Quartetto

Part 4

Chapter 42,417 wordsPublic domain

Poichè siamo soli in questo gabinetto, mettetevi là, su quella poltrona, ed ascoltatemi. Fra poco sarà notte: adesso il cielo è opaco come un mare e silenzioso come un deserto. Avete mai riflettuto su quest'ora del vespro, quando tutto sta per sparire, e nulla è ancora scomparso? Vi è mai sembrato di perdere in quest'ora la coscienza del mondo, e di sentirvici come un pellegrino, il quale cammina alla ventura, distratto dalla curiosità del viaggio, ma rattristato dal mistero del proprio pellegrinaggio? Guardatevi attorno. Tutto questo bel gabinetto, di cui ogni mobile è come un capitolo di romanzo o un canto di poema, nel quale avete accumulato tutti i comodi della vostra eleganza ed i capricci della vostra fantasia, non lo si vede quasi più; i colori della tappezzeria sono periti, le forme dei mobili si sono dileguate. I quadretti, che rivestivano addirittura le pareti, hanno perduto i personaggi delle loro scene, e le statuette di Sassonia se ne sono andate lasciando sulle scarabattole un mucchio biancastro di ghiaia. Un'ombra di sotterraneo è sorta a poco a poco dagli angoli, come dai canti più inesplorati del vostro cuore si sono forse sollevati dei ricordi, e ha occupato tutto l'ambiente: la grande specchiera si è spenta, l'orologio non batte più. Perchè non l'avete caricato, signora? È da un pezzo? A qual minuto della vostra vita si è arrestato? Ve lo ricordate nemmeno? È stato al minuto, che Mefistofele aveva promesso a Faust, e al quale Faust non credeva? e voi, signora, più fortunata di Faust, e più bella di Margherita, ci avete creduto? Quando il cuore, che è l'orologio della nostra vita, si ferma, perchè l'orologio del tempo seguiterebbe? Io non lo so se il tempo sia una forma vacua o una realtà, nella quale si muova la nostra vita; non so se, come fu detto anticamente, sia la misura del moto; ma se lo fosse, perchè non si arresterebbe, quando la nostra vita si arresta sul vertice di un minuto, dal quale abbraccia tutto il proprio paesaggio? Amore e ragione hanno di questi minuti, sui quali arriviamo qualche volta, e dai quali discendiamo come dalla cima di uno scoglio nell'oceano, mentre i mostri marini ci seguono colla gola spalancata e le rondini tessono sul nostro capo cogli ultimi raggi del sole il velo ondeggiante del loro volo. Cantare coll'usignolo o volare colla rondine, ecco un destino. Quando il sole è partito per un altro mondo e la luna galleggiando per il cielo, come un avanzo di naufragio sulle onde, dà una fisonomia di ammalato al paesaggio, allora l'usignolo canta invisibile nel fogliame. Egli è solo. Nel giorno tutti ciarlano e si muovono. Egli ha aspettato il silenzio di tutti per il proprio monologo, al quale non chiede e non spera risposte. Il suo canto vario ed inesauribile ha l'accento di tutte le passioni e l'eco di tutti gli accenti. Fra gli accordi più pigri di una fantasticheria, a volta a volta getta una invocazione così ardente ed acuta, che traversa il silenzio della notte, come in fondo all'orizzonte un lampo di calura solca la tenebra dell'infinito. Egli si ascolta e si risponde: può darsi che ami, ma siate sicura, non ama che l'amore. Non è vero che richiami la propria compagna e la inviti alle nozze notturne sotto i raggi della luna e le esalazioni dei fiori. La sua è una poesia più vasta e più alta, il suo canto un romancero, dove gl'inni svolazzano fra le elegie, e lo strambotto interrompe spesso la modulazione cadenzata di una saffica. Come un poeta seduto sulle macerie di una morta città egli canta nel silenzio e nel deserto: attinge in se stesso l'ispirazione, trova nel proprio cuore le ragioni di essere mesto od allegro, e mentre la vita gli passa innanzi coi suoi mille problemi e le sue mille contraddizioni, egli le coglie a volo, e le libera nuovamente in un trillo o in una corona. Solo come tutti i grandi spiriti, non gli basta la solitudine e cerca il secreto; si nasconde nell'albero più foglioso, nella macchia più bruna, canta tutta la notte, e all'alba, quando tutti si ridestano, cerca un fitto anche più cupo e si nasconde. L'arte è così. Che cosa farebbero nel mondo dei lavoratori la poesia e la musica? Avete mai osservata la luna a giorno alto? Invece di un astro pare un cencio, un avanzo di quegli aquiloni di carta, che i fanciulli lasciano di marzo salire nel cielo. Ma anche il giorno ha il suo poeta, piccolo e a bruno come tutti i poeti del nostro secolo. Perchè mai nel nostro secolo la poesia è così triste mentre la vita è così florida? Forse l'usignolo ha ragione, o signora; la poesia ha bisogno della notte, come la musica del silenzio. Guardate il poeta del giorno come sta in alto. Ve l'ho detto; è vestito a bruno e non canta; appena appena incontrandosi con qualcuno scambia un saluto sommesso, come gli avvisi dei barcaiuoli pei canali di Venezia. Ma invece di cantare vola sempre. Le sue ali sono come due remi, la sua coda come la barba di Mefistofele. Non scende a terra, perchè se vi scendesse, non potrebbe più alzarsene: ha le ali troppo lunghe. Vi sono molti, signora, che non possono stare per terra, vi cresca la polvere od il fango, e una volta precipitativi, debbono morirvi di fame guardando in alto. La rondine vola. Essa è libera; il falco non è abbastanza agile per raggiungerla, il cacciatore quasi sempre troppo superbo per tirarle contro. E la rondine vola dalla mattina alla sera, quando l'aria è ancora umida dalla rugiada della notte, quando bolle nel meriggio, quando ondula al vento del vespro: vola sempre, s'innalza a picco, si abbandona strisciando, si libra e volteggia, si arresta e si disserra, destreggia e precipita, si piega sopra un'ala come una gondola, sopra un fianco, parte per lungo viaggio e ritorna, leggiera ed instancabile, muta e bruna, a stormo e sempre sola. Ed è sempre allegra. Come l'usignolo è inesauribile nel canto, essa è infaticabile nel volo: l'usignolo canta perchè è il poeta della notte e del pensiero, essa vola perchè è il poeta del giorno e dell'azione. Solo il vespero è senza poeta. L'allodola, che trilla così lieta al mattino, si è già riparata nel nido, la cicala ha mandato il suo ultimo saluto al sole, e i grilli attendono forse le lucciole nascoste nel grano. È l'ora dell'agonia, sentite la campana che l'annuncia. La sua voce lenta e solenne si perde nell'ombra come la vita, ma i suoi rintocchi sono contati come gli ultimi minuti del morente. Fra poco cesserà, l'aria sarà più fosca, e i morenti saranno morti. Avete mai pensato che questa stessa campana annunzierà forse la nostra morte? Voi siete bella, siete bionda, siete fresca: i vostri occhi scintillano come un lago, il vostro cuore olezza come un giardino: non vi ricordate di quando eravate bambina, non vi rammentate più che un giorno non sarete più donna? Eppure, signora, non vi è meriggio senza ombra, per quanto intenso ed abbagliante: sul mare si disegna l'ombra delle navi che viaggiano; sul deserto si stampa l'ombra degli uccelli che migrano. Ma voi siete troppo felice nella vostra bellezza, e la felicità è gemella dell'obblio. Quanti uomini di quelli, che passandovi innanzi, si sono inginocchiati ai vostri piedi come ad una immagine miracolosa, vi ricordate, signora? Molti forse vi hanno amato, e coloro, che parlavano meno, vi amavano di più. Viandanti stracchi o scoraggiati si accompagnarono con voi per qualche miglia; non so se tutti erano belli, ma tutti avrebbero voluto esserlo per accompagnarvi sempre. La loro anima era forse carica di speranze morte, il loro cuore un nido di desiderii neonati: viaggiatori giovani o vecchi, col raggio dell'alba o coll'ombra del vespero sulla fronte, guardavano verso di voi come al sole, che è la guida di tutti i pellegrini, l'astro di tutti i viventi, il focolare di tutti gli assiderati. Lungo la via senza meta e che bisogna pure percorrere, il solo piacere è di fermarsi sopra una pietra miliare all'ombra di un albero e barattare con un compagno i discorsi lenti e malinconici del viaggio. Poi si prosegue per la strada polverosa, nella quale il vento cancella le orme, e i passeggeri non cessano mai. Dove vada tutta questa gente, nessuno lo sa, ma tutti fanno la medesima strada per cadere ad un'ora misteriosa in uno dei suoi fossi, e restarvi. Forse molti di coloro, che vi offersero il braccio, vi sono già caduti, e voi non ricordate nemmeno il loro nome: molti proseguiranno in gruppo per dimenticare nel chiasso di una conversazione la faticosa necessità del cammino, o avranno a braccio un'altra donna e le ripeteranno le stesse parole, che vi dissero un giorno. Il vento della sera si è alzato e susurra fra gli alberi del giardino. Sentite come i grilli canticchiano e i gelsomini odorano. Il gelsomino è il fiore della notte; nel giorno o è chiuso o avvizzito, o morto o non nato: aspetta l'ombra per schiudersi, il fresco per olezzare. Allora tutti i suoi bottoni sbocciano e come l'usignolo apre il concerto dei propri odori. Gl'insetti randagi del giorno dormono nell'erba, gli uomini sono ricoverati nelle case. È per la delicatezza del suo odore, o per la singolarità di non odorare se non la notte, che ne avete fatto il vostro fiore prediletto?

Certo la donna non è mai più bella che nella notte, perchè l'amore cerca le tenebre ed il riposo, l'olezzo e la voluttà. Una volta ho veduto un gelsomino sul vostro tavolo da notte e non me lo sono più dimenticato. Una folla di rapporti fantastici fra il suo colore ed il vostro, fra il vostro alito ed il suo, mi occupò istantaneamente lo spirito; poi vi chinaste a respirare il suo profumo, e mi parve che gli diceste qualche cosa. Era una confidenza? Non lo so, e nullameno la compresi. Il linguaggio non ha centomila espressioni, delle quali la migliore non è certo la parola? Tutto non parla nel mondo? L'universo non è come un discorso, nel quale ogni individuo rappresenta una sillaba? La solidarietà misteriosa, che unisce tutti i viventi, non lega forse le loro voci, e non sarebbe strano, che mentre tutti si scaldano al medesimo sole e respirano la medesima aria, non parlassero un medesimo linguaggio, e non componessero un coro? Se invece di restare in questo gabinetto discendessimo in giardino, come voi udite senza avvertirla la voce del grillo, egli udrebbe senza badarvi la mia, ascoltando la voce di qualche sua compagna. Fra la moltitudine degli effluvii e dei discorsi ciascuno sceglie quello che gli si indirizza, e vi risponde; ma la sinfonia, che risulterà inevitabilmente dall'accordo di tutte le voci e dalla innumerevole partitura di tutti gli strumenti noi non possiamo sentirla più del moscerino, che ronza, o del bue, che mugge. Se vi fosse una montagna, dalla cima della quale abbracciare tutto il paesaggio della terra ed intenderne il concerto infinito, v'inviterei meco a salirla, e fosse pure alta o scoscesa, vi terrei sempre per mano ripetendovi: salite! Quando l'aria diventasse troppo rada, per impedirvi di accorgervene, vi direi: guardate come la luce è pura! Se l'altezza vi desse le vertigini, vi mostrerei la cima, ripetendovi: salite! Se il freddo vi gelasse la fronte, allora forse, solamente allora oserei dirvi: non sentite, signora, come la mia mano brucia nella vostra! E saliremmo: l'aquila vi vedrebbe senza paura passare rasente il proprio nido, perchè voi, signora, avete la più dolce fisonomia di questo mondo: dalla vetta di un pinacolo il camoscio ci indicherebbe con un fischio il sentiero più sicuro e più breve; la rosa delle alpi, questo mistico fiore, che vive di neve e di sole, di bianco e di azzurro, tremerebbe di confusione vedendovi, perchè voi siete più bianca della sua neve, perchè i vostri occhi sono più azzurri del suo cielo, perchè i vostri capelli sono più biondi del suo sole. E saliremmo sempre: gli abeti bruni come la folla degli uomini ed egualmente clamorosi stormirebbero al basso; i ghiacciai arderebbero in alto con un incendio di colori e di scintille, di raggi e di baleni. Non vi pare che sarebbe una bella ascensione? Talora guadagnando un monte si guadagna un cuore. Invano la montagna sarebbe levigata come uno specchio o irta come una lima: le nostre mani avrebbero una presa più fina di quella di una mosca, e più forte di quella di un artiglio: io vi farei arco delle spalle e vi ripeterei sempre: avanti, excelsior! Se ci siamo alzati più in su dell'aquila, saliamo ancora, perchè i raggi della luna si posano dove non arrivano i piedi dell'aquila, e i raggi discendono invece di salire: il sole passa al disopra della luna, le stelle migrano al disopra del sole, il pensiero vola al disopra delle stelle, Dio sta al disopra del pensiero. Ormai tocchiamo la vetta; salite meco e fidatevi, perchè ho giurato di riaccompagnarvi nel mondo quale ne siete uscita, e la mia parola è sicura come voi siete bella.

Poi arrivati sulla vetta mi sederei ai vostri piedi e guardandovi negli occhi vi direi: eccoci giunti, o signora; chinate pure lo sguardo ed ascoltate la musica, che si innalza fino a noi coi vapori attratti dal sole. I vapori ricadranno in pioggia, ma la musica svanirà lentamente nel silenzio dell'azzurro. Benchè soli come Satana e Cristo, non temiate che vi tenti. Il mondo non parve bello al Nazareno, poichè il mondo non è bello se non da vicino come tutte le piccolezze: da questa cima i suoi imperi fanno appena una macchia di paesaggio e le sue più enormi città un mucchio di ghiaia. Siamo soli, signora, ma talmente in alto che non ci resta più che l'orgoglio dei nostri cuori, e la serenità dei nostri pensieri. Non vi sentite più grande così? Ma se credendo alla mia parola e accettando la mia mano acconsentiste a seguirmi su questa cima così perigliosa ed eterea: se almeno questa volta desideraste ciò che desiderai, voleste ciò che volli, faceste ciò che feci, qui nell'azzurro, che le nubi non hanno mai contaminato, dove l'aria non svia più i raggi del sole, e nessuno ci ascolta, perchè gli uomini sono troppo in basso e le stelle troppo in alto; questo secreto che porto da lunghi anni come una luce nella mente, come un tesoro nel cuore, come una catena alle mani, sul quale avete tante volte soffiato e non si è spento, nel quale cacciaste tante volte le dita gettandone all'aria le perle e non è scemato, sotto la quale i miei polsi hanno tante volte sanguinato strappando, e non l'hanno rotta... ve lo dirò, qui, solo, senza lagrime, senza parole, con uno strido acuto, supremo:

Ah!