Part 12
(_Riservato_). Prima di ricevere telegramma di V. E. del 5 corr. avevo domandato per ben due volte a questa Cancelleria imperiale quale fosse il risultato delle istruzioni trasmesse al principe di Reuss in conseguenza del desiderio espresso nel telegramma di V. E. del 1.º ottobre. Mi fu risposto che era in corso a Trieste una inchiesta la quale avrebbe già messo in rilievo seri gravami contro Ulmann ed altri imputati politici di quella città: mi fu d'altronde assicurato che verso l'epoca della gita dell'Imperatore Guglielmo a Monza, furono da noi esposti gli inconvenienti che il giudizio non avesse luogo prima della riunione del nostro Parlamento. Supponeva che di ciò fosse stata fatta menzione nei colloqui di V. E. col conte di Bismarck. Mi feci premura di parlare colla voluta prudenza al sotto-segretario di Stato e d'insistere nel senso del telegramma giuntomi ieri sera; egli ne riferirà a Friedrichsruhe, il Principe Cancelliere non essendo aspettato a Berlino che verso metà di questo mese. Intanto il S. S. di Stato non taceva quanto riuscirebbe malagevole di tornare con Kálnoky sopra argomento così delicato e che sta fuori della sua competenza. Il Gabinetto di Berlino per quanto gli spetta evita di sporgere querela sia in Austria-Ungheria che in Russia per certe amministrazioni che sicuramente non procedono coi dovuti riguardi per gli interessi dei tedeschi nei due Imperi.
_Launay_.»
«Vienna, 7-11-1889.
_S. E. Crispi_ Roma.
Kálnoky non dovendo tornare a Vienna che domani, ho comunicato stamane a Szögyeny telegramma di V. E. in data di ieri, relativo processo Ulmann. Ho insistito presso lui sugli inconvenienti risultanti dal ritardo frapposto nel terminare quel processo, specialmente in vista della prossima riunione del Parlamento italiano. Egli mi ha risposto che avrebbe riferito a Kálnoky, appena fosse tornato, la mia comunicazione, e che oggi stesso avrebbe parlato a Taaffe perchè si adoperasse altrimenti per fare dare un pronto compimento al giudizio, che egli disse non essere infatti ancora cominciato, malgrado le promesse state fatte al Ministero Imperiale e Reale. Szögyeny ha aggiunto che si rendeva perfettamente conto degli inconvenienti da me accennati, e che per ciò qui si metteva ogni impegno per accelerare la soluzione del processo, che sperava avrebbe potuto essere terminato prima della riunione del nostro Parlamento.
Appena avrò potuto vedere Kálnoky, non mancherò di far nuove insistenze nel senso delle istruzioni di Lei.
_Avarna_.»
«Vienna, 10-11-1889.
_S. E. Crispi_ Roma.
Ho profittato dell'udienza datami oggi da Kálnoky per insistere nuovamente presso di lui perchè il processo Ulmann fosse terminato prima della riunione del Parlamento italiano. Egli mi ha risposto che, subito dopo il suo ritorno da Friedrichsruhe, aveva in questo senso adoperato tutta la sua influenza personale presso il Ministro di Giustizia, il quale però avevagli rappresentato le difficoltà che tuttora si opponevano a che il processo potesse essere terminato nel termine desiderato, giacchè era necessario procedere alla traduzione dall'italiano al tedesco di tutti gli atti voluminosi del processo. In tale stato di cose Kálnoky mi ha pregato di annunziare all'E. V. che egli per far cosa gradita e per togliere di mezzo questa causa d'imbarazzi tra i due Governi aveva proposto che non si desse più seguito al processo Ulmann e che questi fosse rinviato in Italia. Egli sperava che l'Imperatore avrebbe acconsentito a tale sua proposta.
_Avarna_.»
«Vienna, 16-11-1889.
_S. E. Crispi_ Roma.
(_Personale_). Kálnoky mi annunziò oggi che fedele alla promessa fattami e tenendo conto speciale delle istanze di V. E. di abbandonare il processo contro Ulmann e di espellerlo in Italia, S. M. diede il suo consenso e l'ordine relativo è stato impartito. Ho ringraziato in di Lei nome il Conte Kálnoky di questo provvedimento che fa testimonianza di moderazione governo imperiale e di deferenza verso il governo del Re.
_Nigra_.»
«Come fulmine a ciel sereno -- annunziava il 19 luglio 1890 il giornale slavo _Narodni List_ di Zara -- è scoppiata la notizia che il governo ha sciolto la Società _Pro Patria_ la quale aveva la sua sede a Trento e diramazioni in tutte le terre «irredente» della nazione italiana in Austria.... Si racconta che nell'ultimo Congresso tenuto a Trento, _inter-pocula_ se ne intesero tante e tante che obbligarono il governo allo scioglimento della Società. Benedetto vino che compromise Noè....»
La notizia che con gioia non dissimulata dava l'organo dei croati, era vera. I motivi del decreto di scioglimento erano questi che trascriviamo testualmente:
«La Società non politica _Pro Patria_ la quale, a mezzo di gruppi locali, estende la sua attività al Tirolo, al Litorale ed alla Dalmazia, nel Congresso generale tenutosi il 29 giugno 1890 in Trento, dietro proposta del socio Carlo Dr. Dordi e fra vivi applausi ha deliberato a voti unanimi di comunicare in via telegrafica alla Società _Dante Alighieri_ in Roma, nonchè al presidente della stessa, Bonghi, la piena adesione e le più sincere felicitazioni;
Essendo notorio che la Società _Dante Alighieri_ in Roma osserva un contegno ostile alla monarchia austro-ungarica ed emergendo da ripetute comunicazioni pubbliche, portate a generale conoscenza mediante la stampa periodica italiana, che le aspirazioni di quella Società sono rivolte direttamente contro l'interesse dello Stato austriaco, la Società _Pro Patria_, col summenzionato deliberato ha dato a conoscere che essa, oltre agli scopi scolastici, messi dallo statuto sociale in prima linea, mira anche ad altri scopi e precisamente a scopi politici, i quali secondo le circostanze potrebbero cozzare con le disposizioni del codice penale;
Questa tendenza sleale ed anti-patriottica della Società _Pro Patria_ si è palesata anche in modo indiretto col fatto, che il comitato, costituito per l'organizzazione di festività in occasione del Congresso generale della Società _Pro Patria_ in Trento, a capo del quale era il presidente del gruppo locale di Trento, l'avvocato Carlo Dr. Dordi, tralasciò di imbandierare la città, come era progettato ed anche notificato all'Autorità, in seguito al decreto di quell'i. r. Commissario di polizia, a tenore del quale l'imbandieramento non venne concesso che a condizione che contemporaneamente venisse pure inalberata in posizione distinta una bandiera dai colori dell'impero austriaco....»
Lo scioglimento della _Pro Patria_ di una associazione cioè che si proponeva fini non politici, ma di cultura, era stato da parecchi mesi deciso, da quando, in aprile, l'idea di un monumento a Dante in Trento veniva accolta e suffragata in Italia da numerose sottoscrizioni come affermazione d'italianità. La pubblica sottoscrizione per l'erezione della statua era stata permessa in Austria dall'Imperatore; in Italia, quando ad essa vollero partecipare Consigli Comunali e provinciali con esplicite deliberazioni politiche, fu vietata da Crispi. Ma ciò non bastò al governo austriaco, il quale credette opportuno di colpire il sentimento italiano, come se questo potesse mortificarsi o distruggersi con una misura di polizia. Il pretesto non era neppure ben scelto, poichè non era vero che nell'incriminato e non trasmesso telegramma alla società _Dante Alighieri_, allora costituitasi, il congresso della _Pro Patria_ avesse fatto «piena adesione», mentre invece aveva soltanto espresso «la propria soddisfazione per la costituzione» di quella Società. Ed era anche infondato che la _Dante Alighieri_ «osservasse un contegno ostile alla monarchia austro-ungarica» e che le aspirazioni di essa fossero «rivolte direttamente contro lo Stato austriaco». Il secondo motivo del decreto era anch'esso insussistente, perchè a Trento, in occasione del congresso, non era stata esclusa la bandiera dell'impero essendosi dal Comitato locale -- che nulla poi aveva da fare con la presidenza della Società _Pro Patria_ -- rinunziato all'imbandieramento della città.
La _Dante Alighieri_, chiamata in causa nel decreto dell'i. r. Ministero dell'interno, protestò con la seguente lettera diretta a Crispi, quale Presidente del Consiglio e ministro degli affari esteri:
«_Eccellenza_,
Nel decreto di scioglimento della Società _Pro Patria_, dal Governo austriaco è dato a prova della condotta sleale e antipatriottica di essa -- così dice -- il seguente principale motivo:
«La Società non politica _Pro Patria_, la quale, a mezzo di gruppi locali, estende la sua attività al Tirolo, al litorale ed alla Dalmazia, nel Congresso generale tenutosi il 29 giugno 1890 in Trento, dietro proposta del socio Carlo Dott. Dordi e fra vivi applausi, ha deliberato a voti unanimi di comunicare in via telegrafica alla Società Dante Alighieri in Roma, nonchè al presidente della stessa. Bonghi, la piena adesione e le più sincere felicitazioni;
«Essendo notorio che la Società Dante Alighieri in Roma osserva un contegno ostile alla monarchia austro-ungarica, ed emergendo da ripetute comunicazioni pubbliche portate a generale conoscenza mediante la stampa periodica italiana, che le aspirazioni di quella Società sono rivolte direttamente contro l'interesse dello Stato austriaco, la Società _Pro Patria_ col summenzionato deliberato ha dato a conoscere che essa, oltre agli scopi scolastici, messi dallo statuto sociale in prima linea, mira anche ad altri scopi, e precisamente a scopi politici, i quali, secondo le circostanze, potrebbero cozzare con le disposizioni del codice penale».
Il Consiglio centrale della Società Dante Alighieri non può scegliere migliore testimone della erroneità patente di tali asserzioni che il Presidente dei ministri del Regno d'Italia.
La Società Dante Alighieri non si è tenuta segreta; ha operato e discorso alla luce del giorno; ha comunicati i suoi intendimenti al Governo e dal Governo ha ricevuto conforto e aiuto.
Ciò basta a provare che nessuno dei fini che le attribuisce il decreto austriaco le si può legittimamente attribuire; ed è obbligo, non diciamo soltanto nostro, ma del nostro stesso Governo, di protestare contro asserzioni che impugnano la lealtà nostra e la sua.
La Società Dante Alighieri non si è proposta di esercitare altre influenze in ogni paese dove vivano italiani, se non quelle che Società della stessa natura esercitano dappertutto, senza nessun sospetto di adoperarsi ad altro che a mantenere vivaci e fecondi alcuni vincoli intellettuali, morali e storici.
In Austria stessa i Tedeschi e gli Slavi fuori dei suoi confini le esercitano rispetto a' Tedeschi e agli Slavi dentro i suoi confini. Perchè solo agli Italiani, che non sono retti dal Governo austriaco, dovrebbe esser vietato di esercitarle rispetto a quelli che sono retti da esso? Gioverebbe al Governo austriaco stesso mostrare al mondo che solo gli Italiani considera come nemici, e dove per gli altri popoli il Governo austro-ungarico è monarchia, solo per essi non schiva di parere tirannide?
Noi non entriamo a giudicare l'atto altamente rincrescevole per il quale è stata sciolta la Società _Pro Patria_, che aveva comuni i fini con noi, fini supremamente civili, razionali e degni di osservanza e rispetto. Noi sappiamo che non potremmo dirigerci al nostro Governo se intendessimo chiedergli che esso comunicasse all'austriaco un nostro giudizio e suo. La libertà e l'autonomia dei governi, o bene o male usate, sono un principio supremo di condotta per tutti.
Questo soltanto ci preme di accertare: che cotesto atto di scioglimento di una Società tanto benemerita, fin dove presume di avere avuto motivo dalle sue relazioni colla nostra, da telegrammi supposti che non abbiamo mai ricevuti, da giornali italiani dei quali nessuno è organo nostro, e da simili altre accuse in tutto fantastiche, non ha in realtà motivo di sorta o almeno nessun motivo che si confessi apertamente.
Sicuri che Ella vorrà tener conto di questa nostra protesta e usarne nei modi che Ella creda meglio opportuni, le attestiamo il nostro ossequio.
Dell'Eccellenza Vostra
Dev.mi
_I Membri presenti in Roma del Consiglio_ _Centrale della Società Dante Alighieri_: _Ruggero Bonghi_, deputato al Parlamento, presidente -- _G. Solimbergo_, deputato al Parlamento, vicepresidente -- _Giulio_ _Bianchi_, deputato al Parlamento -- _Ferdinando_ _Martini_, deputato al Parlamento -- Avvocato _Pietro_ _Pietri_ -- Dottor _Gaetano Vitali_, segretario.»
L'azione diplomatica che in quella circostanza spiegò l'onorevole Crispi risulta dai seguenti documenti:
«[_Telegramma_]
_Conte Nigra ambasciatore d'Italia_ Vienna.
Roma, 22 luglio 1890.
(_Riservato-personale_). Che il conte Taaffe abbia sciolto il _Pro Patria_, nulla ho da obbiettare, perchè trattasi di un atto interno di governo. Quello che dovrò osservare a V. E. è che il ministro austriaco ha commesso due gravissimi errori nella sua ordinanza: il primo nell'aver asserito esser stato spedito dal presidente del Congresso un telegramma alla Società _Dante Alighieri_, il che non fu; il secondo, nell'aver detto che questa abbia scopi politici ed irredentisti.
La _Dante Alighieri_ è un'associazione meramente letteraria, e basta conoscere i nomi del suo Presidente e dei suoi socii per convincersi come essi sian di opinioni temperate e come nulla farebbero che potesse suscitare al Governo italiano imbarazzi internazionali.
Non posso intanto nasconderle che l'ordinanza austriaca ha prodotto una dolorosa impressione negli elementi più moderati del nostro paese, i quali si domandano se questo sia il modo col quale si possa mantenere tra l'Italia e l'impero vicino quell'alleanza che tanto ci è necessaria.
Qui tutti sospettano che il Taaffe, devoto al partito cattolico, sia contrario alla triplice alleanza e che vedrebbe di buon occhio lo scioglimento della medesima.
Voglia tener per sè queste informazioni e se ne serva col conte Kálnoky qualora lo crederà opportuno.
_Crispi_.»
«_S. E. Conte Nigra_ Vienna.
Roma, 24 luglio 1890.
_Signor Ambasciatore,_
La Luogotenenza di Trento ha sciolto la Società _Pro Patria_. Il Governo del Re nulla ha da dire circa un atto di amministrazione interna che in sè stesso sfugge al suo giudizio, ciascuno Stato essendo padrone di governarsi con i criteri che gli sembrano più opportuni.
Debbo però affermare nell'interesse dei rapporti internazionali, che la notizia del fatto ha prodotto nel Regno la più penosa impressione, sovratutto per i motivi che dicesi abbiano ispirato il decreto di scioglimento.
In questo, difatti, si dichiara che due sarebbero le ragioni dell'atto luogotenenziale. La prima è che il Presidente del Congresso tenutosi a Trento il 29 giugno avrebbe inviato alla Società italiana _Dante Alighieri_, per mezzo del telegrafo, la sua piena adesione e le più sincere felicitazioni per l'opera della Società medesima. La seconda sarebbe, che la Società _Dante Alighieri_ osserverebbe un contegno ostile alla Monarchia Austro-Ungarica e che le aspirazioni di detta società sarebbero rivolte direttamente contro gli interessi dell'Impero.
Or mi permetto di osservare, Signor Ambasciatore. che codeste considerazioni sono prive di fondamento. Anzitutto la Società _Dante Alighieri_ presieduta dall'Onorevole Ruggero Bonghi, non ricevette alcun telegramma dal Congresso Trentino e per conseguenza la Luogotenenza imperiale e reale è stata male informata. È deplorevole che per un atto di tanta importanza s'invochino a motivo due notizie false.
Passo a ciò che più giova conoscere e che interessa un'associazione nazionale, quale è la Società _Dante Alighieri_.
La Società _Dante Alighieri_ non ha scopi politici. I soci che la compongono appartengono al partito moderato e non vanno confusi -- sarebbero i primi a sdegnarsene -- con coloro i quali fanno professione d'irredentismo. La Società _Dante Alighieri_ si propone il culto della lingua italiana in tutte le regioni in cui questa è parlata e non oserebbe far cosa che potesse influire sulla politica internazionale del Governo o pregiudicare l'azione di questo all'estero. Le relazioni della Società _Dante Alighieri_ col Governo sono tali e così notorie che ritengo come un'offesa fatta a noi ogni imputazione che le si possa fare di tendenze faziose, o di atti che in qualunque modo o misura potessero ledere le buone relazioni che l'Italia mantiene coll'Impero vicino.
Voglio sperare che il Conte Taaffe, presa notizia delle cose come realmente sono avvenute, saprà correggere l'opera della imperiale e reale Luogotenenza di Trento. Non intendiamo con ciò influire sugli atti amministrativi del governo austriaco, ma solamente osservare che a nessuno è dato, ancorchè pubblico funzionario, offendere gratuitamente con ingiustificate imputazioni un governo amico. Il contegno del Luogotenente non è certamente di tal natura da mantenere quell'accordo che noi cerchiamo e ci sforziamo di tener saldo, a costo anche della nostra popolarità.
Allorchè io seppi che a Trento volevasi innalzare una statua a Dante e che il Governo austriaco aveva permesso non solo questo omaggio all'altissimo poeta, ma anche l'istituzione di una Società che tende a favorire il culto della lingua italiana, me ne compiacqui e rallegrai, vedendo in quell'atto di buona politica un fatto reale che alla nazionalità italiana guarentiva nel poliglotta Impero gli stessi diritti che sono guarentiti ai Tedeschi, agli Slavi, agli Ungheresi, ai Boemi, ai Rumeni ed a tutti gli altri popoli che fanno parte dell'Impero.
Ora sono dolentissimo di dover constatare le condizioni difficili che vengono fatte al Ministero Italiano in questa occasione. Finchè la fiaccola dell'Irredentismo si trovava accesa dai radicali, io non li temevo. Ma l'atto ultimo, il quale ravviva la memoria di altri atti non pochi che ogni tanto rivelano l'intolleranza di codesto governo, basterà, temo assai, a turbare o per lo meno a raffreddare la gente moderata e tranquilla, sul cui appoggio il governo sapeva di potere sino ad ora contare.
Non so se Ella riuscirà a far comprendere tutto ciò al Governo austro-ungarico e se il Conte Kálnoky dispone di sufficiente autorità per richiamare il suo Collega dell'Interno a migliori consigli. Dirò soltanto a Vostra Eccellenza come l'alleanza con l'Austria, che solo io potevo difendere, avrebbe contro di sè un maggior numero di nemici, e che non so se al 1892 o il mio successore od io avremmo la forza necessaria a rinnovarla.
Comprendo che il Conte Taaffe, che è cattolico convinto, potrebbe venire dalle ispirazioni del Vaticano indotto ad atti che lo obbligassero a combattere l'alleanza delle potenze centrali. Però al di sopra di lui sta S. M. l'Imperatore e Re, che si distingue per tanto buon senso e per tanta esperienza di governo, ed all'Augusto Sovrano non può sfuggire la considerazione che l'opera nostra, la quale è utile alla Monarchia, è resa oltremodo difficile se il suo Ministro non agisce d'accordo con noi per raggiungere lo scopo cui tutti miriamo.
Con ciò fo seguito al mio telegramma dei 22 sera. Le accludo copia della protesta direttami il 21 luglio dalla Società _Dante Alighieri_, e desidero che Ella si ispiri alle considerazioni che sono contenute in questa lettera per discorrere del delicato argomento con quelle riserve ed in quei modi che crederà più opportuni, avvertendo sempre che è mio intendimento evitare ogni causa di dissapori col Governo Imperiale e Reale.
Gradisca, signor Conte, gli atti della mia alta considerazione.
_Crispi_.»
«_S. E. Crispi_ Roma.
Vienna, 27 luglio 1890,
_Signor Presidente,_
Mi pregio di segnar ricevimento della lettera che V. E. mi fece l'onore di dirigermi il 24 corr. relativamente allo scioglimento della Società _Pro Patria_ la quale fa seguito al telegramma ch'Ella mi diresse il 22 corrente, ricevuto il 23, e redatto nel medesimo senso; nonchè della copia di lettera annessa, diretta a V. E. dal Consiglio Centrale della Società _Dante Alighieri_.
Al suo telegramma ebbi l'onore di rispondere col mio telegramma del 25 corrente che mi pregio di confermare e di qui trascrivere:
(_Riservato_). «Ringrazio V. E. della informazione che mi dà rispetto alla Soc. _Dante Alighieri_. Essa sa che il Governo Austro-Ungarico non ammette alcuna ingerenza estera per ciò che riguarda i sudditi italiani dell'Austria. Io non posso perciò parlare della soluzione della Società _Pro Patria_ a Kálnoky, tanto meno dopo che un telegramma da Roma inserito nella _Neue Freie Presse_ annunzia che io fui incaricato di far passi in proposito. Ora mi permetta di rilevare un'espressione del suo telegramma. Ella sembra credere che la dissoluzione sia stata fatta per sentimenti clericali del Ministero. La quistione non è clericale, giacchè nella società disciolta vi erano parecchi preti e d'altra parte fra quelli che applaudirono alla dissoluzione vi è la stampa liberale tedesca dell'Austria. Il fatto è che la dissoluzione è dovuta a certe imprudenze della detta società, a proposito delle quali il Governo Austro-Ungarico non ammette che noi siamo meglio informati di lui, trattandosi di società esistente in Austria».
V. E. mi rispondeva col telegramma seguente:
«Roma, 26 luglio 1890.
(_Riservato_). Non ebbi mai in mente ch'Ella reclamasse presso codesto Governo contro il Decreto _Pro Patria_ ed i giornali che lo scrissero fantasticarono. Nella mia lettera del 24 che non tarderà a ricevere, le ho dichiarato che ogni Governo entro i confini dello Stato ha pienissimo diritto e nessuno può ingerirsi negli atti della sua interna amministrazione. Lo scopo per il quale a V. E. mi diressi col telegramma e con la lettera fu d'informarla delle impressioni sentite in Italia dal decreto per lo scioglimento del _Pro Patria_ e del contegno e degli scopi dell'associazione italiana _Dante Alighieri_, che non mira alle provincie italiane dell'Austria, ma estende la sua azione in tutti i paesi nei quali sono italiani, questa istituzione completa l'opera iniziata dal Governo coll'istituzione delle scuole italiane all'Estero».