Part 10
L'irredentismo anti-austriaco nacque all'indomani della disgraziata campagna del 1866. Ognuno sa che il 25 luglio di quell'anno Garibaldi fu fermato sulle balze del Trentino e obbligato a ripassare la frontiera da un telegramma del Capo dello Stato Maggiore, e ministro presso il Re, generale Lamarmora, nel quale era detto che «considerazioni politiche esigevano imperiosamente la conclusione dell'armistizio» e il ritiro dal Tirolo delle schiere garibaldine. Garibaldi obbedì a malincuore e nel paese rimase l'impressione che si sarebbero allora ottenuti i confini naturali d'Italia alle Alpi Giulie se la guerra non fosse stata condotta con incoerenza inesplicabile e se la pace non fosse stata conclusa affrettatamente.
«Una sera -- ha lasciato scritto Crispi -- il discorso cadde sulla guerra del 1866. Io gli chiesi [al principe di Bismarck] perchè non levò la sua voce per fare avere all'Italia il Trentino. Egli mi rispose: la questione della cessione dei territorii fu trattata e definita tra i due imperatori, Napoleone e Francesco Giuseppe, prima della conchiusione della pace, senza il nostro intervento.
Appare chiarissimo -- soggiunge Crispi -- che l'intervento di Napoleone nelle cose nostre fu anche nel 1866 funesto all'opera della unificazione italiana. Nè noi, nè la Prussia potemmo spiegare la nostra volontà. Fu dato il Veneto entro i limiti delle frontiere amministrative impedendoci di ottenere le Alpi orientali.»
Altrove abbiamo narrato le vicende del movimento irredentista, che ebbe dapprima (1868) a suo centro il comune di Palmanova presso la frontiera austriaca, e un giornale, _Il Confine orientale d'Italia_, che cominciò le sue pubblicazioni a Udine in gennaio 1870; abbiamo altresì accennato incidentalmente all'azione esercitata da Crispi in favore dei sudditi austriaci di nazionalità italiana. Qui vogliamo documentare con dati precisi l'accorgimento col quale l'on. Crispi regolò durante il suo governo le relazioni italo-austriache, difficili e delicate tra le agitazioni irredentiste e le esorbitanze della polizia politica dell'Austria.
Non si deve tacere che Crispi non pensò mai che gl'italiani potessero rinunziare ad ottenere la loro frontiera naturale coll'impero austriaco. Egli pensava che è debole uno Stato le cui frontiere sieno aperte e deplorò più volte che i ministeri italiani non avessero saputo cogliere le occasioni favorevoli per definire la questione rimasta insoluta nel 1866. Una lettera privata del 1.º luglio 1891 ci rivela che Crispi contava di affrontare quella questione in occasione del rinnovamento del trattato della Triplice Alleanza. Dopo avere risollevato il prestigio dell'Italia e acquistato personalmente autorità e fiducia presso il governo austriaco, Crispi sperava di riuscire. Ma, come è noto, egli lasciò il governo (31 gennaio 1891) circa un anno e mezzo prima che il trattato scadesse (30 maggio 1892). Nella citata lettera Crispi scriveva:
«Al 1882 non ci volevano nella lega perchè non avevamo un esercito importante; perchè si diffidava di noi, e per gli elementi irredentisti nel gabinetto e pei ricordi del 1866.
Oggi ci vogliono, e l'alleanza con l'Italia è festeggiata a Berlino e Vienna. Perchè? Pel milione dugentomila soldati che possiamo mettere in campo, e per la sicurezza che faremo il nostro dovere.
Nel rinnovamento del trattato potevamo far sentire il peso delle nostre forze. Lo si poteva e si doveva, chiedendo per compenso almeno una rettificazione delle frontiere. E l'avremmo potuto ottenere, sapendo agire. A Vienna se l'aspettavano; e Berlino avrebbe pesato sopra Vienna.»
È certo che l'Austria non rinunzierà al Tirolo italiano se non sotto la pressione di circostanze eccezionali. Ma al 1891 quando Crispi cedette all'on. di Rudinì la direzione della politica estera si era già lontani nelle sfere ufficiali austriache da quello stato d'animo che ispirava al Cancelliere dell'Impero, conte Andrássy, la lettera del 24 marzo 1874 all'ambasciatore imperiale a Roma, conte Wimpffen.
In essa l'Andrássy scriveva:
«Rapporti provenienti da fonti diverse ci hanno segnalato il partito preso col quale certi giornali italiani incoraggiano le speranze di alcuni malcontenti a Trieste e nel paese di Trento. Il colloquio che recentemente avete avuto col signor Visconti-Venosta sull'argomento e del quale m'informate nella vostra lettera particolare del 18 aprile offrendomene l'occasione, ne profitto per indicarvi le mie vedute.
Io sono convintissimo della riprovazione che incontra e incontrerà in avvenire, tanto presso il Re che presso i ministri, ogni velleità d'annessione, e noi non possiamo che essere riconoscenti al Governo italiano della premura messa nello sconfessare qualsiasi agitazione in tal senso. Non mi sembrerebbe meno conforme al nostro comune interesse d'intenderci per impedire un movimento sostenuto da una parte della stampa italiana, del quale uno dei più grandi inconvenienti è di fornire le armi al partito che non vede di buon occhio il consolidamento dei rapporti d'amicizia tra l'Austria-Ungheria e l'Italia.
Trattando di tale argomento con gli uomini di Stato italiani, mi sembra opportuno che noi ci poniamo non al nostro punto di vista, ma a quello dell'Italia. È questo lato della questione che tengo a chiarire con le osservazioni che seguono.
Il partito esaltato in Italia, sperando di ottenere un rimaneggiamento territoriale a spese nostre, sembra che confonda la situazione esistente quando fu compiuta l'unificazione dell'Italia, con quella oggi esistente.
Dal tempo in cui l'imperatore Napoleone era sul trono e dava la mano alle aspirazioni nazionali, allorchè l'Austria, trovandosi isolata, senza alleanze, di fronte ad una Prussia mal disposta e ad una Russia ancora irritata per la nostra attitudine durante la guerra di Crimea, era obbligata a difendere contro il sentimento nazionale le Provincie che possedeva in Italia, non era difficile provocare una crociata contro l'occupazione straniera, la quale, si diceva, calpestava il suolo della patria, e la parola d'ordine dell'Italia libera sino al mare poteva infiammare gli spiriti anche oltre i confini della Penisola.
Di tutti i motori che alimentavano allora tale movimento, non ne esiste più alcuno. Non occorre entrare in spiegazioni minute per mostrare che la situazione è cambiata da cima a fondo.
L'Austria-Ungheria, da parte sua, non pensa a rivendicare i suoi antichi possessi italiani.
Oggi le relazioni fra i due paesi riposano sul mutuo riconoscimento delle circoscrizioni territoriali quali sono state stabilite dai trattati. Bene o male che siano stati tracciati, i confini esistenti sono la base invariabile della conservazione dei buoni rapporti fra i due paesi. Se un partito qualsiasi, col pretesto della comunanza di lingua, volesse domandare la cessione del Tirolo meridionale o d'una parte del nostro litorale, non sarebbe l'Austria anch'essa in diritto di reclamare il quadrilatero come indispensabile alla buona difesa del suo territorio? Ritornare su tale questione significherebbe dare _a priori_ ragione al diritto del più forte.
Dinanzi ad una situazione così pienamente mutata, la persistenza d'una agitazione simile a quella che il Governo imperiale e reale dovette combattere in altri tempi, non è più motivata nè dai bisogni, nè dagli interessi dell'Italia.
Ciononostante, non è ancora raro veder sorgere delle opinioni che denotano una tendenza a disconoscere l'inviolabilità del nuovo stato territoriale. Taluni giornali, specialmente, sembra che si propongano lo scopo d'incoraggiare le velleità di coloro che guardano con occhio di cupidigia una contrada situata al di qua delle nostre frontiere.
