in seguito la visita di Sua Maestà alla nostra Real Corte, d'onde proseguirà per Berlino terminando il suo giro con un breve soggiorno in Inghilterra. È commentata l'esclusione della Corte Austro-Ungarica dal programma di questo viaggio ufficiale, tanto più che la stampa ispirata dai circoli di Corte lo dichiara provocato dal solo desiderio di visitare i Sovrani e Capi degli Stati _amici_. In quanto alla Russia, la lontananza e le scarse relazioni che passano tra l'uno e l'altro Stato bastano a spiegare in modo più o meno soddisfacente, come non sia compresa nell'itinerario una visita alla Corte di Pietroburgo.»

Lo stesso giorno 3 di ottobre un telegramma dell'Incaricato d'affari italiano a Lisbona, di Cariati, avvertiva:

«Mi consta da fonte sicura ed in via strettamente confidenziale, che il Nunzio apostolico ritiene che la Santa Sede romperà probabilmente le sue relazioni diplomatiche col Portogallo in conseguenza della visita del Re a Roma, dove Sua Santità ricuserà, in ogni caso, di riceverlo.»

Un altro telegramma dello stesso Ministro, in data 5 ottobre, era così concepito:

«Ministro degli affari esteri, col quale ho avuto una conversazione mi ha confermato poc'anzi che la visita del Re di Portogallo a Roma sarebbe certamente seguita dal richiamo del Nunzio, il che avrà conseguenze gravissime per questo paese. Governo portoghese, egli ha detto, è pronto a tutto per compiacere al Re e al Governo italiano, ma non può considerare senza grave apprensione una simile eventualità che l'Italia non può desiderare, giacchè invece di creare un precedente favorevole, non farebbe che precludere definitivamente ogni ulteriore possibilità di visite di Sovrani e Capi di Stato a Roma. È nello interesse del Governo italiano di lasciare questa questione impregiudicata, tanto più nel caso presente essendo abbondantemente noti i sentimenti di profonda affezione che legano le due Corti e la simpatia tradizionale delle due Nazioni.»

Il viaggio a Roma del re Carlo, spontaneamente deciso e annunziato, incontrava dunque un ostacolo che inconsideratamente non era stato preveduto. Il signor Pinto de Soveral, ministro degli affari esteri del Portogallo, si scusava rigettando la responsabilità della decisione della visita a Roma sul defunto suo predecessore, ma egli era già in carica il 1.º ottobre quando di quella visita ne fu dato l'annunzio ufficiale. Crispi, informato esattamente di quanto avveniva in Vaticano, il 7 telegrafava al Primo Aiutante di Campo del Re, generale Ponzio Vaglia:

«Il Papa si oppone al viaggio di Re Carlo a Roma. La Segreteria di Stato pontificia ha scritto a Lisbona protestando che ove le sue domande fossero respinte richiamerebbe il Nunzio accreditato presso la Corte portoghese.

Pregola informare S. M. il Re.»

Contemporaneamente il re Carlo, ch'era giunto a Parigi, pregava il re Umberto di toglierlo dall'imbarazzo ricevendolo in incognito a Monza. Ma questa soluzione non era possibile dopo la partecipazione ufficiale della visita a Roma e la pubblicità che se n'era fatta. Alla comunicazione ricevuta della negativa fatta da Umberto al suo reale nipote, Crispi rispondeva:

«_S. E. Ponzio Vaglia_ Monza.

Roma, 9 ottobre 1895.

Il contegno del nostro Augusto Sovrano non poteva essere che quello che dalla M. S. mi attendevo. Noi non abbiamo bisogno di questo minuscolo Re di Portogallo, il quale non ha importanza alcuna in Europa. Se egli non può venire in Roma, che resti a casa sua -- e siccome il pentimento suo e del suo Governo indica una manifestazione di principii a noi contraria, ritireremo il nostro Ministro da Lisbona, come risposta alla sua condotta.

La prego di voler rassegnare a S. M. i miei devoti omaggi.

_Crispi_.»

Il re Carlo, tra la negativa dello Zio di riceverlo altrove che a Roma e l'annunzio da Lisbona che il Papa avrebbe considerato la sua andata a Roma come «un insulto personale», da Sovrano «cattolico e fedelissimo» quale era, prese la risoluzione di rinunziare al suo viaggio in Italia. Ma poichè doveva preoccuparsi delle conseguenze di essa, fece giungere a Crispi la preghiera di considerare benevolmente la sua posizione e per mezzo dell'ambasciatore italiano a Parigi, gli fece pervenire l'assicurazione che sarebbero state date dal suo governo «le più amichevoli spiegazioni».

A questa comunicazione Crispi obbiettava:

«_S. E. Tornielli_ Parigi.

15 ottobre 1895.

Le notizie ch'ella mi dà col suo telegramma di ieri non sono segrete: esse furono contemporaneamente mandate col telegrafo ai giornali di Roma.

Ringrazio S. M. Fedelissima delle comunicazioni di cui l'ha incaricato. Ma non posso nascondere che ciò ch'è accaduto è abbastanza deplorevole, e non sarebbe avvenuto se il Governo portoghese avesse ben valutato il progetto del viaggio del Re in Italia, ed avesse saputo prevederne le conseguenze.

La spiegazione che S. M. ha voluto dare del mancato viaggio, se testimonia della sua personale delicatezza e del suo desiderio di evitare penose impressioni in Italia, dopo le polemiche delle quali da dieci giorni sono pieni i giornali di tutta Europa non può contentare la pubblica opinione in Italia.

E fatalmente ieri stesso, dal Gabinetto di S. M. il Re Carlo, usciva una conversazione, riferita dai giornali di qui, che la spiegazione sovrana mette un po' in dubbio.

Un complesso di circostanze, come si espresse S. M. di Portogallo, ma tutte all'infuori di noi, hanno reso la posizione assai difficile.

Per quanto personalmente deferente alla persona di Re Carlo, io devo preoccuparmi della pubblica opinione del mio paese, la quale nello sgradevole incidente non può non vedere offeso il sentimento nazionale.

_Crispi_.»

L'intervista alla quale alludeva Crispi era stata accordata dal ministro di Portogallo a Parigi e dal Segretario particolare del re Carlo al corrispondente della _Tribuna_ di Roma, e in essa i due personaggi avevano dichiarato che il re Carlo non faceva l'annunziata visita in Italia perchè non poteva prolungare la sua assenza dal Portogallo. D'altronde, il Nunzio pontificio a Lisbona aveva fatto sapere ai giornali cattolici di quella capitale il vero motivo della decisione del Sovrano portoghese.

Un grave fermento si notava frattanto in Portogallo che faceva temere delle sorti della dinastia. Nella stampa, anche in quella più ligia alle istituzioni monarchiche, e nei circoli politici della capitale portoghese, il biasimo diveniva ogni giorno più acerbo. Il _Jornal do Commercio_, autorevole e diffuso organo del partito monarchico-progressista, pubblicava nei numeri del 15, 16 e 18 ottobre articoli violenti, dei quali citiamo qualche brano:

«.... Abbiamo posto in dubbio, fin da principio, la convenienza politica di tal viaggio, ma eravamo lungi dal poter prevedere gli incidenti, che si vanno manifestando e che non sono solo un disdoro pel Re, ma altresì un obbrobrio per la Nazione che egli rappresenta.

Chi lasciò partire così alla ventura di quanto potesse succedere, il Re di Portogallo?

Chi doveva essere, se non questo Governo senza scrupoli...? Giacchè consigliò il viaggio reale o lo consentì, gli incombeva di formularne il programma di completo accordo coi Governi delle Nazioni che il Re proponevasi di visitare.

Non fece ciò, lo trascurò interamente, ed il risultato eccolo, senza parlare del rimanente: -- un conflitto col proprio zio Umberto, o col Santo Padre, a scelta, il quale può tosto risolversi in una rottura di relazioni, o, nel migliore dei casi, in un _fiasco_ di più pel Portogallo; e, questa volta, ricadendo sulla stessa corona del suo Sovrano, al cospetto dell'intera Europa.»

«.... Il Governo non ha neppure il decoro di tentare una difesa; e neppure ha l'alterezza di assumere le rispettive responsabilità.

Aspettavamo oggi alcune spiegazioni alla vergognosa situazione in cui trovasi il real viaggio, tanto preconizzato, allorchè fu annunziato, come sommamente benefico pel paese.... Il Governo nega l'esistenza dell'incidente diplomatico nel quale si avvolse colla Curia e col Governo del Quirinale, non si difende della propria imprevidenza, non assume la minima particella di responsabilità, ed al contrario, la scarica sopra.... chi? Sul Re, sullo stesso Re.

Dubitate?

Aprite il _Diario de Noticias_ e leggete:

«Nulla è ancora deciso circa l'andata di S. M. il Re a Roma, questo viaggio dipendendo dai piani che farà Sua Maestà....»

Ciò che sembra incredibile, è scritto, e scritto col tono di una informazione ufficiale. E, infatti, è noto essere il _Diario de Noticias_ uno dei ricettacoli delle informazioni del signor Presidente del Consiglio.

In detta piccola notizia, d'apparenza così innocente, contiensi tuttavia questa enormità: _di ciò che succede, la colpa non è del Governo, poichè i piani del viaggio non sono suoi, ma del Re_.

Sono del Re?

Lo saranno! Il _Diario de Noticias_ che lo afferma, lo saprà ed in tal caso è da deplorarsi che il Re non sia stato all'altezza da delinearli. Ma non è a lui che legalmente si possono far risalire responsabilità, poichè l'articolo della Carta che lo fa irresponsabile è tra quelli che la Dittatura non revocò....»

«.... I sorrisi ironici cominciano già a spuntare nella stampa straniera, diretti specialmente contro i consiglieri responsabili del Re di Portogallo, i quali gli preparano quest'avventura, ma striscianti già sulla stessa persona del Capo della Nazione Portoghese, per modo che potrà benissimo avvenire quanto prima, che i cronisti parigini comincino a ingrandire la già troppo pesante leggenda della _gaité_ delle cose portoghesi.

Ma il Governo più nulla sente di ciò...!

Sconcertato dall'inatteso incidente, conscio del suo grave errore e delle sue enormi responsabilità, sta come se fosse stato spaventato da un fulmine; perdette la facoltà di sentire, di pensare, di deliberare e di procedere.

È in stato di completa paralisi, di sincope; e per quanto si riuniscano a consiglio i dittatori, poco più conseguono, che di guardarsi gli uni gli altri, e di grattarsi automaticamente la testa, senza che ciò valga a dissipare la prostrazione in cui trovasi il suo contenuto.

E mentre i ministri non risolvono, il Re Don Carlos, in attesa che risolvano, si mantiene in Parigi, nel non interrotto rinnovarsi di caccie, corse e teatri, come se estraneo agli avvenimenti, nei quali è implicata la sua personalità, ed in una evidenza, in faccia all'Europa, secondo noi poco propizia ai suoi interessi ed a quelli del Paese.

È indispensabile dunque, che il Governo si svegli, e prenda una deliberazione, che tronchi prontamente l'incidente, il quale se non può ormai essere soppresso, conviene non ingrossi e non si protragga, poichè il Portogallo ed il suo Sovrano nulla hanno da guadagnare in ciò; al contrario.

Il male è fatto, lo scandalo è dato e tutto ciò è ormai irrimediabile; il Re non può andare in Italia....»

Il governo portoghese, in realtà, rimase per parecchi giorni indeciso sulla via da prendere; o meglio, deciso a non affrontare le ire del Vaticano, non sapeva quali potessero essere le «spiegazioni amichevoli» che il re Carlo avevagli ordinato di dare a Crispi. Il 17 ottobre, l'Incaricato d'affari italiano a Lisbona si recò dal ministro degli affari esteri per domandargli quanto vi fosse di vero nell'affermazione di parecchi giornali che S. M. Fedelissima avesse deciso di astenersi dalla sua visita a Roma. Il signor de Soveral rispose che «l'idea del viaggio a Roma non era definitivamente abbandonata» e affermò che «il Governo portoghese non si era impegnato con la S. Sede a rinunziarvi». Ed esprimendo il profondo rammarico suo per le spiacevoli complicazioni sorte dal viaggio del Re, aggiunse che quel viaggio aveva «una grande importanza politica, specialmente nei rapporti con la Germania e l'Inghilterra, date le pendenti questioni coloniali».

Poco tempo prima il de Soveral aveva assicurato il rappresentante di un'altra grande potenza che il Re si era messo in viaggio «per distrarsi»!

Due giorni dopo un giornale ufficioso del gabinetto portoghese, _La Tarde_, pubblicava un comunicato del tenore seguente:

«Ci consta che il Re non andrà per adesso in Italia, proseguendo invece il suo viaggio per la Germania e l'Inghilterra.»

Il _Diario de Noticias_, anch'esso governativo, riproduceva cotesto comunicato facendolo seguire da un telegramma del suo corrispondente parigino così redatto:

«Parigi 19. -- Essendo stato impossibile ottenere dal Governo italiano che il Re di Portogallo fosse ricevuto altrove che a Roma, e visto l'atteggiamento del Papa, Sua Maestà ha deciso di rinunziare alla sua visita in Italia, proseguendo da qui per la Germania. È giunto il signor Visconte de Pindella (Ministro di Portogallo a Berlino) il quale accompagnerà il Re a Berlino».

L'ispirazione ufficiale di questa notizia era indiscutibile, ma intanto la Legazione italiana non riceveva alcuna comunicazione. Il ministro de Soveral era così imbarazzato, che per qualche giorno rimase invisibile al Ministero degli Affari esteri oltrecchè al di Cariati, anche ai rappresentanti degli altri Stati. La partecipazione dell'abbandono del viaggio a Roma fu fatta il 21 ottobre, contemporaneamente a Lisbona e alla Consulta.

Il governo italiano non volle aggravare la situazione. Speciali riguardi erano da esso dovuti alla Corte portoghese imparentata con la Casa reale d'Italia, ma non poteva d'altronde rinunziare a precisare dinanzi all'opinione pubblica italiana ed all'Europa come lo spiacevole incidente fosse nato e si fosse svolto. Cosicchè quando il 21 ottobre il ministro Carvalho diresse una nota al nostro Ministro degli Affari esteri nella quale si partecipava che la visita del re Carlo era aggiornata indefinitamente «per l'assenza da Roma del re Umberto e per l'impegno del re Carlo di trovarsi a giorno fisso presso altra Corte», Crispi dovette, a salvaguardia della responsabilità e dignità del governo italiano, esporre in un comunicato dell'_Agenzia Stefani_ la verità e annunziare che all'Incaricato d'affari d'Italia a Lisbona era stato dato l'ordine di interrompere le relazioni diplomatiche col governo portoghese e di limitarsi alla trattazione degli affari correnti. Una frase del comunicato fece impressione, quella che «augurava cordialmente al Portogallo di recuperare la propria indipendenza».[38]

[38] Le relazioni diplomatiche tra Italia e Portogallo furono ristabilite in ottobre 1896 dal Ministero Rudinì, in occasione del matrimonio del Principe di Napoli. Nessuna soddisfazione dette il Portogallo per l'incidente dell'anno prima, nè forse poteva darne continuando il governo di quello Stato ad appoggiarsi sul partito clericale. La causa della rottura delle relazioni fu dimenticata dinanzi ad un avvenimento dinastico.

Nel _Diario_ di Crispi, sotto la data del _21 ottobre ore 21 ½_ si legge:

«Visita di Carvalho e Vasconcellos in casa mia. Il Vasconcellos è una mia vecchia conoscenza. Lo conobbi a Lisbona nell'ottobre 1858. Dopo i saluti consueti, egli accennò all'incidente del viaggio del Re Carlo. Risposi:

-- Quello che è avvenuto è deplorevole. Amico vostro sin dal 1858, vi ricevo quale amico e non quale ministro di S. M. Fedelissima presso il Re d'Italia.

E quale amico vi dirò che il vostro Governo ha agito con molta leggerezza. Noi non avevamo chiesta la visita del vostro Re, e non ce n'era bisogno.

-- È vero, e sono io che il primo ottobre venni a comunicare l'avviso ufficiale al sottosegretario di Stato, Adamoli. Venni qui da voi, ma non vi trovai. Andai poscia a Monza per darne partecipazione a S. M. il Re Umberto.

-- Or bene, fatto ciò, il vostro Governo doveva andare sino al fondo, e non doveva cedere alle minaccie del Papa. Voi lo sapete, il Vaticano fa guerra alla monarchia italiana, non ostante il nostro contegno benevolo e corretto verso il medesimo. È una questione interna italiana, e voi vi avete dato carattere internazionale.

Noi non ci adonteremo per questo. Ma innanzi al mondo, voi avete preferito il Papa al Re d'Italia, avete soddisfatto il nostro nemico, il quale ritiene l'azione negativa di Re Carlo quale vittoria della Santa Sede. Per ora ci limitiamo a non mandarvi alcun ministro. Vedremo dappoi quello che a noi converrà.

-- Fo appello alla vostra amicizia di comporre il dissidio. Non ve lo domando per me, ma pel mio povero paese.

-- Comprendo la vostra premura; ma nulla ho che fare per ora. Ve lo ripeto, quale ministro del Portogallo non avrei dovuto ricevervi. Vi ho ricevuto e parlato come amico e questo nostro colloquio non ha nulla di ufficiale.

Dopo un breve silenzio, il Vasconcellos si è levato e ci siamo divisi cordialmente.»

La rottura delle relazioni diplomatiche con l'Italia ferì l'amor proprio del popolo portoghese e fu un grave colpo al prestigio del Governo e della Dinastia. Il _veto_ del Vaticano raggiunse lo scopo di turbare ancor più un paese le cui condizioni interne erano già difficili. Il Papato, il quale non si preoccupò del male che sapeva di fare, fornì la prova della sua politica nefasta che ogni considerazione subordinava alla cieca ostilità all'Italia. Ma nessun giornale portoghese potè dolersi della decisione del governo italiano. I fogli liberali, al contrario, giustificarono questo con un linguaggio che non era mai stato adoperato. Il _Jornal do Commercio_ interpretava fedelmente il sentimento della grande maggioranza del suo paese nel seguente articolo del 26 ottobre:

«Si è veduta mai maggiore incoscienza?

Il Governo di S. M. il Re d'Italia, di un Sovrano che è nè più nè meno che fratello di S. M. la Regina Donna Maria Pia, interrompe le sue relazioni col nostro Governo.

E qual è l'atteggiamento del Governo Portoghese?

Si limita a far inserire nel giornale officioso _La Tarde_ quanto segue:

«Il _Diario de Noticias_ che accenna a questa nota la commenta nei termini seguenti:

.... «Sembra pertanto dal modo in cui la stessa stampa italiana apprezza i fatti, che questo raffreddamento sarà di breve durata».

«Concordano pienamente colle nostre le informazioni del nostro collega».

Questo, in poche parole, vuol dire semplicemente quanto segue:

«Il Governo italiano sta di cattivo umore? Non c'è da preoccuparsene: gli passerà!»

Tali sono le soddisfazioni che il Governo crede di dare al Re Umberto, cioè al monarca più strettamente imparentato col Re Don Carlos, per la sconvenienza [semcerimonia] del procedimento che adoperò verso di Lui.

Perchè la verità è questa: Il Governo portoghese -- secondo le sue dichiarazioni -- volle usare verso il Re d'Italia ogni cortesia ed amabilità, ma -- in conclusione -- ciò che si osserva è che l'effetto di tale cortesia e di tale amabilità fu semplicemente quello di lasciare il monarca italiano perfettamente paralizzato dinanzi al Papa e di far constare che Roma è appena la capitale d'Italia.... _in partibus_.

Ciò fatto, il Governo portoghese poco si cura del giustissimo risentimento dell'Italia e telegrafa al Re di Portogallo che non se ne dia pensiero, che il risentimento dell'Augusto suo zio non è che un capriccio infantile perchè non fu fatta la sua volontà, che il capriccio gli passerà e che, frattanto, Sua Maestà può continuare a divertirsi per avere una distrazione dai mali che il paese sta soffrendo e per non preoccuparsi soverchiamente delle notizie che ci giungono dall'Affrica e dalle Indie.

Lo diciamo in coscienza: tanta insensatezza, tanto sconoscimento dei proprii doveri, tanta inconsideratezza, verso il paese e pei sagrificii che esso fa, non possono che essere precursori di gravi avvenimenti perchè sono sintomi indubitabili di uno stato di dissoluzione dei poteri dirigenti che ne preannunziano già chiaramente l'ora estrema.

No! Le cose non possono continuare così. Il paese può pagare col suo danaro e col suo sangue le aberrazioni dei suoi governanti, ma non può tollerare che in faccia all'Europa, la sua onestà, il suo decoro, la sua dignità, la sua fierezza siano resi solidali delle spregevoli manovre nelle quali si tenta involgerlo.

No! l'opinione protesta ed è necessario che il Re intenda, ed intenda bene, che se acconsente a lasciarsi trascinare alla sconsiderazione universale alla quale lo conducono gli errori dei suoi Ministri ed i suoi propri errori, il paese -- lo stesso paese monarchico -- non vuol essere travolto in questa fiumana ed altamente protesta contro questi procedimenti di governo e di diplomazia, nei quali l'illegalità, la violenza, la leggerezza ed il solo desiderio di godere -- al coperto della più pazza incoscienza -- si dànno la mano per annichilirci e disonorarci.

Noi non vogliamo mancare al rispetto dovuto al Re, ma è indispensabile convincerlo che questo stato di cose non può continuare. Non v'è una voce sola che non lo dichiari. Nobili e plebei, vecchi e giovani, ricchi e poveri, tutti sono unanimi nel riconoscere e nel lamentare che il Re ed il suo Governo non soddisfano le aspirazioni politiche e morali della nazione.

Il tedio incomincia ad invadere tutte le classi, già spunta il disprezzo e se il Re non capisce l'urgenza di retrocedere sulla via che ha presa liberandosi dal nefasto suo governo ed ispirandosi a migliori e più serii esempi, male gliene avverrà, rovinerà nel dispregio pubblico e sè stesso e la Corona gloriosa di cui fu erede.

Lunedì scorso partì per l'India la spedizione comandata dal proprio fratello del Re e le tristi notizie che ci giungono da Goa non sono tali che possiamo avere piena fiducia sull'esito finale della lotta e dei sacrificii cui vanno incontro i nostri soldati.

Non sarebbe stata questa una propizia occasione perchè il Re tornasse direttamente in Portogallo, ponendo a tempo un termine dignitoso all'incidente italiano?

Tutto lo indicava, ma tanto il Re quanto il suo Governo, ciechi l'uno al par dell'altro, non lo videro, e la vigilia di quella giornata grave e penosa Sua Maestà non trovò nulla di più opportuno che di andarsi a distrarre nel teatro della «Gaité» dagli alti suoi doveri di capo dello Stato, e di rammentare le pagine della nostra epopea indiana.... ascoltando i «couplets» dei «Vingt huit jours de Clairette».

Che ufficiali e soldati abbandonino le loro famiglie, offrendo in sacrificio alla patria la miglior parte del loro sangue; che il contribuente sparga il suo sudore per soddisfare le esigenze della nazione....

In cima a tutto ciò passa trionfante il Re di Portogallo, violando i suoi giuramenti, calpestando le leggi, senz'altro pensiero ostensibile se non quello di menar vita allegra e senza fastidi.

Per quanto sia duro a dirsi, vi sono due cose che nessuno negherà: cioè la verità fotografica del quadro che abbiamo tracciato, l'opportunità di gridare ad alta e chiara voce ciò che tutti nell'intimità riconoscono.