Quartetto

Part 19

Chapter 193,733 wordsPublic domain

In quel momento Violetta stava attendendo il padre di Alfredo. Era vestita semplicemente, ma le cattive abitudini della mantenuta, o la falsa vanità della cantante le avevano fatto mettere una moltitudine di brillanti sopra quel corsettino da campagna. Le signore, che non l'abbandonavano un solo istante col cannocchiale, susurrarono mostrandosi la raggiante ricchezza di quelle gemme. Evidentemente Violetta preferiva i diamanti ai cavalli. Ma il padre di Alfredo, Moriami, bell'uomo camuffatosi male appositamente, dal portamento vivace e la voce poderosa, entrò poco dopo. Con una condiscendenza inesplicabile per la decorazione della scena rimproverò acerbamente a Violetta l'estrema eleganza della casa, che pareva appena quella di un giardiniere; e perdendosi subito dopo nelle rimostranze di padre offeso dalle follie del figlio per una donna, stava per trascendere, che Violetta lo trattenne con un gesto. Allora la vera ed unica scena dell'opera scoppiò; Moriami fu un padre ordinario, ma un baritono corretto, la Patti un miracolo di arte e di natura. La insulsaggine del pretesto inventato da Dumas e musicato da Verdi per mettere la tragedia nel racconto e l'equivoco sulla scena, uccidendo nell'anima di Violetta la vita e in quella di Alfredo l'amore; la povera storia di quella sorella perduta in un villaggio di Provenza, la quale deve sposare un possidentuccio qualunque con centomila lire di patrimonio, mentre ella ne porterà forse ventimila in dote, e che spaventati dallo scandalo di Alfredo non possono più unirsi, come se le amanti dei fratelli disonorassero le sorelle a cinquecento miglia di lontananza; questo padre, che arriva dal fondo della Provenza attirato dai debiti del figlio, una delle più forti attrazioni, e per persuadere la donna, che egli crede il suo mal genio, ad abbandonarlo, non trova nulla di meglio a dirle che lo scrupolo piuttosto ebete del proprio futuro genero; la musica triviale come le parole del racconto e la posizione del dialogo, la cantilena dei ritornelli, la nudità del motivo e la miseria dell'accompagnamento, tutto si illuminò e disparve alle prime parole di Violetta. Coll'accento della paura, che la sorpresa intenerisce ed aggrazia, la voce rotta dai singhiozzi, sublime di debolezza e di entusiasmo, ella gli confessò il proprio amore per Alfredo, amore quasi santo per la redenzione della donna, quasi sacro in quella brevità di tisi. E mano mano che il canto angosciato le si affievoliva, quasi il solo pensiero di perdere Alfredo le rompesse l'ultimo filo di voce, le sue parole frettolose risuonavano con un borbottio d'invocazione, e i suoi occhi si figgevano nella faccia del vecchio con espressione imbambolata. Forse col presentimento degli infelici aveva paura di quel volto bonario, sul quale le passioni non avevano mai balenato, e che solo la morigeratezza e l'egoismo avevano potuto conservare così fresco. Tutto in lei pregava per l'amore. Ma colla testardaggine della gente onesta, la quale, trovandosi ad avere dal proprio canto la virtù e l'interesse, diviene scettica sulla importanza delle passioni, egli seguitò a darle i consigli di circostanza. Nè la magrezza della sua personcina, nè il rossore della febbre l'impietosivano: non si accorgeva di strapparle dalle labbra l'ultima goccia di cordiale, di soffocarle nel cuore l'ultima speranza della vita. E la musica nella sua fraseologia rettorica e plebea esprimeva abbastanza bene questo carattere vero a forza di essere brutale, questa posizione tragica, nella quale la ragione parlava col vecchio e la poesia singhiozzava colla giovane. Naturalmente il pianto è uno dei primi sintomi della debolezza, e Violetta cedè. Forse ella stessa non ne capiva bene il motivo, ma per uno di quegli abbandoni disperati, propri delle nature patetiche, si lasciava cadere ai piedi della prima contraddizione colla voluttà singhiozzante del sacrificio. Allora la vita degli ultimi mesi in campagna coll'amore di Alfredo, affluendole impetuosamente al cuore, le sgorgò in lagrime dagli occhi. La sua fiacchezza di donna e di malata le fece provare anticipatamente tutto l'orrore del distacco, e di un ritorno alla vita della cortigiana, che non può credere più alle illusioni del lusso, o sperare in un ideale più alto. Per un momento si era lusingata di rientrare nella virtù di un unico amore, e la virtù la rigettava sul corso rumoroso del vizio. Il cuore le batteva, il petto le bruciava. Le pareva impossibile di cedere, ella che aveva tutti i diritti di una moribonda, il suo ultimo mese a chi vivrebbe ancora molti anni; mentre sapeva di non costar nulla ad Alfredo, e che una rottura sarebbe forse la morte per entrambi. Ma una mano di ferro le era discesa sul cuore, e l'aveva prostrata. Il feroce destino della sua vita la ripigliava stracciandole tutti i sogni, pestandole tutte le speranze. La cortigiana doveva morire cortigiana, nella miseria di uno spedale, o nella vergogna di un sequestro. Quindi una luce improvvisa illuminò il destino, che la uccideva, e riapparve la provvidenza della sua infanzia, quando la mamma l'ammaestrava accanto al focolare, inculcandole l'umiltà dei principii e la purezza dei sentimenti. Le sembrò di ritrovarsi nell'antica casetta montanara, intatta ancora dal giorno della sua fuga, poichè la mamma ne era morta poco dopo. Ma un'altra casa sopra una più bella costiera piena di aranci e di olivi, fra una corona di colline, sotto un cielo di smalto, in faccia ad un mare di zaffiro, in un'aria imbalsamata, in mezzo ad un sorriso eterno di giocondità e di salute, le passò come una visione nel pensiero. La conosceva, era la casa di Alfredo, che egli le aveva tante volte descritto. Il vecchio cane pastore era sdraiato sulla porta, la capra favorita della mamma brucava ad una siepe. La porta era spalancata, il prato deserto. Ma ad una finestra del primo piano una fanciulla pettinata modestamente ricamava un paio di pantofole da uomo, col volto illuminato da un impercettibile sorriso. Era la sorella d'Alfredo, la vergine, alla quale ella non poteva essere presentata, l'angelo della famiglia, che stava per aprire le ali bianche al volo. Le sembrava di vederla in alto, dal prato della casa, alla guisa dei mendicanti, che venivano spesso ad implorarla. Allora tutta la ribellione del suo dolore ammutolì, e comprese di essere inevitabilmente perduta. Il destino, che la buttava ai piedi di quella vergine, come gli antichi guerrieri venivano a gettare ai piedi delle loro spose i prigionieri di guerra, era la provvidenza della sua infanzia, che sparisce talvolta, ma non dilegua, perdona forse, ma non oblia. L'ora della espiazione era suonata prima dell'ora del pentimento. Le ginocchia le si piegarono quasi involontariamente; ma come se l'aria di quella visione l'avesse già purificata, col gesto del pellegrino, che sta per riprendere coraggiosamente la via dolorosa del pellegrinaggio, stese la mano al vecchio, e cantò la preghiera dell'addio. Come la figlia di Jefte ella moriva per la parola di un padre, ma senza la poesia dell'innocenza e l'onore del corteggio. La sua lamentazione, lenta come i rintocchi di un'agonia, calava laggiù, in una valle della Provenza, sotto la finestra, alla quale la sorella di Alfredo lavorava senza alzare gli occhi dal ricamo; mentre Violetta, stringendo convulsamente la mano del padre, gli mormorava un saluto per la vergine, che doveva ignorare per sempre l'infamia del suo nome, e l'eroismo del suo sacrificio. La sua voce, sempre soave, aveva un accento ineffabile di malinconia in questa romanza, la più bella e la più vera di tutta l'opera; ma alla ripresa, quando il presentimento della morte le ebbe tolto ogni forza, anche la voce le si affiocò senza appannarsi, ed abbandonando la mano del vecchio, gli ripetè con tale sfinitezza — Dite alla giovane sì bella e pura — che il pubblico strozzato dall'emozione scoppiò in un urlo. Istantaneamente l'incanto si ruppe, Violetta scomparve e rimase la Patti, un'artista inimitabile, alla quale il teatro chiese due volte il _bis_, due volte soffocandolo sotto un grido fanatico di applauso. A poco a poco il calore dell'ambiente aveva guadagnato tutte le anime, quella romanza le incendiò. La sua tristezza era così vera, che l'amore ed il suicidio di Violetta diventavano reali, atroci, inevitabili. Non si vide altro, non si comprese di più. Per qualche minuto lo spettacolo rimase sospeso. L'applauso diventava ovazione, crescendo d'intensità e di frastuono; si sentivano i fremiti, scoppiavano già le strida della demenza. L'emozione del pubblico era talmente viva, che per sopportarla dovette ricorrere al _bis_. L'arte è un punto, l'artificio una linea: questo si raggiunge una volta, questa si può prolungarla sempre. Il pubblico, che aveva sobbalzato alla voce di Violetta, giudicò allora quella della Patti, e il giudizio fu così lusinghiero, che la grande cantante ebbe un sorriso di regina, curvandosi sotto il vento degli evviva. L'artista ed il popolo si erano intesi prima; la donna ed il pubblico s'intendevano adesso.

Quando il padre fu uscito, Violetta rimase sola per scrivere ad Alfredo il terribile biglietto. I violini di Verardi interpetrarono mirabilmente le poche e stupende note, colle quali Verdi ha reso l'ansia di quel momento, ma nè la musica, nè la voce, nè la perfezione inimitabile dell'attrice poterono risollevare il pubblico. La reazione dell'entusiasmo lo prostrava. Alfredo rientrò, e l'accordo fra il pubblico e la Patti si ruppe di nuovo.

Quella figura di barbiere, camuffato da postiglione, smagava tutta la passione di Violetta. Ella avrebbe avuto talmente torto di amarlo, che era impossibile credere al dolore delle sue menzogne e alla verità del suo olocausto. La farsa spuntava sotto la tragedia. Forse Violetta fingeva quel convulso per non parere troppo cortigiana; poichè l'insulsaggine in mostra sulla fisonomia del suo innamorato doveva averle reso ben uggioso il lungo faccia a faccia in campagna. Flora l'invitava ad una festa. Parigi rumoreggiava da lontano, attirandola come l'oceano attira il marinaio. Involontariamente tutti gli orecchi riudivano i gorgheggi leggermente avvinazzati del primo atto: ma d'improvviso, mentre l'ironia del pubblico, malcontento del tenore e forse geloso dell'uomo, agghiacciava quella scena di addio a parole mozze, Violetta riapparve con un grido talmente lacerante, che tutti impallidirono. Molti si voltarono, sporgendosi per vedere se fosse caduta ai piedi di Alfredo con una bava di sangue alle labbra; ma Violetta era già scomparsa, e Alfredo si fregava le mani in faccia al pubblico colla vanità di un uomo idolatrato.

Il resto dell'atto sembrò interminabile, il dolore di Niccolini fu ridicolo essendo falso, e lo sarebbe stato più essendo vero; i conforti di Moriami, di una scioccheria appena perdonabile ad un padre, che non può aver torto vantando i prodigi del proprio cielo provenzale. Niccolini seduto sull'unica poltrona di casa, la mano alla fronte, conservava abbastanza sangue freddo per non scomporsi la sapiente pettinatura; mentre Moriami imbarazzato sotto quella parrucca ed entro quegli abiti da vecchio, egli che la sera dopo doveva essere il più bel Barbiere di Siviglia, seguitava la predica. La quale produsse finalmente il solito effetto, e quando sperava di aver persuaso il figlio a prendere il primo treno per la Provenza, questi indovinando dall'ultima lettera di Flora, trovata sul tavolo, che Violetta sarebbe a quella festa per trovargli il successore, scappava impetuosamente per Parigi.

Si credeva che il telone sarebbe calato secondo il solito, per dare alla prima donna il tempo della grande toletta da ballo; ma forse la Patti volle provare di riuscirvi in pochi minuti, e l'atto seguitò. Solamente la scena passava dalla campagna a Parigi, in casa di Flora, che quella sera dava un ballo in costume. Gl'invitati alla cena di Violetta dovevano convenire nella festa di Flora. Infatti un'orda di zingarelle e di ballerine sboccò da una porta laterale del gran salone, illuminato da palle di carta oliata, che imitavano i globi di cristallo: ma Verdi o l'impresario non avendo osato affrontare la realtà di un ballo, la scena rimase fredda. Poco dopo un fiotto di mattadori spagnuoli irruppe dalla medesima porta, e volle cantare un secondo coro alla padrona di casa, che non ne capì nulla come il pubblico. Se gl'invitati seguitavano a venire a torme, la festa doveva finire per essere ben numerosa. Però la crisi del dramma appressava. Alfredo, pallido ancora dalla lunga corsa dal casino a Parigi, entrava vestito da ballo come alla prima cena di Violetta: gli stessi amici lo aspettavano al giuoco. Accettò, ed aveva appena puntato il primo luigi, che Violetta giungeva a braccio del barone, parata di un abito di raso bianco, meno bianco tuttavia del suo volto. Uno strascico lungo come la coda di una cometa, ornato di camelie bianche e costellato di brillanti, la seguiva ondulando sulla scena. L'abito era un capolavoro di ricchezza e di semplicità. Ella pareva uno spettro. I capelli neri, divisi sulla fronte come quelli di una madonna, le cadevano sulle orecchie con una trascuratezza, che stringeva il cuore. All'estremo pallore della faccia e al largo cerchio turchino sotto gli occhi, si capiva subito che quella donna doveva aver pianto troppo o dormito troppo poco; e, venuta per forza alla festa, si era lasciata abbigliare dalla cameriera senza accorgersene. Violetta non si sarebbe mai disposto quelle camelie in fila sul fianco, come un rosario di fiori, nè piantato quel fermaglio sull'ultimo bottone del corsetto scollato. Fiori e gemme erano troppi: una collana di perle le cingeva il collo, i monili le salivano per tutto il guanto quasi all'altezza del gomito, una minutaglia di brillanti le balenava da ogni piega dell'abito, persino dalle fibbie delle scarpe. La pompa insultante della toletta guastava l'aristocratica delicatezza della sua figura, alla quale la piccola camelia bianca sulla fronte avrebbe dato un ben altro significato di poesia.

Come tutti gl'innamorati, che cercano uno scandalo, Alfredo aveva subito alzato la voce provocando il barone al giuoco. Il barone aveva acconsentito ed aveva perduto. Fortunatamente quando l'alterco stava per scoppiare, e Violetta lo seguiva con occhio smarrito, un servo venne ad annunziare la cena. In due ore era la seconda per i coristi, che nullameno urlarono ad unanimità: andiamo! I due rivali dovettero seguirli per ultimi, non senza scambiare prima qualche frase equivoca di minaccia; e la scena rimase vuota. Ma Violetta rientrò barcollando quasi immediatamente; aveva indovinato il disegno di Alfredo, e voleva impedirlo affrontando magari tutte le contumelie ed i graffi della sua gelosia. Da vero collegiale Alfredo non capì nulla della sua costernazione. Violetta avrebbe voluto inginocchiarglisi ai piedi, se il pericolo di essere sorpresi non l'avesse trattenuta, e cogli occhi dilatati dallo spavento, che le battevano come nell'abbarbaglio di un miraggio, vacillava ad ogni sua cattiva parola. Egli era superbo, affettato. Quella preghiera sbigottita gli saliva alla testa come l'ultimo incenso di un amore non ancora ben spento; epperò, malgrado ogni feroce proposito, gli trasse di bocca qualche motto di fuga. Allora Violetta ebbe un gesto così sublime di disperazione, che tutto il teatro fremè: Niccolini invece saltò alla porta con due grandi passi tragici, e, prima che ella avesse il tempo di vietarlo, chiamò tutti i coristi. Era destinato che quegl'infelici non dovessero cenare. Infatti accorrendo di malumore gli fecero cerchio intorno come in piazza: gli altri invitati arrivavano, Flora si mise a fianco di Violetta, il barone pretesto imbecille di tutta la scena, si cacciò coraggiosamente fra loro ed Alfredo, che aveva avuto il tempo di atteggiarsi con tutta la maestria di un provetto cantante. Ma questa volta fu tenore e buono. La sua invettiva, da principio a voce sorda, crebbe tremendamente di parola in parola, come se nella veemenza dell'ira gli si rischiarasse la voce. I capelli neri arricciati con tanta civetteria sulla fronte, questa volta gli squassavano come una criniera, mentre colla faccia vampeggiante di rossore, e i garretti tesi come un leone che sta per spiccare lo slancio, gualciva nella mano contratta la terribile borsa. Sciaguratamente per lui Verdi aveva perduto tutto l'impeto della maledizione, ripigliandone la cadenza con una modulazione da stornello nel momento, che lo scoppio di quella collera, quasi degna di un eroe e così vera per un geloso, doveva avere la detonazione di una bomba. Niccolini dovette scomporsi. Il pubblico lo perdette di vista per Violetta. Aggrappata alle sottane di Flora col viso stravolto dall'orrore dello sfregio imminente, il seno anelante, la bocca aperta per un urlo impossibile, che sospendeva il battito di tutti i cuori, tremava ed oscillava come un giunco. La sua veste bianca pareva una falda di neve, la sua faccia una faccia fantastica. Era troppo! Quella scena di Alfredo doveva essere un sogno peggiore di ogni realtà, una immaginazione spaventevole di un fatto non mai accaduto! E in quel raccapriccio Violetta rassomigliava all'olandese del vascello incantato, colla indescrivibile fisonomia, che solo una tempesta di mille anni ha potuto comporre. Non le restavano più che gli occhi e la bocca, il resto era tutto bianco come una nebbia, che sarebbe svanita con un soffio. Ma i suoi occhi ardevano, e nelle contrazioni della bocca muta le ruggivano tutte le strida della procella. Tratto tratto una frase infame di Alfredo l'attirava e la respingeva, mentre un terrore tragico le saliva dall'anima sul volto come un'ombra sopra una larva. Le sue mani sole parlavano, e una parola inarticolata, unica e tremenda, una negazione irresistibile ed inutile le crepitava nell'ultima convulsione dei lineamenti. Ognuno tremava, ma la tensione delle anime era tale, che la più piccola percossa avrebbe determinato un'esplosione. E fra il rombo di quell'anatema ed il silenzio di quell'esecuzione, nella quale la vittima era innocente, Violetta cresceva. Ritta sulla punta dei piedi, le mani raggrinzite sulle spalle di Flora come per sollevarsi al disopra di quel gesto che le cadeva sul capo, la sua bianca figura sembrava allungarsi in un prodigio di luce bianca: e quando Alfredo, sfinito di rabbia, le scaraventò in faccia la borsa, trattenendo lo scatto più brutale di uno schiaffo, ella pure gli si avventò dall'alto del suo bagliore di angelo, e respinta dalla ferita mortale si abbattè vacillando sulle spalle di Flora.

Il teatro ruppe in un urlo di liberazione; l'incubo si era risolto nella morte.

Ma invece di attendere ai rimproveri del padre, che arrivava in buon punto per compiacersi dell'opera propria, o al borbottio di Alfredo prolungato dalla musica in una imitazione di gargarismo, mentre il barone approfittava del frastuono per minacciare impunemente, tutti gli sguardi si accalcarono intorno al sofà di Violetta. Era svenuta in atteggiamento scultorio. Poi sembrò ridestarsi, e girando intorno gli occhi, sentì nella cantilena del coro il dolore della propria ferita. Alfredo si era quasi rincantucciato come un pauroso dietro la gente. Allora senza vederlo, con un gesto di martire, ella esalò l'ultimo sospiro d'amore. Il sacrifizio era compiuto e la vittima era viva. Il suo abito bianco pareva una tunica di angelo, la camelia della sua fronte un astro. La sua voce pura, come il suo cuore dopo l'olocausto, cantava fra quella turba ad una visione trionfante, quando Alfredo sapendo finalmente la verità verrebbe a morire d'amore sulla sua fossa recente. Un'ultima generosa malinconia velava la gioia del suo perdono, mentre i suoi occhi illuminati dalla fede si appannavano di una lacrima tardiva. Ella si obliava nel canto. La sua invocazione, forte sul principio come il grido di un risorto, s'indeboliva lentamente nel murmure concitato della folla, sulla quale la sua anima bianca si librava come una nuvola di sacrificio sull'altare. L'accordo tumultuoso di quel pieno, che sembrava sostenerla, dava un'acutezza quasi più limpida agli squilli, una lentezza più mesta alle cadenze della sua voce. Tutta l'orchestra ondeggiava, la bacchetta del direttore non percuoteva più la lingua di latta, e la Patti cantava sempre in quell'attitudine di statua, animata da un sentimento che eccedeva la vita, e al quale solamente il suo canto poteva infondere la verità. Quindi il telone avviluppò nuovamente tutta la scena, e il finale s'interruppe senza che paresse esaurito.

Il pubblico, che non se l'aspettava, ne rimase intontito. Poi le conversazioni risorsero in mezzo ad un applauso pieno di urla rotte e di gesti maniaci. La platea era in piedi, uomini e signore, tutta la gente si sporgeva dai palchi, si protendeva dalle gallerie, precipitava quasi dal loggione. Era come un'enorme scommessa a chi troverebbe la percossa più sonora, l'evviva più clamoroso, il grido più entusiasta. E tutto ciò in uno strepito di sommossa, che eccitava perfino le adesioni compassate dei pochi aristocratici, alzando il pigolìo delle signore a schiamazzo di fanciulli. Per tre o quattro volte il telone si squarciò, e la Patti vi apparve nel mezzo come dentro una nuvola; la sua testa non aveva più il tragico pallore, e si chinava sotto la carezza della tempesta con una grazia di airone. Quindi un bisogno più intenso arrestò l'ondata dell'applauso, e ognuno si volse con una specie di precipitazione al vicino: vi furono ancora degli scoppi parziali, degli impeti, che dal loggione attraversavano la platea, e l'ovazione si sommerse nel rumorio delle conversazioni. L'aria era salita a una temperatura tropicale senza che alcuno vi badasse: i visi erano caldi come le parole, gli occhi scintillavano come le osservazioni.

— Bartolomeo, meo, marameo — guaì il violoncellista slanciandosi verso il contrabbasso caduto pesantemente a sedere; e ripetendo con perfetta intonazione le ultime note della Patti nel finale dell'atto: — finalmente se ne sono accorti; hanno applaudito al miracolo! Te lo avevo predetto — insistè con una esplosione di orgoglio dispettoso.

La sua testina di monello ingegnoso e depravato gettava lampi, mentre tutti i suoi moti scattavano con un'energia, che non si sarebbe mai sospettata in quel corpicciattolo. Tutta l'orchestra era in piedi, una ressa di artisti stringeva il direttore disceso dal pulpito.

— Li vedi, Bartolomeo — proruppe accennandoglieli imprudentemente del dito — che ricevono l'imbeccata? Ah! se io fossi quella donnina, piccola come tutti i tesori, che hanno un valore inestimabile; ancora abbastanza bella, perchè la sua voce che è la prima bellezza del mondo sia bene incorniciata dal suo volto, credi tu che vorrei venire al _Brunetti_? Perchè canta questa donna? Diecimila franchi per sera... e poi? A che cosa le servono diecimila franchi? per comprare un abito, e tornando nuovamente sulla scena guadagnarne altri diecimila. Ciò è assurdo: è la nostra vita miserabile trasportata nelle ricchezze, il nostro mestiere nel genio. Noi possiamo vivere così: abbiamo preferito di tirare un arco piuttosto che una sega, ci pagano quattro franchi per sera la nostra segatura di note, che il pubblico piglia per musica e se la goda: ciò è abbastanza degno di noi e di lui. Io non canterei.

— Perchè? — domandò ingenuamente Bartolomeo, che aveva ascoltato mezzo distratto quel discorso proferito con una precisione piena di sussulti.

— Tu non lo capisci, aspetta — fe' attirando una sedia col piede, e sedendoglisi presso con famigliarità protettrice ed ironica.

— Ti sentiresti capace d'innamorarti della Patti?

Bartolomeo provò una tale percossa a quest'esordio, che il violoncellista gli posò una mano sopra i ginocchi per trattenerlo.

Quindi riprese: