Quartetto

Part 6

Chapter 62,415 wordsPublic domain

La seconda corda si è rotta, ma una suonata come una impiccagione non si sospende per la rottura di una corda. Poichè siamo soli in questo gabinetto, restate là, su quella poltrona, ed ascoltatemi. È notte. Il cielo si è fatto buio come un mare, e silenzioso come un deserto. Avete mai riflettuto, voi, che sarete stata per tanti il loro più grande pericolo, ai pericoli del deserto e del mare, dei miraggi e delle sirene? Eppure nessun miraggio ha il fascino dei vostri occhi, e nessuna sirena la soavità della vostra voce. Quando tutti vi hanno detto che siete bella, lo avete saputo solamente allora, e quindi troppo tardi per ricordarvi dei primi, troppo tardi ancora per ringraziare gli ultimi? Perchè, se il genio si ignora spesso, la bellezza si conoscerebbe sempre! Volete che vi descriva col mio arco, come il pittore lo oserebbe col pennello? Non ho più che due corde, ma noi pure siamo in due, e se fallo, voi ne avrete sempre una per sferzarmi, io quell'altra per punirmi. Lasciatemi provare, e se vi conosco più della gloria, che non ho ancora raggiunto, non vi dispiaccia di ascoltarmi. I vostri capelli d'oro, biondi come l'oro della sua aureola, sono più lunghi del mantello incantato, sul quale essa vola sempre dinanzi agli avvenimenti. Quantunque neri più che l'ombra di un sepolcro, i vostri occhi risplendono come una fiamma; nessun fiore è più colorito del vostro sorriso, nessun frutto forse più sapido della vostra bocca. Leggiera come una rondine e forte come un falco, il vostro volo ha la grazia di uno scherzo e l'impeto di una minaccia; ma come l'orizzonte, del quale avete preso la leggerezza e le nuvole, siete inafferrabile e mutevole. I profumi vi attirano, i colori vi innamorano: vi ho veduto sulle vesti tutte le tinte dell'iride, vi ho odorato sulla testa tutte le fragranze della terra, dai sentori acuti del tropico agli olezzi morbidi delle serre, dalle essenze sapienti del lambicco agli olezzi morbidi del deserto. Ho veduto la vostra testa sorgere da un abito di raso bianco, coi capelli bagnati di stille, che erano perle, come una rosa delle alpi spunta sulla neve: vi ho veduta più pallida nel rosso che eccita i tori, più candida nel bruno che adombra la morte, più florida nel giallo che è il colore della ricchezza. Ho veduto il vostro collo rifulgere come quello di una colomba fra i bagliori dei brillanti, e sanguinare come per un colpo di ghigliottina fra le gocce dei coralli. Talora i vostri abiti avevano la fluidezza di un velo, tal'altra i panneggiamenti duri del marmo; il velluto vi cadeva attorno colla pesantezza di un cortinaggio; la seta vi rideva addosso con una gaiezza scoppiettante ad ogni più piccolo moto: i merletti vi gettavano un'ombra diafana, come i loro ricami, sul seno e sui polsi. Quando camminavate, tutta la vostra persona si animava; i vestiti le si drappeggiavano sopra con un discernimento da artista; seduta, avevate delle pose da regina e da tigre, da statua e da sogno. Il vostro piede piccolo, ma fatto per calpestare tutto ciò che gli altri ammirano, le pellicce e i mosaici, i fiori e gli affetti, si posava dovunque egualmente imperioso; la vostra mano, sempre molle e profumata, esprimeva il torpore terribile di un agguato, come la stanchezza soave di una carezza: facevate dei dialoghi, che parevano soliloqui: avevate dei silenzi, che somigliavano ai dialoghi, distrazioni che occupavano tutti, attenzioni che distraevano ognuno. Ricordo per gli uni e speranza per gli altri, lodata in pubblico e calunniata in secreto, amata colla veemenza del corpo che esige e coll'impeto dell'anima che invoca; secreto che tenta, contraddizione che punge, mistero che arrovella, eravate allora, come adesso, una eccezione senza regola; una signora bianca e bionda, nobile e fine, delicata ed infrangibile, che essendo forse cattiva piaceva a tutti, o essendo forse buona non soddisfaceva ad alcuno. Le onde della ammirazione rompendosi incessantemente ai vostri piedi, non arrivavano mai ad appannarvi la fronte colle proprie spume; l'alcione, che annunzia con profetica pietà la tempesta, a farvela rivolgere verso i nuovi pericoli. Quando la bufera di una dichiarazione vi soffiava sul volto, colla stessa furia del vento lacerando una vela, i vostri capelli si alzavano appena colla leggerezza di una nebbia dorata dal sole, e gli ignari credevano che fosse l'alito del vostro ventaglio. Se la notte aggiungeva la poesia delle proprie tenebre a quella della tempesta, e i naufraghi guardavano verso di voi coll'ultimo raggio della speranza, nell'ultima luce del pensiero, il vostro occhio diventava immobile come una stella, e gli ingenui credevano che foste distratta. E all'alba, quando tutti questi naufraghi della notte, che avrebbero dovuto galleggiare cadaveri sulle onde, se ne andavano tranquillamente nelle lancie, salutandovi da lungi sul ponte, un sorriso bianco come un lampo vi passava sulle labbra. La festa era finita, amiche e innamorati dileguavano, e voi ritornavate sola nel vostro appartamento. Simile agli esuli del genio chiusi nel loro pensiero, voi passate per la società, velata nella vostra bellezza, lasciandovi dietro una traccia di profumi e di desiderii. Tutto vi appartiene. Come per gli idoli dei santuari più celebri, gli omaggi e i tributi si ammassano sul vostro altare; i fiori della primavera e i frutti dell'autunno, le primizie del cuore ed i capolavori dell'ingegno. Ma forse nella vostra alterigia vi pare soverchia compiacenza lo scegliere, ed accogliete collo stesso disprezzo l'offerta del povero e del ricco, dell'inetto e del grande. Inettitudine e grandezza d'altronde sono spesso sinonimi. Solo la bellezza sempre sentita è sempre ben giudicata. Nell'immenso lavorio del mondo essa è lo scopo unanime, la speranza di tutti, il premio di pochi. Per voi, signora, l'uomo, questo lavoratore immortale, che soccombe sempre e non smette mai, allunga i giorni e si accorcia all'opera la vita: per voi ha traversato i deserti, o ha tolto i diamanti alle sabbie, le penne allo struzzo; o è salito fino al polo e ha raggiunto una volpe turchina per farvene un manicotto. Per voi nelle fabbriche si storpiano i fanciulli e si estenuano gli adulti: per voi si tesse il vetro e si solidifica la canepa, si domano i cavalli e il vapore, si inventano le navi e i palloni, si forbiscono le parole e le spade, si cesellano le coppe e i pensieri, si verniciano le carrozze e i sentimenti, si ricamano i metalli e le liriche. Per voi l'oro diventa un talismano e le gemme tante goccie di vischio; le nuvole si cambiano in un tulle, i fiori scompaiono nelle essenze e ricompaiono nella cera; per voi si tempra l'acciaio e si stemprano i caratteri, l'elefante si lascia sdentare perchè il suo avorio intarsi l'ebano del vostro letto, le immagini schizzano dai marmi e si colorano sulle tele, le visioni passano nei poemi e parlano nelle musiche, la scienza numera, l'arte inventa, l'industria uccide, la pace snerva, la guerra diserta. Per voi la storia è una serie di drammi, dove si mutano le parole e durano le scene, si alternano le decorazioni e si ripetono le catastrofi; per voi i desiderii piangono come i ricordi, e le loro lagrime grandi come gli occhi sono più amare di un veleno; per voi le speranze sono azzurre come il cielo ed agitate come il mare; per voi le gioie sono più vaste di un desiderio e più labili di una rimembranza, iridate come una lagrima, pronte come un veleno, piene di canti come il cielo e di naufragi come il mare. Nella tenda del deserto e nella casetta di ghiaccio, nel wighwam del selvaggio e nel palazzo dell'incivilito, nelle foreste dove l'uomo è ancora un animale, e nelle città dove non è più che una cifra; nella piroga del cannibale e sul vascello dello scienziato; sulle vette dell'Imalaya, dove non pascolano che i vapori, e nei cimiteri della storia, dove non vegliano che le rovine; sotto le fronti contuse dal diadema, circoncise dalle cesoie, scalpate dal coltello; dentro i cuori che ignorano, i cuori che apprendono, i cuori che rammentano; sulle stuoie d'oriente e sui guanciali di occidente, dove l'uomo pensa e sente, crea e distrugge, voi siete la prima idea e il bisogno supremo, la voluttà nella vita e l'aspirazione oltre la tomba; perchè siete la bellezza, e la donna, che è la bellezza della bellezza, come Dio, è il pensiero del pensiero. E voi siete dappertutto, vi troviamo dovunque: chine sulla nostra culla o sul nostro feretro per gettarvi un sorriso; sul nostro cuore ad origliare, sul nostro pensiero ad aizzarlo; eravate dietro a noi come una sorgente dietro a un ruscello, ci siete dintorno come la luce, dinanzi come un mare. Se vi scacciamo per un momento dal cervello, vi troviamo subito nel cuore; se vi esiliamo dal futuro, vi incontriamo nel passato; se ci cadete dai sensi come un peso troppo greve, ci salite nella mente colla leggerezza di un sogno. Il nomade del deserto scorge i vostri occhi nel miraggio delle sabbie, il marinaio travede la vostra figura nella bruma dell'oceano, il modesto vi cerca nella quiete del proprio riposo, l'ambizioso nell'orgia dei propri trionfi; siete sopra tutti i golgota, a piedi di tutte le croci, per ricevere il saluto estremo dei santi; in tutti i circhi ad insultare dai gradini le ultime convulsioni dei martiri. Voi riempite le Tebaidi di anacoreti e le biblioteche di libri, la notte di ombre, e i giorni di sogni; vi sdraiate su tutti i troni e per tutti i fanghi, coprite egualmente di baci tutte le mani ruvide che eseguiscono e le delicate che ordinano, le forti che abbattono e le più forti che elevano; abbandonate egualmente coloro che partono e coloro che restano; generose e crudeli pei vincitori e pei vinti; lievi come il nevischio e gravi come la valanga, farfalle nell'aria, lombrichi sulla terra, istinto nel sangue, amore nel cuore, ideale nella mente. La vostra parvenza azzurreggia nelle fiamme sulla fucina del fabbro e sul fornello dell'alchimista; passa come una larva sulla carta, dove il geografo ritrae i lineamenti del mondo, e dove il generale segna le tappe delle sue vittorie: per quanto il poeta s'innalzi nel proprio volo oltre i calcoli sublimi dell'astronomo, è sicuro di rinvenirvi ritta sull'orlo di una stella coricata indolentemente sullo strascico di una cometa. Perfino il filosofo, che oltrepassa il poeta di più ancora che non egli lo scienziato; quest'incompreso che sta nell'incomprensibile, ed è un'idea che vive nell'idea; che di lassù vede gli avvenimenti della nostra storia, come di quaggiù l'astronomo vede le stelle; quest'uomo, che ha obliato tutto il mondo per impararne le leggi, e non ha voluto sentir nulla per poter pensar tutto, egli pure vi trova lassù nel sesso di una parola, nella desinenza di un nome, e riprecipita sulla terra per prosternare ai vostri piedi, che lasciano l'orma sulla polvere, una fronte, sulla quale le stelle sarebbero superbe dì comporsi in corona. Voi conoscete il vecchio emblema del drago che uccide il leone, dell'astuzia che vince la forza, poichè ve l'ho veduto spesso al dito sopra un anello: e voi avete sempre vinto, poco importa se la vostra vittoria di donna fu nell'impedire ad un uomo una nuova conquista del pensiero. Gli imperi ideali non crollano come gli imperi storici? La tirannide di una teorica dura forse più che quella di una dinastia, i sistemi della filosofia più che i trattati della politica, i monumenti della poesia più che i templi della religione? Se ogni popolo ha il proprio dio, quante divinità mancano allora nel pantheon delle mitologie? Se ogni generazione ha un grande poeta, quanti poeti mancano nella storia della letteratura? Tutto passa, anche il passato, tutto muore anche i cadaveri: il tempo spiana le ruine, il vento dissipa la polvere dei sepolcri meglio chiusi, e non resta che il presente, questo minuto, che cade incessantemente dall'orologio della eternità, e si colora cadendo come una bolla di sapone nel sole. Invano chini sull'orlo del mondo tentiamo talora di sorprendere il suo tuffo nell'oceano delle età, o rientrando precipitosamente in noi stessi cerchiamo la sua traccia nella nostra vita; giacchè le ombre non lasciano vestigia, ma l'ombra continua imputridisce e corrode. Ad ogni attimo, che ci scivola addosso, gli atomi della nostra esistenza si disgregano, e si separano come tanti pellegrini ad un crocicchio, alcuni portando seco, attraverso infinite migrazioni, una scintilla, colla quale comporranno nuove vite. Avete mai riflettuto come ci salgono nella mente le passioni, o come ci discendono nel cuore le memorie? Non so, ma parmi che le passioni sorgano in noi dagli abissi della animalità, mentre le idee ci colano nel sangue dagli abissi dello spirito. Il cielo non è un abisso come il mare? E talvolta mi sembrava che il dio misterioso della creazione mi avesse dalla eternità seppellito nel profondo della vostra anima, e che a certe ore mi levassi, e per un filo più sottile del più sottile fra tutti i fili cominciassi la più strana salita. Nell'ombra cieca di quelle latebre sentivo muoversi una infinità di ombre, fantasmi forse di vite passate, larve forse di vite future; ma sulla bocca del pozzo, più lungo che nella più profonda miniera, la vostra bella testa rutilava in un nimbo di luce. Salivo. Le mie mani stringevano con una energia inesprimibile quel filo, che non avrebbero nemmeno dovuto sentire; il respiro mi si faceva affannoso, gli occhi mi si dilatavano come quelli di un felino. Le ombre sfiorandomi come per guardare il fortunato, che montava alle regioni della vita, mi gettavano nell'anima un raccapriccio senza nome: la vostra luce attirava colla stessa forza del sole, che raggira i pianeti. Avete mai provato in fondo al cuore una ondulazione insensibile, un moto lento di spirale, che s'innalzava sempre colla continuità e colla leggerezza di un'ombra? Ero io. Alle volte giungevo talmente in alto, che le ombre mi restavano laggiù sotto i piedi, e passavo fra gli ospiti del vostro cuore. Erano molti, alcuni li ho poi riconosciuti nella vostra società. In cima la luce cresceva, e cresceva la bellezza del vostro viso; l'aria cominciava a discendere satura di profumi, trepida di suoni. Ma a quella luce la mia corda diventava bionda come un filo di sole: una volta, che salii fino quasi al cratere, la riconobbi per uno dei vostri capelli. Però senza che le forze mi mancassero, quando già ricevevo il bacio dell'aria sulla fronte, e sentivo gli ospiti del vostro cuore bisbigliare sotto di me come una platea di spettatori, e colla testa sotto alla vostra stavo per chiedervi in un altro bacio il battesimo della vita, improvvisamente il vostro capello si rompeva:

Ah!