Quartetto

Part 22

Chapter 223,730 wordsPublic domain

A queste parole, pronunciate coll'accento più freddo, Bartolomeo ebbe davvero spavento. Il carattere serio del violinista fra tutti quei cervelli scapestrati gl'ispirava una tale stima, che non dubitò nemmeno dello scherzo. Ma Bodoni non gli diede il tempo di rimettersi.

— Io ti osservavo, sai. Tu le hai fatto la corte tutta la sera: negli intervalli, quando ti parlavo, eri distratto, pensavi a lei. Senti, mio povero Bartolomeo. Tu lo sai se ho amato nessun contrabbasso come te: questa passione ti ucciderà. Nel — Gran Dio, morir sì giovane — la Patti si è voltata per vedere quale era il contrabbasso, che accompagnava con gemiti così sdegnosi e profondi le sue ultime grida di disperazione. In quell'occhiata le vostre anime si sono intese, ma una barriera insormontabile dividerà sempre i vostri corpi. Ella è un soprano e tu un basso. La natura e l'arte ti hanno votato all'accompagnamento, per te non vi sono duetti. Tu non dormirai questa notte: domani sera soffrirai come un dannato vedendo il tuo tragico ideale trasformato in una Rosina briosa sino alla sfrontatezza; perchè capirai, che se la Patti dovesse trattarti, avrebbe per te le maniere canzonatorie di Rosina e non la dolcezza mesta di Violetta. Poi la Patti partirà, e tu cosa farai a Bologna? Penserai a lei.

— Senza dubbio — esclamò Bartolomeo.

— Questo pensiero ti ammazzerà, perchè l'impotenza è più micidiale dello stravizio, e il desiderio logora più dell'uso.

— Ma io non sono innamorato.

— Generosa menzogna! Tu vuoi salvare la tua donna dal ridicolo: ma giacchè sei generoso, sarai naturalmente sciagurato. Ella non ti imita, e affronta la caricatura: in questo momento la Patti e Niccolini sono in una camera da letto dell'Hôtel Brun. Tu impallidisci — gridò — mentre tutti invece lo facevano arrossire, guardandolo: infelice, tu vali più di Niccolini, e morirai della sua morte! Avete quasi la stessa età: solamente tu morrai di fame, ed egli precisamente dell'opposto: te l'ho già detto, ma se il desiderio logora più dell'uso, l'uso ha questo di orribile, che logora anche il desiderio.

Queste ultime parole portarono l'ilarità al colmo. Ma il padrone disse di voler chiudere, e il gruppo degli amici dovette alzarsi. I conti della birra e del vino sviarono per un momento l'attenzione, Bartolomeo potè alzarsi, ricevette ancora qualche risata, e, infilandosi il sopratutto, si avvicinò alla porta. Una contestazione minacciava d'insorgere, l'oste piuttosto villano alzava la voce, quando Bartolomeo si ricordò improvvisamente di essere aspettato a casa, si volse, diede un'occhiata e, vedendosi inosservato, se la svignò.

Quando arrivò a casa, Adelaide, che lo attendeva, da due ore, lo accolse malamente. Per un motivo inesplicabile, invece di coricarsi, lo aveva aspettato in cucina, a tavola, con un vecchio mazzo di carte in mano.

— Finalmente! — esclamò con quella collera fredda, che in certuni è il colmo della esasperazione.

