Quartetto

Part 8

Chapter 83,684 wordsPublic domain

— D'entrambi; di noi signore, che non sappiamo più ispirare; di voi altri signori, che non sapete più sentire. La nostra bellezza, che era delicata, si è fatta fievole; la nostra anima leggiera divenne futile. L'estrema volubilità della moda ci assorbe tutto il tempo, giacchè usciamo di casa due o tre volte al giorno, e dobbiamo improvvisare almeno sei abiti per stagione. Quindi la nostra vanità è senza requie, ed oramai senza soddisfazione. Vedete: oggi non vi è quasi più differenza di classe; la moglie dell'affittaiuolo veste come la moglie del principe che affitta; sono state educate nel medesimo convento, si servono della medesima sarta e delle stesse beneficenze. Le carrozze cominciano ad essere senza stemma, come le carte da visita, come le livree senza galloni, i guardaportoni senza mazza. I saloni per riempirsi hanno dovuto spalancare porte ed usci alla folla promiscua dei teatri; quindi nessuno vi dominò più. Le grandi dame ricusarono di sgrossare gl'invitati ben ricevuti e mal graditi, e trovarono più superbo il deriderli segretamente, subendoli in pubblico; le piccole signore vi continuarono le intimità del collegio, i borghesi vi raccolsero i rimasugli delle antiche buone maniere, e se ne decorarono; i popolani arricchiti, più rozzi e più forti, vi perdettero la loro forza originale ed il loro danaro acquisito. Le loro figlie sposarono i nobili decaduti o derubati; i loro figli si abbeverarono di umiliazioni, ed impararono a scrivere firmando le cambiali di coloro, che sulla onorabilità già offuscata del proprio nome li introducevano nelle case patrizie, dorate dall'oro antico ridorate dall'oro moderno. Una volta il salone era come una scuola superiore di buon gusto, l'anticamera dell'accademia per i letterati, o del parlamento per i politici: gli artisti vi arrivavano trionfando, il danaro redento da una prodigalità sontuosa e benefica. Oggi non è più nulla: vi si parla poco, vi si ama punto. Guardate: in tutti i saloni si giuoca; ma non ai giuochi d'azzardo, dove le maniere si formerebbero ancora nella necessità di mentire la propria forza o la propria fortuna, sibbene a _bezigue_ o a picchetto. La bigotteria legittimista o mazziniana ha tolto lo spirito di una volta alla galanteria, la sincerità alla frivolezza: non si confessano più gli amanti, ma si palesano; lo scandalo, che spesso era la rivelazione di una bella originalità, e quindi accolto col sorriso, oggi è implacabilmente scacciato: e nel secolo, dove il matrimonio fu proclamato un contratto, e i principi del sangue in esilio sposano le figlie dei biscazzieri, non si permette più ad una signora di darsi per nulla, ad un uomo di offrirsi per intero.

E un sorriso di leggiera ironia chiuse questa maschia invettiva. Donna Augusta si raccolse un momento, quindi seguitò senza darmi tempo di rispondere:

— Che cosa venite a fare nella nostra società? Voi non avete le qualità necessarie per descriverla: non vedete come tutto vi è senza fisonomia, faccie e discorsi, azioni e sentimenti? Non vi è più nè una bella donna, nè un gran gentiluomo. Ieri un duca ricusava di battersi con un deputato, adducendo per pretesto la religione, come se il duello, invenzione cristiana, non fosse sempre stato un privilegio dell'aristocrazia. A questa festa non si è osato d'invitare la marchesa ***, perchè fuggita dal marito, e i giornali ne hanno parlato. Guardate in tutta questa folla; non vi è nè un poeta, nè un artista, nè un filosofo, nè un uomo di stato. Individui senza nome proprio, nè di famiglia, sono ammessi e fanno la legge; perchè oggi col suffragio universale la legge è il numero; l'aristocrazia non osa più essere se stessa, la borghesia, che ha conquistato il pensiero e il denaro, non è ancora arrivata a preferire quello a questo; invidia i nobili, che ha sconfitto e li scimmieggia; ne questua le parentele, ne mendica gl'inviti. Se domani la plebe facesse una rivoluzione, i banchieri del nostro secolo non saprebbero morire come i baroni del secolo passato; la religione non ha più nè un apostolo, nè un pensatore; la politica un riformatore od un tiranno. Non sorridete: bisogna bene che anche noi donne impariamo a fare un discorso, adesso che si sta discutendo la nostra capacità elettorale in parlamento. Sapete perchè l'aristocrazia non ama e non lavora, la borghesia lavora e non ama, la plebe ama e lavora? Perchè l'aristocrazia è morta, la borghesia è moribonda, la plebe è giovane, ed ha ancora davanti a sè un avvenire.

— Siete anche voi del partito di Schopenhauer come le signore tedesche: l'amore è il veicolo della vita?

— Forse meglio, la vita stessa: chi non vive non può amare, perchè non ha nulla da trasmettere.

— Così votereste per la repubblica.

— Giammai, è una forma antiquata. Tutte le repubbliche, che hanno vissuto, furono oligarchiche, le moderne non vivranno. In America, osservate, è appena l'amministrazione di un'immensa colonia; in Francia, un interregno; in Isvizzera, una parrocchia. Roma ha conquistato il mondo, Venezia raccolse la tradizione di Roma: Victor Hugo con tutta la enormità del proprio ingegno non ha potuto nemmeno rendere commovente l'agonia della seconda repubblica francese: Gambetta colle sue spalle da Ercole non sosterrà la terza. Solo la Comune ha saputo morire come Sardanapalo; e, quando si muore così, si rinasce.

— Forse.

— Perchè in basso, al disotto di noi, che viviamo di tradizione e di etichetta, di lusso e di incredulità, la plebe crea ad ogni attimo il proprio presente, lavora per tutti e crede in se stessa. Come non crederebbe nel moto essa, che è il vapore? Talvolta, sola in carrozza, mi diverto a confrontare le figure che incontro. Quale differenza fra coloro, che ordinano, e coloro, che ubbidiscono! Noi signore, colla personcina esile e la pelle bianca per difetto di sangue, non avremo mai figli capaci di lottare coi discendenti delle popolane dalle carni bronzine e le spalle poderose. I nostri figli non montano nemmeno più a cavallo, non tirano di scherma. Evitano l'università, perchè vi troverebbero negati i loro privilegi, mentre i borghesi vi studiano tutte le scienze per dominare fra il popolo. Ma neppur essi vinceranno. Noi avevamo un principio ed eravamo un tipo: accampati sulle rovine dell'impero romano, dovevamo mantenere la disciplina nei barbari vittoriosi, e ripigliare la civiltà dai vinti: e l'abbiamo fatto. Quando l'aristocrazia sentì scemare la propria efficacia nel popolo, si condensò e produsse la monarchia: noi abbiamo durato qualche cosa come una dozzina di secoli, il mondo moderno è l'opera nostra. Ma la borghesia nata nell'ottantanove è un assurdo. Noi avevamo diviso il mondo in due classi, ufficiali e soldati: essi vi hanno aggiunto quella dei fornitori, e vorrebbero che il loro denaro valesse come il sudore dei soldati e il sangue dei generali. Perchè terzo stato? Perchè non il quarto, il quinto, tutti gli altri, sino a tornare nell'antica divisione, da un canto i lavoratori delle braccia, dall'altro quelli della testa? Se noi fummo qualche volta la rapina, essi sono il furto; se noi fummo la violenza, essi sono la frode; se noi fummo la distruzione, essi sono la fame. Ma noi almeno eravamo belli. Paragonate, voi artista, i nostri palazzi colle loro case, le nostre chiese coi loro teatri, il nostro onore colla loro probità. Voi sapete che il genio non può mentire, perchè la menzogna è un'infermità. Ebbene, confrontate le nostre letterature: per i nostri ritratti occorrevano dei Dante e degli Shakespeare, mentre per loro oggi bastano dei Flaubert e dei Zola. La superiorità dell'artista non è solo nell'ingegno, ma nel modello: la scultura greca è più bella della nostra, perchè i Greci erano più belli di noi come popolo.

