Part 13
Confermandole che io non posso fare dello scioglimento della Società _Pro Patria_ e delle circostanze in cui si produsse, l'oggetto di una conversazione col conte Kálnoky, mi riservo però la prima volta che avrò occasione di vedere il conte Taaffe, senza entrare nel merito della questione, di fargli notare l'errore di fatto in cui cadde nelle considerazioni che precedono il decreto relativamente alle comunicazioni della Società _Pro Patria_ con quella della _Dante Alighieri_ di Roma, e intorno agli scopi di quest'ultima. Ma quest'errore è già stato rilevato da una parte della stampa, ed il miglior modo di metterlo in rilievo è quello di dare la maggior pubblicità possibile alla lettera che in proposito fu diretta all'E. V. dal Consiglio Centrale della Società _Dante Alighieri_ in Roma.
Per quanto mi risulta da ogni fonte il Vaticano ha potuto bensì compiacersi dell'accaduto come di cosa che possa nuocere alle buone relazioni tra i due paesi, ma non ebbe nessuna parte nella determinazione di cui si tratta. La questione, ripeto, non è clericale, ma essenzialmente politica ed irredentista. L'E. V. tocca, nella sua lettera, una questione assai grave, quella della continuazione dell'alleanza dell'Italia all'Austria-Ungheria, che sarebbe, a di lei giudizio, resa più difficile dalla cattiva impressione che l'atto di cui si tratta fece in Italia e si può aggiungere dall'impressione non meno cattiva che produssero in Austria-Ungheria alcuni atti della Società _Pro Patria_. Non è certo intenzione di V. E. come non è la mia, di trattare una simile questione per incidenza. Mi limito soltanto a ricordare qui ciò che a Lei è ben noto, cioè, che tale alleanza, la quale del resto non fu fatta da Lei nè da me, fu consigliata all'Italia da circostanze imperiose che ignoro se siano modificate, che fu chiesta dall'Italia, non dall'Austria-Ungheria; che fu mantenuta con lealtà da ambe le parti, e suppongo con reciproco vantaggio. Spetterà alla saviezza dei Governi che presiederanno più tardi alla direzione politica dei due Stati lo esaminare se convenga rinnovarla nel 1892.
Gradisca, signor presidente, i sensi della mia alta considerazione.
_Nigra_.»
«_S. E. Conte Nigra_ Vienna.
Roma, 31 luglio 1890.
_Signor Conte,_
(_Personale_). Ho la sua del 27.
Nulla ho da aggiungere alla mia lettera del 24 ed ai telegrammi del 22 e del 26. Sento quanto ella mi scrive nella sua del 27, e sul decreto per lo scioglimento del _Pro Patria_ ritengo inutile per ora ogni ulteriore discussione.
Mi permetta, però, che io spenda poche parole sovra un argomento che scivolò quasi per incidente nella nostra corrispondenza e che è della massima importanza.
Io non voglio riandare le origini del trattato d'alleanza. Ammetto che se ne deve all'Italia l'iniziativa. Posso però giudicare la situazione quale essa è, ed in questo giova alle due parti parlarne senza preconcetti e con vero disinteresse.
Io sono di parere che l'alleanza sia utile all'Italia ed all'Austria.
L'Italia deve aver sicure le sue frontiere. Non potendo pel momento aver amica la Francia, ed è una sventura, deve ad ogni costo tenersi stretta all'Austria, e non comprometterne l'amicizia.
Se l'Austria ci sfuggisse, si alleerebbe subito alla Francia in difesa del Papa. Le conseguenze sarebbero incalcolabili.
L'Austria alla sua volta ha bisogno dell'Italia, la quale, in certe occasioni, potrebbe renderle segnalati servizii. L'Austria, sicura alle Alpi e nell'Adriatico, avrebbe piena libertà d'azione verso l'Oriente, dove sono i suoi veri interessi e donde può essere assalita dai suoi veri nemici.
L'Austria è quella che è, e se volesse modificarsi correrebbe il rischio di andare in rovina. Per vivere però è obbligata a rispettare tutte le nazionalità racchiuse entro i confini dell'Impero.
Dalla parte nostra dirò che l'Italia è interessata perchè l'Austria non si sfasci. Per noi essa è una grande barricata di fronte ad eventuali e più pericolosi avversarli, che giova tener lontani dalle nostre frontiere.
Posto ciò, tra l'Italia e l'Austria non ci dovrebbero essere quistioni. Quella dei confini sarà, un giorno o l'altro, risoluta amichevolmente.
Vuolsi intanto osservare che in Italia l'alleanza coll'Austria non è simpatica, essendo pur troppo recenti i ricordi delle lotte nazionali e del mal governo imperiale.
Necessario, quindi, che l'Austria faccia dimenticare il suo passato, e che negli atti di governo eviti di ferire il sentimento di nazionalità, che è ancora vivo negli italiani.
Queste considerazioni, signor Conte, le proveranno che le mie opinioni sono abbastanza concilianti, e che quando io chiedo qualche cosa da cotesto Governo, lo fo sempre nell'interesse dei due paesi.
Dev.mo suo _F. Crispi_.»
«_S. E. Crispi_ Roma.
Vienna, 7 agosto 1890.
_Signor Presidente,_
(_Personale_). Ho il suo autografo del 31 luglio e ne La ringrazio. Il suo linguaggio è da uomo di Stato, e la sua lettera dalla prima all'ultima sillaba è oro di coppella. Ella stima l'alleanza utile all'Italia e all'Austria. Posso assicurarla che tale è pure l'opinione di Kálnoky e di tutto il Ministero austriaco. Questi Ministri si rendono perfettamente ragione della cattiva impressione che produce in Italia la dissoluzione della Società _Pro Patria_. Ma fra i due mali essi preferiscono quello che credono il minore per loro. Preferiscono, cioè, che la cattiva impressione si produca in Italia, anzichè in Austria. Vogliono l'alleanza e sono pronti a eseguirne fedelmente gli obblighi, ma a condizione che non si voglia imporre l'irredentismo in casa loro. La situazione è tale; e nessun Ambasciatore o Ministro può cambiarla.
Certo, sarebbe desiderabile che ai sudditi Italiani dell'Austria fosse concessa una posizione eguale nel fatto a quella accordata alle altre nazionalità dell'Impero. Ma per ottener ciò converrebbe che gl'Italiani sudditi dell'Austria si mettessero dal loro canto nella situazione delle altre nazionalità, ciò che non fanno. Bisognerebbe, cioè, che rinunciassero all'irredentismo.
Invece non lasciano passare occasione senza affermarlo; e la Società _Pro Patria_ spinse il suo zelo fino ad una dimostrazione contro la bandiera austriaca. Io non mi arbitro di giudicarli. Accenno il fatto. E constato, una volta di più, che ogni indizio d'un'immistione da parte del Governo italiano in questi affari, peggiora, invece di migliorarla, la situazione degl'Italiani sudditi dell'Austria. E viceversa, ogni atto di questi che miri all'Italia, rende più difficile la situazione del Governo italiano verso l'Austria-Ungheria.
E qui potrei terminare la mia lettera, attesochè in sostanza Ella comprende perfettamente la situazione, e sa che non c'è da insisterci.
Ma non posso dispensarmi dal ripeterle qualche altra considerazione, già toccata in precedente corrispondenza. Ella sembra credere che le disposizioni contro il _Pro Patria_ si debbano in parte al clericalismo del Conte Taaffe. Ora mi preme il levarla da questo errore. Anzitutto in questo paese sono tutti, più o meno, clericali. Ma nel caso presente il clericalismo non ha nulla che fare. Se invece del Conte Taaffe, il Ministro dell'Interno fosse il più liberale degli Ebrei di Vienna, la situazione non cambierebbe d'un punto solo intorno a questo affare. Ella ha visto gli applausi con cui la dissoluzione fu accolta dalla stampa liberale viennese. Non è dunque questione di clericalismo. Ma bensì questione politica irredentista. Per carità. La supplico di non vedere i Gesuiti là dove proprio non ci sono.
Mi preme inoltre di ben constatare un altro punto. Io non vorrei ch'Ella credesse che io rifugga dal fare a Kálnoky o agli altri Ministri imperiali comunicazioni sgradevoli. Abbia la bontà di persuadersi che io da questi signori non ho nulla, ma proprio nulla, da sperare, nè da chiedere, nè da temere; e che non tengo punto a restar qui. Nella posizione mia posso dire molto liberamente a loro, come a Lei, come ad ognuno, quello che penso, anche quando ciò che penso possa tornar sgradevole. Ma non amo dar colpi di spada nell'acqua e far passi non solo inutili, ma dannosi, tali, cioè, da raffreddare senza profitto le relazioni fra i due Stati.
Ancora una parola sull'alleanza coll'Austria, ch'Ella mi scrive non esser popolare in Italia. Anzitutto io penso ch'Ella renderà a Kálnoky la debita giustizia. In ogni questione che finora si presentò, il concorso dell'Austria-Ungheria non ci fece mai difetto, e fu talora più pronto e più largo di quello della Germania.
Deploro che quest'alleanza non sia popolare presso di noi, e che non se ne comprenda la necessità. Le mie simpatie per la Francia datano da un pezzo e non le ho mai celate; e, certo, se avessi visto la possibilità di un'alleanza tra la Francia e l'Italia, io non sarei ora qui. Ma anche quando la direzione delle relazioni fra l'Italia e la Francia era in mano d'uomini notoriamente amici alla Francia, come Cairoli e Cialdini, non solo non fu possibile un'intesa fra i due Governi, ma ci fu lo schiaffo di Tunisi.
Se, ciò non ostante, non vi è simpatia fra noi per l'alleanza Austro-Italica, questo prova che il nostro povero paese non è ancora stato abbastanza miserabile, e che ha bisogno di altre lezioni più disastrose e più umilianti. Si scosti dall'alleanza attuale, e le avrà. All'Italia nella situazione presente dell'Europa si presentano tre alternative:
O l'alleanza attuale, con tutti i suoi pesi, ma con la sicurtà; o in ginocchio dinanzi alla Francia; o diventare un grande Belgio, senza l'industria. E ancora, non è ben certo che il grande Belgio, mercè le divisioni e le amputazioni, non diventasse piccolo.
Mi creda, signor Presidente
Suo devotissimo _Nigra_.»
«_Il R. Console Generale d'Italia a Trieste a Crispi_
Roma.
Trieste, 3 agosto 1890.
_Signor Ministro_,
Anzichè riferire e necessariamente ripetere le notizie già pubblicate e diffuse dalla stampa, mi sembra di dover piuttosto riassumere e considerare i fatti di maggior rilievo e d'interesse per il R. Governo.
L'ordinanza ministeriale che pronunciò la dissoluzione del _Pro Patria_ è stata dappertutto e con estremo rigore applicata ed eseguita.
Chiuse le scuole e gli asili d'infanzia dipendenti dalla Società, il Governo con una lunga serie di provvedimenti che i più giudicano errori, se ne appropriò i documenti ed i fondi: vietò le collette, proibì ogni pubblica adunanza e manifestazione e tutti quasi sequestrò i giornali del Regno.
Ma queste severe misure non fecero che accrescere i malumori nazionali ed inasprire una situazione già per se stessa difficile, nè scevra di pericoli: offesero ma non sgominarono gli italiani; dispiacquero ai tedeschi, inquieti della parte d'influenza che lo Stato concede agli Slavi; nè i Croati e Sloveni contentarono, perchè parvero miti troppo e insufficienti.
Impensierisce per vero il loro contegno e l'aggressivo linguaggio della stampa slava la quale fin d'ora proclama il proprio trionfo e la rovina di nostra nazionalità.
Rassicura invece il calmo e dignitoso atteggiamento degli italiani regnicoli e non regnicoli.
I cittadini del Regno, infatti, provano tuttodì d'intendere non solo le esigenze della politica internazionale, ma di sentire quanto importi, nell'interesse dei connazionali soggetti all'Austria, di starsene assolutamente da parte; i non regnicoli hanno saputo resistere al partito che tentò trascinarli più in là del dovere, e non colle dimostrazioni nè con clamorose proteste, ma servendosi dei mezzi legali forniti dalla costituzione, seriamente rivendicano l'uso dei diritti, che la stessa costituzione loro consente.
A Trieste frattanto di giorno in giorno si aspettano le decisioni del supremo Tribunale dell'Impero, e tali si sperano da permettere che il soppresso sodalizio su altre basi risorga.
Nell'Istria, dove sono più numerose che altrove le scuole italiane, l'agitazione è maggiore: e le fiere parole pronunciate dal Podestà di Rovigno nell'ultimo recente Congresso della Società Politica Istriana (V. E. potrà leggerne il testo nell'accluso foglio) tutta ne rilevano la gravità e l'importanza.
In Dalmazia, e secondo risulta dal pur qui compiegato rapporto, gli Slavi danno quasi per finita la lotta, e dettano a dirittura patti e condizioni.
_Malmusi_.»
L'atto del governo del conte Taaffe suscitò in Italia un vivo malumore, del quale naturalmente profittarono i radicali. L'agitazione irredentista divampò, e l'on. Crispi dovette adoperare tutta la sua autorità ed energia per frenarla.
Ecco un saggio delle istruzioni ch'egli dava ai prefetti:
«_Commendator Basile Prefetto_ Milano.
26-7.
(_Riservato_). Ripeto a lei quel che telegrafai al suo collega di Bari:
Il decreto per lo scioglimento del _Pro Patria_ è un atto di politica interna di un governo straniero, contro il quale non abbiamo il diritto di agire.
Rispettiamo l'indipendenza degli altri Stati, se vogliamo rispettata la nostra.
La dimostrazione popolare che si minaccia di fare costà sarebbe un reato ai termini dell'articolo 113 del codice penale, il quale punisce con la detenzione da tre a trenta mesi ogni atto che possa turbare le relazioni amichevoli del Governo italiano con un Governo straniero.
Faccia modo di persuadere i promotori della dimostrazione a starsi tranquilli. Qualora i consigli non giovino, esegua la legge.
_Crispi_.»
«_Commendatore Basile Prefetto_ Milano.
31 luglio 1890.
(_Personale_). I comizi e le dimostrazioni contro il decreto di scioglimento del _Pro Patria_ sarebbero atti antipatriotici che darebbero ragione al Governo austriaco del preso provvedimento.
I soci del _Pro Patria_ affermavano che il loro era un sodalizio che aveva solo per iscopo la cultura nazionale e la diffusione della lingua patria nelle provincie nelle quali si parla l'italiano.
Le dimostrazioni ed i comizi indicherebbero che il _Pro Patria_ era realmente un'associazione irredentista, siccome la disse la luogotenenza di Trento. Ne verrebbe danno ai soci, ai quali sarebbe tolta anche la possibilità di ricostituirsi sotto altro nome.
Veda Missori, Antongini ed altri patrioti e tenti di valersi dell'opera loro per dare sani consigli a coloro che con un preteso patriottismo turberebbero l'ordine in Italia e nuocerebbero a quelle popolazioni che dicono di voler redimere.
Invoco da tutti che sentano i doveri di patria e li adoperino.
_Crispi_.»
Nella seconda metà di agosto Crispi fu costretto ad adottare un provvedimento che diremo dimostrativo della sua ferma volontà di troncare l'agitazione irredentista: sciolse (decreto 22 agosto) le Associazioni, i Comitati, i Circoli e i Nuclei (denominazioni diverse di enti che si proponevano scopi identici) intitolati a Guglielmo Oberdank e a Pietro Barsanti.
Non vi furono contumelie che i radicali non lanciassero a Crispi, pel suo «servilismo austriaco». Ma egli, in verità, compiva un dovere penoso, e dei suoi sentimenti fanno testimonianza i telegrammi scambiati col Re Umberto, il quale era in grado di apprezzare il patriottismo del suo primo ministro:
«_A S. M. il Re_ Montechiari.
25 agosto 1890.
Oggi contemporaneamente in tutte le città nelle quali esistevano, furono sciolti i sodalizii intitolati _Barsanti_ ed _Oberdank_.
I funzionari della pubblica sicurezza fecero il loro dovere e però le operazioni riuscirono.
In Roma furon trovate delle bombe.
Gli atti furono mandati all'autorità giudiziaria.
Sempre agli ordini di V. M.
Il devotissimo servo _F. Crispi_.»
«_S. E. Cav. Crispi Pres. Cons. Ministri_
Montechiari, 28 agosto 1890.
Ho ricevuto il suo telegramma di avant'ieri sera.
I provvedimenti presi per lo scioglimento dei Circoli _Oberdank_ e _Barsanti_ sono ottimi, essendo tali da far cessare una equivoca tolleranza indegna di paese reputato civile e liberale. La schietta energia di lei varrà a persuadere i facinorosi che hanno da fare con un Governo deciso a farsi rispettare e lo rispetteranno. Spero che d'altra parte un Governo alleato non renderà più difficile il patriottico compito di lei con atti eccessivi ed inutili.
Ad ogni modo di tutto la ringrazio di cuore.
Qui procede ogni cosa bene. Sono molto soddisfatto dello spirito delle truppe, come pure dell'accoglienza che dovunque ricevo dalle popolazioni.
Con sentimenti di viva amicizia
aff.mo _Umberto_.»
«_A S. M. il Re_ Montechiari.
28 agosto 1890.
L'Austria faccia la sua via. La deploro, ma non devo inquietarmene.
Facendo il nostro dovere e governando fortemente l'Italia, potremo a suo tempo aver ragione di dichiarare che non fu nostra la colpa se le sorti dell'impero vicino precipiteranno.
Sempre agli ordini di V. M.
Il devotissimo servo _F. Crispi_.»
Nel settembre un incidente del quale un suo collega del Ministero fu piuttosto vittima che responsabile, contrariò vivamente Crispi e rese inevitabile un provvedimento che lo addolorò molto.
In un banchetto offerto in Udine all'on. Seismit-Doda, ministro delle Finanze, uno dei commensali, l'avv. Feder, brindando al Doda e ricordando che nel 1848
«udita la rivoluzione di Vienna che fece scappare S. M. Cattolica Apostolica Romana» da Trieste si recò a Venezia per «partecipare a quell'Assemblea gloriosa che votò la resistenza ad ogni costo», augurò che «Sua Eccellenza chiudesse la sua laboriosa carriera.... con il viaggio inverso, su nave italiana, col tricolore italico spiegato vittoriosamente al vento.»
L'on. Seismit-Doda sentì l'augurio e tacque; ma la stampa s'impossessò dell'avvenimento e gli attribuì il valore che aveva, quello cioè di una manifestazione irredentista, presente e presunto consenziente un ministro del Re.
Crispi telegrafò subito al Doda meravigliandosi del suo contegno, e rimproverandolo perchè lui e il prefetto non avevano abbandonato la sala del banchetto.
«Rimanendo indifferenti -- soggiungeva -- avete implicitamente aderito agli oratori e agli applausi. Capo del Governo, non devo permettere che si dubiti della lealtà con la quale vengono eseguiti i patti internazionali, nè far sospettare che uno solo dei miei colleghi sia contrario alla mia politica.»
L'on. Seismit-Doda non poteva più rimanere ministro. Ma invece di persuadersene s'irritò, fece comunicazioni ai giornali d'opposizione e non si arrese all'invito amichevole di dar le dimissioni; cosicchè Crispi fu costretto a proporre al Re un decreto di esonerazione dall'ufficio.
La questione fu portata alla Camera e discussa nella tornata del 19 dicembre. Crispi reclamò un voto e la Camera, su di una mozione presentata dall'on. Angelo Muratori, approvò la condotta di Crispi con 271 _sì_, contro 10 _no_ e 16 astenuti.
La sentenza della Corte suprema dell'Impero sullo scioglimento del _Pro Patria_ fu pronunziata il 28 ottobre. Essa dette un colpo al cerchio e l'altro alla botte: approvò l'ordinanza governativa, ma permise che la Società disciolta si ricostituisse sotto la denominazione di _Lega Nazionale_. In conclusione al decreto del 16 luglio si volle dare il valore di un monito: che la Società italiana non si occupasse di politica.
L'ultima fase dell'azione diplomatica di Crispi è rappresentata dai seguenti telegrammi:
«_Ambasciata Italiana_, Vienna.
Roma, 26 ottobre 1890.
(_Riservato_). Le parole dell'avvocato del governo imperiale regio riferentisi società _Dante Alighieri_ innanzi al supremo tribunale dell'Impero ed il giudizio dato sul signor Bonghi non avrebbero grande importanza se fossero stati pronunciati da chi non avesse avuto l'obbligo di conoscere le cose italiane. Dette a Vienna producono fra noi impressione così strana da costringerci a chiedere che almeno non ne resti traccia nella sentenza che emanerà il 28 corrente il Tribunale contro il _Pro Patria_. Il nostro onesto desiderio dovrebbe essere assecondato poichè, altrimenti, il falso concetto ove si ripetesse in un atto officiale, farebbe pessimo senso in Italia, specialmente in questo momento. Del resto, lo stesso conte Kálnoky, parlando al conte Nigra, avrebbe già riconosciuto l'errore di avere nella questione del _Pro Patria_ citato la _Dante Alighieri_. Nell'intrattenere d'urgenza su quanto precede il signor Szögyeny, Ella vorrà inoltre adoperarsi perchè il _Fremdenblatt_ non continui co' suoi comunicati intorno la corrispondenza vaticana col Nunzio Galimberti, poichè diversamente ci troveremmo obbligati a pubblicare i documenti pontifici nella loro integrità, il che nuocerebbe a tutti, salvochè a noi.
_Crispi_.»
«_S. E. Crispi_, Roma.
Vienna, 26 ottobre 1890.
(_Riservato_). Ho comunicato a Szögyeny telegramma di V. E. di iersera relativo nota _Fremdenblatt_. Szögyeny mi ha detto che detta Nota era stata pubblicata soltanto per rispondere alle domande che da varie parti erano state dirette al Ministero a tale riguardo, e che essa non aveva altro scopo che di constatare che qui non si aveva notizia alcuna della corrispondenza scambiata tra il Vaticano e Monsignore Galimberti. Szögyeny aggiunse che sarebbe stato dolentissimo se si attribuisse un'intenzione qualsiasi sfavorevole verso l'Italia al governo austro-ungarico, il quale non desiderava punto ingerirsi in questione siffatta. Szögyeny mi pregò di assicurare l'E. V. che, per quanto era in suo potere, avrebbe provveduto a che pubblicazioni ufficiose in tal senso non avessero luogo in avvenire.
_Avarna_.»
«_S. E. Crispi._
Vienna, 27 ottobre 1890.
(_Confidenziale_). Szögyeny è partito stamane di buon mattino per la caccia e non sarà di ritorno che sul tardi nella sera.
La comunicazione, di cui Ella m'incarica, non potrà quindi essergli fatta che domani.
Profitto occasione per sottometterle alcune considerazioni.
Il principale capo di accusa contro il _Pro Patria_ è.....(?) di essa con la _Dante Alighieri_.
Questa accusa fu ribattuta dall'avvocato Lovisoni che difese vittoriosamente la _Dante Alighieri_ e l'on. Bonghi, dimostrando i loro scopi leali. Contro ciò il rappresentante del Governo mantenne l'accusa con parole ch'Ella desidera non ne resti traccia nella sentenza.
I passi di cui Ella m'incarica, ove fossero bene accolti, metterebbero questo Governo in contradizione e giustificherebbero la domanda sporta dal _Pro Patria_ di essere riabilitato, ciò che il Governo austro-ungarico non sembra disposto a fare.
Qualora l'E. V. giudicasse che, malgrado ciò, io faccia a Szögyeny la comunicazione in discorso, io non mancherò di eseguire col maggior impegno e premura le di Lei istruzioni. In tal caso io la pregherei di telegrafarmi di urgenza i suoi ordini.
_Avarna_.»
«_Ambasciata Italiana_, Vienna.
Roma, 27 ottobre 1890.