Taluno di questi giornali, è vero, fa appello non già ad una soluzione con la forza, ma ad un accomodamento amichevole. Ma anche per questa via, è necessario ch'io dica che non potremmo consentire a modificare l'ordine di cose consacrato dai trattati? Ce lo impedirebbe, innanzi tutto, il principio stesso che sarebbe messo in questione. Il giorno che ammettessimo un mutamento siffatto sulla base di una delimitazione etnografica, analoghe pretese sorgerebbero e sarebbe quasi impossibile respingerle. Non potremmo infatti cedere all'Italia popolazioni affini per lingua senza provocare artificialmente, presso le nazionalità poste sulle frontiere dell'Impero, un movimento centrifugo verso le nazionalità sorelle prossime ai nostri Stati. Cotesto movimento ci porrebbe nell'alternativa di rassegnarci alla perdita di quelle provincie, ovvero, sempre conformemente al sistema delle nazionalità, d'incorporare nella monarchia le contrade limitrofe. Consentire ad un principio siffatto sarebbe lo stesso che sacrificare l'integrità della monarchia o essere trascinati a deviare dalla politica di conservazione della pace e dello _statu-quo_ che seguiamo nell'interesse nostro e dell'Europa in generale.
Si consideri, d'altronde, dove condurrebbe l'idea delle frontiere etnografiche se potesse generalizzarsi. Se una questione di tale natura si volesse sollevarla tra l'Austria-Ungheria e la Germania, dove si troverebbe il _punto d'arresto_, e non sarebbe una sorgente dei più gravi conflitti? Che cosa avverrebbe se delle rivendicazioni analoghe nascessero tra la Germania e la Russia, tra le razze slave incuneate nello stesso territorio tedesco, tra le popolazioni di diversa origine che abitano nell'Impero ottomano, le quali, _frazionate_ e commiste come sono, formano le configurazioni territoriali più bizzarre e più ribelli a qualsiasi tracciato di una razionale frontiera? Evidentemente la guerra di tutti contro tutti sarebbe la conseguenza di simili discussioni.
Un lavoro di decomposizione e di ricostituzione, quale lo sognano taluni utopisti non farebbe altro adunque che dar campo a innumerevoli competizioni e comprometterebbe, così, il riposo e la sicurezza generale.
Certamente, la corrente da cui sono derivate le grandi agglomerazioni nazionali, ha avuto la sua ragion d'essere; ma se oggi ch'esse sono costituite si pretendesse riprendere questo lavoro _en sous oeuvre_ e proseguire, sino nei minimi dettagli, l'applicazione dell'etnologia alla politica, si metterebbe imprudentemente in questione l'ordine europeo formatosi attraverso tanti dolori e si evocherebbe il caos.
Gli uomini di Stato che trovansi ora al potere in Italia sono troppo illuminati perchè occorra entrare con essi in ampie spiegazioni su tale argomento.
Oggi che non esiste in Austria-Ungheria nessun partito importante che aspiri a rivendicare le antiche possessioni italiane dell'Impero; oggi che tutti nel nostro paese, obliando i dissensi del passato, riconoscono l'Italia unita quale esiste attualmente, come una garanzia essenziale della pace e dell'equilibrio europeo; oggi quello di cui l'Italia potesse voler appropriarsi a nostre spese, non potrebbe avere per essa un valore comparabile ai vantaggi assicuratile dalle buone intelligenze con la Monarchia austro-ungarica. Io ho la convinzione che S. M. il Re, al pari de' suoi consiglieri, si trovino in quest'ordine d'idee. E quindi non v'è ombra di rimprovero al loro indirizzo nelle osservazioni che precedono. Vi ho insistito unicamente per impegnarli a unirsi a noi nello scopo di combattere d'accordo i pericoli derivanti dalle agitazioni annessioniste per il mantenimento dei buoni rapporti tra i due paesi.
Noi siamo lontani dal chiedere garanzie contro siffatte agitazioni al Governo italiano: la nostra Monarchia trova nelle sue proprie forze il rimedio contro il male ch'esse potrebbero cagionare. E neppure pensiamo a imputare al Governo del Re il linguaggio della stampa indipendente: sappiamo per esperienza che sarebbe irragionevole prendersela con le autorità di un paese per tutte le aberrazioni dei giornali che vi si pubblicano.
Tutto quello che noi desideriamo è, che i ministri italiani, nella misura dell'influenza che sono in grado di esercitare su taluni organi, vogliano adoperarsi a far cessare le agitazioni di cui si tratta. Io penso che basterà di richiamare la loro attenzione sulle considerazioni che ho segnalate, perchè provvedano ai mezzi d'imprimere allo spirito pubblico una direzione conforme alla nuova situazione.»
L'argomentazione del conte Andrássy non era senza valore dinanzi alle rivendicazioni più larghe dell'irredentismo, a quelle cioè che si estendono a tutti i paesi di lingua italiana dell'Impero; era, invece, poco efficace dinanzi al reclamo del confine che la natura stessa ha segnato all'Italia.[23] E Crispi riteneva che su questa base più limitata l'intransigenza di un tempo non esistesse più, e che fosse possibile alla diplomazia italiana di condurre l'Austria a una considerazione più equa del problema, gli eventi aiutando.
[23] Giova osservare, circa la _unità_ geografico-storica del paese oggidì denominato «Tirolo», che questa unità non ha mai esistito. Ben altra è l'_unità politica_, la quale data appena dal 1802, quando si fece la grande razzia dei principati ecclesiastici e fu interrotta dal 1808 al 1815, durante gli anni nei quali il Trentino fu annesso al napoleonico regno d'Italia, sotto la denominazione di «Dipartimento dell'Alto Adige». Nel 1180 la casa bavarese dei Wittelsbach teneva il Tirolo tedesco, cioè il Tirolo propriamente detto, ed esercitava l'_avvocatura_, quindi non la sovranità, pei principi vescovi di Trento e di Bressanone. Nel 1363 il Tirolo tedesco passava ad Alberto III d'Absburgo e suoi fratelli per successione di Margherita Maultache; nel 1395 al duca Federico IV del ramo di Stiria; nel 1496 all'imperatore Massimiliano I, finchè chiamata all'impero la linea Stiria-Tirolo (1619), nel 1665 restò definitivamente all'imperatore Leopoldo I. In tutti questi passaggi di dominazione non havvi mai parola del Trentino, nè come parte integrante, nè come dipendenza del Tirolo, al quale paese fu annesso, come s'è detto, appena nel 1802 nella ricordata soppressione dei principati ecclesiastici. È opportuno avvertire che nel medesimo incontro l'Austria acquistava anche il principato arcivescovile di Salisburgo, ma invece di incorporarlo al finitimo arciducato d'Austria, ne conservò il territorio, a differenza dei principati vescovili di Trento e Bressanone, come dominio o provincia autonoma, quale è tuttodì, con Dieta propria e propria amministrazione. Infine, a sempre più dimostrare che il Trentino non fu mai prima del 1802 considerato, nè geograficamente, nè politicamente, siccome parte integrante del Tirolo, è da aggiungersi che nell'art. 93 del Trattato finale di Vienna del 1815, enumerandosi le provincie e territori, dei quali si riconosceva la sovranità nell'imperatore d'Austria, suoi eredi e successori, sono citati separatamente e singolarmente, non già come un corpo solo, «i principati di Bressanone e Trento e la Contea del Tirolo».
Ma se egli assegnava alla diplomazia cotesto compito, era ben convinto che le agitazioni popolari allontanavano la soluzione desiderata, compromettendo interessi superiori. E combattè l'irredentismo irresponsabile, non soltanto nelle sue rumorose manifestazioni e nei suoi disegni segreti, ma anche negli eccitamenti che spesso, per reazione, venivano dall'Austria stessa, da una polizia politica irritante e poco accorta. Ispirando fiducia nella fermezza e nella lealtà del governo italiano, Crispi lavorava a realizzare l'obbiettivo di un illuminato patriottismo.