Ma in quel momento cominciava una quadriglia, e il ballerino venne ad inchinarsi davanti a Donna Augusta. Era un bel giovane biondo, dalla fisonomia signorile e macilenta. Donna Augusta me lo mostrò con un'occhiata, quasi a commento delle proprie osservazioni, e levandosi con grazia inimitabile mi gettò in un sorriso la promessa di ritornare. Rimasi solo, ancora nel turbine di quella sua conversazione. Non era strana, perchè conoscevo Donna Augusta da due anni, e le avevo già scoperto sotto l'apparente frivolezza della vita un colto ed originale talento di pensatore. Come si facesse a legger tanto, e ad aver tanto imparato, era un mistero: ma ella era al corrente di tutto, dell'ultima moda e dell'ultimo libro. Fra gl'inglesi preferiva Carlyle, fra i tedeschi Stirne. Però nei circoli eleganti nessuno lo sospettava nemmeno: ricordavano ancora la sua celebre avventura, un romanzo a mille variazioni, con un illustre defunto, al quale era mancato il tempo per diventare un grand'uomo, un deputato morto alla sua prima campagna come Hoche; ma i più la credevano una delle solite signore, che hanno imparato le lingue estere dalla governante, e sanno suonare passabilmente il pianoforte. D'altronde un piccolo difetto confermava il pubblico in questo giudizio. Donna Augusta rideva sempre. Era un sorriso nervoso, che le increspava la piccola bocca ad ogni minuto, dinanzi a tutti: un sorriso, che era forse una timidezza sopra tutta quell'audacia, un impaccio invincibile nella sua insuperabile disinvoltura.

In quel momento Donna Augusta ballava la quadriglia con tutta la foga di una giovinetta e la voluttà educata di una gran signora. Il ballerino, porgendole la mano, le diceva sempre qualche motto, al quale ella rispondeva con un sorriso, torcendosi lo strascico intorno agli stivalini, alzandosi sopra la sua onda nera colla grazia di un'ondina e gli atteggiamenti labili di una visione. Quindi, incrociandosi colle amiche, alitava una parola nel loro cicalio profumato, o coglieva a volo tutte le risorse di una posa, distribuendo i favori di un gesto, accettando gli omaggi di uno sguardo. Il suo abito nero fra tutti quei cilestri e quei rosa era di un effetto quasi eccessivo, di un risalto, che le attirava involontariamente tutte le occhiate e il peso di tutte le osservazioni. Poi mi distrassi, e le sue ultime parole mi risuonarono ancora all'orecchio nella loro stravagante verità. Era forse la prima volta in un salone, che una signora osasse non solo pensarle, ma dirle. Infatti quella festa, colla sua allegria di veglione e la sua famigliarità di club, era brutta: le signore parevano tanti figurini di moda, gli uomini tanti camerieri. Il salone enorme colla volta dipinta dagli Zuccari, i cornicioni frastagliati, i mobili dorati, le porte scolpite, faceva pensare ad un'altra gente, ad altri costumi, quando le dame erano in guardinfante, ed i cavalieri in cappa. Pochi ufficiali facevano tintinnire le rotelle degli speroni, poche gemme rutilavano fra quella confusione di colori. Gli uomini vestiti di nero formavano una cintura funebre intorno al gran quadrato della quadriglia, come intorno ad un catafalco: le signore stecchite, come tanti manichini entro le loro corazze di seta, non agitavano che la testa, un viso di bambola, cogli occhi lucidi, la bocca rosea, le spalle acute, il seno pallido. E movendosi con una compostezza automatica formavano certe figurazioni incomprensibili, aggruppandosi e sciogliendosi mutamente, in un ballo senza musica e senza danza, l'ultima goffaggine del sussiego, l'ultima creazione dell'impotenza.

Donna Augusta mi passò vicino.

— Ceneremo assieme: fate preparare.

Ubbidii.

Quando la quadriglia fu terminata, un cameriere ci aveva già disposto dinanzi un tavolino nero, grande quanto un bacile, con due piatti.

— Portatemi dunque dell'acqua — ella ordinò. — Ancora un sintomo; io sono astemia, il vino è troppo forte per noi.

— Ecco che negherete pure il vino dell'aristocrazia.

— Sicuro! — insistè con uno scoppio del suo sorriso.

— Ad un'aristocrazia, che ha avuto una parte così brillante nella nostra rivoluzione!

— Ricasoli ha inventato il Chianti.

— Siamo giusti: contiamo, sono molti: Cavour, Manzoni, Niccolini, Leopardi, Mamiani, Cibrario, Sclopis, Manin, D'Azeglio, Lamarmora, Pallavicini, Capponi, Dandolo.

— Questi sono i nobili: potreste contarne altri, ma sarebbero ancora individui. Anzitutto la nostra non fu una rivoluzione: una rivoluzione è un'idea nella storia della umanità, la nostra fu un fatto. Per parlare di aristocrazia, l'Italia ne aveva tre: una a Torino, una a Napoli, una a Roma. Quella di Torino si è battuta per il re, come se si trattasse di una conquista, e non era che una egemonia; quella di Napoli lo ha abbandonato nella sconfitta, come ha fatto quasi sempre per tutti i propri re; quella di Roma, la più grande, che avrebbe potuto essere un'oligarchia, perchè in ogni famiglia vi è ancora una tradizione di regno, non ha capito nulla, e non si è mossa. Nessuno dei nobili, che mi avete citato, rappresenta la propria classe, come da Chateaubriand a Montalambert in Francia gli scrittori aristocratici rappresentano la propria. Solitari nello studio, volontari nella rivoluzione, come la chiamate voi. L'aristocrazia è morta, osservatevi intorno.

— Questo è il suo funerale — dissi ripreso dalla mia idea.

— I perduti non ne hanno: essa è rimasta addietro nella storia, come un reggimento di veterani in una grande marcia sforzata. Almeno avesse avuto una Beresina!

— Le occorreva un Napoleone.

— Ogni avvenimento si proporziona i propri uomini. L'aristocrazia non ha avuto un generale, perchè non era un esercito; un uomo politico, perchè non era una classe; un oratore, perchè non era un sentimento. Se l'aristocrazia non fosse stata morta, avrebbe dovuto capitanare il moto della penisola, essa, che avanti di ogni altro poteva avere il senso dell'unità. Prima che Mazzini predicasse la fratellanza fra le provincie italiane e la insegnasse nelle congiure, un marchese di Napoli e un barone di Torino erano già fratelli, perchè erano uguali. Il privilegio serviva loro di unità. Bisognava che l'aristocrazia italiana dopo il primo regno italico avesse aperto gli occhi, e, presentendo i nuovi tempi, vi si fosse acconciata, acconciandoseli. In nessuna nazione del mondo la nobiltà è numerosa e storicamente importante come in Italia: ogni città di provincia conta ancora la propria dinastia. Tutto era possibile ad una classe, che avrebbe avuto per sè le campagne, e non avrebbe avuto contro nessuna altra forza di ricchezza, perchè la gente industriale non era ancora organizzata. La borghesia rivoluzionaria, una avanguardia di scienziati e di poeti, affamata di libertà, febbricitante di entusiasmo, ma in fondo ammalata di vanità come tutti gli eroi, si sarebbe battuta furiosamente sotto la nostra bandiera, perchè non avremmo avuto che ad aprire le nostre fila, e a decorare coi nostri titoli i suoi più illustri capitani per mantenerle la disciplina, e toglierle ogni voglia di ribellione. Allora non vi sarebbero stati che due soli interessi in azione: quello del popolo, che è il benessere materiale: quello dell'aristocrazia, che è il benessere intellettuale. Invece si unì coi preti, e credette di impedire la rivoluzione disprezzandola: doppio errore, che produsse due deformità: il clericalismo, che si batte oltre i confini della religione; il legittimismo, che si batte entro la piccola cerchia monarchica per difendere nel re i propri minimi privilegi di cortigiano. Ah! è sempre stato il mio sogno.

— Il vostro sogno di gloria e di amore.

— Noi avremmo oggi un senato più numeroso della camera, pieno di grandi nomi e di uomini superiori; amministreremmo tutto il paese, e non vi sarebbero ladri nell'amministrazione; serviremmo nell'esercito, e i nostri contadini si batterebbero come leoni col loro signore alla testa. Avremmo un re, che sarebbe nostro pari, come un presidente repubblicano è pari con tutti i cittadini; tutte le glorie e tutte le grandezze, anche il papato, che avremmo subordinato alla patria, come fece sempre Venezia. Ma Venezia era un'oligarchia, e l'oligarchia è la nobiltà nel patriziato. Invece abbiamo degli ufficiali, che si arruolano per trenta scudi al mese; dei deputati, che speculano sul loro mandato; dei consigli comunali, che sono camorre; dei saloni, i nostri saloni, che paiono sale d'ospedale, dove si raccolgono tutte le anemie del corpo e le tisi dell'anima. Confessate, voi, che non avete la goffaggine di essere uno dei soliti liberali, che era un bel sogno!

— Bello come l'impossibile, che è la grande tentazione dei tiranni e delle donne. E voi adesso, invece di essere qui, sareste a Roma, nel vostro palazzo che sarebbe una reggia, più regina della moglie del re, perchè l'impero della donna è di inspirazione e di influenza, e bisogna essere unicamente donna per averlo. Madame Recamier ebbe un impero ben più vasto di madama Staël. Come le principesse del rinascimento avreste la vostra corona di poeti e di scienziati, di politici e di capitani; sareste un idolo ed un oracolo; gentile come Lucrezia Borgia e terribile come Caterina Medici, riverita come Vittoria Colonna e amata come Imperia. Il vostro salone sarebbe un olimpo, il pantheon di tutte le grandezze, il tempio di tutte le glorie. Avreste le spade di Vittorio e di Garibaldi nella stessa panoplia, le bandiere della Cernaia e di Montevideo, di Goito e di Calatafimi nello stesso trofeo. Nel vostro circolo avrebbero discusso Curci e Gioberti, Cavour e Mazzini, e verrebbero adesso a stringersi la mano papa Pecci e re Umberto, mentre Morelli vi cercherebbe una testa di madonna, Boito penserebbe al suo Nerone, Carducci ad un'ode pagana, e Vera, il grande hegeliano, mostrerebbe ad Ardigò, il nuovo positivista, il trionfo del proprio sistema sul vostro, la necessità dei contrari e la loro fusione.

Ma ella non mi ascoltava nemmeno. Si era abbandonata nuovamente sul divano, la faccia immobile in un pensiero. La eletta e delicata vigoria del suo corpo si esprimeva in quell'attitudine con una potenza, che faceva ricordare il sublime ritratto di Agrippina; ma il suo viso più corretto nelle linee si dilatava alla fronte per una più vasta vita cerebrale. I suoi occhi, grandi e tagliati a mandorla, avevano una profondità dolcemente appannata, come a certe ore del mattino l'aria vela tremolando la cavità di una forra. Le sue spalle erano larghe e il suo seno ampio, benchè la cintura le serrasse troppo la vita, divenuta eccessivamente sottile sotto la pressione continua della moda. A che pensava in quel momento donna Augusta? Le dicerie sulla sua relazione con quell'illustre defunto, che l'Italia ha già dimenticato, e che passò attraverso il Parlamento come una cometa fra una folla di astri minori, mi ritornarono allora nella memoria. Quelle idee, frammenti di un antico mondo, colle quali uno spirito audace aveva forse sognato di ricostruirne un altro, e che ella gettava alla rinfusa contro la società moderna, come un grande artista si divertirebbe amaramente a scagliare negli ornati gessosi dei nostri edificii i rottami di un antico cornicione in terra cotta, mi parvero come le reminiscenze di un amore sconosciuto fra due grandi anime, le strofe mutilate di un poema rimasto inedito in un secolo, che non sente più l'epopea. Ella me ne aveva discorso altre volte, ma come per incidente, vibrando il bagliore di un'osservazione nel crepuscolo brumoso delle solite conversazioni. In quel momento ella aveva forse abbandonato la festa, e vagava come uno spirito, che non ha ancora potuto morire, per un cimitero silenzioso. La sua fronte troppo vasta per una donna, e che ella, malgrado le esigenze della moda, mostrava sempre nella sua orgogliosa nudità, aveva l'arditezza di una cupola gettata sopra un tempio; mentre il suo candore, che aveva resistito a tutto, pareva come la casta ragione del suo orgoglio.

Gli invitati sparpagliati per l'immenso salone, a gruppi, presso un divano, intorno a una poltrona; le signore sedute, gli uomini quasi tutti in piedi rumoreggiavano fra un tintinnio di piatti e di bicchieri, di posate e di risa; intanto che i camerieri, superbamente gallonati, passavano e ripassavano fra di loro come tanti dignitarii in mezzo ad un popolo. Per un momento, colle signore nascoste da tante cinture di uomini e che non mostravano se non una macchia stuonata dell'abito, il salone mi parve come una enorme tavolozza, sulla quale aspettassero dei mucchi giganteschi di colori. Sebbene il vento circolasse liberamente dalle finestre aperte, l'aria troppo satura di profumi s'aggravava sul respiro, e le cento fiammelle a gas vibravano un calore accecante di meriggio. L'animazione della festa era al colmo, i fiori cominciavano ad avvizzire, la musica taceva, i discorsi si alzavano stormendo con un suono secco di pioppi. Lo scoppio di una bottiglia di champagne tuonò.

Donna Augusta mi guardò. Mi affrettai ad alzarmi, e, inchinandomele senza dir altro, le offersi il braccio. Ella mi guardò ancora, e si levò. Traversammo quasi inosservati il salone: nell'anticamera le avvolsi intorno al petto uno scialle chinese, miracolo di un'industria, che vanta forse trenta secoli di studii e di progressi; ella mi lasciò fare, se ne accomodò i capi sulle braccia, stringendoselo con una sola ondulazione su tutta la persona. Si assicurò in una mano il mazzo dei gelsomini, il ventaglio nell'altra, quindi rivolgendomi il capo respirò potentemente l'aria più fresca dell'anticamera.

— Grazie — mi disse poi, infilandomi da se stessa il braccio per discendere lo scalone.

Io non risposi.

Il servitore gallonato, che aspettava all'ultimo pianerottolo, ci riconobbe e corse a chiamare la carrozza. Era scoperta: non dovemmo attendere neanche un minuto. Ella vi salì colla leggerezza di un levriero e per risparmiarmene il giro si sdraiò a sinistra: montai. Ella ordinò al cameriere, che chiudeva lo sportello:

— Al lago.

La notte era tiepida, la luna sorgeva allora. Traversammo la città senza dire una parola. I cavalli, due superbi trottatori, battevano sonoramente l'unghia sul ciottolato, trasportandoci colla rapidità di una visione: ma appena fuori delle mura il vento della campagna ci richiamò colla sua dolce sensazione. Ella cangiò posa, scambiò meco un'occhiata, e seguitò a tacere. Io aspettavo. Il nostro silenzio, leggero come il venticello, aveva la medesima mitezza della campagna e la stessa soavità del crepuscolo lunare. Ella pensava sempre. La tappezzeria bruna della carrozza e l'abito nero davano alla sua testa come una sembianza di statua, alla quale i riflessi dorati dello scialle chinese parevano tessere un'aureola evanescente. La campagna era bruna e profonda. L'ombre frastagliate degli alberi cominciavano a ricamare la strada aperta dal solco raggiante dei fanali: i domestici in serpa stavano immobili. Il suo mazzo di gelsomini avvizzito dal bollore della festa esalava un odore più acuto ed insieme delicato, che mi distrasse. Era l'aroma del suo pensiero femminile, o il preludio di ciò, che forse mi avrebbe detto fra poco? Infatti si raddrizzò leggermente sul cuscino, mosse la testa, e con quell'accento trasognato, che in lei sembrava uscire da un lungo soliloquio, mi domandò:

— Ci pensate ancora?

Non compresi.

— Allora ecco la vostra novella.

Involontariamente mi sfuggì un atto troppo vivo di curiosità, ella lo represse con un sorriso, e chinò il capo colla civetteria dei grandi oratori, che preparano una improvvisazione. Il trotto dei cavalli, cadenzato e poderoso come un rullo, avvolgeva la carrozza e dava il prestigio di una confidenza a quanto ella stava per narrarmi. La luna tardava a sorgere: ella incominciò nell'ombra a bassa voce: