Quartetto

Part 23

Chapter 233,851 wordsPublic domain

— Invece — seguitava con accento severo — hanno gratificato Niccolini di complimenti velenosi. Anzi tutto questo amore potrebbe essere una invenzione sciagurata, ma quando pure fosse una realtà, il pubblico non avrebbe a ridirvi. Che importa se una grande artista ama un genio o un idiota, un sovrano o un paltoniere? La Patti non è la Patti, che sulla scena, e allora Niccolini scompare nel proprio personaggio tenorile: fuori essa è libera d'avere, e non può a meno di averli, tutti i gusti della femmina e le incongruenze della donna. Chi deciderà del gusto? L'eccessiva raffinatezza coincide colla brutalità, o se non vi coincide sempre, vi si allea sovente. Il selvaggio e il gastronomo preferiscono le bistecche crude: il facchino non cerca che la carne nelle donne; in Oriente, dove la voluttà fu più profondamente studiata, la carne è rimasta l'unico pregio delle donne. Se la Patti ama Niccolini, forse è nella regola del genio. Le nature volgari trovano facilmente qua e là il proprio ideale; le nature superiori se lo formano nella disperazione d'incontrarlo, e lo incarnano nel primo venuto. Che io getti dunque un mantello di porpora sopra un manichino di pioppo o di amaranto, il mantello solo dà al manichino quel paludamento da re o da regina, sul quale vengo a deporre i miei baci o le mie corone. In questa creazione dell'amore fra creatore e creatura non vi può essere giudice, poichè il giudice vede cogli occhi del corpo, e il creatore con quelli dell'anima. Sai tu perchè i giornali stamane celiavano educatamente su Niccolini? Perchè la folla non tollera superiorità, colle quali non possa avere contatto, e accusando la Patti di amare Niccolini, ha creduto di bollare il suo genio col marchio della natura femminile. Se nella Patti la donna fosse pari all'artista non sarebbe più donna. Ma la folla affermando la gran legge, che non vi siano individui slegati nella serie della vita e il genio non debba essere immune dalle nostre infermità, non sente che l'istinto invidioso del rettile contro il volatile, dell'anitra contro l'aquila.

Bartolomeo, cui la conclusione troppo filosofica del discorso aveva imbarazzato, non ne gustò meno per questo l'assennatezza del principio, e avrebbe quasi voluto rinfacciargli i paradossi della sera innanzi, se il timore di qualche altra scarica non l'avesse rattenuto. Bodoni sembrava malinconico: Bartolomeo glielo disse.

— La Patti mi fa male. È triste, mio caro, avere ventiquattro anni, capir tutto e capire per giunta che non faremo mai nulla. Fra vent'anni io sarò come te. Che cosa ti è accaduto nella vita? nulla. Che cosa mi accadrà? nulla. Tu almeno non capisci; perdonami, mio buon Bartolomeo, questa insolenza che t'invidio: io debbo invece morire di freddo al sole.

Con questi discorsi erano arrivati dinanzi alla locanda, una delle solite, metà osteria e metà albergo; molta gente l'ingombrava. Un cameriere di vecchia conoscenza venne incontro a Bartolomeo e gli fece mille complimenti, domandandogli dove era stato per sei mesi, se ritornava davvero, e scherzando gettava tratto tratto un'allusione galante, arrischiava un gesto confidenziale. Bartolomeo s'impacciava, Bodoni si era già seduto alla tavola col capo fra le mani. La sala rumoreggiava, era un va e vieni di camerieri, un vociare stonato, un cozzar di bicchieri e di piatti: dalla cucina, che si vedeva in fondo alla sala, veniva un odore grasso, uno stridio di frittura, che nauseava il palato; le berrette bianche dei cuochi passavano e ripassavano davanti all'uscio con un volo di colombi, gli ordini dei camerieri in cucina salivano e discendevano sulla gamma più assurda, nella varietà più strampalata di accenti. Bartolomeo si faceva grave, era senza appetito: Bodoni sembrava mangiare per compiacenza. Intorno a loro fioccavano i giudizi e le osservazioni sulla Patti, la esorbitanza del suo prezzo di cantante, nel quale nessuno osava acconsentire.

— Eppure — osservò Bartolomeo — tutta questa gente non avrà mai speso meglio quindici lire. Quante volte le avranno bevute in tanto vino cattivo. In fin dei conti la Patti è unica al mondo.