Bartolomeo divenne mogio mogio, perchè aveva paura: Adelaide era la sua amante da sei mesi. Si erano conosciuti da lunghi anni in teatro senza parlarsi, poi il caso li aveva messi ad uscio e uscio, e allora avevano stretta relazione, passando alle intimità per finire nell'amore. Ma veramente non si amavano. Adelaide, vedova, aveva maritata l'unica figlia fuori di Bologna, e, rimasta sola, s'ingegnava a levar le macchie dagli abiti, a stirare, per buscarsi la vita; poi la sera, capitando, faceva la corista al _Brunetti_ o la cameriera alle prime donne di prosa e di canto, che vi transitavano. Naturalmente a tutti questi mestieri la sua coscienza si era fatta più larga che pulita. Ella non se ne nascondeva, anzi sui primi del loro incontro aveva affettato una tale insubordinazione beffarda a tutti gli scrupoli, che Bartolomeo, timido anche in quell'età, trovandovi del piccante, si era lasciato accalappiare. Solo, di costumi morigerati, suonando tutte le sere, aveva messo da parte qualche cosa; l'Adelaide l'aveva indovinato. Quindi cercò di attirarselo, e Bartolomeo gliene fornì il pretesto; poichè, costretto a mangiare in trattoria come tutti gli scapoli, aveva finito per rimpiangere la vita di famiglia, il pranzetto quotidiano discusso ogni sera ed allestito ogni mattina, le piccole provviste, le festicciuole, tutte le gioie casalinghe, pigre e squisite malgrado la loro volgarità. Alla trattoria non poteva fare nessuno dei propri comodi, non sbottonarsi il corpetto e il primo bottone, il più alto, dei calzoni, come la natura gl'imponeva sempre a mezzo del pranzo: l'inverno aveva freddo alla testa mezzo calva, ma tenere il cappello mangiando era troppo, la berretta sarebbe stata abbastanza, ma non l'osava per soggezione dei camerieri e degli avventori. Sopra tutto la pipa l'angustiava. Bartolomeo possedeva una enorme testa di moro, in spuma, diventata nera come un moro originale, e nella quale fumava da molti anni in casa per non correre il rischio e l'incomodo di portarla fuori. Il solo astuccio era già un bauletto, la lunghissima cannuccia, a nocciolo d'ambra, e di ciliegio boemo, diceva lui, odorava ancora. Per Bartolomeo questa pipa era quasi tutta la famiglia, perchè il vecchio merlo dal becco giallo, che teneva in cucina, rappresentava l'amicizia. Pranzare modestamente in cucina, massime l'inverno, col merlo che verrebbe a beccare sulla tavola, la pipa, carica come una bomba inoffensiva a fianco, con un immenso paltò spelato, che gli faceva da veste da camera, annusando il profumo dei piatti sopra i fornelli, dando un'occhiata alle casseruole, servendosi e servendo qualcuno, era da lungo tempo il suo ultimo sogno. Secondo lui le serve erano tutte ladre; giovani aprivano la casa agli amanti, vecchie ai figli e ai parenti. Così, ammassando qualche mobile e le stoviglie necessarie a piantar casa, aveva oltrepassato la cinquantina senza sapere neppur egli come: una volta faceva da scrivano in uno studio di notaro, poi aveva smesso, e non faceva più nulla. L'inverno andava al sole nei giardini pubblici, e si fermava coi giardinieri in lunghi cicalecci: al tempo cattivo in qualche caffè a leggere i giornali o giocare la partita a domino, o da qualche amico. Del resto suonava spessissimo, anche di giorno, avendo la clientela di quasi tutti i curati: non vi era festa senza il suo contrabbasso.

Poscia aveva conosciuto l'Adelaide. Una volta doveva essere stata piuttosto bella, adesso era ancora benissimo conservata: aveva le carni vermiglie, i capelli neri, i denti bianchi. Naturalmente le borsine degli occhi si cominciavano a gonfiare, e gli angoli della bocca le si raggrinzivano; ma il suo seno aveva ancora un magnifico turgore, massime per la vita troppo corta e le spalle un po' tozze, che lo facevano stare più alto. Il resto era quasi insignificante, statura comune, naso regolare, fronte egualmente, come nei connotati dei passaporti. Solo, come segno particolare, aveva una lanuggine, oramai barba, lungo le guancie, e due occhietti neri, rotondi, affossati, di una mobilità eccessiva, a volta a volta di una gelida durezza. Adelaide conquistò Bartolomeo in pochi giorni. La prima domenica pranzarono assieme in cucina, la stessa sera Adelaide rimase nella sua camera. Bartolomeo era felice: l'Adelaide, da donna accorta, aveva conservato la propria stanza, che comunicava colla cucina e rispondeva libera sul pianerottolo, per ricevervi qualcuna delle proprie pratiche: vi aveva messo un fornello, e talora vi stirava. Ma siccome qualche soldo lo guadagnava essa pure, sul principio contribuì alle spese domestiche. Fu un incanto, giammai due coniugi avevano vissuto più armonicamente. Bartolomeo ringiovaniva, sebbene si accorgesse di non essere innamorato. Sedotto da quel benessere sensuale, cui l'ordine e l'economia davano quasi un'apparenza di virtù, e soddisfatto nell'egoismo di vecchio celibe, che vorrebbe la famiglia senza i suoi impicci, si abbandonava morbidamente in quella nuova vita del focolare. Avevano comprato un fusto di vino e un mezzino di castagne da cuocere sotto la cenere alla sera. Adelaide, che s'intendeva veramente di cucina, preparava certi pranzetti, ai quali Bartolomeo paragonava con voluttà orgogliosa i pranzi della locanda, cogli umidi riscaldati mille volte e gli arrosti lessati prima nella pentola. Ma, per l'istinto di tutte le felicità e la prudenza naturale ai suoi anni, Bartolomeo non aveva aperto bocca con alcuno; solamente aveva finto di sdegnarsi coll'ultimo oste e di averne trovato un altro, che gli mandava il pranzo a casa. Infatti la colazione colle ova e la _Gazzetta dell'Emilia_ la faceva sempre al solito caffè.

Ma Adelaide lo dominava. A poco a poco gli invadeva tutta la vita a forza di rendergliela comoda e di risparmiargliene le brighe. Gli aveva compiuto il fornimento della casa, aumentata la biancheria, rimesso quasi a nuovo il vecchio letto di noce a due posti, ricoprendolo di un grande baldacchino bianco e decorandolo di una bella madonna a stampa colorata. Ella stessa faceva la spesa, e stabiliva il pranzo: gli fissava l'ora per tornare a casa o per alzarsi, lo mandava sino in giro per qualche commissione, che egli sulle prime accettava con una specie di contentezza galante. Se non che una volta avendo voluto rifiutarsi, ella fu così ragionevole nelle osservazioni e severa nelle parole, che dovette arrendersi con un sentimento di soggezione. Quello fu il primo sintomo del servaggio. Poco tardarono gli altri, insignificanti all'apparenza, ma così frequenti, che si trovò arretato prima di sentirsi nella rete. Un altro giorno gli fece una scena di gelosia. Bartolomeo, che non vi aveva mai pensato, ne ringalluzzì, ma poco dopo si sorprese a pensare sul passato poco scabro di lei, e a domandarsi se alla propria volta dovesse essere geloso. Il problema era difficile, la china molto sdrucciolevole. La loro vita di camerati, alla quale la differenza di sesso aggiungeva un'attrattiva di più, leggiera fino allora, diventerebbe una vita di matrimonio, tanto peggiore quanto era fuori della legge, il giorno che, facendosi geloso, affermasse la propria solidarietà con quella donna. Si accorgeva di non amarla, ma che d'ora innanzi non avrebbe più potuto fare senza di lei. E lì erano rimasti, quando capitò la Patti. Adelaide, che avrebbe voluto servirle da cameriera per buscarsi qualche grossa mancia, non voleva saperne di corista, ma quando si vide rifiutata per la prima volta, diceva lei e non era vero, la sua collera e la sua lingua non conobbero più freno. Bartolomeo, cui i lirismi dei giornali avevano desto il prurito delle negazioni, l'aveva secondata, promettendosi a teatro una cattiva impressione; ma a rovescio di ogni calcolo, sollevato dal più grande entusiasmo, si era nella sincerità della propria grossolana natura dimenticato persino della Adelaide.

Quando entrò nella cucina, e la vide alla tavola colle carte in mano, allibì: la fisonomia dell'Adelaide stanca dal sonno e gonfia dall'ira, non prometteva niente di buono; e, sintomo spaventevole, ella non si era tratta nemmeno il sopratutto. Bartolomeo indovinò, che lo aspettava così da quasi tre ore. Poi le sue frasi a pranzo contro la Patti gli tornarono nella mente, urtandosi coi discorsi entusiastici della bottiglieria. L'Adelaide fu tremenda. Invano per calmarla egli affettava la più grande docilità; la voce di lei si alzava ad ogni parola, stridula e sibilante, come uno scudiscio, sferzandolo, non lasciandogli nemmeno il tempo di offendersi, destandogli una inesprimibile ripugnanza per quella donna, che gli si rivelava in un momento, mentre la sua anima era tutta piena della rivelazione della Patti. Ma colla prudenza di un uomo, che sa compatire una stranezza, e rattenuto da un sentimento delicato, poichè l'Adelaide non era in fondo che sua ospite, e si sarebbe vergognato di cacciarla così su due piedi, si lasciò generosamente opprimere: solamente, essendogli sfuggito un moto di diniego ad una sua laida stupidaggine contro la Patti, ella esclamò furiosamente:

— Ah! anche tu sei innamorato di quel baccalà?! Tutti urlavano stasera: sì! perchè non la vedevano da vicino come noi. Va là, è secca come un uscio, ha tutta la pelle grinza. Se ci aveste guardato al collo, invece di guardarla cantare, ve ne sareste accorti. Ci voleva ben altro che quel vezzo di perle, che ella si sarà guadagnato senza cantare. Oh! — insistette ad un altro suo moto — credi che cantasse anche allora! Sarebbe carino per l'uomo in quel momento di sentirla stonare, perchè la tua Patti stona. L'ho sentita io, non importa che mi dicano di no, perchè le orecchie io le ho buone, più degli altri, e me ne sono accorta. Sì, stona come Niccolini, che è vecchio come te ed è il suo amante: degni uno dell'altro: vivono assieme e guadagnano assieme — aggiunse con un sibilo, che esprimeva più di tutte le frasi di Bodoni.

— Cosa importa se ama Niccolini — disse nobilmente Bartolomeo.

— A me?! e a te?

— Io...

— Mo! innamòrati: è la donna dei vecchi; già alla sua età bisogna essere ragionevoli. Non ho fatto così anch'io? — strillò, guardandolo con una sfacciataggine, che era il colmo dell'ingiuria.

A questo insulto, che lo toccava nella sua sola debolezza, Bartolomeo provò una stretta al cuore.

— Solamente — seguitò, gonfiando il petto e arrovesciando il collo con moto d'orgoglio — la tua Patti pare la carcassa di un ombrello. Pelle e voce, come i rosignuoli; non è vero, tu che la credi tanto brava, la prima donna del mondo?

— Ma non ne parliamo più; a te non è piaciuta, ecco tutto.

— Ti do fastidio?

— Ma no: hai ragione, se la vuoi.

— Se la voglio? tientela la tua ragione; per chi mi pigli? Credi che sia perchè non mi ha voluto nel camerino? Non ci penso nemmeno. La sua cameriera l'ho vista: dicono che è una sarta di Parigi, ma l'ultimo abito dell'ultimo atto non era nemmeno stirato. Fin lì ci arriviamo anche noi, a Bologna, non ci è bisogno d'andare a Parigi per questo. Cosa credono questi forestieri? Poi lei è italiana, e dovrebbe avere più riguardi: invece li ha tutti per Niccolini. È lei, che gli tinge i capelli per ingannare il pubblico; lo vorrà forse vendere. Già quello che si compra si può anche vendere.

Bartolomeo non ne poteva più.

— Ci mettiamo a letto? — borbottò dopo un momento, andando verso il lume sulla tavola.

Ma ella lo fermò con una occhiata. Bartolomeo non l'aveva mai vista così.

— Hai sonno! — quindi si gonfiò ancora, ghermì il lume e con un gesto, che la Patti stessa le avrebbe invidiato, gli si avanzò fin sotto al naso, e gli soffiò in faccia:

— Buona notte! — quindi voltandogli le spalle, invece di andare nella camera, aprì l'uscio della propria stanza, e lo rinchiuse a chiavistello.

Bartolomeo rimase al buio. Non capiva bene. Il furore dell'Adelaide doveva dipendere da altro che l'avere egli fatto troppo tardi quella sera: forse ella non aveva potuto perdonare alla Patti lo sfregio di averla ricusata, e la ovazione del teatro l'aveva esasperata. Egli no invece, amava il merito ed applaudiva volentieri. Ma quella congiura in tutti di dirgli che era innamorato della Patti, cominciava ad impensierirlo seriamente. Se n'erano dunque accorti? Aveva commesso qualche imprudenza, o tra le sue parole, che pure gli sembravano castigate, glien'era sfuggita qualcuna, la quale potesse comprometterlo?