Nel 1889 il movimento irredentista, traendo pretesto da ogni incidente e impulso dagli atti di rigore o di arbitrio delle autorità austriache, dilagò in buona parte d'Italia. Centri dell'attiva propaganda erano Roma e Milano, e ad essa partecipavano i più noti del partito radicale; ma, taluni per amore all'idea di nazionalità, altri, francofili a tutti i costi, per la speranza di creare tra l'Italia e l'Austria tali antipatie e dissensi che imponessero lo scioglimento della Triplice Alleanza.
In maggio e in giugno i deputati Imbriani e Cavallotti trovarono modo di fare per alcuni giorni dell'irredentismo dalla tribuna parlamentare a proposito della condotta tenuta dal Console generale a Trieste, Durando, verso un notaio italiano. Avendo l'on. Crispi ordinata un'inchiesta, sulla relazione di essa si discusse lungamente alla Camera nella tornata del 10 giugno, e poichè gli oratori d'opposizione avevano toccato abilmente la corda patriottica e l'assemblea ne era impressionata, Crispi credette opportuno che la discussione terminasse con un voto chiaro ed esplicito, il quale ebbe luogo su di una mozione di fiducia nella politica del governo, presentata dal venerando deputato Cavalletto. La prudenza dell'uomo di Stato e l'intimo sentimento di Crispi risaltano nei brani seguenti del discorso ch'egli pronunziò in quella occasione:[24]
[24] Cfr. Atti parlamentari.
«... Gli onorevoli autori della mozione comprenderanno dalla lettura di questa risposta del Piccoli, come cada interamente l'accusa che si faceva al Durando.
Essi sono dolenti dei risultati negativi. Avrebbero voluto, e non so con qual beneficio, che il Durando fosse apparso delatore, e che il Piccoli fosse appunto un irredentista.
La questione tra il Durando e il Piccoli non è questione di fiscalità; e benissimo disse il Piccoli che neppure il Durando, in quel dissidio, era animato da venalità.
La questione, o signori, è questione giurisdizionale. Trattavasi di vedere se, rispetto ai nostri cittadini morti all'estero, debba reggere la legge italiana o la legge del luogo. Questa è la tesi e la vera tesi. (_Commenti._)
Con la Convenzione del 15 maggio 1874, che i predecessori del Durando fecero male a non applicare, era stabilito ed è stabilito (del resto, uguali convenzioni consolari abbiamo con tutte le potenze del mondo) che quando un cittadino muore nell'Impero austro-ungarico, agli atti di apertura della successione e agli atti consecutivi debba essere presente il console, o chi lo sostituisca, e gli atti debbano farsi in concorrenza con lui, il quale ha la suprema tutela dei nostri concittadini.
Che cosa si voleva dalla parte opposta? Che la legge austriaca (e questo per fine di uguaglianza) debba imperare anche sui cittadini italiani. Bel sistema d'irredentismo, o signori, e proprio mi congratulo con coloro che difendono questa tesi! Ma per i principii generali di diritto, per il principio della dignità nazionale, in tutte le questioni in cui è impegnato lo stato personale, è la legge del paese di origine quella che impera. _Civis romanus sum_ in qualunque parte del mondo che io sia, è la legge nazionale che deve essere rispettata, e il console Durando, in questo caso, difendeva l'Italia e le leggi sue. (_Bene!_)
.... Il corpo consolare ha, in parte, abitudini che non posso tutte lodare. Vi sono in esso dei valorosi, degli intelligenti, degli uomini i quali sentono la dignità nazionale e s'interessano, come ogni altro italiano, alle cose nostre. Ve ne sono di quelli che hanno abitudini antiche e antichi pregiudizi.
Il nostro corpo consolare, signori, nelle sue varie persone, discende in parte dagli antichi corpi consolari delle distrutte amministrazioni italiane, nelle quali ebbe un'educazione che non è la nostra. Quindi non v'è nulla di strano che vi sia in esso chi possa commettere, credendo di essere zelante, e di fare opera utile nei paesi dove sia accreditato, atti che offrano il fianco a qualche censura. (_Commenti._)
Quante di queste false abitudini non ho trovato, che io ho fatto di tutto per distruggere!
Al Ministero degli Esteri non si parlava che francese prima che io vi arrivassi. Era francese il cifrario, francesi le corrispondenze. Cominciai per distruggere tutto ciò: il cifrario è ora italiano, le corrispondenze sono italiane: ed in questo io non faccio che seguire quello che fanno le altre potenze: gl'inglesi, i tedeschi, gli spagnuoli, tutti scrivono nella loro lingua; è giusto che noi scriviamo nella nostra.
I cifrari della Germania e delle altre potenze, sono nelle loro lingue rispettive, è regolare che anche il nostro sia nella lingua che possediamo.
Questo riguarda la forma, ma è una forma la quale tiene alla sostanza. La lingua nazionale è il gran fattore della nazionalità. L'obbligo di scriverla ricorda anche ai nostri rappresentanti la loro patria nella sua forma più nobile e più grande, che è quella della lingua. (_Benissimo!_) Vado un poco più in là, o signori.
In alcuni luoghi i nostri consoli, i nostri rappresentanti, danno educazione non italiana ai loro figli, li mandano in collegi stranieri, e capirete benissimo come, dopo ciò, difficilmente possano avere sentimenti italiani.
.... La pace dell'Europa ha base nei trattati. Noi, da uomini onesti, rispetteremo questi trattati, e, se avvenga che qualcuno li violi, sapremo fare il nostro dovere.
L'illustre Marco Minghetti, sedendo su questi banchi, in una discussione politica alla quale ei fu chiamato e nella quale seppe rispondere con fulgore di parola e con quella chiarezza d'idee che gli erano particolari, disse che per la questione della nazionalità bisogna scegliere tempi ed anche momenti opportuni, ma che, se mai questa questione risorgesse, se mai le guerre portassero a modificare la carta geografica di Europa, non sarebbe l'Italia quella che dovrebbe temere, perchè noi nulla abbiamo a dare, molto potremmo avere a raccogliere. (_Bene! Bravo!_)
Ma, se questi sono i principii che devono animare ogni patriota, segga a quei banchi [accenna ai banchi dei deputati] od a questi [accenna a quelli dei ministri], la virtù principale, e degli Stati, e degli uomini politici, è la prudenza. (_Bene! Bravo! a Destra e al Centro._)
_Marselli_: -- E la fede.
_Crispi_, _presidente del Consiglio_: -- La virtù della prudenza è quella che ci condusse a Roma; (_Bene! Bravo! a Destra e al Centro_) la virtù della prudenza è quella che valse a costituire questa grande unità che tutti invidiano, e non tutti oggi ancora rispettano. Noi abbiamo molti nemici che insidiano la nostra posizione; e ne abbiamo uno più operoso di tutti, che è nel seno stesso della patria nostra, e che sarebbe lieto se, con le arti sue, potesse giungere a rompere quel fascio delle tre potenze che mantiene la pace del mondo. È un lavoro continuo, è una insidia implacabile che ci viene da quel lato; e, sventuratamente, talora, ha le lusinghe, e talora gli aiuti di qualche potenza. (_Commenti, interruzioni_).
Aspettiamo dunque gli eventi, e, aspettandoli, rispettiamo i trattati, che sono la base della pace del mondo. Questo è il nostro primo dovere: lo abbiamo adempiuto e lo adempiremo. (_Bravo! Bene! Vive approvazioni._)»[25]
[25] La mozione dell'on. Cavalletto era del seguente tenore: