Part 21
Allora la corda di un contrabbasso vibrò con tale violenza, che la Patti stessa, curva sui lumi della ribalta, fra le braccia di Alfredo, si volse involontariamente. Era Bartolomeo con due grandi lagrimoni per la faccia, che pizzicava rabbiosamente la propria corda: ma l'arco gli cadde di mano a quell'occhiata, rumoreggiando: ella si rivoltò, alcuni suonatori si torsero. Bartolomeo era scoperto, piangeva; però nessuno sorrise, tutti erano commossi. Il maligno violoncellista, estatico, non si avvide fortunatamente di nulla; poi, quando la Patti si abbattè nuovamente sulla poltrona, l'orrore fu tale, che egli stesso balzò in piedi. Il pubblico non potè nemmeno applaudire. Quindi l'ultima scena precipitò. Annina, il padre di Alfredo e il dottore rientrarono insieme. Naturalmente la musica sofferse del loro ingresso, e ricomparvero le frasi di riempitivo, questa volta quasi naturali, per la qualità dei personaggi e la loro posizione drammatica. La stessa volgarità delle parole li rendeva veri. Violetta moriva: l'anelito delle spalle e il cerchio turchino sotto gli occhi le diventavano più visibili, il naso le si profilava sotto la mano della morte. La vittima era adagiata sull'altare attendendo la fiamma del cielo. Una emozione religiosa s'impadronì di tutti i cuori, assiderandoli nella paura dell'invisibile. La fisonomia della morente si illuminò. Il martirio, nobilmente accettato e intrepidamente sofferto, le dava l'ineffabile sembianza dei santi. Cortigiana immolatasi per la felicità d'una vergine sconosciuta, moriva sulla soglia del santuario, come gli antichi romei in vista del Golgota, sul quale era spirato il loro Dio: e allora, pregando per un più santo Romeo, cui il cielo concederebbe di baciare la terra bagnata del sangue divino, gli affidava nell'ultima preghiera l'adempimento del proprio voto mortale. La peccatrice perdonata, non era degna di morire nel tempio di Dio. Un'altra vergine sconosciuta, forse romita di qualche povera casetta, doveva ricevere dalle mani di un sacerdote il cuore di Alfredo. Ella solamente doveva essere madre, e piangendo sul capo dei figli insegnar loro la virtù del dolore. Violetta no; il suo labbro non avrebbe potuto baciare, senza profanarle, quelle teste innocenti, il suo nome sarebbe sempre stato per loro una condanna d'infamia. Ma in quel momento, purificata dalla morte, coi piedi sulla terra e la fronte nel cielo, non pregava più, ammoniva. China sul suo diletto, porgendogli come reliquia il proprio medaglione, gli ordinava di amare un'altra donna e di procedere come un forte sul cammino della vita. La sua voce non era più umana, la sua musica era più che divina. Era un alito più leggiero di quello d'un morente, e profumato come d'un fiore; una voce, che salendo in alto si attardava in un'eco, aveva la dolcezza diffusa di un murmure e la soavità penetrante di un bacio. Non era più nè voce, nè musica, ma l'anima che si dilatava in una oscillazione di luce; la fiamma, che discesa sull'altare del sacrificio aveva consumato la vittima, e risaliva lentamente verso il cielo. Allora un grido supremo di Alfredo percosse il teatro, grido di spavento e di negazione umana dinanzi a quella visione di paradiso; poi il coro degli altri mormorò bassamente, e tutto tacque. Violetta era morta; ma il suo cadavere respirava ancora. Si alzò, battè gli occhi, brancicò la luce, mandò qualche suono che parve di parole, indi un grido, e si spezzò. Violetta era morta prima.
Allora tutti cacciarono il solito urlo, e il telone si abbassò per sempre sulla _Traviata_.
Lo spettacolo essendo finito, incominciava il trionfo. L'aria era di fornace, densa ed insoffribile: un'afa torbida s'aggravava su tutti i respiri e tutti gli occhi. Palchi e platea si alzarono: nel loggione il soffio dell'uragano piegò tutte le teste della plebe sul parapetto, e squassò sonoramente tutte le braccia. Fu uno scoppio irresistibile, che salì come un unisono procelloso, mentre la percossa delle mani imitava lo scroscio della grandine, e l'accento dell'applauso femminile vi aggiungeva come un sibilo di rami secchi. Uomini e signore, aristocratici e borghesi, tutti applaudivano col medesimo orgasmo, con una impossibile vanità di far spiccare il proprio applauso. Nelle barcacce gli eleganti erano montati sui sofà e sugli sgabelli, i fiori piovevano; i cartellini a mille colori, coi due versi della lapide collocata a perpetua memoria nell'atrio, svolazzavano con un volo di farfalle intorno alle lumiere: la gente li ghermiva e si sentiva ripetere lo splendido distico dell'impresario poeta:
Adele Patti dell'Italia vanto, Qui Felsina beò col divo canto.
Un vecchio _dandy_ con un piede sul parapetto della barcaccia immaginò di agitare il fazzoletto bianco, e tutti lo imitarono con un _urrà_, di cui gran parte andava a lui stesso: altri gestivano coi cappelli, gli aggettivi più entusiastici e più audaci esplodevano. La folla fraternizzava, tutti vociavano col vicino incoraggiandosi a battere più violentemente, nessuno accennava ad uscire, i volti s'infiammavano come le teste ad ogni squarciarsi e racchiudersi del telone. La Patti correva sola alla ribalta con passo saltellato di fanciulla, sorridendo, ringraziando con un sorriso di vanità intenerita, ponendosi le mani sul cuore, portandosi una volta le dita sulle labbra. Intorno a lei i mazzetti fioccavano percotendola sulle vesti: ella li raccoglieva, ne inseguiva qualcuno, lo raccattava, lo perdeva sempre sorridendo, con una famigliarità di scherzo, con un sollazzo di ricreazione. E il pubblico andava in visibilio di questo sfarfallare della grande artista, di questo giuoco, nel quale egli era il leone ed ella la cagnuola. Poi l'entusiasmo vero lo riprendeva, e allora in mezzo a quella compiacenza metà paterna e metà infantile, ritornava popolo, e le si serrava intorno per alzarla sulle proprie voci se non sulle proprie braccia. Il palcoscenico stesso era invaso: molti, i più fortunati, avevano rotto la consegna, e si erano affollati nelle quinte per stringerle la mano fra una chiamata e l'altra: non si pensava più alla presentazione, al decoro dell'etichetta, alla distanza del genio. Quindi nella dimestichezza della ressa erano spuntati addirittura sul palco, in soprabito e cilindro, in giacca, disinvolti come tanti inservienti, dividendo l'ovazione colla diva, applaudendola dietro la testa, urlandole sul volto i loro complimenti forsennati. Ed ella rideva, facendosi sempre più piccola, discendendo al livello di tutti, curvandosi per cogliere l'applauso di tutti. Un momento, sulla soglia d'una quinta, mentre affranta dall'incessante ringraziare riparava nell'interno, si vide un signore, un vecchio notissimo, trattenerla porgendole da bere in un calice d'argento: era una reliquia, il bicchiere consacrato dalle labbra della Malibran. Ella lo prese con nobile gesto d'orgoglio, e bevve. Il pubblico non comprese, ed applaudì anche più strepitosamente. Intanto nessuno si moveva. Il telone si abbassava e si alzava come al vento, ed ella con quell'abito semplice, il volto ripulito dalla fisonomia biaccosa di tisica, arrivava insino alle barcacce, ai lumi della ribalta, si piegava sull'orchestra più rumoreggiante di tutto il resto del teatro, si gettava nella platea e nei palchi a gesti commossi e graziosi. Ma il loggione, troppo alto e troppo lontano per essere veduto, ingelosiva e lanciava urla, che parevano minaccie: ella alzò una volta il capo, e lo chinò con tale espressione di meraviglia sbigottita, che fu per lui il miglior complimento possibile. Il loggione indovinò e ruggì. Allora dalle sue tenebre, fra gli urli degli evviva e dei _bis_, una voce più forte di tutto lo schiamazzo ridomandò l'ultima romanza: tutti si volsero ed acconsentirono, le domande s'intrecciavano, si rivolevano tutti i pezzi più belli, ostinandosi in quell'impossibilità di averli con una compiacenza demente ed adulatrice. Giammai tempesta di teatro fu più ruinosa, nè folla più fitta e scompigliata. La maggior parte era in piedi sugli scanni, battendo i piedi, percotendo i bastoni, sbatacchiando i coperchi dei sedili per disperazione di non poter fare di più. Ma se il pubblico non si stancava, la Patti era esausta. Il suo passo diventava lento, il suo gesto spossato: la fatica dell'opera e l'emozione di quel turbine, per quanto vi fosse avvezza, la sopraffacevano. Il pubblico lo sentì, e si acquetò quasi d'improvviso. Ella riapparve ancora una volta, un _urrà_ fece tremare la volta del teatro, e un paio di guanti, lanciato da un palchetto, venne a caderle ai piedi. Era l'ultima follia della sera. Ella lo raccolse con un sorriso, lo strepito ondeggiò, il sipario calò per l'ultima volta. Allora le piccole vanità vollero tentare di mettersi in mostra applaudendo ancora, mentre la folla si voltava per uscire: vi furono sforzi feroci, grida isolate e rauche, parve quasi che l'applauso si ragglomerasse, salì, oscillò, e si disciolse inutilmente. Tutti erano stanchi. Quindi la moltitudine cominciò ad occuparsi di se stessa, e un'altra curiosità la distrasse. Così denso ed illuminato, in quell'ondeggiamento di colori e di persone, il teatro era un altro spettacolo.
Mezz'ora dopo in una piccola bottiglieria presso il _Brunetti_, affollata di gente, un gruppo di suonatori d'orchestra discuteva la Patti. Erano tutti giovani, che avevano preso nel mezzo Bartolomeo come un giocattolo, ma che nel calore della disputa se lo andavano dimenticando. Il buon uomo ascoltava intontito quella diatriba appassionata, nella quale sfolgoreggiavano le nuove teoriche dell'arte. I nomi celebri abbondavano fra una agglomerazione violenta di giudizi e di osservazioni bislacche, di argomenti acuti e di appunti sensati. Naturalmente Bodoni, il violoncellista, col suo entusiasmo a fondo pessimista, dominava la discussione, animandola. In quel momento lottava col primo violino di spalla, un giovane alto e magro dalla fisonomia malaticcia e l'accento freddo. Era il miglior allievo dell'illustre Verardi, una speranza dell'arte, di già celebre per tutta la città. Bartolomeo, contrabbasso dozzinale d'orchestra, guardava con rispetto misto di ammirazione quel ragazzo di vent'anni, che dava dei concerti, e ch'egli credeva destinato ad un immenso avvenire.
— Ah, lo stile! — interrompeva il violoncellista — hai ragione. La Patti lo ha castigato, la sua misura è ineffabile, il suo accento sicuro. D'accordo; bisogna saper disegnare per essere pittore, ma il colore è più che il disegno, e il colore stesso non è che un elemento dell'arte. La vita sola, mio caro, chiamala anima, realismo o idealismo, tutte parole inutili, che spiegano male il secreto; la vita sola è tutta l'arte.
Ma si fermò come sorpreso da una interna contraddizione. Rimase un istante concentrato, indi proruppe quasi stizzosamente:
— Credi tu che la Patti sia un genio? No, perchè allora sarebbe troppo grande. Essere stasera Violetta per diventare domani sera Rosina nel _Barbiere_, poi Ofelia nell'_Amleto_, poi Dinorah, poi Margherita nel _Faust_, poi Amina nella _Sonnambula_: mio caro, ma allora è un fondere Verdi con Rossini, Rossini con Thomas, Thomas con Meyerbeer, Meyerbeer con Gounod, Gounod con Bellini: e nota che dietro Verdi c'è Dumas, dietro Rossini Beaumarchais, dietro Thomas Shakespeare, dietro Gounod Goethe, dietro Bellini c'è Romani, e quindi non c'è nessuno. Sarebbe troppo, ed è impossibile. La sua piccola testa dovrebbe contenere tutta la sostanza di quei cervelli creatori, se la magìa del canto le venisse da coscienza di ingegno drammatico. Ella non ne sa niente.
— Che! — esclamarono tutti in coro.
— Silenzio! Non m'interrompete — gridò con gesto vivacissimo, levandosi in piedi e cacciandosi più innanzi coi gomiti fra i bicchieri —. Credi tu che Salvini sia arrivato al fondo dell'_Amleto_, egli che lo fa come nessuno al mondo lo ha mai fatto? O Modena, il suo sublime maestro, che declamando Dante spingeva l'impudenza del proprio genio fino a fingersi Dante medesimo nell'atto d'improvvisare quei versi, come se Dante li improvvisasse, e si arrestava correggendoli: credi tu che Modena abbia sorpreso il processo del genio dantesco? Parla con Salvini di Shakespeare, e sentirai che genere di analisi: leggi ciò che Modena ha scritto su Dante, se vuoi comprendermi, e comprenderai che nessuno dei due artisti ha capito i due poeti. Eppure li rendono, e forse nè Dante, nè Shakespeare, assistendo alle loro recite, li avrebbero rinnegati. Perchè? Mistero. Cantanti, comici, suonatori, non comprendono mai quello che fanno; qualche volta lo sentono e nullameno lo rendono male; più spesso non lo sentono, e lo rendono benissimo. Quando la Patti fugge singhiozzando fra le quinte, la prima cosa, che le presentano, è un bicchiere di acqua o di vino per risciacquarsi la bocca; ecco per la sincerità della sua emozione drammatica. È la voce, il gesto, la fisonomia, è un arcano inesplicabile, che crea questi artisti, i quali muoiono senza provare quasi mai nessuna delle emozioni o delle idee, che destano negli uomini d'ingegno. La Patti possiede questo segreto: la sua voce ha le flessioni di tutti i sentimenti, le gradazioni di tutte le espressioni, lì, pronte al minimo cenno, sopra qualunque parola. Rossini si vantava di poter mettere in musica anche la lista del bucato, e ci sarebbe riuscito; la Patti, se vuole, ti farà piangere con uno stornello da osteria e col più sciocco. Rossini è un genio intellettuale, la Patti è un genio fisico. Qui sta la differenza.
— Come si accordano allora?
— Ecco ancora il mistero! Come stanno assieme anima e corpo? eppure ci stanno. Tu sei un grande suonatore: lasciamelo dire — ripetè ad un gesto del violinista: — tu suoni Beethôwen. Ebbene, giacchè dovresti secondo il tuo sistema averlo compreso, ti sentiresti di tradurre nel linguaggio comune le idee, che egli ha espresso col linguaggio musicale? Boito, e vedi che ha dell'ingegno, si è provato di scrivere la poesia di alcune fra le romanze senza parole di Mendelsonn, e ha dovuto smettere, poichè si accorgeva di diventare ridicolo. E tu vuoi che la Patti, afferrando il significato morale delle due Margherite, quella di Dumas e quella di Goethe, senta egualmente la diversità di questi due amori, ella che nell'amore è arrivata fino a Niccolini, e si è fermata? Eccolo lì il tuo genio femminile colla sua gamma di mondi e la sua scala semitonata di personaggi, che vanno dalla servetta alla dama, dalla civettuola alla martire, passando attraverso l'imperatrice e l'eroina: il tuo genio, che, identico a se stesso in ogni secolo e in ogni clima, rivivrebbe in tutti i temperamenti: eccolo lì, in adorazione, davanti alla testa grossa di Niccolini, il quale, credo, si tinga i capelli, e dovrebbe tingersi la voce per farla parere più giovane; eccolo lì, che viaggia l'Europa per fare quattrini, e si mette i diamanti regalati come i galloni della propria livrea di cantante. Questo genio — seguitava con una specie di rabbia — il quale in fondo non è che l'eco delle idee altrui, e non ha più coscienza di un'eco; questo miracolo, che appassiona tutto un mondo e me per il primo; quest'artista, che adoro e che disprezzo, che ha aspettato, dicono, quarant'anni per innamorarsi di Niccolini, un Alfredo, che ne ha cinquanta, e ch'ella ha nullameno anteposto al marchese proprio marito. Eccolo lì; questo genio femminile, al quale Rossini, il genio intellettuale, disse un giorno colla sua solita profondità: quando si è la Patti, si sposa un principe del sangue o un tenore: cioè, o si ha una grand'anima, e si diventa una gran dama, che non canta più che per amore; o si ha una piccola anima, e si resta una grande artista, che canta per i quattrini e s'innamora sul palcoscenico come le coriste. Naturalmente il tuo genio non capì: ed ecco la tua Patti, marchese di Caux, al _Brunetti_ con Niccolini. Assurdo, demenza, vigliaccheria!
Questa violenta diatriba pronunciata con voce stridula e accompagnata da una bufera di gesti sbaragliò per un momento tutto il coro degli elogi. Bodoni era rimasto in piedi, assaporando sulle faccie ammirate e confuse degli amici il trionfo dei propri paradossi. I suoi occhietti grigi di pollo scintillavano, mentre le dita per un vizio di suonatore gli picchiavano inconsciamente sul marmo del tavolino una suonata inintelligibile. Ma il violinista replicò. Egli era freddo e non gestiva. La sua fisonomia, smorta di ammalato, sarebbe stata quasi inanime senza la vivacità degli occhi, nei quali a quando a quando passava un baleno. Bodoni stava per ribattere, quando un altro lo prevenne.
— Tu già sei sempre dell'avviso contrario — gli disse un clarinetto con accento piccato. Ma Bodoni non gli si volse nemmeno, e seguitò a guardare il violinista.
Questa attenzione lo lusingò.
— Tu parli benissimo, ma sei andato fuori di questione. Appunto perchè la voce della Patti non è perfetta come quella della Frezzolini, e Bartolomeo aveva ragione...
— Niente, niente, non lo dirò mai più — interruppe Bartolomeo con impeto così comico di convinzione, che tutti sorrisero; e l'altro seguitò:
— Appunto per questo avevo voluto insistere sulla purezza del suo stile e sulla perfezione del suo metodo. Se non hai ragione in tutto, ne hai moltissima qui: il segreto dei cantanti sta nella impostatura della voce, nel conoscerne bene il registro, e nel saper formare la nota. Il resto è natura; il timbro, l'accento, la pasta, l'estensione non si acquistano. Per esempio, io preferisco i bassi della Stolz a quelli della Patti: la Galletti ha molte note migliori, ma è un altro temperamento di artista; forse egualmente forte, ma più limitato. Non so se la Patti nell'ultimo atto della _Favorita_ la vincerebbe. La Patti invece è insuperabile, e mi pare che oltrepassi persino le esigenze dell'immaginazione nell'agilità: le sue note si sgranano come perle e balzano come tanti martelli di pianoforte. Quanti anni di studio le costeranno!...
— Peggio per lei — irruì Bodoni. — Guerra all'agilità, abbasso le variazioni. Se Thalberg non fosse morto, io voterei serenamente la sua decapitazione; egli rappresenta la putrefazione nella musica. Le sue variazioni sopra un motivo mi hanno sempre avuto l'aria di vermi sopra una carogna.
— Bene! — fu urlato in coro.
— Non è questo che intendevo — proseguì senza scomporsi il violinista. — Prima di tutto vi è variazione e variazione.
— Cioè gargarismo e gorgheggio, d'accordo — intercettò ancora Bodoni.
— Sia come vuoi; ma quelle del finale del primo atto...
— Ah, non me lo dire! Sì, ecco le variazioni: ciò è giusto, è sublime. Io firmo, io, e non vario per questo. Ma che accento in quegli scatti, che legature di orefice fra quegli sbalzi di tono e in quel rimescolamento di note! Ma questo è vero, questo è ancora canto, e non vocalizzo! Ti ricordi la Donadio nella _Sonnambula_? E c'è chi la paragona alla Patti! Morte alla Donadio, a questa bella donna, che pare una fattora e deve avere, sono io che te lo assicuro, un'anima più grossa del corpo della Patti. Il suo rondò finale nella _Sonnambula_, che faceva delirare al Corso, è un affare di cariglione, o, se ti piace meglio, non è più un pezzo della _Sonnambula_, ma uno squarcio d'esercizio.
— È troppo! — esclamò il violinista rattenendolo con un gesto di pacificazione.
— Sì, ciò che dissi anch'io quella sera; è troppo! — replicò l'implacabile Bodoni con accento di scherno — ma il pubblico allora applaudiva in delirio, e stasera è quasi rimasto freddo ai gorgheggi della Patti. Giustissimo: Berlioz, Beethôwen, Donizetti, che muoiono quasi nella miseria, mentre Marchetti, che ha musicato il _Ruy-Blas_ di Hugo peggio che Garibaldi non abbia scritto il proprio sbarco dei Mille, morirà nelle ricchezze guadagnate.
Lascia stare Garibaldi — disse severamente il clarinetto entrato nella disputa: — tu non sei neanche degno di nominarlo.
— Come tu di averlo avuto generale a Mentana quando sei scappato. Niente: io sono aristocratico. Se i repubblicani arrivassero al potere, forse la loro prima legge sarebbe di abolire la dote dei teatri per distribuire ai poveri i diecimila franchi della Patti. Io che invece sono aristocratico, preferisco la musica ai poveri. Probabilmente per l'onore dell'umanità, la tua repubblica del dovere non sarà mai che una prosa fredda come quella di un processo verbale, la forma più bassa della letteratura, mentre la musica è la cima più alta dell'arte. Se ti dicessero stasera: sta in te, puoi fare la repubblica o avere la Patti? Ebbene, tu sceglieresti la repubblica, infelice clarinetto, e anderesti in piazza con un'altra guardia nazionale a stonare l'inno di Garibaldi, che è brutto. Ricordati, patriota repubblicano, che l'inno austriaco di Haydn è sublime. Se tu fai la repubblica, io ti abbandono Niccolini, che è degno di cantare i vostri inni democratici, e mi tengo la Patti. Bartolomeo, tu sei un uomo onesto: giurami che sei del mio gusto, e che accetterai la Patti piuttostochè la repubblica.
Una risata clamorosa accolse questa diversione su Bartolomeo, che sbattè gli occhi in segno di assenso.
— Pensaci, mio caro Bartolomeo, se vuoi diventare il suo amante, perchè sei vecchio e il tempo stringe. La Patti non è bella come femmina, ma è talmente elegante come donna, che Cremona, il pittore milanese, le ha proposto di farle un ritratto, sedotto dalla intonazione della sua toeletta. T'immagini tu di essere il suo amante, nel suo magnifico appartamento di Parigi, perchè sono sicuro che ne ha uno magnifico, dopo averla veduta in teatro fra il delirio del pubblico, sopra una bufera di desiderii: sapendo che fra un'ora ella ti aspetterebbe in un gabinetto di raso, e che quattromila persone si farebbero tagliare a pezzi per entrarci in vece tua. Ciò è superbo. Ecco la vita, mio povero clarinetto repubblicano: posare i piedi dove gli altri arrivano appena colla fronte, possedere ciò che tutti desiderano, e magari gettarlo. La tua repubblica è una livellazione, una pianura: io pittore preferisco il paesaggio accidentato della montagna, io uomo adoro le cime e vi pianto sempre i miei castelli fantastici. Se fossi come te, mio grande Bartolomeo, l'amante della Patti, vorrei un gabinetto di raso cilestro, mi coricherei sopra un divano colla pancia in aria, e vorrei che ella mi si accovacciasse daccanto sul tappeto come una cagnina. Allora chissà a che cosa si pensa. Ma in mezzo alle tue distrazioni non avere che a dirle: Adelina, accendimi il sigaro, e cantami il finale del _Trovatore_, la frase più bella di Verdi, la frase più sublime di Eleonora: ed ella, che la canterebbe per me solo, come in teatro e meglio. Tu sai la mia stranezza: io adoro la voce senza accompagnamento di sorta, perchè mi pare che il linguaggio vero sia così. L'Adelina mi canterebbe sul capo come a Manrico, e all'ultima nota, colla sua leggerezza di prima donna, che ha migliorato sul palcoscenico la naturale facilità di cadere, mi si rovescerebbe addosso, gettandomi un bacio dentro la bocca. Così.
E accompagnando il fatto alle parole, si avventò alla faccia di Bartolomeo, che lo aveva ascoltato a bocca aperta, e vi soffiò dentro come sopra una candela.
Bartolomeo, che si era abbandonato alla poesia buffona e voluttuosa di quel sogno, ebbe un tale sussulto e strizzò gli occhi così comicamente che la discussione degenerò in baia, ed egli ne fu la vittima. Allora gli rinfacciarono la commozione all'ultimo atto in quel violento pizzicato, quando piangeva a lacrimoni, guardando morire la Patti. Egli non negava.
— Che! sissignore, ho pianto, ed ella mi ha visto.
— Lo hai dunque fatto apposta — esclamò Bodoni.
— Io! no; mi vergognavo anzi: ma non ho potuto mandarla giù; mi si è serrato il gozzo a quella vocina, con quella cuffia, che la faceva quasi parere più bella.
— La voce?
— No.
— E tu ti sei innamorato!
— No.
— Sì, sì — gridavano in coro.
— Domattina — disse il violinista — io debbo esserle presentato da Verardi, che ella desidera gentilmente di conoscere: glielo dirò.