E intanto che questi pensieri gli battevano sul cervello, aveva acceso un altro lume. Attese, origliò. Adelaide non si andava a letto. Allora si arrestò discutendo seco medesimo se dovesse dirle qualche buona parola: ma a mezzo la riflessione si accorse di essere egli dal lato della ragione e di avere ricevuto in compenso un sacco di contumelie. Infine il torto era di Adelaide. Però una voce segreta gli diceva con insistenza sempre maggiore di picchiare al suo uscio. Naturalmente Adelaide doveva aver sofferto dello sfregio, in teatro, dove i pettegolezzi sono così facili e pungenti; bisognava compatirla, le donne sono sempre donne. Tornò ad aspettare: la sua bontà avrebbe voluto, ma il suo coraggio non osava; tentennò, si ammonì, si spinse due o tre volte verso quell'uscio chiuso, che in quel momento rappresentava il più grande ostacolo di tutta la sua vita. Era molto tardi, aveva quasi freddo. L'aspetto del focolare e degli arnesi tenuti con estrema pulizia lo commossero; l'Adelaide era pure una brava donna. Forse le avrebbe dovuto maggiori riguardi in tale critica circostanza, giacchè colle donne non è mai questione che di tatto. In quel momento la sua grossa faccia di contrabbasso esprimeva un imbarazzo pieno di benevolenza, che avrebbe commosso un nemico. Finalmente la bontà del suo cuore trionfò della timidezza del suo carattere, e camminando sulle punte dei piedi, colla circospezione d'uno scolaro, che vuole origliare alla porta del maestro, venne ad incollare l'orecchio alla fessura dell'uscio. Però malgrado tutti gli sforzi di leggerezza lo scricchiolio delle scarpe lo aveva tradito. Un fruscio di abiti usciva dalla stanza. Si sveste! pensò Bartolomeo, e credendo il momento buono, picchiò discretamente alla porta: ma quasi contemporaneamente, come risposta collerica, che non lascia nemmeno esaurirsi la domanda, uno stivaletto lanciato a tutto braccio venne a percuotere proprio dove egli si appoggiava colla fronte.

La sua anima era così disposta alla benignità d'un accomodamento, che fu miracolo se non gli cadde la candela di mano. Si drizzò pallido, e sempre indietreggiando sulle punte dei piedi, tornò alla tavola. Pareva prostrato. Una malinconia improvvisa venne da tutti gli angoli della cucina, nella quale aveva sorriso a tanti pranzetti, e che in quel momento era tornata fredda come prima quando, vivendo solo, non vi accendeva mai il fuoco. Abbassò la testa. L'altro stivaletto gettato collo stesso impeto, invece di battere nella porta, urtò nel canterano e produsse un suono secco: intese il letto scricchiolare sotto il peso di Adelaide, che vi si rannicchiava ferocemente, sentì il suo soffio smorzare la candela, e rimase colla propria in mano guardando. Aveva tuttavia il paltò nelle braccia, il largo cappellone in testa. Sospirò, poi, scuotendo malinconicamente il capo colla rassegnazione della buona gente che crede di disarmare il destino accettandolo, andò verso l'uscio della propria camera, e vi sparì. La cucina restò abbandonata come un campo di battaglia, dal quale ambe le parti si erano ritirate negli accampamenti.

Ma a letto il pensiero gli tornò sulla Patti. Sentiva ancora la sua voce, vedeva ancora la sua gracile e pallida figura muoversi stancamente sul palcoscenico in una penombra mortuaria, con un'aureola di martirio sulla fronte; e, mentre il cuore gli si tornava giovanilmente ad intenerire, la Patti rientrava nella scena sorridendo sotto la grandine degli applausi, disinvolta come una regina, amabile come una fanciulla. Allora tutto il pubblico subiva il prestigio della donna dopo aver provato il fascino dell'artista, e l'onda del desiderio di tutti arrivando al cuore di Bartolomeo lo bagnava entro una spuma mordace. Invano Niccolini, preso per mano la Violetta, veniva ad opporsi all'impeto della marea; la tempesta raddoppiava di violenza, e investendo quel bianco fantasma di donna, lo portava sempre più in alto, come quelle larve di nebbia, che dondolano mollemente in fondo all'orizzonte marino. Bartolomeo pensava alla Patti. Tutti i sarcasmi sguaiati di Bodoni e le infamie dell'Adelaide gli suonavano alle orecchie. Le aveva intese susurrate tutto il giorno, le aveva lette nei giornali velate dalla forma più trasparente dell'indiscrezione, abbigliate colla frase più ipocrita d'un complimento: poi le aveva ascoltate la sera nell'orchestra, le aveva colte nel pubblico, finalmente Bodoni le aveva disciplinate in una teoria paradossale e l'Adelaide denudate nel più cinico impudore. Ma la Patti usciva radiosa da quella bruma d'improperi. Egli non ci credeva. Forse l'amore di Niccolini non era vero, forse era la pietà d'una grand'anima d'artista per questo infelice tenore, vicino a perdere la voce senza essersi acquistato un patrimonio. Fors'anco la Patti lo amava, ma se la ragione intima di questo amore gli sfuggiva, doveva esserci, e degna di una donna, che arrivava col proprio genio all'altezza dei genii più eccelsi. Giammai donna aveva potuto cantare così. La Malibran, egli non l'aveva sentita, e nullameno era sicuro che a quei tempi dovevano contentarsi di poco. E quell'ultimo sogno tratteggiato con causticità così voluttuosa da Bodoni gli fluttuava sul letto, riempiendogli la camera di luce. Essere la Patti o essere il suo amante era troppo anche per un sogno. Essere giovane, perchè la Patti per lui, malgrado ogni verità, non aveva che venticinque anni; essere bella e cantare a quel modo! Nessuna regina aveva un regno più vasto o un popolo più innamorato. Tutti i giornali bruciavano per lei gli incensi più odorosi, la gente si pigiava alle porte del suo albergo, si schiacciava nei suoi teatri; molti avrebbero rubato per comprare un biglietto di loggione, i milionari le gettavano i diamanti come fiori, i sovrani andavano in camerino a baciarle la mano. In nessun paese del mondo vi era una donna come lei. Ma essere il suo amante era ancora più bello. Qui la sua immaginazione si perdeva. Solo, in quel letto a due posti, non pensava più all'Adelaide e non sentiva più la realtà della camera. I suoi desiderii non si formulavano ancora, ma le immagini più bislacche si accendevano e svanivano nel suo cervello come fosforescenze di legno imputridito, che, imitando il bagliore delle gemme, vibravano nella notte incomprensibili sorrisi. In quell'aurora boreale della passione tutti gli oggetti e tutti i colori gli si confondevano; Niccolini e la Patti non erano più che una luce ed un'ombra, un canto ed un accompagnamento, che passandogli per l'anima, se la trascinavano dietro. Egli non sapeva bene se vegliava o sognava.

La mattina si era già scordato di tutto, ma attese invano che l'Adelaide gli portasse il caffè a letto, una delle ultime e più voluttuose abitudini della sua nuova vita. Si alzò avvilito, poi sentendo rumore nella cucina, così come si trovava, in manica di camicia e in ciabatte, finse di aprire sbadatamente la propria porta: nello stesso momento, quasi il suo pensiero fosse stato penetrato, l'uscio dell'altra stanza si rinserrava, e la cucina restava deserta. Il focolare era spento, un fornello acceso. La cocoma del caffè vi gorgogliava spumeggiando. Egli non osò trattenersi, ritornò nella propria stanza, e uscì di casa senza aver visto l'Adelaide. Appena fuori la regolarità delle abitudini lo calmò al punto, che entrando nel caffè aveva già il solito sorriso per i camerieri. A colazione lesse tra gli amici abituali un brillante articolo del Panzacchi sulla Patti, poi rimase solo, rilesse l'articolo, lo confrontò coll'altro della _Gazzetta dell'Emilia_, andò verso i giardini. A quell'epoca non c'erano ancora i tramways. Vi rimase fin tardi, poi ritornando s'incontrò fortunatamente in Bodoni. Quel giorno era vestito di un paltò incredibile, giallognolo di crema, sul quale la sua piccola testa smorta, senza quella barbetta tosata rabbiosamente alla Enrico IV e macchiata di rossiccio e di castano, sarebbe parsa una cimasa di latte e miele. Ma era serio.

— Vieni a pranzo con me — gli disse a bruciapelo.

A Bartolomeo si allargò il cuore.

Il discorso cadde naturalmente sulla Patti e sugli articoli dei giornali, che Bodoni trovava nauseanti d'imbecillità. In nessuno, nemmeno il tentativo di un'analisi, tutti s'erano tratti d'impaccio rovesciando sul capo dell'artista i superlativi più strani; così chi aveva capito aveva capito.