— Quale voluttà, ma quale sciagura! — mormorò Bodoni. Ad un tratto s'imbrunì.

— Ecco — disse — accennando ai discorsi di quella gente, perchè io avevo ragione d'insultare la Patti per essere venuta al _Brunetti_; il pubblico sarà sempre al disotto dell'arte, che per una fatalità della creazione gli è destinata. Vedi, mio caro, la gloria, che attira tutti gl'ingegni, è composta di questi discorsi; tutto finisce nel popolo, scienze, arti, industria, commercio, tutto per questo bruto che è senza riconoscenza, perchè è senza intelletto. I grandi uomini vissero sempre miserabili: e che importa al monello, il quale mangia le pesche, se l'albero muoia? Egli non ci pensa o, se pure, non se ne preoccupa, perchè sa che i peschi non finiranno mai. Quattro secoli fa non c'era musica a proprio dire, musica come intendiamo noi, quindi malgrado la ferocia dei costumi la poesia e la pittura erano nella massima voga. Oggi la poesia è rimasta nel sentimento di pochi, la pittura di pochissimi. Invano si fanno le esposizioni e si vende un quadro di Meissonier cinquecentomila lire: ciò prova che il lusso dei ricchi ha ancora bisogno di questa decorazione, ma l'anima del popolo non è più nella pittura. Sai tu che cosa si diceva quattro secoli fa in ogni palazzo e in ogni taverna? Michelangelo sta sbozzando una statua, Raffaello dipinge un quadro, Brunelleschi alza un palazzo, Ghiberti fonde un bronzo; e ognuno s'interessava all'opera, e l'artista povero si sentiva intorno una simpatia, che lo sorreggeva e dalla quale assorbiva la vita necessaria all'opera propria. E quando l'opera era finita, la moltitudine si pigiava alla porta del santuario, bestemmiando, osannando, perchè quella era l'opera di tutti eseguita da un solo. Oggi non è più così. Lo sviluppo dell'industria e delle macchine ha quasi ucciso l'uomo nell'operaio; i miracoli della meccanica più grossolani e di una utilità più immediata bastano alla sua fantasia, l'arte si è isolata nella classe dei ricchi. Qui la musica ha battuto la pittura. Siccome l'arte non giova che a interrompere la serie delle sensazioni reali con un'altra serie di sensazioni ideali, la musica è più facile ed efficace della pittura. La musica dell'orecchio vinse quella dell'occhio, giacchè in fondo, si tratta di due specie e di un genere solo. Anzitutto un quadro non si traduce, e sebbene al mondo si facciano molte copie, esse rispondono meno a un vero bisogno di pittura che a una moda decorativa: la musica invece la traduci, la trascrivi e, quello che è infinitamente meglio, la suoni da te solo, forse malissimo, ma ancora abbastanza bene per appagare il tuo sentimento di mezz'ora. La musica della pittura ci arriva attraverso un'immagine immutabile e che non possiamo quindi consultare in tutti i nostri bisogni: l'altra musica invece non ha immagini, parla e noi inventiamo il personaggio, magari noi stessi o un altro, poco monta; ride e noi inventiamo la bocca, piange e noi inventiamo gli occhi, esulta e la sua gioia serve ugualmente alla gioia di tutti, sospira e il suo sospiro solleva egualmente tutti i dolori. Alteri il tempo d'un motivo e ne fai così il linguaggio di qualunque situazione; e mentre il quadro non è appeso che alla parete del milionario e devi andare a cercarvelo, la romanza ti segue dappertutto entro il cervello, la riprendi e l'abbandoni dove vuoi. Ricco e povero ne hanno quasi un numero uguale, una medesima ricchezza, e perfino l'infelice, cui la natura discordò l'organo vocale, può ripeterle e gustarle nel pensiero. Sai tu perchè gli appartamenti sono oggi meno decorati e meno artisticamente? Perchè in ogni appartamento vi è un pianoforte: il pianoforte ha cacciato il quadro. Metti una statua in una soffitta e ne avrai una cattiva impressione, mettivi un violino e potrai dimenticarti presto di essere in una soffitta. Vedi: l'architettura è morta, la scultura sta morendo, la pittura per salvarsi è diventata letteratura. Al secolo d'oro il soggetto del quadro era un pretesto per disegnare un bel corpo o stendere un magnifico accordo di colori; adesso che il sentimento della bellezza e il senso del colore si è perduto anche nella classe dei ricchi, che comprano i quadri, la pittura è diventata romanzo. I compratori le domandano dei fatti e non dei colori, delle idee e non delle forme: quindi l'epopea e la tragedia vi signoreggiano, sotto di esse imperversa il dramma, più basso sghignazza la commedia, in fondo smorfeggia l'idillio, dal cui incesto colla realtà è nata la pittura di genere, il genere più odioso fra tutti i generi esistenti e possibili. Ma nella musica stessa comincia il decadimento, e la sua diffusione n'è causa; la diffusione, che degrada anche le religioni, perchè così si arriva nel popolo. Il concime fa nascere il fiore, ma se il fiore lo tocca colle foglie avvizzisce. Ti vuoi persuadere della nullità del popolo in arte, una verità che la scempiaggine del giornalismo liberale è quasi riuscita a far passare per una menzogna? Ricordati tutte le canzoni popolari delle nostre due rivoluzioni '48 e '59 e giudica se il maggior avvenimento accadutoci da millecinquecento anni, la resurrezione della terza Italia ottenuta con tanti miracoli di ingegno e di sangue, non ha inspirato che l'inno di Garibaldi e «l'Armata se ne va». Il popolo, mio caro, non è che plebe, e la plebe è un bruto. I Romani, che l'avevano conosciuta, invece di buttarle come noi la sovranità nazionale o la infallibilità politica, le davano «panem et circenses», cioè pane e sangue. Ma in questo caso il pane era sprecato.

E Bodoni stanco egli stesso dalla lunga dissertazione non disse altro. Bartolomeo, che non ne aveva capito quasi nulla, invece di domandarne spiegazioni, sedotto dai discorsi dell'altra gente ritornò sulla Patti, e l'altro, che per caso si trovava ad essere veramente serio quel giorno, cominciò su lei un'analisi fine e profonda. I più vicini si misero ad ascoltare, ed allora alzò involontariamente la voce, crebbe di vena, trovò una vivacità d'appendicista, per uno di quei successi di trattoria, ai quali si resiste così difficilmente e che ottenuti umiliano tanto. Fortunatamente l'ora del teatro si avvicinava, pagarono il conto, Bartolomeo trovò che era troppo caro avendo mangiato così male, poi fu tutto contento di accompagnare Bodoni a casa per non passare dalla propria.

Il teatro fu egualmente affollato, la Patti una Rosina inimitabile, una cantante anche più perfetta.

Siccome la maggior parte del pubblico l'aveva già veduta nelle parti di Violetta, la sua trasformazione parve ed era veramente un miracolo; l'ovazione salì di scena in scena, piovvero i fiori, tutti i complimenti che una folla in delirio può tributare a un idolo. Bartolomeo piangeva, ma erano lagrime d'allegria. A rovescio delle predizioni di Bodoni, la malizia di Rosina gli riusciva più grata del sentimentalismo di Margherita. Niccolini fu un Lindoro come era stato un Alfredo, Moriami invece il più bel barbiere di Siviglia. Alle emozioni terribili della sera innanzi successero le emozioni gaie, il solletico sensuale della commedia più bella, forse l'unica che si conosca nell'arte. La Patti sfoggiò tutte le risorse del mestiere, fu un organetto come sua sorella Carlotta, un usignolo, una capinera, un'equilibrista, che si dondolava sopra il filo d'una nota, e l'attenuava all'infinito senza romperla. La sera innanzi aveva trionfato lo stile, quella sera signoreggiava il metodo, prima il sublime dell'arte nel canto, poi il sublime della natura nella voce.

Durante lo spettacolo Bartolomeo, che si era dimenticato di essere sotto gli occhi dell'Adelaide, fu di una ilarità clamorosa, cercando inutilmente di ottenere una seconda occhiata dalla Patti, mentre svolazzava col suo gramurrino di farfalla sui lumi della ribalta. Poi, quando il telone si abbassò all'ultimo atto, egli fu dei primi ad applaudire cacciando addirittura le mani sul palcoscenico. Il suo faccione imporporato dallo sforzo e la sua statura gli avrebbero in tutt'altra occasione attirato gli occhi del pubblico, ma l'emozione dell'ultimo addio alla grande artista e la confusione di tutta l'orchestra non lo permise. La Patti tornò chi sa quante volte a salutare, duecento mani parevano volerle brancicare la veste; ed ella tornò ancora, ricevette sulla fronte tutto l'anelito di quel saluto, aprì i raggi di tutte quelle occhiate, strisciò come un sogno su tutte quelle fantasie, battè come un palpito in tutti quei cuori, si chinò, si rizzò nel suo sottanino di libellula, coi suoi occhi d'Andalusa, col suo corpo d'uccellino, sopra i suoi stinchi di mosca, col suo prestigio di artista, colla sua magìa di cantante, balenò, oscillò, disparve.

Il telone la celava forse per sempre agli occhi dei bolognesi.

Quella sera i suonatori si dispersero col pubblico, e Bartolomeo rimase solo. Attese mezz'ora nella bottiglieria, poi dovette andarsi a casa. La casa gli parve deserta, sulla tavola non trovò la candela coi zolfini, nella camera dell'Adelaide non si udiva rumore. Nullameno era rientrata. Tutto il suo buon umore sparì: la cucina abbandonata aveva un aspetto desolante, non vi erano legne nell'angolo, mancava l'acqua nei secchi. Perse qualche minuto in questa analisi, poi vergognandosi di potere essere sospettato dall'altra stanza, prese l'ordinaria risoluzione contro la tristezza, e si mise a letto.

Il pensiero della Patti lo riassalì nuovamente. Una a una si ricordò le moine del suo gesto, le carezze della sua voce, le sue malizie procaci di Rosina nelle scene col vecchio o negli incontri con Lindoro, e un fremito sottile gli passava fra la pelle e le lenzuola, dove aveva dormito l'Adelaide. Bartolomeo avendo trovato il letto disfatto, come al mattino nell'uscire di casa, si era coricato dall'altro lato. Quindi le memorie di tutta la sua vita povera e modesta s'illuminarono come ai bagliori di un gran sogno, nel quale era solo colla Patti. Finalmente poteva alla propria volta essere come tutti i principi e farle la corte. Per loro tutte le porte erano sempre aperte, avevano dei brillanti da offrire, dei grossi titoli, e quella disinvoltura da gran signori, la sola, che anche vincendo l'indomani una cinquina al lotto, egli non potrebbe mai sperare. Per lui non c'era nulla. Povero suonatore di fila, accettato raramente al Comunale, vivendo delle proprie economie, non aveva che il diritto di sognare; miserabile diritto, che aumentava la forza del desiderio e il rammarico della impotenza. Nullameno si cacciava voluttuosamente in quel sogno. La Patti gli pareva la donnina più adorabile, per lui che aveva il gusto delle donnine da tenere sulle ginocchia. Steso sul letto, la pancia in aria, la testa ravvoltolata in un vecchio folardo, guardava con due grandi occhi spalancati nella tenebra la magìa della propria visione. Aveva caldo, la faccia gli scottava. Colle mani brancicanti sotto le coperte, e un prurito per tutte le vene, si veniva accarezzando il ventre come nell'intima e indefinibile voluttà di premerlo sopra una donna e di sentirla schiacciarvisi sotto. Se la Patti fosse stata seco in quel punto l'avrebbe forse soffocata per farle sentire tutta la propria forza. Poi chiudeva gli occhi, il sogno cresceva. La scena arrivava al punto, nel quale le commedie fanno calare il telone e i romanzi di una volta mettevano i puntini, ma sul quale si ostinava come al punto migliore agitando la testa sul cuscino. E un riso di contentezza gli restava sulle labbra di essere così felice, senza che il pubblico potesse nemmeno sospettarlo, con quella donna, difesa dalla etichetta di tutte le aristocrazie, e che era allora nel suo letto, di Bartolomeo, il quale la chiamava semplicemente Adelina, un nomignolo più breve di Adelaide ed infinitamente più vezzoso.

D'un tratto si sorprese a ripeterlo con voce alta; allora si scosse e si volse sopra un fianco.

Il sogno si alterò, si confuse, finchè svanì in un altro e si sciolse.

Ma la mattina sentì più acutamente la necessità di una spiegazione con Adelaide.

Sebbene l'avesse già osservato la sera nel coricarsi, il disordine della camera gli fece male; il portacatino era ancora presso la finestra pieno di acqua sudicia, la tovaglia gettata sul comò, il letto disfatto anche dall'altra parte. Una tale confusione nella propria vita e nelle proprie cose non se la ricordava. Fece la grande risoluzione. Così come si trovava, udendo l'Adelaide in cucina, uscì di camera. Non aveva che i calzoni con le tracolle e i piedi dentro due ciabatte tagliate da lui stesso colle forbici in due stivaletti vecchi. L'Adelaide accennò di ritirarsi, ma egli la trattenne:

— Adelaide!

— Che cosa volete?

— Sei stizzita?

— Che cosa ve n'importa? — E aveva già la maniglia della propria porta in mano.

La cocoma del caffè fumava sul fornello.

— Ma aspetta almeno di fare il caffè.

— Quando sarà fatto tornerò — e disparve.

Egli rimase come un palo. Cominciava a perdere la testa. Se aveva compreso lo sdegno dell'Adelaide la prima sera, mezzo giustificato dalla mancia perduta e dalla sua vanità offesa di grande cameriera, non capiva l'ostinazione contro di lui, che alla fin fine non c'entrava nè punto nè poco. L'Adelaide lo sospettava dunque di qualche cos'altro? Era gelosa del suo entusiasmo per la Patti, entusiasmo sincero, che egli non aveva avuto mai per nessuna donna?

Finì di vestirsi ed entrò in cucina. Ella non tornava, allora convenne a lui di ritirare la cocoma, che schiumava sul fornello, ed attese inutilmente. Quindi con malizia di ragazzo pensò di tornare nella propria camera e di spiare l'Adelaide, quando verrebbe a prendere il caffè. Vi riuscì. Ella era seria.

— Ma che cos'hai contro di me? — conchiuse finalmente, non riuscendo a finire l'esordio.

— Io! nulla.

— Allora?

— Allora?

— Io non capisco più.

— Già gl'innamorati...

Bartolomeo tremò, nullameno si affrettò a negare.

— La Patti vi ha stregato, me ne sono accorta, non importa che facciate degli sforzi per negarlo, perchè anche l'altra sera me ne avvidi alle prime parole. Cosa volete farvene di una povera corista come me dopo una prima donna come lei? Avete ragione: tutto il pubblico dalla vostra parte. Io non sono mai stata una prima donna. Zitto! — esclamò vedendo che voleva interromperla... — Che cosa vuol dire? che ritorniamo come prima: voi non avete mai sentito nulla per me, e se io non posso dire altrettanto per voi — aggiunse con un tremito nella voce — la colpa sarà tutta mia. Delle sciocchezze al mondo ne facciamo tutti: benedetto chi non le paga. Lasciate stare; qui le parole sono di più, ci siamo capiti. Voi avete delle pretese, che io non posso soddisfare: se lo sapessi, non sarei costretta a menare la vita che meno. Dunque voi farete a modo vostro come avete sempre fatto, e se non mi volete più vedere in cucina, ditemelo.

— Ma io...

— Non siete voi il padrone?

— Andate là, andate là...

Ella afferrò la cocoma, e gli volse le spalle con quel gesto di bonomia rassegnata, che fa tanta impressione in certi momenti.

Bartolomeo rimase prostrato. Al caffè trovò i soliti avventori che parlavano della Patti leggendo gli addii dei giornali: uno propose di andare alla stazione per vederla, che ci sarebbe chi sa quanta gente, ma il cameriere bene informato assicurò che era partita per Roma colla corsa delle otto. I discorsi seguitarono su quel tema, poi gli avventori si dispersero ognuno dal proprio canto. Bartolomeo rimase solo. Era una giornata umida di primavera. Egli si avviò a testa bassa sotto i portici meditando sul proprio caso, ma non aveva fatto cento passi che se lo era scordato entro la tristezza del tempo. Quindi tornò alla Patti e, soffrendo per causa sua, entrò poco a poco nel carattere dell'innamorato. Mentre ella seguitava la strada dei trionfi, egli più povero ed abbandonato di prima cominciava a morire in quella giornata senza sole, umida e solitaria. Non sapeva nè dove stare, nè dove andare. Le gambe lo portavano ai giardini, ma non sarebbe possibile rimanervi: i nuvoloni crescevano in cielo. Si rimise a riflettere sul celibato impostogli per una metà dalla sua posizione sempre troppo incerta e per l'altra dall'avarizia dell'egoismo, che lo lusingava di vivere sempre colla medesima forza. Adesso egli non apparteneva a nessuno, non poteva attaccarsi a nessuno. I suoi amici di una volta erano già tutti vecchi ed accasati; i giovani li vedeva qualche sera dopo il teatro, e ridevano; ma se domani si fosse ammalato non avrebbe ricevuto una visita, non avrebbe avuto una mano per curarlo. Ebbe paura. I giardini erano bruni e deserti, qualche monello sfuggito di bottega o di scuola, o qualche altro abbandonato come Bartolomeo vi vagolavano: i giardinieri erano scarsi e non zufolavano come al solito. Sedendosi sopra uno dei sedili artificiali di gesso, gli sembrò che fosse bagnato. Il _Brunetti_ resterebbe chiuso forse per una settimana; dove passare la sera? Allora sentendosi cadere addosso i brividi delle fronde intirizzite, pensò per la centesima volta alla Patti. L'eco solo del suo nome pronunciato a bassa voce lo riscuoteva. Si scaldò un istante alla sua visione, poi rincantucciandosi in un angolo di quella vita, che riempiva tutto un mondo, si compiacque a seguirne il pellegrinaggio imperiale. Almeno ella era felice. Gli pareva di essere diventato come del suo seguito, un fagotto di quei moltissimi, che si portava sempre dietro, e sui quali chi sa quante volte chinava la testa per dormire. Rimase molte ore nel giardino, cercando d'incontrarsi in qualcuno; quindi tornò in città, annasò ancora in qualche caffè e, non imbattendosi in anima viva, pensò di andare a pranzo. In tanta ruina il suo stomaco era ancora intatto. Sciaguratamente tornò alla trattoria del giorno innanzi, dove il cameriere lo accolse colle solite chiacchiere; il pranzo gli parve detestabile: la sera per disperazione egli, che abbominava il teatro come suonatore d'orchestra, andò al Corso. I discorsi della Patti lo seguivano dappertutto, l'aria pareva vibrare ancora delle sue note. Lo spettacolo, una commedia, gli sembrò incomprensibile; quando la gente se ne andò, uscì macchinalmente egli pure. Per istrada incontrò Bodoni col paletot di crema, che salutandolo senza fermarsi gli ravvivò tutti i pensieri del mattino sulla miseria dell'isolamento. Dovette andarsi a casa; qui lo aspettava un secondo stringimento di cuore. La cucina era assettata, la sua camera era tornata al solito aspetto di ordine e di decenza, rifatto il letto, chiusi i cassetti del comò, le scarpe lustrate sul baule, il portacatino colla brocca pieno d'acqua al suo posto; ma l'Adelaide non c'era. Se ci fosse stata e avesse solamente aperto bocca sarebbe scoppiato a piangere come un bambino. Invece si coricò e per colmo di stranezza, egli, che non l'aveva mai fatto per riguardo alle lenzuola, caricò ed accese la magnifica pipa. E allora col caldo del letto e col fumo del tabacco, le due voluttà, che maggiormente li attirano, i sogni della Patti tornarono a riempirgli la camera. Nell'altra Adelaide dormiva pacificamente.

Così durò molti giorni. Siccome ella aveva smesso di farsi il caffè la mattina, Bartolomeo non vide più l'Adelaide. Sulle prime non indovinò, poi aprendo a caso la madia, gli cascò la mano sul vaso del caffè, e lo sentì vuoto: forse la povera donna non aveva denari per comprarne. Egli fremè ed uscì per riempirlo; ma per quanto vi si scervellasse quel contegno gli riesciva inesplicabile. Mise il caffè nella madia, e attese lungamente nella cucina, se la sentisse rientrare. Giorno per giorno l'Adelaide gli assumeva nella coscienza una grande dignità di carattere, e se al principio gli era stata simpatica per i modi aperti, adesso gli diventava rispettabile come una dama. Aveva maritato bene la figlia e non volendo esserle a carico, come diceva lei, s'ingegnava in mille lavori: non era più giovane, ma tuttavia abbastanza ben mantenuta per ispirare qualche cosa ad un uomo.