Part 14
(_Urgente_). Il fatto d'avere noi lasciato sussistere la _Dante Alighieri_, dovrebbe bastare di prova a codesto Governo che quella società non ha scopi politici, ma solamente letterari. Altrimenti sarebbe stata sciolta come sciogliemmo altri sodalizi. Voglia quindi dar corso alle mie istruzioni facendo conoscere anche quanto precede al signor Szögyeny.
_Crispi_.»
«_S. E. Crispi_, Roma.
Vienna, 28 ottobre 1890.
Ho comunicato a Szögyeny i due telegrammi di V. E. relativi alla _Dante Alighieri_, esponendogli le varie considerazioni in essi svolte. Szögyeny mi ha detto che Kálnoky non aveva mancato di far conoscere a Taaffe il colloquio da esso avuto col R. Ambasciatore relativamente ai falsi apprezzamenti qui portati sopra la _Dante Alighieri_ e sopra l'onorevole Bonghi. Szögyeny ha aggiunto che, siccome il Ministero degli Affari Esteri non aveva alcuna azione diretta sul Presidente della Corte Suprema, egli si sarebbe oggi stesso recato d'urgenza dal Conte Taaffe per parlargli nel senso dei due telegrammi di V. E. da me comunicatigli, manifestandogli il desiderio di lei. Szögyeny mi ha detto che, a parer suo, la sentenza non conterrebbe alcuna cosa che potesse essere spiacevole al governo del Re e alla E. V.
_Avarna_.»
Le elezioni generali del dicembre 1890 venendo dopo un lungo periodo di agitazioni promosse dal partito radicale, furono per questo una grande sconfitta. Tra le felicitazioni giunte d'ogni parte a Crispi non mancarono quelle austriache. Il conte Nigra in un telegramma dell'11 gennaio 1891, interessante anche perchè toccava altro argomento spinoso, si faceva eco delle felicitazioni di Francesco Giuseppe:
«Ieri essendo a pranzo dall'Imperatore, S. M. si congratulò con me delle ultime elezioni in Italia e rese in termini calorosi testimonianza della fermezza e abilità con cui è condotta la politica interna ed esterna dell'Italia. Le ripeto le stesse frasi perchè l'Imperatore è in generale molto sobrio di apprezzamenti. Aggiunse che la Triplice alleanza costava sacrifici, ma che era riuscita ad ottenere il fine di preservare la pace in Europa. Passato il discorso alla questione economica spiegai a S. M. la vera ragione della prorogata facoltà di denunciare il Trattato vigente, che è di dare ai due Governi la possibilità di esaminare la nuova situazione quale uscirà dai negoziati in corso fra l'Austria-Ungheria e la Germania allo scopo di migliorare possibilmente il Trattato per ambo le parti.
L'Imperatore s'informò poi con interesse del Re e della Regina. L'Imperatrice mi disse che era dolente di non avere avuto occasione nel suo viaggio in Italia di far visita alla Regina, della quale parlò nei termini i più lusinghieri e mi domandò se le sarebbe possibile visitarla altrove che a Roma.
Io risposi che credevo che la Regina sarebbe stata per parte sua sempre felice d'incontrarsi coll'Imperatrice in qualunque luogo, ma che vi era qualche cosa più potente che la volontà dei Re e delle Regine, e questa era la pubblica opinione del paese, la quale non avrebbe approvato la visita altrove che a Roma.»
E quando pel voto di dispetto del 31 gennaio 1891 Crispi fu lasciato andar via da chi avrebbe avuto dovere e interesse di mantenerlo al governo, il Cancelliere d'Austria-Ungheria telegrafava al suo ambasciatore a Roma, barone de Bruck, come segue:
«5 febbraio 1891.
Je prie V. E. de chercher sans tarder une occasion pour exprimer à Mr. de Crispi mes plus vifs regrets sur sa decision de se retirer et de lui dire que pendant tout le temps qu'il était au pouvoir, la manière loyale et caracteristique d'un homme d'état superieur avec laquelle il a su conduire d'une main énergique les affaires politiques, était d'un avantage inappreciable pour la cause de la paix européenne et pour les rapports entre nous et l'Italie.
Je doute que l'Italie possède un autre homme d'état qui sache juger et mener les affaires intérieures et extérieures de son pays d'une façon aussi éminente que Mr. de Crispi, ce qui me porte à admettre qu'il ne se retirera pas de la scène politique sur laquelle il occupe un rôle aussi prépondérant.
_Kálnoky_.»
E l'organo della Cancelleria, il _Fremdenblatt_, dedicava all'avvenimento un articolo di fondo (4 febbraio) di cui riferiamo solamente le prime righe:
«Con Francesco Crispi è caduto un grande ministro. Crispi è uno dei più eminenti fra i personaggi che nell'odierna Europa rappresentano una parte politica; è una figura sorprendente, caratteristica, superiore. Egli portò seco nella vita pubblica il temperamento del siciliano; uno spirito vivace e bollente, ma insieme avveduto, calcolatore, che in lui si accoppia a sommi talenti e ad una indomabile energia. È in questi ultimi anni che il mondo imparò a conoscere in quest'uomo, che fin'allora aveva sostenuta una parte soltanto nel ristretto cerchio della politica interna italiana, un personaggio singolare ed importante.»
In dicembre 1893 Crispi riassunse il governo del paese nelle note gravi condizioni, e il barone de Bruck, tuttavia ambasciatore a Roma, fu tra i primi a recargli, coi suoi, i saluti del Cancelliere Kálnoky e i migliori augurii «pour la grande tâche» che si era addossata. E il conte Nigra, ancora da Vienna con le «sincere congratulazioni per il suo ritorno al potere» gli telegrafava:
«Vostra Eccellenza avrà visto che la di Lei presenza al Governo è salutata con fiducia dall'opinione pubblica di questo paese, conforme a quello del Governo imperiale.»
L'opera di Crispi per ristabilire l'ordine pubblico, turbato specialmente in Sicilia e in Lunigiana, era seguìta con simpatia anche in Austria; e quando in giugno 1894 l'energico ministro fu oggetto di un secondo attentato, quello di Paolo Lega che gli sparò contro a bruciapelo, fortunatamente senza colpirlo, il conte Nigra scrivendo al Ministro degli affari esteri attestava che il fatto aveva suscitato «l'indignazione contro l'assassino e la calorosa simpatia verso l'illustre patriotta italiano».
Ma in ottobre di quell'anno, Crispi ebbe motivo di forte lagnanza contro il governo imperiale per un'ordinanza che imponeva agl'italiani dell'Istria l'uso delle iscrizioni e diciture anche in lingua croata, facendo nascere una grande agitazione in tutti i paesi austriaci di lingua italiana, la quale si ripercuoteva in Italia. Le difficoltà contro le quali Crispi lottava allora strenuamente erano così gravi, che la nuova vessazione austriaca l'irritò. Al conte Nigra egli scriveva in lettera privata:
«Procediamo con difficoltà nel governo del paese, ma procediamo.... Giunge intanto inopportuno il movimento dell'Istria. Esso è argomento di agitazione per gli avversari del Governo.... L'Austria intanto avrebbe potuto essere più prudente. Impero poliglotta, la sua potenza verrebbe dal rispetto di tutte le nazionalità, delle quali si compone lo Stato. E poi parmi che mal cotesto Governo si fidi degli Slavi, i quali tengon fissi gli sguardi a Pietroburgo. Aggiungasi, che l'opera di annullare la lingua italiana nelle opposte sponde adriatiche è difficile, e con la violenza diviene impossibile. È più facile italianizzare gli Slavi, che slavizzare gl'Italiani.
Cotesta politica, praticata prima del 1848, aveva la sua ragione d'essere. Oggi manca di scopo, perchè il Governo italiano mantiene lealmente l'amicizia col vicino Impero.
Io non oso far proposte, ma se Ella potesse dire una buona parola a Kálnoky, farebbe opera saggia. Accordino agl'Italiani gli stessi diritti accordati alle altre nazionalità e conserveranno la pace all'Impero, e l'eco dei disordini non si ripercuoterà nella penisola nostra.»
Come in passato, dopo aver fatto direttamente al governo austriaco le sue rimostranze, sul successo delle quali non poteva avere una fiducia assoluta per lo spirito tenacemente sospettoso di quell'ambiente governativo, Crispi chiese l'intervento a Vienna della potenza ch'era interessata alle buone relazioni italo-austriache, e si rivolse all'imperatore Guglielmo:
«_Conte Lanza Ambasciatore d'Italia_, Berlino.
Roma, 5 novembre 1894.
La condotta del Governo austriaco nella Istria manca di ogni buon senso.
L'Impero essendo poliglotta, è necessità di vita per esso rispettare tutte le nazionalità e specialmente l'italiana e la tedesca che sono le sole civili.
La preferenza per gli slavi è a danno suo e a danno di tutti. Non devo nascondere che quella agitazione mette il Governo italiano in una difficile situazione e rende nel popolo sempre più antipatica la nostra alleanza con l'Austria, che non è punto amata nel paese.
Io farò il mio dovere, ma non mi si ponga in condizione da essere obbligato a dimettermi.
Vegga subito l'Imperatore e lo scongiuri ad interporsi perchè cessi cotesta questione delle lingue e si rispetti l'italiana come la slava.
_Crispi_.»
L'ambasciatore forse non indovinò l'animo di Crispi e gli parve che l'incarico che gli veniva dato non potesse eseguirsi con la rapidità richiestagli; certo, rispose in maniera che a Crispi parve accusasse tepidezza:
«Non posso, naturalmente, vedere Imperatore quando voglio, ma devo aspettare propizia occasione, oppure chiedere udienza, cosa troppo insolita e lunga non essendo S. M. mai ferma.
In tutti i modi, se non direttamente almeno per mezzo Cancelliere farò oggi pervenire orecchio S. M. Imperiale condizioni in cui politica Austria-Ungheria in Istria mette Italia.
Non dubito S. M. Imperiale farà, come meglio potrà, pervenire consigli a Vienna.»
Crispi replicò:
«Dopo ventisette mesi che ella, generale del nostro esercito e ambasciatore, è di residenza a Berlino, mi stupisce che non abbia ottenuto il benefizio di vedere l'Imperatore tutte le volte che l'esigenza della politica internazionale possa richiederlo.
Non posso nasconderle che il di lei telegramma è molto sconsolante.»
A questo brusco rimprovero l'ambasciatore inviò telegraficamente le sue dimissioni. Crispi non le accettò: «Faccia il dover suo innanzi tutto e poscia vedrò come convenga provvedere». Ma nel mentre si svolgeva questa concitata corrispondenza, l'imperatore, informato, ordinava al conte Eulenburg, ambasciatore germanico a Vienna che si trovava in quei giorni a Berlino, di raggiungere subito la propria residenza e di dar consigli nel senso desiderato da Crispi e nell'interesse della saldezza dell'alleanza.
Il 7 novembre l'ambasciatore di Germania a Roma, de Bülow, si recava a visitare Crispi per assicurarlo che l'imperatore aveva esaudito il di lui desiderio. Lo pregava altresì a nome del suo Sovrano di non accettare le dimissioni del Lanza. Il generale Lanza era molto stimato a Berlino e l'imperatore ne apprezzava il tatto e le qualità di perfetto gentiluomo. L'incidente fu risoluto come risulta dai seguenti telegrammi:
«_S. E. Lanza_, Berlino.
Stassera è venuto il signor De Bülow e mi ha pregato di non accettare le di lei dimissioni. Ha soggiunto che lasciando lei a Berlino avrei fatto un favore all'Imperatore. Ho risposto che giammai ebbi in mente di fare cosa sgradita all'augusto sovrano della Germania ed or dichiaro a lei che ciò mi è tanto più grato inquantochè il fatto mi assicura ch'ella potrà essere utile al nostro paese presso S. M. I. R.
_Crispi_.»
«_S. E. Crispi_, Roma.
Berlino, 8 novembre 1894.
Ringrazio l'E. V. telegramma di questa notte, in seguito al quale metto naturalmente ogni decisione nelle sue mani.
Segue lettera particolare.
_Lanza_.»
«_Generale Lanza Ambasciatore Italiano_, Berlino.
Roma, 8 novembre 1894.
Quello che a me preme è soltanto questo, ch'ella mi faccia conoscere i risultati delle sue pratiche di cui la incaricai col mio telegramma del giorno 5.
_Crispi_.»
«_S. E. Crispi_, Roma.
Berlino, 11 novembre 1894.
(_Riservato_). Avendo fatto esprimere a S. M. l'Imperatore mio desiderio di parlargli, Egli, che oggi era a Potsdam, mi mandò invito recarmi colà, e, cosa insolita, in giornata di festa. Mi trattenne varie ore nel circolo di famiglia. Gli ripetei le cose fattegli esporre dal Cancelliere. S. M. mi ha tenuto presso a poco seguente discorso:
«Dite a Crispi che ammiro energia che spiega in servizio del Re e della Patria rispetto patti internazionali. Deploro vivamente difficoltà che gli suscita condotta Governo austro-ungarico in Istria, come ne suscitò a me nelle provincie polacche. Vi ho fatto già comunicare ordine che ho personalmente dato mio ambasciatore a Vienna. Insisterò in quel senso, dolente non potere, come vorrei, agire direttamente verso l'Imperatore Austria, dal quale non soffrirei menomo accenno a mie cose interne e al quale, quindi, non posso toccare argomento sua politica interna. Continuerò, però, a fare quanto sta in me per mettere Governo austro-ungarico in guardia contro pericoli che la sua condotta verso nazionali italiani può fare correre saldezza alleanza.
_Lanza_»
«_Conte Lanza Ambasciata Italiana_, Berlino.
Roma, 12 novembre 1894.
La ringrazio del telegramma di stanotte, il quale mi prova che io non avevo torto quando la spinsi a vedere l'Imperatore. Ella, soldato e patriotta, mi comprende e spero che sempre andremo di accordo.
Faccia arrivare allo Imperatore l'espressione dei miei sentimenti di gratitudine e vedendolo o scrivendogli manifesti a S. M. I. R. che la tranquillità delle provincie italiane dello Impero austriaco è necessaria alla sicurezza dell'alleanza.
_Crispi_.»
È fuori di dubbio che facendo una politica interna severa e leale, Crispi potè ottenere dall'Austria tutto quello che era possibile, costringendo la stessa Cancelleria dell'Impero a temperare prevenzioni e sistemi di polizia inveterati del governo austriaco. Quando il conte Kálnoky giunse alla fine della sua carriera, abbandonando l'eminente posizione tenuta durante i due periodi del governo di Crispi, espresse al conte Nigra il giudizio ch'è riferito qui appresso:
«_S. E. Crispi_, Roma.
Vienna, 18 maggio 1895.
_Caro signor Presidente_,
Il conte Kálnoky, nel prendere oggi congedo da me, mi incaricò espressamente di farle sapere come esso porti il migliore ricordo delle relazioni ufficiali e personali che ebbe con Lei. Egli rese in termini commossi testimonianza della lealtà di procedere del Governo da Lei diretto verso Austria-Ungheria, e degli eminenti servizii che Ella rese e rende alla causa della Triplice Alleanza, e a quella, che ne dipende, della pacificazione europea, mediante la sua autorevole e ferma azione all'interno e all'estero. «L'Imperatore, mi disse egli, divide con me questo modo di vedere e posso assicurarvi che il mio successore, interprete della volontà del suo sovrano, seguirà verso l'Italia le tradizioni di amicizia sincera e di fiducia reciproca, che formano uno dei principali legati della mia successione».
Compio l'incarico affidatomi scrivendole queste proprie parole del conte Kálnoky, e aggiungendo soltanto che esse hanno tanto maggior valore, quanto più grande è, per indole, la riserva in chi le pronunziò nell'abbondare in dimostrazioni di tal natura.
Voglia credermi, come le sono di cuore,
Dev.mo amico _Nigra_.»
ITALIA E FRANCIA.
_Capitolo Quinto._ -- Le relazioni franco-italiane dal 1890 al 1896.
L'ambiente e gli statisti in Francia. -- Gli ambasciatori De Moüy e Mariani e il ministro Spuller. -- Come fu ricevuto il signor Billot. -- La sua _azione conciliante_. -- Il varo della _Sardegna_ e la mancata visita della squadra francese alla Spezia. -- Illusioni francesi su l'on. di Rudinì. -- La Triplice alleanza rinnovata. -- Secondo Ministero Crispi. -- Strascico dei fatti di Aigues-Mortes. -- Politica di conciliazione. -- Una missione segreta di Maurizio Rouvier. -- Corrispondenza dell'ambasciatore Ressman. -- Il richiamo di Ressman e le sue vere ragioni.
Sino al 1890 le relazioni franco-italiane erano state difficili. L'ostilità della Francia per la nostra alleanza con la Germania si era manifestata in tutti i modi e in tutti i campi, cagionando incidenti che avevano sempre più rafforzato la posizione dell'Italia in Europa e stretto i vincoli che la legavano ai due imperi centrali pel trattato rinnovato il 20 maggio 1887.
Deve però riconoscersi che nella lotta accanita che il governo francese aveva fatto ad ogni interesse italiano, gli uomini erano stati talvolta sospinti agli eccessi dall'ambiente, esagitato da una stampa che non ignorava alcuna intemperanza. L'ambasciatore conte de Moüy, ponendo fine alla sua missione a Roma, scriveva privatamente a Crispi, da Parigi, il 6 aprile 1889:
«J'avais à Rome la conviction d'avoir obtenu votre sympathie et votre estime: vous avez toujours compris, au cours des affaires que j'ai été chargé de suivre, _combien souvent ma tâche m'était pénible, et combien aussi je m'efforçais d'y apporter de conciliation et cordialité_.... Je n'oublierai jamais nos derniers entretiens qui m'ont si vivement ému; mon eloignement de Rome a été la grande douleur de ma vie diplomatique.»
Il de Moüy era stato il rappresentante di una politica irritante che nel 1888 s'impersonò nel ministro Goblet, del quale lo stesso de Moüy scrisse in un suo libro[26] ch'era «mal preparé, par son caractère raide et irascible, au maniement des choses diplomatiques qu'il traitait pour la première fois; on lui reprochait ses opinions anguleuses et son style peu engageant».
[26] Cfr. _Souvenirs et causeries d'un diplomate_. Paris, Plon, 1909, pag. 257-258.
E. Spuller, che succedette al Goblet come ministro degli affari esteri (febbraio 1889) e il Mariani che venne a Roma dopo il richiamo del de Moüy, non riuscirono ad agire contro la corrente ostile che in Francia travolgeva tutti,[27] ma non si astennero da dichiarazioni ch'erano la condanna di quell'ostilità senza misura.
[27] Per la storia della interruzione delle relazioni commerciali franco-italiane è interessante conoscere anche il seguente telegramma 7 marzo 1889 dell'ambasciatore Menabrea:
«(_Riservato_). A mente del telegramma quattro corrente informai ieri il sig. Spuller delle favorevoli disposizioni di V. E. per aprire nuove trattative, se non per un trattato di commercio, almeno per un accordo circa un «modus vivendi» proprio a migliorare i rapporti di commercio dei due paesi conformemente a quanto si era fatto con la convenzione del 15 gennaio 1879. Spuller si mostrò disposto a secondare le mire di V. E. nei limiti del possibile senza dover ricorrere al Parlamento che diventa ogni giorno più protezionista, se non per convinzione, per ragioni elettorali. Spuller mette però per condizione ai nuovi accordi per il commercio che questi siano subordinati alla regolarizzazione della questione tunisina. Al che io risposi che le due questioni erano del tutto distinte e che io non aveva mandato per trattare quella riflettente Tunisi; che tuttavia avrei informato V. E. di questa esigenza. Spuller tosto mi rispose non intendere che l'una fosse subordinata all'altra, ma che fossero trattate simultaneamente. Non credetti dover insistere su quell'argomento; mi limitai a ricordare al sig. Spuller i precedenti della nostra posizione in Tunisia di fronte al protettorato che vi si è attribuito la Francia. Da quell'inaspettata esigenza del sig. Spuller io vedo comparire di nuovo la medesima influenza che ci prometteva un aiuto per occupare definitivamente Tripoli in cambio di alcune nostre concessioni a Tunisi. Quel sistema rimonta al sig. Ferry quando, per ben due volte, ci offriva l'aiuto della Francia per occupare la Tripolitania alla condizione di rinunziare ai nostri diritti in Tunisia.
Scriverò a V. E. risposta ufficiale sul colloquio, nel quale Spuller si mostrò assai benevolo, ma però obbediente ad una pressione.
_Menabrea._»
Nel diario dei ricevimenti diplomatici di Crispi, sotto la data del 5 gennaio 1890 è scritto:
«Il signor Mariani mi legge una lettera dello Spuller. Il ministro scrive all'ambasciatore di dirmi ch'egli è rimasto sensibile alle parole da me pronunziate in Parlamento in occasione della legge che aboliva le tariffe differenziali. Incaricò quindi il Mariani di volermi ringraziare.
Lo Spuller desidera che le relazioni fra i due paesi divengano cordiali, ed egli farà tutto il possibile perchè le cose migliorino nel campo economico.
Il Mariani mi lesse una lettera fatta da lui a Spuller contro il corrispondente dell'_Havas_ in Roma. Egli ne rileva il contegno strano, e fa considerare al suo ministro come cotesto sia un metodo che non può riuscire a vantaggio dei due paesi.
Il signor Lavallette, oltre essere qui per l'_Havas_, è qui pel _Matin_, di cui tutti riconoscono il contegno ostile all'Italia. Il Mariani vorrebbe che il detto individuo servendo un'agenzia semi-ufficiale, lasciasse di collaborare in un giornale a noi nemico.»
Lo stesso Spuller, ricevendo il 10 ottobre precedente l'ambasciatore italiano a Parigi, aveva inveito «in termini violentissimi» contro il giornalismo francese,[28] e il 4 dicembre seguente non aveva taciuto al generale Menabrea i suoi sentimenti:
[28] Cfr. _Francesco Crispi_: _Politica Estera_, pag. 344.
«Parigi, 5-12-1889, ore 2.10 s.
Il telegramma del 1.º corr. che mi riferisce la conversazione di V. E. col Mariani, venne da questi confermato allo Spuller, il quale me ne espresse ieri la di lui viva soddisfazione. Egli mi disse essere vivamente contrastato da un partito che lo vorrebbe rovesciare coll'accusarlo di mostrare troppa condiscendenza verso l'Italia a detrimento della Francia stessa. Cionondimeno egli non tralascerà di lavorare attivamente per migliorare i rapporti fra i due paesi e stabilire fra loro un _modus vivendi_, proprio a soddisfare i rispettivi interessi. Un violento articolo del _Figaro_ di oggi si fa interprete dei sentimenti ostili che sono tuttora attizzati contro l'Italia; tuttavia, contro il gruppo opposizionista, che ci è il più contrario, sorge un nuovo gruppo assai più mite, capitanato da Léon Say, che propugna una politica economica più liberale!
_Menabrea_.»
Il signor A. Billot, nominato dallo Spuller ambasciatore a Roma alla morte del Mariani, aveva ricevuto istruzioni di adoperarsi ad «appianare ogni screzio». Egli ha narrato in un libro[29] non scevro di prevenzioni, di errori e di reticenze, le vicende della vita politica italiana dal 1881 al 1899. Appena giunto fu informato che il giorno precedente erano stati espulsi dall'Italia i corrispondenti dell'_Agenzia Havas_ e del _Figaro_ (uno, il Lavallette, era appunto quello la cui condotta era stata biasimata dal Mariani) e cotesto atto di rigore gli fece cattiva impressione, sebbene contemporaneamente fosse stato espulso anche un giornalista tedesco.[30] Il Billot manifesta ingenuamente con quale animo mettesse il piede in Roma raccogliendo la malignità che non fosse estraneo alla decisione di Crispi il fatto che quei giornalisti avevano annunziato il fallimento «d'une banque particulière, à la prospérité de laquelle Crispi, disait-on, avait des motifs de s'intéresser. C'en était assez pour motiver leur expulsion!»[31]
[29] _La France et l'Italie. Histoire des années troubles._ Paris, Plon, 1905.