Questioni internazionali

Part 15

Chapter 153,491 wordsPublic domain

[30] Il Sindacato della Stampa parigina mandò una sua delegazione a reclamare presso il ministro degli affari esteri, Ribot, contro quella misura di rigore adottata dal governo italiano. Ribot dovette rispondere non esservi luogo ad azione diplomatica; ma ricevendo il Ressman, incaricato d'affari d'Italia, lo intrattenne sulle circostanze nelle quali avvenne l'espulsione del corrispondente dell'_Agenzia Havas_. Il Ressman rispose che da lungo tempo erano state segnalate al governo francese le tendenze ostili di quel corrispondente e che ogni avvertenza essendosi dimostrata inutile, la misura di rigore s'imponeva; soggiunse per parte sua esser più di quei calunniatori pagati degni di compatimento i numerosissimi italiani che giornalmente e d'un tratto, per condanne lievissime, si espellevano dalla Francia dopo lunghi anni di residenza, lasciando le loro famiglie nella miseria.

[31] _Ibid._, pag. 177.

Il nuovo ambasciatore chiese udienza e fu ricevuto il giorno stesso del suo arrivo. L'on. Crispi informava di cotesta visita l'ambasciata a Parigi col seguente telegramma:

«_Ambasciata Italiana_, Parigi.

Roma, 13 aprile 1890.

Il signor Billot è giunto questa mattina; mi ha subito domandato udienza e l'ho ricevuto alle cinque.

Mi narrò le vicende della sua nomina, spiegando il ritardo della sua venuta a Roma. Disse aver esposto a Ribot ciò che si proponeva di dire a Spuller quanto alla sua linea di condotta verso l'Italia: circa la politica coloniale italiana, non intralciare la nostra espansione; circa la questione tunisina far sì che gli Italiani dovessero trovarsi nella Reggenza ed esservi trattati come a casa loro. Su tutte le altre questioni disse proporsi di procedere amichevolmente per appianare ogni screzio, nel quale compito la via gli era stata facilitata da Mariani, alla cui memoria era grato. Gli dissi, a mia volta, che ero animato da intenzioni identiche alle sue; che la stampa francese non ci era amica, il che non mi impedisce di amar la Francia, di amarla anzi come un francese, senza cessare di essere conscio dei doveri che mi impone la mia qualità di Ministro, ossia di difensore degli interessi italiani. Gli ricordai che ho trovata la Triplice Alleanza fatta e che da uomo onesto devo esservi fedele. Gli dissi che mi si imputavano colpe che non sono mie, come gli incidenti di Firenze e di Massaua, nei quali la ragione era nostra, come tutta Europa riconobbe. Gli narrai come nel 1877, essendo non ministro, ma presidente della Camera, fossi andato a Berlino ed a Gastein per vedervi il Principe di Bismarck, con cui avevo già rapporti; come, per andarvi, fossi passato per Parigi e là avessi veduto Gambetta; come Gambetta mi avesse pregato di far aperture a Bismarck in vista di un disarmo; come, tornando dalla Germania, fossi nuovamente passato da Parigi ed avessi riferito a Gambetta, a Emilio di Girardin e ad altri quanto avevo detto ed udito, e che, circa al disarmo, Bismarck lo avrebbe desiderato, ma non lo riteneva possibile. Soggiunsi che, venuto al potere, il mio desiderio e la mia speranza erano stati di poter servire di tratto d'unione tra la Francia e la Germania e di curare che la Triplice Alleanza non riuscisse alla Francia di pregiudizio; che queste erano tuttora le mie intenzioni e che egli mi troverebbe sempre disposto a far tutto il possibile per riavvicinare maggiormente l'Italia alla Francia, a cui sarebbe follìa voler muovere guerra e che, come ogni italiano, considero necessaria all'Europa ed al nostro paese, per la sua posizione geografica, per le sue tradizioni, per la sua affinità con noi, ecc. Ho trovato nel signor Billot una persona ammodo e simpatica, e credo non errare dicendo che ci lasciammo egualmente soddisfatti l'uno dell'altro.

_Crispi_.»

In realtà la politica francese verso l'Italia non accennò a mutare sebbene Crispi non tralasciasse occasione di manifestare le sue intenzioni amichevoli, e l'ambasciatore Billot non fece nulla per eliminare gli screzi, non solo, ma s'impose il compito ch'egli stesso confessa nel suo libro:

«Le discours de Florence[32] laissait l'impression générale que Crispi était plus que jamais convaincu de la nécessité de la Triple-Alliance et décidé dès lors à en renouveler les engagements à l'échéance ou même auparavant.... Tant que Crispi resterait aux affaires, notre diplomatie n'aurait qu'à s'appliquer patiemment, par une _action conciliante, à faciliter l'évolution_ que les intérêts réussiraient sans doute à déterminer avec le temps.»[33]

[32] Dell'8 ottobre.

[33] _Ibid._, pag. 248.

_L'azione conciliante_ fu dimostrata dalla diplomazia francese in tutte le questioni che si presentarono, a cominciare dalla conferenza anti-schiavista di Bruxelles, dove non si prese la pena di dissimulare il suo astio per la posizione che l'Italia aveva acquistato in Etiopia; e quanto a _facilitare l'evoluzione_, il Billot non esitò a ricorrere a mezzi poco corretti, dei quali Crispi si lagnava nel seguente telegramma del 12 novembre 1890:

«_General Menabrea Ambasciata Italiana_, Parigi.

Il Governo francese, continuando le tradizioni della prima Repubblica, fa propaganda repubblicana in Italia, spendendo danari per la stampa ostile a noi. Al palazzo Farnese vanno continuamente a confabulare giornalisti nemici della Monarchia e da parecchi mesi vengono da Parigi emissarii a scopo di favorire coloro che combattono le istituzioni. Ultimamente è venuto anche il signor _M...._ della _P...._ il cui contegno fu assai biasimevole.

La mia condotta corretta, irreprensibile verso i Bonaparte congiunti della nostra famiglia reale, quando le discordie politiche in Francia erano ardenti, prova che io non uso di armi insidiose contro il Governo della Repubblica.»

Il Billot, naturalmente, afferma che il governo italiano non secondasse il desiderio del governo francese di rannodare relazioni di benevolenza e di affari, e cita, a prova della sua asserzione, l'incidente del varo della _Sardegna_.

Il varo di questa corazzata -- egli racconta -- doveva farsi a Spezia nella seconda metà del settembre; i giornali italiani avevano annunziato che probabilmente vi avrebbe assistito il Re. Il ministero francese volendo ricambiare la visita a Tolone di una squadra italiana, fatta in occasione della presenza colà del Presidente della Repubblica, «decise prontamente» di mandare a Spezia, per ossequiare il Re Umberto, una squadra francese; e il 28 agosto l'ambasciatore di Francia fece analoga comunicazione alla Consulta, domandando quale fosse la data fissata pel varo. Ma Crispi si affrettò a rispondere «qu'il ne croyait pas que sa Majesté eût l'intention» di recarsi alla Spezia e tre giorni dopo faceva pubblicare dall'Agenzia Stefani il seguente comunicato:

«Spezia, 31 agosto.

Il varo della _Sardegna_ avrà luogo il 21 settembre.

S. M. il Re, dovendosi trovare in quel tempo a Firenze per assistervi, come fu già annunziato, all'inaugurazione del monumento di Re Vittorio Emanuele, ha delegato a rappresentarlo al varo della _Sardegna_ S. A. R. il Duca di Genova.»

Il Billot nel trascrivere questo comunicato salta le parole «come fu già annunziato». E registra tutte le ipotesi che furono fatte in Francia e in Italia per spiegare «la decisione improvvisa di Crispi», mostrandosi incerto se credere a quella che accennava al proposito di evitare un avvenimento favorevole al ravvicinamento franco-italiano per non fare dispiacere alla Germania, o all'altra che si riferiva a considerazioni di politica interna. Comunque, egli conclude, «personne n'hésitait à en rejeter sur Crispi la responsabilité exclusive».

La verità non è quella narrata dal Billot. Il governo italiano sarebbe stato lieto dell'atto di cortesia della Francia, ed era assurdo credere altrimenti, dopochè l'Italia aveva spontaneamente per la prima mandato una squadra a Tolone. Quello che dispiacque al Re fu la discussione fatta dalla stampa francese circa l'opportunità di quell'atto, discussione nella quale l'idea della visita era stata aspramente criticata, e, come allora soleva, le ingiurie all'Italia e al suo Re erano state dispensate a piene mani.

Quando il governo francese annunziò la sua decisione, questa era passata attraverso tali dissensi che aveva perduto il profumo della spontaneità; non era la prima volta che i giornali rendevano un cattivo servizio alla politica della Francia. E fu proprio il Re, senza alcun suggerimento di Crispi, che decise di non recarsi al varo della _Sardegna_. Infatti è del 27 agosto -- e non del 28, come narra il Billot -- la domanda che questi fece alla Consulta, e porta la data del 27 il seguente telegramma:

«_S. E. generale Pallavicini, primo aiutante di campo di S. M._ Montechiari.

Ambasciatore di Francia mi ha fatto chiedere epoca nella quale S. M. il Re si troverebbe alla Spezia, accennando intenzione suo Governo di mandarvi parte squadra francese per ossequiare la Maestà Sua. Attendo gli ordini di S. M, per la risposta da dare al signor Billot.

_Crispi_.»

Questo telegramma era appena partito quando giunse a Crispi una lettera del Rattazzi, ministro della real Casa, datata da Montechiari, 26 agosto, nella quale riferiva in questa guisa la volontà del Re:

«I giornali francesi continuano a discorrere della visita della squadra francese alla Spezia in occasione del varo della _Sardegna_. Per norma di V. E., è intenzione di S. M. di astenersi dall'assistere al varo della _Sardegna_.»

Crispi approvò la decisione del Re di non recarsi alla Spezia, ne fece avvertito il Billot e telegrafò a Parigi il 28:

«_Ambasciata Italiana_, Parigi.

Ringraziando il signor Ribot della cortese intenzione, Ella può prevenirlo -- quando le occorra vederlo -- che S. M. il Re non è per recarsi alla Spezia per il varo della _Sardegna_, nè che a tale gita potrebbero offrire occasione le manovre della nostra flotta, essendo queste terminate.

_Crispi_.»

Il ritiro dell'on. Crispi dal governo pel voto parlamentare del 21 gennaio 1891, se fu salutato unanimemente dalla stampa francese come un fausto avvenimento, non migliorò punto la condotta della Francia verso l'Italia. Non era da attendersi il ritorno immediato ai rapporti commerciali convenzionali tra i due paesi, poichè sussisteva nel protezionismo dominante in Francia l'ostacolo che aveva reso impossibile, al principio del 1888, la stipulazione di un nuovo trattato di commercio; ma una prova di migliori disposizioni e un incoraggiamento alla presunta francofilia del Ministero Rudinì poteva esser data con la rinunzia alle tariffe differenziali che Crispi aveva abolito, per parte nostra, sin dal 1.º gennaio 1890. La Francia, in fondo, attraverso Crispi, aveva combattuta l'Italia perchè alleata con la Germania, e non era disposta a contentarsi delle dichiarazioni amichevoli del nuovo gabinetto italiano, come non si era arresa alle ripetute dichiarazioni amichevoli di Crispi; essa esigeva che l'Italia si ritirasse dalla Triplice alleanza. E il suo ambasciatore a Roma aspettava fidente la scadenza del trattato, cioè il 20 maggio 1892:

«Si M. Rudinì s'abstenait, par une réserve bien explicable, de manifester ses intentions relativement à la prolongation de la _Triplice_, divers motifs permettaient de supposer qu'il était, au fond, d'accord avec ceux qui désiraient, à l'échéance, rendre à l'Italie sa complète liberté d'action.»[34]

[34] _Ibid._, pag. 287.

Ma l'illusione non fu di lunga durata; l'on Rudinì, che aveva chiamato alla Consulta come suo collaboratore il conte d'Arco, anti-triplicista dichiarato, dopo qualche mese di ambiguità rinnovò (giugno 1891) il trattato che aveva ancora quasi un anno di vita.

Rinnovato il trattato del 1887 senza portarvi alcuna modificazione. l'on. Rudinì iniziò quella politica «in partita doppia» il cui primo effetto fu di alienarci l'appoggio incondizionato degli alleati, senza disarmare l'inimicizia della Francia. L'unico vantaggio raggiunto da questa politica fu di mitigare il linguaggio della stampa francese; ma lo spirito pubblico in Francia non mutò a nostro riguardo, e i deplorevoli eccessi di Aigues-Mortes lo dimostrarono. Perchè i nostri vicini d'oltre Alpi ci guardassero con occhio meno arcigno, l'Italia dovette abbandonare senza compensi la difesa dei suoi diritti in Tunisia, e fu l'on. Rudinì che si assunse questa responsabilità tra il primo e il secondo suo ministero, con la rinunzia al nostro veto per le fortificazioni di Biserta e con le convenzioni italo-tunisine del 28 settembre 1896.

Sembra che facesse dippiù. Il 13 ottobre 1891 il signor Giers, Cancelliere russo, trovandosi di passaggio in Italia fu invitato dal Re Umberto a recarsi a Monza. Presente al colloquio era il marchese di Rudinì. Si discorse della situazione politica europea e della necessità di adoperarsi al mantenimento della pace. Il Re avrebbe detto al barone Blanc che si sarebbe convenuto in quell'incontro l'intervento della Russia in nostro favore, ove mai avvenisse un _casus foederis_. Non si comprende bene la possibilità di un tale intervento se non supponendo che l'Italia, offesa dalla Francia, rinunziasse al _casus foederis_ in vantaggio dei suoi alleati, o che questi facessero altrettanto nel caso che il _casus foederis_ si verificasse nel loro interesse. Nell'un caso o nell'altro la Russia interverrebbe come mediatrice e sarebbe l'arbitra della pace in Europa. Ma è da osservarsi che si sarebbe fatta astrazione dall'importanza del litigio, e la pacificazione sarebbe sempre a danno del più debole.

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Crispi compose il suo secondo ministero in dicembre 1893, all'indomani dei tristi fatti di Aigues-Mortes, dove molti operai italiani erano stati uccisi o feriti determinando in Italia un vivo risentimento, accresciutosi dipoi pel verdetto della Corte di Angoulême che assolse gli uccisori. Si presentò subito una questione delicata per l'indennità dovuta alle vittime o alle loro famiglie. Il governo francese si dichiarò pronto a presentare alle Camere un progetto di legge pel pagamento della somma di 420 000 franchi, ma esigeva che anche da parte del governo italiano si riconoscesse dovuta una indennità di 30 000 franchi ai cittadini francesi residenti in Italia, i quali erano stati danneggiati durante le dimostrazioni popolari provocate da quei fatti. Cotesta esigenza era ingiustificata, e senza precedenti; tuttavia, per troncare l'increscioso incidente, Crispi ordinò che i 30 000 franchi fossero pagati, senza indagare circa l'esistenza degli asseriti danni.

L'emozione prodotta in Italia per le manifestazioni di odio che avevano determinato e accompagnato le uccisioni di Aigues-Mortes, dette occasione al governo francese ad apprestamenti militari alla frontiera italiana. E quando Crispi fu obbligato, appena ripreso il potere, a richiamare una classe sotto le armi e a rimandare in Sicilia navi della R. Marina, che aveva dapprima richiamate, per ristabilire l'ordine pubblico gravemente compromesso, la stampa francese volle vedere in quelle misure nientemeno che i prodromi di una prossima dichiarazione di guerra! L'ambasciata d'Italia a Parigi riferiva che la nuova campagna giornalistica suscitava inquietudini anche nei circoli parlamentari francesi, e Crispi dovette far dire direttamente e per mezzo delle Cancellerie delle potenze amiche che quelle inquietudini erano davvero assurde e quasi puerili.

Il 19 marzo 1894 il duca di Cambridge, il venerando capo dell'esercito britannico, trovandosi di passaggio a Madrid, esprimeva all'ambasciatore Maffei la profonda impressione che aveva ricevuto osservando sulla frontiera franco-italiana alle Alpi marittime «uno straordinario aumento di truppe in pieno assetto di guerra» come se quel paese, da Cannes a Ventimiglia, «fosse attualmente oggetto di una occupazione militare».

Il portafoglio degli affari esteri era stato affidato al barone Blanc, già ambasciatore a Costantinopoli e bene al corrente della situazione internazionale. La Francia, come si è detto, stava tuttavia in armi, mentre le relazioni con la Germania, l'Austria-Ungheria e l'Inghilterra, da ottime che erano state sino al 1891, si erano fatte tepide durante i tre anni seguenti. Pur cercando, per quanto era possibile, di rinnovare la intimità che aveva dato eccellenti risultati governando in Germania il principe di Bismarck, l'on. Blanc volle fare il tentativo di troncare la politica di dispetti della Francia, mostrandole il sincero desiderio nostro di amicizia.

Occorreva per ciò un ambasciatore di grande autorità a Parigi, e l'on. Blanc ebbe l'idea che cotesto rappresentante potesse essere il conte Nigra, il quale si trovava a Vienna, ed era stato ambasciatore in Francia per lunghi anni, sotto l'Impero e anche con la Repubblica, sino al 1876. La corrispondenza che segue fa testimonianza del proposito del Blanc, cui non mancò l'appoggio di Crispi:

«_Conte Nigra Ambasciata Italiana_, Vienna.

Roma, 18-3-1894.

(_Personale_). D'accordo col Presidente del Consiglio, La prego rendere un grande servizio al Re e al Paese accettando di ritornare a Parigi. Conoscendo il Suo alto patriottismo sono convinto che nessuna considerazione secondaria la farà esitare, potendo Ella meglio di chicchessia assecondarci in una opera di pacificazione che richiede speciale autorevolezza. Pensi alle gravi circostanze del Paese che più che mai domandano l'incondizionata abnegazione già da Lei tante volte dimostrata per il bene pubblico.

_Blanc._»

«_S. E. Blanc_, Roma.

Vienna, 18-3-1894.

(_Personale_). Se fossi persuaso che la mia presenza a Parigi potesse giovare all'opera di pacificazione che è nelle intenzioni del R. Governo, non esiterei, malgrado ogni convenienza personale, ad accettare la proposta fattami in termini così lusinghieri; ma io sono convinto che i miei precedenti ben noti devono precludermi per sempre l'ambasciata a Parigi. Le ricorderò che questi stessi precedenti impegnarono il Ministero Depretis nel 1876 a richiamarmi da quel posto. In tale convinzione, debbo ricusare un incarico che io so positivamente di non potere disimpegnare. Ho poi qualche ragione di credere che il mio trasloco farebbe cattiva impressione qui dove la mia azione sembra essere apprezzata. Non insisto su quest'ultimo motivo non avendo io la presunzione di credere che altri non possa fare in questo posto quanto io fo. Insisto invece sulla mia incompatibilità a Parigi, circa la quale la mia convinzione è inconcussa.

_Nigra_.»

«_Conte Nigra Ambasciata Italiana_, Vienna.

19-3-94.

(_Personale_). Sua accettazione avrebbe alto valore di confermare programma suo e del Conte Kálnoky che alleanze pacifiche sono conciliabili con buone relazioni con Francia come con Russia. Suo rifiuto porrebbe in gran dubbio possibilità di tale programma.

Il Governo, giudice delle necessità attuali, deve insistere nel fare appello al suo patriottismo ed alla sua deferenza ai desideri di Sua Maestà.

_Crispi_.»

«_A S. E. Crispi_, Roma.

Vienna, 19-3-1894.

(_Personale_). Il programma cui Ella accenna può e dev'essere tentato, ma appunto perchè l'esito è difficile e dubbio conviene scegliere per un tale tentativo la persona adatta. Io non sono questa persona e i miei precedenti mi rendono incompatibile col posto di Parigi. Voglia farmi l'onore di credermi perchè so positivamente ciò che le affermo. Sarei lieto se potessi impiegare le forze che mi restano nel modo desiderato dal Re e da Lei, ma il mio ritorno a Parigi è da me considerato come una impossibilità storica e morale e nuocerebbe anzichè giovare all'attuazione del programma che si ha in vista. Scrivo questo all'amico più che al ministro. La prego di non insistere e di non rendermi più dolorosa la necessità in cui Ella mi mette di negarle qualche cosa. Io la servo qui con fedeltà e devozione e amo credere con soddisfazione dei due Governi.

_Nigra_.»

Il proposito del ministero Crispi di migliorare le relazioni franco-italiane era ben accetto a taluni uomini politici influenti della Francia, quali Léon Say e Maurizio Rouvier, ex-ministri.

In aprile il Rouvier venne segretamente a Roma, ed ebbe due colloqui con Crispi, il 14 e il 16 di quel mese, nei quali fu convenuta un'azione simultanea a Parigi per indurre il governo francese e la stampa parigina a cooperarsi per un riavvicinamento tra le due nazioni, il quale avrebbe avuto per base la riattivazione dei rapporti commerciali mediante la concessione reciproca della condizione della nazione più favorita, e la cessione della ferrovia Tunisi-Goletta alla Francia. Naturalmente, il primo ostacolo da superarsi era l'ostilità dell'opinione pubblica francese, della quale era schiavo il governo, presieduto allora dal signor Casimir-Perier. Questi, informato dal Rouvier dei colloqui avuti con Crispi, si dichiarò favorevole in massima; disse anzi al suo interlocutore: «la politica che noi seguiamo non ha altro risultato che di _éterniser et aggraver la Triplice_, la quale non è causa, ma conseguenza dei malintesi. «E aggiunse che se a stipulare un accordo poteva rattenerlo prima la considerazione ch'esso avrebbe rafforzato la posizione di un uomo considerato in Francia come gallofobo, doveva ora convenire che tale prevenzione era vinta dal procedere leale di Crispi e riconoscere che questi poteva fare in Italia ciò che altri non avrebbe potuto, nè osato. Circa l'accordo commerciale il Casimir-Perier disse che la corrente protezionista in Francia aveva ecceduto i limiti, e che v'era qualcosa da fare per modificare un indirizzo anche politicamente nocivo; ma che temeva l'opposizione dei meridionali per i vini. Concluse che era necessario assicurarsi della Camera.

Il gabinetto Casimir-Perier rimase in minoranza alla Camera il 30 maggio; lo sostituì un gabinetto Dupuy, nel quale il signor Hanotaux ebbe la direzione degli affari esteri. Il 24 giugno un anarchico italiano, Caserio, uccise a Lione il presidente della Repubblica, Sadi Carnot. Il governo e il popolo d'Italia, sinceramente commossi per quel delitto, manifestarono il loro cordoglio con tale solennità che a molti in Francia parve rivelare sentimenti non sospettati. Disgraziatamente, il buon effetto di quella manifestazione fu in gran parte perduto per i maltrattamenti usati in Francia a italiani colà residenti e per la ripercussione che essi ebbero in Italia.

In luglio il Rouvier riprese l'opera sua presso il ministro Hanotaux, dal quale ebbe la promessa che durante le prossime vacanze parlamentari gli si sarebbe affidata la missione di venire in Italia per discutere con Crispi le basi di un accordo. Ma quando venne a concretare i suoi _desiderata_, l'Hanotaux chiese che l'Italia riconoscesse senza restrizioni il protettorato francese in Tunisia e accettasse una convenzione per la neutralizzazione dell'Harrar. Come corrispettivo offriva di non sollevare questioni per l'occupazione italiana di Kassala, che non interessava la Francia, e di non prendere partito in Etiopia nè pro, nè contro l'Italia. Nulla circa le relazioni commerciali; nulla circa la Tripolitania.

Il signor Rouvier pensò bene che non si voleva un accordo con l'Italia e rinunziò alla propria iniziativa.

Sulla politica francese verso l'Italia gettano luce le lettere private che a Crispi scriveva il Ressman, succeduto al generale Menabrea come ambasciatore a Parigi. Ne riferiamo alcuni brani, avvertendo che il Ressman, per la sua lunga permanenza in Francia e pel suo carattere conciliante, era un ottimista: