Questioni internazionali

Part 11

Chapter 113,385 wordsPublic domain

«La Camera confida che il Governo, seguendo l'impulso già dato, provvederà a che i nostri rappresentanti ed agenti consolari all'estero, coltivando l'amicizia degli Stati presso i quali sono accreditati, esercitino incessantemente sui nostri connazionali quella efficace tutela e quella benefica e giusta influenza che li mantengano sempre fiduciosi e affezionati alla madre-patria.»

Altra discussione fu fatta alla Camera nella tornata dell'8 luglio, su interpellanza del Cavallotti. Questi si occupò specialmente di due fatti: del divieto posto dalle autorità austriache di Riva di Trento allo sbarco di una comitiva di gitanti italiani, e dell'arresto prolungato di un giornalista, certo Ulmann. Al discorso violento del Cavallotti il presidente del Consiglio rispose calmo, conciso. Non aveva notizie esatte sull'Ulmann, che affermò essere suddito austriaco, mentre aveva ottenuto la cittadinanza italiana; giustificò il divieto opposto allo sbarco dei gitanti perchè, secondo un telegramma dell'ambasciatore Nigra, una comitiva di essi, sbarcata a Riva il 23 giugno, non aveva rispettato le leggi del luogo gridando per le vie della città «Viva la repubblica. Viva Trento e Trieste irredente». Ma mentre pubblicamente scagionava la condotta del governo austriaco dalle accuse, comunque esagerate, che gli si muovevano, e affermava il dovere della dignità e della prudenza ricordando che l'on. Cavallotti aveva «cantato in versi e in prosa, prima e dopo il 1875 l'alleanza con la Germania, e nel 9 aprile 1878 aveva consigliato al conte Corti un'alleanza con l'Austria», l'on. Crispi non rinunziava a compiere il suo dovere patriottico presso il governo austriaco:

«2 luglio 1889.»

_Ambasciata Italiana_ Vienna.

(_Riservato_). I giornali pubblicano essere stato proibito lo sbarco a Riva di Trento ad una comitiva di regnicoli, organizzata a scopo di gita di piacere. Questo fatto essendo contemporaneo a quello della sospensione delle corse dei vapori tra Venezia e Trieste preoccupa sfavorevolmente la pubblica opinione in Italia e non è certo l'Austria che ci guadagna; mette inoltre il Governo del Re in una difficile posizione, tanto più se verrà portato innanzi alla Camera. Voglia dunque chiedere schiarimenti intorno al medesimo, e qualora i relativi ordini sieno stati dati da Vienna, voglia fare i passi opportuni perchè la proibizione sia revocata. Sono atti di polizia che ricordano tempi che io credeva per sempre tramontati. Il Governo del Re ha lasciato correre atti ben altrimenti importanti, come le manifestazioni a favore del papa-re.

Gradirò una pronta risposta.

_Crispi_.»

«Vienna, 13 luglio 1889.»

(_Personale_). Ho chiesto a Kálnoky di procurare informazioni sull'andamento del processo Ulmann. Egli mi ha promesso domandarle al Ministero di Grazia e Giustizia e di comunicarmele, ma mi ha fatto osservare che i consoli, all'infuori del levante, non hanno diritto di chiedere alle autorità giudiziarie comunicazioni di processi criminali pendenti. Quanto alle ragioni svolte nel telegramma di V. E., io le esposi amichevolmente al conte Kálnoky, il quale si rende perfettamente conto della situazione e apprezza gli sforzi da Lei fatti per fare cessare agitazioni irredentistiche, ma d'altra parte egli mi disse che sarebbe ingiusto e di pessimo esempio risparmiare i rei unicamente perchè protetti dal partito ostile all'alleanza.

_Nigra_».

Il 17 luglio il Comitato irredentista radicale per Trento e Trieste diramò il seguente manifesto firmato da Giovanni Bovio, Matteo Imbriani, Antonio Fratti e da altri:

«_Italiani!_

Quando governi e parlamenti -- obbliano i diritti ed i doveri della Nazione -- dalla grande anima del popolo sorge una voce, che i diritti ed i doveri tutti del presente raccoglie e compendia in un motto: _Trieste e Trento_.

È l'istinto dell'ente collettivo, è la coscienza nazionale, che proclama alto questi nomi, nel momento storico necessario.

E il pericolo è grave, immediato.

Patti che non conosciamo ci vincolano. Sappiamo solamente che una odiosa alleanza ci lega ai nemici nostri.

L'Italia è minacciata da una guerra che dovrebbe sostenere per interessi di altri -- contro i proprî -- e dalla quale, vinta o vincitrice, uscirebbe mancipio dello straniero.

E frattanto mancipii viviamo, quasi fossimo condannati a servire sempre.

Ma dei fatti nostri noi soli siamo arbitri.

Avvaliamoci di tutti i mezzi che ci vengono consentiti; l'opinione pubblica può impedire grandi sciagure -- la volontà determinata del popolo s'imporrà a tutti.

Scongiuriamo i pericoli sovrastanti; stringiamoci in un patto nei sacri nomi di Trieste e Trento. -- Questo motto e grido che scuote -- è squillo che unisce -- è monito che avverte.

_Roma, 17 luglio 1889._

_Avvertenze._

Le associazioni operaie, patriottiche e politiche, le Società dei Veterani e reduci dalle patrie battaglie, Circoli popolari e quanti fra i patrioti curanti la causa nazionale aderiscono al presente appello, sono vivamente pregati d'inviare sollecita dichiarazione e di costituire immediatamente nelle rispettive località Comitati e nuclei con identico programma, mettendosi tutti in diretta comunicazione con questo Comitato di Roma, per le opportuna intelligenze sul lavoro da compiersi in comune.

Tutte le comunicazioni dovranno essere inviate al seguente esclusivo indirizzo:

Comitato per Trieste e Trento -- _Roma_.»

L'on. Crispi ordinò che s'impedisse l'affissione di questo manifesto e sciolse il Comitato, con grande sdegno del partito democratico che moltiplicò le proteste e votò anche una querela contro l'autorità di pubblica sicurezza, la cui redazione fu affidata ai 24 avvocati del Circolo radicale, tra i quali erano Barzilai, Gallini, Vendemini, Pellegrini.

Con circolare del 19 luglio Crispi proibì i Comizii che la Commissione esecutiva segreta del Comitato irredentista aveva predisposti dovunque. L'agitazione, tuttavia, promossa dai Comitati «pro Trento e Trieste» sorti dai fianchi delle Associazioni radicali, era vivace, e i tentativi di dimostrazioni contro l'Austria continui. Crispi era risoluto a prevenirle e a reprimerle. Al prefetto di Ravenna telegrafava il 22 luglio dolendosi che a Conselice non fossero state deferite all'autorità giudiziaria grida sediziose emesse in una dimostrazione irredentista, perchè «questo nuoceva al prestigio del governo e accresceva l'audacia dei perturbatori dell'ordine pubblico».

Dopo quest'atto di rigore, l'on. Crispi telegrafava a Berlino:

«Roma, 29-7-89.

_Ambasciata Italiana_ Berlino.

(_Riservato_). Nel suo telegramma del 25 luglio V. E. accenna che costì fece buona impressione il decreto di scioglimento del Comitato per Trento e Trieste. Ho fatto quello che era mio dovere. Ma non posso celare il mio pensiero, che nel regolarsi cogli italiani dell'Impero le autorità austriache non sono nè sapienti nè prudenti. Sevizie e processi a nulla giovano, ed inaspriscono gli animi. Desidero quindi che V. E. preghi il Principe Cancelliere a nome mio di far giungere a Vienna consigli di prudenza e di temperanza. Il Governo austriaco comportandosi paternamente verso gli italiani della Monarchia renderebbe più facile il mio compito verso gli irredentisti.

_Crispi.»_

Il principe di Bismarck non ricusò il suo intervento:

«Berlino, 7 agosto 1889.

_S. E. Crispi_ Roma.

(_Riservato_). Cancelliere, cui venne riferito sul messaggio contenuto nel telegramma di V. E. 29 luglio, volendo per quanto è possibile tener conto del desiderio da Lei espresso fece trasmettere al Principe Reuss istruzioni confidenziali di parlare in tempo opportuno ed in via privata al conte Kálnoky sull'argomento delicato riguardo contegno prudente e moderato da osservare dalle Autorità austriache verso Italiani dell'Impero. Quell'Ambasciatore dovrà dunque nei suoi colloquii evitare perfino apparenza d'intervento ufficiale come dal dare appiglio a sospetto qualunque che il Gabinetto di Berlino miri ad esercitare anche indirettamente una pressione sul Governo Austro-Ungarico, e ciò appunto per non correre rischio di ottenere risultati contrarii al compito di V. E. verso gli irredentisti.

_Launay_.»

Frattanto la causa dell'irredentismo, sostenuta dal partito radicale, continuava ad agitare il paese. Quale rapporto vi fosse tra cotesto movimento e l'ingerenza che segretamente il governo francese non ha mai cessato di esercitare in Italia, è difficile stabilire. Le autorità politiche delle maggiori città ritenevano che gl'irredentisti avessero accordi in Francia e probabilmente anche pecunia.

Il 9 e 12 agosto il prefetto di Napoli, senatore Codronchi, telegrafava al ministro dell'interno:

«Imbriani -- d'accordo con Cavallotti -- lavora per arruolare un numero di giovani, e tentare un'invasione nel territorio austriaco al solo scopo di turbare le relazioni fra lo Stato e l'Impero Austro-Ungarico. Si raccolgono armi.»

«In aggiunta miei precedenti telegrammi comunico che deputato Imbriani fu recentemente in Francia per prendere accordi sugli arruolamenti clandestini che dovrebbero servire a gettare alcune bande sulla Dalmazia.... Tra Parigi e Milano è vivissimo lo scambio di corrispondenze e di visite.»

L'on. Crispi fece quanto era possibile per mandare a monte gli insensati progetti, dispose buona guardia al confine e convinse i capi del movimento della vanità dei loro sforzi.

Il 13 settembre un certo Enrico Caporali attentò alla vita di Crispi, colpendolo al viso con un grosso selce. Si disse che dall'istruttoria penale fosse risultato che il Caporali aveva frequentato le riunioni segrete tenute dall'Imbriani. Comunque, simili atti di violenza sono ordinariamente il frutto delle intense agitazioni politiche, e la campagna che da mesi si faceva contro Crispi a cagione del suo fermo governo verso gl'irredentisti, non fu di certo estranea all'attentato.

L'8 di ottobre in un banchetto offertogli a Firenze, Crispi fece dichiarazioni recise sull'irredentismo:

«Da qualche tempo, con parole seduttrici, una pericolosa tendenza cerca adescare l'animo delle popolazioni: quella che grida la rivendicazione delle terre italiane non unite al Regno. I nostri avversari vi cercan materia di agitazioni, ed è materia che può appassionare le menti, sia pur generose, ma deboli ed irriflessive.

Circondato, però, in apparenza, dalla calda poesia della Patria, l'_Irredentismo_ non è meno oggi il più dannoso degli errori in Italia.»

E svolse questo tema dimostrando che il principio di nazionalità non poteva essere la norma esclusiva della politica italiana, -- che disarmo e guerra, cui miravano gl'irredentisti, erano termini antitetici che avrebbero condotta l'Italia a perdere unità e libertà, -- che l'alleanza con l'Austria, togliendoci dall'isolamento, ci garentì nel 1882 dall'Austria stessa e ci garentiva la pace; e invocando, infine, la fede ai trattati, accennò altresì alla «virtù del silenzio» imposta dalla politica che ci conveniva.

In Austria, mentre si apprezzava la politica ferma e leale di Crispi, non s'ignorava ch'egli, venuto dalla rivoluzione, era uomo d'idee tenaci, e che non avrebbe subordinato gl'interessi del suo paese al tornaconto austriaco. E lo stimavano e l'onoravano per la sua abilità, come pel suo patriottismo. In un telegramma del 14 agosto, l'ambasciatore de Launay facendo una relazione del soggiorno dell'imperatore Francesco Giuseppe a Berlino, riferiva di un colloquio col Segretario di Stato:

«Imperatore d'Austria dichiarò quanto sia soddisfatto che il nostro augusto Sovrano abbia un primo ministro di tanta vaglia. S. M. imperiale è convinta di tutta l'importanza dei vincoli con l'Italia pure pel mantenimento della pace. Il conte Kálnoky farà tutto il possibile riguardo al contegno da osservarsi verso gl'Italiani dell'Impero.»

Il _Fremdenblatt_, giornale officioso della Cancelleria austriaca, scriveva il 18 settembre in occasione dell'attentato Caporali:

«Il criminoso attentato alla persona del ministro presidente italiano, del quale per fortuna le conseguenze non sono gravi, diede occasione ad un numero straordinariamente grande di dimostrazioni di simpatia per l'illustre uomo di Stato. Sovrani e ministri attestarono al mondo colle parole di loro condoglianza quanta stima egli possegga all'estero. Nell'Italia stessa le principali rappresentanze civiche, le società, e persone private diedero a conoscere con telegrammi e con indirizzi di saper apprezzare condegnamente l'alto valore d'un Crispi, seguendo in ciò l'esempio dello stesso Re, le cui affettuose e ripetute domande sulla salute del ministro, onorano in egual misura il monarca ed il ministro stesso. Il giovane che lanciò il sasso contro del Crispi per ucciderlo, siccome egli medesimo confessa, ha con ciò provocato una corrente di simpatia, tale da mettere appunto in piena luce l'importanza del personaggio, ch'egli erasi prescelto a vittima. L'importanza di Crispi non è già riposta nelle sue eminenti doti politiche, o nella sua intelligenza, o nella presenza di spirito, o nella sua risolutezza ed infaticabile attività; no: essa è riposta in ciò, che egli tutte queste qualità le mise al servizio di una grande causa, che egli (e ciò appartiene senz'altro in prima linea al talento politico) è l'ardita guida su quella via, che egli stesso, uno fra i primi, riconobbe per la retta....

_È questa l'epoca d'un'Italia veramente indipendente, vincolata a nessun patronato, che da vera grande potenza_ entra libera di se in una lega di grandi potenze. Il nome di Crispi è strettamente congiunto a questa evoluzione; più strettamente che quello d'alcun altro. Egli è il rappresentante dell'Italia novissima, e la sua posizione fra i personaggi politici d'Europa segna qual posto tenga l'Italia in Europa.»

Dal _Diario_ di Crispi:

«1890 -- 13 ottobre.

Verso le 11 ant. è venuto il barone de Bruck di ritorno in Roma dopo la villeggiatura.

Dichiarò aver visto due volte l'Imperatore Francesco Giuseppe, in luglio ed in questo mese prima della sua partenza per l'Italia.

L'Imperatore gli manifestò il desiderio di poter vedere spesso il nostro Re. Se il nostro Re lo invitasse alle manovre militari, l'Imperatore vi andrebbe volentieri. Queste visite potrebbero essere annuali, e ricambiarsi anche, andando il nostro Re alle manovre militari in Austria.

I Sovrani dovendo essere accompagnati dai rispettivi ministri, ne verrebbe che tra questi si renderebbero facili le comunicazioni e lo scambio delle idee. Grande sarebbe il beneficio che si otterrebbe da ciò e per le relazioni che diverrebbero cordiali fra i due monarchi e per la intimità che si costituirebbe fra i due ministri.

Venendo l'Imperatore alle manovre non intenderebbe aver soddisfatto all'obbligo della restituzione della visita al Re, dovuta dopo il viaggio di S. M. a Vienna nel 1881.

La restituzione della visita, lo comprende l'Imperatore, dovrebbe farsi a Roma. Egli non può farla nella posizione in cui si trova col Vaticano. S. M. I. e Reale se venisse in Roma non sarebbe ricevuto dal Papa; e il Monarca austriaco non potrebbe subire questo affronto: dovrebbe rompere col capo della Chiesa ed egli deve evitare un avvenimento di tanta importanza.

Francesco Giuseppe parlò di me al de Bruck con parole lusinghiere. Disse che il mio contegno, tenendo saldi i vincoli di alleanza fra i due Stati, assicura la pace e garantisce il benessere dei due popoli. L'Imperatore incaricò il de Bruck di portarmi i suoi saluti e le sue speciali felicitazioni.

Alle 7 di sera il de Bruck ritornò da me per darmi lettura di un dispaccio di Kálnoky, ricevuto nel pomeriggio. Il ministro si felicita del mio discorso di Firenze, dandone il più lusinghiero giudizio.»

Il testo del telegramma del conte Kálnoky è questo:

«Io prego Vostra Eccellenza di esprimere al signor Crispi le mie più fervide congratulazioni per il suo discorso di Firenze e di dirgli che egli, colla sua geniale e logicamente inconfutabile esposizione degli interessi politici d'Italia, ha dimostrato al suo Paese non solo, ma a tutta Europa la rettitudine [_die Richtigkeit_] della sua politica. La qual cosa giova all'Italia e alla sua situazione internazionale.

Il suo linguaggio coraggioso e da vero uomo di Stato può, dagli alleati d'Italia che hanno iscritto sulle loro bandiere il rispetto ai trattati ed ai principii monarchici, essere considerato come una nuova prova che la Triplice alleanza così necessaria alla pace d'Europa, poggia sopra una solida base e possiede nella prudente ed energica personalità del Crispi un custode fedele preparato ad ogni eventualità.»

La corrispondenza che segue dimostra l'interessamento che Crispi metteva nell'eliminare le cause di dissenso tra l'Italia e l'Austria, e il buon volere del conte Kálnoky, e anche della Cancelleria germanica, nel secondarlo:

«Roma 3-9-1889.

_Ambasciata Italiana_ Vienna.

(_Riservato_). Prego Vostra Eccellenza far pratiche, adoperando tutta sua influenza personale, perchè il Governo Imperiale solleciti per quanto sta in lui l'azione della giustizia nell'affare Ulmann. Comunque debba essere la sentenza, è interesse politico dei due paesi che si termini presto un processo che rimane causa permanente di disagio, e che ad un dato momento potrebbe provocare nuovi serii imbarazzi. Vorrei Ella ottenesse prima di partire un impegno formale. Pregola telegrafarmi.

_Crispi_.»

«Vienna, 3-9-1889.

_S. E. Crispi_ Roma.

(_Riservato_). Appena ricevuto il telegramma di V. E. mi recai da Kálnoky e gli rinnovai l'istanza anche a nome di V. E. perchè facesse tutto ciò che dipendeva da lui per sollecitare esito del processo Ulmann. Feci notare a S. E. esser di grande interesse politico per i due Stati il tôr di mezzo questa causa permanente d'imbarazzo per ambedue. Kálnoky mi promise di fare passi solleciti presso il Ministero della Giustizia nel senso desiderato e di farmi conoscere l'esito che non mancherò di telegrafare.

_Nigra_.»

«Vienna, 10-9-1859.

_S. E. Crispi_ Roma.

(_Riservato_). Kálnoky mi ha detto che la istruzione relativa ad Ulmann è finita, e che il giudizio è ora deferito alla Magistratura ed al Giurì d'Innsbruck. Egli crede che il processo sarà terminato prima della riunione del nostro Parlamento e mi ha promesso che farà tutto ciò che dipende da lui per accelerarlo attivamente. Ho preso atto della sua promessa.

_Nigra_.»

«Vienna, 2-10-89,

_S. E. Crispi_ Roma.

(_Segreto_). Attenendomi istruzioni impartitemi dall'E. V. col telegramma di ieri, ho toccato oggi al conte Kálnoky colla dovuta prudenza e nel modo che ho creduto più confacente allo scopo, la questione dei recenti provvedimenti presi contro sudditi italiani a Trieste. Ricordando poscia a S. E. le promesse da esso fatte all'ambasciatore di S. M. l'ho pregato caldamente di volersi adoperare perchè il processo Ulmann fosse terminato al più presto possibile.

Il conte Kálnoky mi ha risposto che ignorava i particolari dei fatti a cui io avevo fatto allusione, e che avrebbe assunto presso il conte Taaffe le necessarie informazioni, ma mi ha soggiunto che da quanto aveva potuto apprendere dai giornali, quei provvedimenti riguardavano sudditi italiani che avrebbero preso parte al getto di petardi di cui si avrebbero le prove, e che tali provvedimenti non avevano certamente nulla di rigoroso. Osservai al conte Kálnoky che nell'interesse di tutti e due i paesi sarebbe però necessario di evitare ogni misura che potesse servire di pretesto a qualsiasi agitazione, ma S. E. mi replicò che detti provvedimenti non avevano un carattere vessatorio e che non costituivano altro che una semplice misura di sicurezza pubblica che incombe ad ogni Stato di prendere. In quanto al processo Ulmann il conte Kálnoky mi ripetè quanto aveva già fatto conoscere all'ambasciatore di S. M. e disse che esso aveva fatto tutto il possibile per accelerarne la soluzione e che era a tale proposito in trattative con il conte Taaffe. Avendo io accennato alla urgenza che tale processo fosse terminato prima di novembre, cioè prima della riunione del Parlamento italiano, S. E. mi rispose che non dubitava che esso sarebbe già terminato per quella data e che il ritardo attuale proveniva dalla solita procedura giudiziaria indispensabile.

_Avarna_.»

«Berlino, 3-10-89.

_S. E. Crispi_ Roma.

(_Riservato_). Il Sottosegretario di Stato scrisse ieri al principe Reuss di parlare al conte Kálnoky nel senso del telegramma di V. E. del 1º ottobre riguardo al contegno delle autorità austro-ungariche a Trieste. Non occorre notare che condizione essenziale di riuscita di tale entratura sia di osservare segreto il più assoluto sull'istruzione trasmessa dal Governo imperiale al suo rappresentante a Vienna.

_Launay_.»

«Vienna, 22-10-1889.

_S. E. Crispi_ Roma.

Nel ricevimento ebdomadario di oggi ho fatto presso S. E. il conte Kálnoky nuove insistenze nel senso delle istruzioni impartitemi dall'E. V. con telegramma del 12 relativamente processo Ulmann. Egli ha detto che s'era anche recentemente occupato di questo affare, che ne aveva parlato col Ministro della Giustizia, perchè si adoperasse per sollecitare al più presto la soluzione del medesimo, e che sperava sempre che avrebbe potuto essere terminato prima della fine del mese. Nel caso contrario, egli ha aggiunto che si sarebbe provveduto perchè si riunisse per questo processo una sessione straordinaria.

_Avarna_.»

«Vienna, 27-10-1889.

_S. E. Crispi_ Roma.

Kálnoky mi ha pregato oggi di recarmi da lui per parlarmi del telegramma di V. E. da me comunicato ieri a Szögyeny relativo al processo Ulmann. Egli ha detto che, malgrado desiderio che qui si ha di corrispondere ai desideri di Lei, non era possibile accordare al R. Console la facoltà di assistere, nella sua qualità ufficiale, a quel processo, giacchè la concessione di tale facoltà, che non venne mai data ad alcun console estero, era contraria alla legislazione austriaca. Se questa fosse ora accordata al R. Console, il Governo sarebbe costretto concederla pure ai consoli degli altri Stati, ciò che non potrebbe ammettere. Feci nuovamente osservare a Kálnoky, che simile facoltà era però accordata ai consoli esteri in Italia e che sarebbe stato opportuno per i legami d'amicizia esistenti fra i due governi, essa fosse concessa ai RR. Consoli in Austria-Ungheria; ma il Ministro rispose che ignorava essa fosse stata accordata ai consoli austro-ungarici in Italia e da quanto a lui risultava essi non ne avevano almeno fatto mai uso. Del resto, egli aggiunse che il Ministro di Grazia e Giustizia austriaco erasi già pronunziato contrariamente a questa concessione nel progetto di dichiarazione (di cui mi diede lettura e che verrà in seguito comunicato alla R. Ambasciata) da esso preparato in contrapposto a quello del R. Governo relativamente all'interpretazione dell'articolo 16 della Convenzione consolare del 1874. Kálnoky mi pregò infine d'esprimere a V. E. suo rammarico che la legislazione austriaca impedisse al Governo Imperiale di soddisfare in questa occasione la di Lei domanda.

_Avarna_.»

«Berlino, 7-11-1889.

_S. E. Crispi_ Roma.