Part 20
— Ti sono piaciuti i diamanti della Patti? Te lo leggo sulla faccia, li hai ammirati. Ella ha voluto farne pompa anche in campagna, ed era una scempiaggine; nel ballo, ed è stata una provincialata. Eppure il più piccolo di quei diamanti costa forse più di quello, che nè tu nè io guadagneremo mai nella nostra carriera di suonatori. I diamanti bisogna averli, ma nel cassetto, per godere ogni tanto della loro purezza, che supera quella dei fiori, della loro luce, che vince quella del sole. Li porti? Ed allora fossi pure un imperatore, non sei più che un povero borghese, il quale ha bisogno di fare invidia per sentirsi superiore, e fra tutte le invidie sceglie quella dei miserabili, che è la più bassa. Perchè la Patti se li è messi stasera? Per provare al pubblico che i diecimila franchi di ogni sera sono una verità, e alle signore dei palchi, che essa, una cantante, ha più gioie di loro, principesse di nascita o milionarie di posizione. La Patti è una donna: ecco perchè canta. Perchè vendere per diecimila franchi la sua voce e la sua anima? Se io le fossi amico, le direi che un cavallo da corsa, a Londra, in tre minuti vince centomila lire di premio, e due milioni di scommessa, in faccia allo stesso pubblico, al quale essa getta così se medesima, e che non l'ha mai applaudita come Gladiateur o Iroquois. Bada; il _Brunetti_ contiene tremila persone, il _Covent Garden_ poco più: al gran Derby, io ci sono stato, nelle corse meno frequentate vi sono trecentomila persone. Ecco il pubblico nella verità della sua natura grossolana, che non può andare al di là della sensazione, e preferisce quindi la più acuta, quella di una scommessa sopra un cavallo, all'altra di una sorpresa in una scena. Credi tu che questa gente, la quale applaude con tanto fracasso, possa aver compreso l'arte divina, con cui la Patti ha cantato tutto quell'atto? Allora perchè non ha applaudito il primo, diversamente, ma non meno perfetto? Ma il sentimentalismo di questo è più facile del brio di quell'altro. Si distingue una donna, che pianga da una che rida, ma cogliere la differenza fra due lagrime o due sorrisi, ecco l'incomodo per coloro, ai quali manca l'intelligenza penetrante della realtà, o il senso squisito dell'arte. Vedrai che a quest'altro atto la platea scoppierà in grida, e i palchi in singhiozzi; la Patti sarà sublime a buon mercato, poichè il patetico profuso nella scena basta per sè solo a commovere una massa. Ed ella colla Malibran, la prima artista del nostro secolo, al disopra della Sontag e della Galletti; ella, che crea colla voce, come Verdi può creare colla penna, e spesso molto meglio; già abbastanza ricca per vivere come una regina, ed abbastanza gloriosa per rientrare nell'isolamento di tutti i grandi spiriti, viene in quest'ignobile cantina del _Brunetti_ davanti a un pubblico, nove decimi del quale non conoscono la musica, per ottenere diecimila franchi di paga, e diecimila applausi di buona mano. Ciò è ancora più vigliacco che assurdo.
Bartolomeo travolto da quest'eloquenza fece un gesto per resistere.
— Aspetta — gridò l'altro. — Se la sua fosse la beneficenza del genio, che si prodiga in capolavori per decorare la vita sciagurata dell'umanità, e si getta egli stesso in elemosina come un gran signore, il quale non avendo più denaro si offre per un servizio: se ella fosse Dante o Beethôwen, Michelangelo o Shakespeare, bisognerebbe cadere colla fronte per terra, e adorare quest'artista incomparabile, che passa attraverso l'Europa per improvvisare un'ora di gioventù nei cuori più invecchiati, un profumo di primavera nelle anime più inaridite. Ah! sarebbe più bello di Dante, e più grande di Shakespeare: l'arte non ha altra missione, far dimenticare la vita rappresentandola, illuminare la realtà trasfigurandola nel sogno. Ma no, mio caro — proseguì incalorandosi e contraendo la faccia a una fisonomia ringhiosa di scimmia: — diecimila applausi, che valgono ancora molto meno, di gente, che ella non conosce e non vorrebbe conoscere personalmente, che la farebbero forse ridere se non piangere coi loro giudizi.
E si arrestò ansante: il teatro tumultuava sempre. Si girò intorno uno sguardo, quindi rivoltandosi verso Bartolomeo quasi inebetito da quel lungo discorso:
— Non è vero che ho ragione?
— Ma allora come faremmo noi a sentirla?
— Faremmo a meno. Bevi forse del tokai tu? Ho forse una madonna di Raffaello sopra il mio letto, io che non ci credo, e la terrei tanto volentieri? Guarda: se io avessi dei milioni, non come i nostri milionari di Bologna: essi sono miserabili, nessuno ne ha nemmeno un paio di dozzine, e vedi che è un'inezia. Se io fossi milionario anderei subito domattina dalla Patti, e le direi: il vostro impresario vi dà diecimila franchi per sera perchè cantiate, io ve ne do quindicimila, e compro il vostro silenzio. Se me lo permettete, verrò a tenervi compagnia; canterete, se ve ne salta il ticchio, ma se m'accorgo che lo fate per sdebitarvi, ve ne manderò altrettanti ogni mattina per il mio cameriere, e non metterò mai il piede nel vostro appartamento. Ecco che cosa direi a questo genio che si degrada, a questa donna che si prostituisce. Le direi: andate a Roma, a Parigi, vi darò un palazzo grande come una reggia: voi già sareste ricca da comprarlo volendolo; siate una gran signora, gettate alla porta quel Niccolini, che non è mai stato un gran tenore e non può essere più un grande amante; aprite i vostri saloni a tutta l'aristocrazia del pensiero, e componetevi una corte di sovrani come Napoleone I. Voi avete la sua potenza ed il suo genio, giacchè vi trascinate dietro la stessa Europa incatenata al vostro carro: aspettate che il vostro spirito avvampi nella febbre dell'arte, e allora cantate per essi, che potranno comprendervi. Aspettate che Victor Hugo, il vecchio sublime, venga qualche sera a riposarsi nel vostro salotto, e ravvivatelo col canto: egli sarà l'idea e voi sarete la parola, egli il ritmo e voi la modulazione: aspettate che qualche grande ambizioso vinto vi domandi un'ora di calma, e allora cantate come voi sola potete cantare. Sarete la prima donna, e la prima dama del nostro secolo. Ma non mischiate mai danaro nella vostra arte, siate come Dante e come Shakespeare, come Beethôwen e Michelangelo: lasciate agl'istrioni la plebe dei teatri, che vuole divertirsi perchè fatica, e giudicare perchè paga. Il suo denaro eccellente per pagare delle scarpe o saldare dei pranzi non può valutare la vostra anima, essere il prezzo della vostra voce. I capolavori sono fatalmente gratuiti, anche quando non sono pubblici. Forse ella è donna, e non mi comprenderebbe, e allora le getterei un milione in faccia, proprio come nel finale di quest'atto, e le direi colla mia voce più insolente: giacchè la sordidezza della vostra anima è pari alla purezza della vostra voce, tenetevi il pubblico e Niccolini, fatevi pagare tutte le sere come le coriste; ma, per quanto gl'impresari vi paghino bene, non raggiungerete mai il prezzo di un cavallo da corsa, e sarete sempre meno stimabile; il cavallo corre per guadagnare la bandiera, mentre voi cantate per intascare il premio.
In quel momento il direttore risalse sulla scranna.
— Aspetta — gridò il violoncellista vedendo Bartolomeo, che si alzava senza rispondere: — sai che cosa è la Patti?
— Sei matto, tu!
— Infelice! — egli rispose compiangendolo con un gesto comico di disperazione — tu non mi comprenderai, e la mia definizione della Patti sarà la più bella di quante ne daranno i giornali.
— La Patti è...
Fortunatamente la bacchetta del direttore percosse la lastra tagliandogli netta la parola; ma Bartolomeo, che l'aveva intesa, alzò vivamente l'arco per darglielo sulla testa. Il violoncellista fu presto a balzare indietro, e sempre ridendo tornò alla propria sedia. Bartolomeo guardava già al sipario; la preoccupazione del suo spirito si era fatta grave come una malinconia. Appoggiato al grosso manico del contrabbasso arricciato e borchiato come un pastorale, la mano sulle chiavi e la testa sulla mano, aspettava che il telone si squarciasse nell'atteggiamento vanitoso di un concertista, che attende il proprio pezzo. La sua alta statura, che lo faceva quasi dominare tutta l'orchestra, rendeva anche più sensibile il contrasto della posa romantica colla sua fisonomia bonaria di grande mangiatore. Il violoncellista, che non lo perdeva d'occhio, se ne accorse, e quando il sipario si scisse, e la Patti apparve in fondo all'alcova, sdraiata sul lettino, vestita di bianco, alle ultime note del celebre preludio celando rapidamente la testa dietro il violoncello:
— Meo! — gridò.
Egli si volse, e l'altro gli rise in faccia con tale escandescenza, che raccapricciando di essere penetrato, Bartolomeo impallidì.
A rovescio di Dumas, che descrive la miseria di Margherita in mezzo al magnifico appartamento sequestrato dai creditori, Verdi ha immaginato una modesta cameretta, come se uscendo da quel ballo fatale, Violetta avesse abbandonato il barone e fosse ricaduta nella miseria. Ma la musica non avrebbe potuto raccontare tutti i dolorosi particolari della Signora delle Camelie, analizzare le ultime lacerazioni della realtà nella trama già troppo logora dei suoi ultimi giorni. In questo la musica, linguaggio eccezionale, rimane troppo al disotto dal linguaggio ordinario, pel quale un'esistenza può passare intera. La piccola camera aveva le pareti giallognole, una toeletta dozzinale in un canto, una specie di alcova in fondo, con uno straccio di cortina bianca, sotto la quale riposava una forma ancor più bianca. Era la Patti. La scena indicava il mattino, e pareva notte. Una miseria mal dissimulata dalla decenza faceva sentire un'aria fredda nella camera, che il respiro troppo tenue dell'inferma, e il sonno troppo lieve dell'infermiera non bastavano ad animare. La camera vuota pareva troppo grande. Il caminetto di carta non aveva nè fuoco nè legna: era in sulla fine di carnevale, l'aria di Parigi all'alba pungeva senza dubbio. Sul tavolo da notte una bottiglia d'acqua, e due o tre boccette luccicavano alla fiamma del lumino riparato da un cappello verde. Violetta si destò per chiedere un sorso d'acqua, ma nell'accostare le labbra al bicchiere nascose la faccia contro il grembo dell'Annina. Per un'ultima civetteria di grande artista la Patti riservava l'effetto del proprio volto per quando scenderebbe dal letto. Adesso non si discerneva che una cuffietta bianca, dalla quale sfuggivano sull'origliere alcune ciocche brune: il resto era confuso sulla coperta. Poi il medico arrivò mattiniero secondo il solito, e Violetta volle alzarsi.
Allora un raccapriccio gelato corse per tutto il pubblico. La tisi lenta, che la divorava da qualche anno, non le aveva lasciato più che la pelle cenerognola e poche ossa, fortunatamente nascoste dal vestito. Ma i suoi movimenti erano così rotti, che sembrava di intenderle scricchiolare ad ogni istante. Il suo bel viso da uccello di rapina, a forza di assottigliarsi, era rientrato nel profilo tagliente del naso, mentre gli occhi le si erano sprofondati nell'orbita, e il loro cerchio turchino era disceso giù nello scavo delle guancie. Ma la bocca livida aveva ancora i denti bianchi come nei giorni del suo bel sorriso. Una piccola cuffia da notte, di una semplicità molto povera, tratteneva il disordine dei suoi magnifici capelli neri, e le si annodava sotto il collo con due lunghe cordelle cadenti sul seno. Ella si appressava, sorreggendosi sulla spalla del medico e sul braccio di Annina con uno sforzo così faticoso, che le traeva ad ogni passo dal petto uno scoppio di tosse. Nulla restava più della Violetta, che Parigi aveva ricevuto un mattino dalle mani della provincia, fresca come un pomo, per gettarla nella terribile operosità delle proprie cucine, e trarla frutto candito dall'aspetto malsano e il sapore composito. Tutta quella decorazione, abbagliante a forza di essere ricca, che aveva fatto di Violetta una delle tante fantasime del lusso, una figura volgare e straordinaria appunto come una decorazione improvvisata, nella quale non si erano risparmiati nè danari nè uomini; la Violetta, che passava fra le duchesse del bosco di Boulogne come una duchessa di un'altra aristocrazia, che era una curiosità per tutti gli uomini ed una novità per tutti i luoghi; la Violetta, che una sera, d'improvviso, era saltata a piè pari dal proprio trono vendereccio per infilare il braccio di Alfredo, e fuggire con lui in campagna a respirare l'aroma della terra; la Violetta dell'ultimo ballo, spettro regale, che ricompariva nella sala del trono per ricevere un insulto plebeo da un suddito pazzo di amore: tutto era sparito senza traccia e senza speranza. Solo i capelli, ricciuti e neri come una volta, gettavano ancora sotto il trapunto della cuffietta qualche ilare riflesso.
Tutto le era stato egualmente fatale, il vizio come la virtù.
Poi, sedendosi, trovò ancora un gesto della passata eleganza, e lasciando la mano, bella tuttavia, sulla spalla del medico, lo ringraziò con uno straziante sorriso. E cantò.
La musica delle sue parole sembrava battuta sul ritmo affaticato del suo cuore, mentre la sua voce, fattasi più pura nello sfacelo di tutto il corpo, aveva l'inesprimibile limpidezza del pensiero nei moribondi. Si sentiva morire. Invano il medico colla pietà dozzinale del mestiere le diceva di confidare nella convalescenza vicina, mischiando le proprie frasi fredde tra le parole intenerite di Violetta. Poi l'ultima speranza, la sublime illusione di ogni martire, che aspetta di veder squarciarsi il cielo, ammalata anch'essa di tisi, le si svegliò in cuore. Da molti giorni Violetta aspettava una lettera di Alfredo. In quella rassegnazione d'agonia ella non domandava più che di vederla per inebriarsi l'estrema volta d'orgoglio, e concedergli il perdono del martirio. Sempre donna, voleva Alfredo ai piedi per sentirlo rabbrividire al suo aspetto di agonizzante, egli che le aveva affrettato la morte, e, mentre singhiozzerebbe, adagiargli il capo sulla spalla e spirargli l'anima nel petto. Era l'ultima decorazione della sua vita, il gran finale del suo ultimo atto. Quindi uscita l'Annina, si trasse di seno la lettera del padre, conciso rescritto di grazia, e la rilesse forse per la centesima volta. Dopo essersi battuto col barone ed averlo ferito, Alfredo era scappato all'estero per stordirsi; ma il padre impaurito del suo cordoglio ostinato, gli aveva scritto rivelandogli finalmente il secreto: Alfredo era già forse in viaggio, ed affrettava col cuore febbricitante d'impazienza l'impeto del treno, che lo portava. Ella lo vedeva laggiù, in fondo alla Francia, cacciare la testa dagli sportelli, guardando verso Parigi, e ritirarla con atto di scoraggiamento. Allora una eguale paura la sopraffaceva, e, piegando il volto sul seno, ripeteva a bassa voce colla parola di tutti gl'infelici, che la vita uccide e la morte non disillude: è tardi! Ma l'orgasmo di quell'attesa le si fece improvvisamente così vivo, che dovette levarsi. Un raccapriccio gelato le passò sulla faccia, travedendosi nello specchio: vi si appressò. Una boccetta azzurra, dal collo lungo, vi esalava ancora il profumo favorito dei suoi fazzoletti, sui quali aveva forse tante volte lasciata la bava sanguigna dei primi scoppi di tosse. Ella sorrise, poi chinandosi sulla lastra sino quasi a toccarla colla fronte, parve voler esaminare attentamente la povera sembianza, che la guardava dal cristallo con due grandi occhi di spettro. Una mano le corse involontariamente al riccio, che le usciva dalla cuffia, immutata bellezza della sua gioventù, sul quale avevano scintillato tanti brillanti, e nel quale forse si erano tuffati tanti baci di tante persone. Quindi ridivenne seria obliandosi per qualche minuto nella propria apparizione. A che pensava? Quali ricordi le tornavano alla memoria dai giorni lontani della vita, dal mattino campestre o dal meriggio parigino, e, migrando lontano come uccelli passeggeri, quale strido le gettavano dall'ultima curva dell'orizzonte? Forse il loro volo era così denso, che la loro ombra le imbruniva il volto: lo abbassò, e sempre barcollando tornò ad aggrapparsi alla poltrona. Vi sedette.
Allora l'ultima speranza, che le agonizzava in cuore, si rizzò per dare uno sguardo d'addio al mondo. Era un canto sommesso come una preghiera mormorata ai piedi di un altare, sotto la volta scura di una chiesa, che le colava insensibilmente dalle labbra, mentre l'occhio le strisciava sullo smorto paesaggio della vita. Le ultime foglie gialle erano già cadute sul terreno, tutte le mandre avevano riparato alle stalle, il vento passava in silenzio per la campagna brulla, il sole si spegneva a poco a poco come una lampada funerea. Ma ella non rabbrividiva. La sua canzone solitaria si perdeva nell'aria come l'ultimo fumo di una ruina. La testa abbandonata sul cuscino, che le rammorbidiva la spalliera della poltrona, le mani incrociate sul grembo nell'attitudine dei morti, l'occhio immobile come vetro, cantava lentamente. Quella cuffia da nonna dava un'altra malinconia alla sua nenia, una inconsapevolezza di vecchiaia, nella quale il linguaggio non è più che un'eco. Finì, poi riprese, cullata dalla sua monotonia, trasportata dal suo murmure verso il silenzio del sepolcro. Che cosa diceva quel canto? Nessuno lo distingueva bene, ma tutti capivano ed impallidivano al barcollamento di quella testa vicina ad addormentarsi nell'ultimo sonno, e che affondata nel cuscino sembrava dentro una culla. Tutto il genio infermo di Verdi mormorava in questa ultima romanza del dramma più accarezzato dal suo cuore di artista. Poi un singhiozzo, che era un insulto di tosse, la interruppe. Il pubblico rattenuto sino allora dal rispetto della morte, si scatenò in un applauso furente mentre il baccanale del bue grasso passava sotto le finestre dell'inferma con strepito avvinazzato. Quindi Violetta, ridivenendo nuovamente la Patti, dovette ripetere la romanza.
Naturalmente la ripetizione fu ancora più acclamata, ma la Patti si scompose talmente alla fine, che se la cameriera avesse tardato a rientrare colla grande notizia di Alfredo, forse non avrebbe saputo ricoricarsi moribondamente sulla poltrona. Allora la Violetta d'altra volta riapparve entro un baleno acciecante di vita. Aveva già compreso; ansava, cogli occhi in fiamme, le mani brancicanti, sentendolo salire per le scale, mentre Annina non si era ancora spiegata. Vedeva, udiva, poi l'anelito la soffocava, e le forze stavano per abbandonarla, quando Alfredo comparì sulla porta, ed ella gli si precipitò nelle braccia con un urlo straziante di demenza. Perchè mai Alfredo era sempre Niccolini, cogli stessi stivaloni e il medesimo cappello piumato? Perchè Verdi, obliando tutto il proprio ingegno, ha scritto il dialogo dei due amanti con quella volgare stampiglia di frasi, sciupando una scena, che sarebbe stata sublime in mano a qualunque altro: e stretto della necessità di una bella romanza è andata a cercarla nell'ultimo atto del _Trovatore_? Perchè Verdi è così spesso un altro, che scrive della musica da capobanda, senza testa e senza cuore? Perchè quando si sa mettere nella bocca di Violetta quell'ultima frase, mandando l'Annina per il medico, nella quale si sente dissolversi tutto il suo cuore, e che la Patti cantava come non è possibile immaginarlo senza averla sentita; perchè dunque mungerla in una cadenza, che dovrebbe far trasecolare la stessa Annina, e cader le braccia ad Alfredo per quanto sinceramente innamorato? Perchè nel duetto seguente la disperazione ribelle di Margherita, e la speranza rassegnata di Alfredo si esprimono col medesimo canto, mentre sentimento e parole sono così terribilmente opposti? Perchè questo fatale convenzionalismo, che deforma la bellezza e mutila l'arte: perchè, essendo grandi, non si osa essere liberi, e Verdi viene anch'egli colla turba dei minori e degli uguali a curvare la fronte incoronata sotto certe forche caudine? Perchè mai, quando Wagner le ha rovesciate con un cozzo superbo, i critici le rialzano, e artisti come Verdi vi ripassano?
La Patti era in piedi: un riflesso d'incendio le bruciava il viso illividito, la cuffia gettata indietro con gesto quasi feroce le svelava l'altezza della fronte, solcata da una ruga profonda e battuta da un vento di tempesta. Un momento parve dimenticarsi di Alfredo per ridiscendere come un giudice nella propria vita, e risalirne come un condannato, che montando il patibolo si ferma in faccia al cielo per disonorarlo con una suprema bestemmia d'innocente. L'accompagnamento su tutte le corde basse imitava l'anelito faticoso d'un'ultima collera. Poi fece un passo, e sollevandosi sulle punte dei piedi, le braccia levate, le mani raggrinzite nello sforzo impotente di un graffio, squassando la testa nel delirio di una imprecazione, avventò la prima nota. Era orribile, era vero. Tutta l'orchestra batteva, tutte le dita pizzicavano le corde con inconscia veemenza; Niccolini stava intontito, il pubblico era perduto di terrore. Ma le forze l'abbandonarono, e l'imprecazione le morì in lamento soffocato. Il destino aveva vinto. Perchè dunque le gettava Alfredo fra le braccia, pronto a condurla sposa in Provenza, adesso che ella non aveva più la forza di un bacio? Ah! era vile, era degno di Dio! Invano con faccia di marito bonario, Alfredo ripigliava uno ad uno i suoi accenti, e la pregava di calmarsi per non fare troppo soffrire lui medesimo; chè ella non lo sentiva nemmeno, e seguitava a gemere nel singhiozzo convulso dell'orchestra.