Quartetto

Part 18

Chapter 182,821 wordsPublic domain

Il suo magnifico abito di raso aveva dei sibili di serpente, mentre il suo ventaglio piumato, che valeva forse tutto il patrimonio di Alfredo, le batteva sul petto colla impertinenza superba di chi non ha cura nemmeno di se stesso. Se Alfredo non fosse stato sincero, avrebbe provato la falsa vergogna di quella posizione, e sarebbe fuggito; invece fu goffo e fu amato. Le donne pretendono sempre un sacrificio, e preferiscono fra tutti quello di un'umiliazione. Il dramma vivo di Dumas e di Verdi cominciava a questo punto. La Patti, fino allora una prima donna impeccabile, fu improvvisamente l'artista, che sapeva recitare come la Ristori. Seduta languidamente sopra quel povero sofà rosso, sorreggendosi la testa colla mano, in un abbattimento, che tradiva già un'implacabile malattia, parve perdersi silenziosamente nel vuoto gelido del passato. La sua posa, che avrebbe entusiasmato uno scultore per la involontaria espressione di tristezza, era già un capolavoro. A che pensavano in quell'istante Violetta e la Patti? Alla dichiarazione di Alfredo, o di Niccolini? A quell'amore vergine, idolatra, del povero provinciale, che ha vissuto quattro anni nel quartiere latino ricordandosi la inevitabile Provenza fra i sogni incendiarii di Parigi, dove la vita ha ancora più seduzioni dell'immortalità, e i propositi feroci delle ambizioni soccombono quasi sempre alle tentazioni del piacere? O all'amore tardivo di questo tenore ammogliato con quattro o cinque figli, la voce già velata e la fisonomia teatrale piena di rughe, che la seguiva per tutto il mondo, attraverso le ironie del pubblico e le indiscrezioni dei giornali, e che forse l'amava con tutto l'egoismo di un uomo, il quale sente mancarsi ad un tempo la vita dei sensi e la vita dell'arte? O sentiva il terrore della solitudine in quell'ignobile teatro di provincia, dove la maggioranza l'ammirava forse più per la paga che per la voce, ed entusiasmandosi per l'artista conserverebbe forse tutto il proprio disprezzo per la donna? O la sua grand'anima, sparendo davvero nel tragico destino di Margherita, si fermava come lei a mezzo il corso carnevalesco della propria esistenza, sorpresa da una di quelle ripugnanze, che sono come l'esplosione di un disgusto accumulato insensibilmente, una negazione disperata di tutto ciò che si è voluto preferire nel mondo, i diamanti veri e i sentimenti falsi, il lusso del corpo e la miseria dell'anima? E la sua voce aveva delle trepidazioni di spavento; mentre, passeggiando per il palcoscenico cogli occhi sbarrati, ella sembrava cercare una spiegazione su quelle asse, dalle quali si erano alzati tanti desiderii e sulle quali erano cadute tante speranze di donne. Forse in quell'istante il suo pensiero si era appannato, e la coscienza le si destava alla puntura di un nuovo sentimento. Poi le ultime parole della dichiarazione le tornarono involontariamente sulle labbra, quando, lontano dalle quinte o dalla strada, la voce di Alfredo risalse e la percosse. Era un'eco del cuore o un'illusione dell'orecchio? O il povero innamorato, che aveva giurato di partire per sempre e che ella aveva trattenuto scherzosamente con un fiore, era ancora sotto le finestre, a Parigi, dove la folla passa come la fiumana; e, non sapendo spiccarsene, le ripeteva di laggiù a tutta gola, come un vero ragazzo, la sua prima dichiarazione? Forse ella non lo comprese bene, ma la follia di quell'insistenza le rianimò tutte le follie della sua vita tragica ed allegra. Perchè amare? Chi amare? Comunque principii, l'amore non finisce sempre ad un modo, nella voluttà prima, nella nausea poi? La morte non era essa pure la nausea della vita? Se Alfredo l'amava davvero, tutti quelli, che si erano rovinati per lei, l'avevano amata almeno altrettanto, poichè qualcuno n'era morto. Avevano goduto con lei, poi l'avevano abbandonata. E godere dunque, sempre e dappertutto, sinchè si può essere o si può ricevere una voluttà! La fiumana di Parigi, che passava a notte così avanzata sotto le sue finestre, era sempre così torbida; tutti i caffè erano aperti, i clubs affollati, i teatri rilucenti, tutti si apprestavano a godere, gli uomini offrivano un desiderio, le donne donavano una soddisfazione, nessuno aspettava il mattino, nessuno credeva all'indomani. Essere bella ancora, avere più diamanti che sorrisi, più sorrisi che pensieri, era tuttavia un destino; e mentre laggiù, in fondo, la massa della popolazione lavora e stenta, non avere che a bramare per ottenere, essere una piccola regina, alla quale tutti i re della ricchezza offrano un trono; bella come un capriccio e debole come una malata, giovane come il mattino e nullameno moribonda come la sera. Si era decisa nuovamente. Il suo gesto piccino aveva avuto l'espressione superbamente scettica del giuocatore, che arrischia per la centesima volta l'ultima posta. Allora la sua canzone di guerra col mondo scoppiò in un ritornello pieno di trilli e di baci, di note acute e di sentimenti leggieri come il suo sacco di giovane volontaria nelle bande del brigantaggio femminile. La sua voce aveva degli scoppi di fanfara, l'abito le garriva come una bandiera al vento, il ventaglio brillantato balenava come un'arma omicida. Una gaiezza di recluta alla prima marcia le animava tutti i moti, e le accendeva già i fuochi della vittoria negli occhi neri come l'abisso. Non era più la Violetta della cena, sofferente ed avvilita pur non volendo sembrarlo; ma la Violetta di vent'anni, l'etèra moderna, che deve al lusso tutto il proprio prestigio, e uccide col lusso tutti quelli che lo sentono. L'ingenuità di questa vanteria, uscendo dall'abbattimento di poco d'ora, aveva la soavità di una brezza e il fresco mordente di un'alba. Così trovando nell'ultima ostinazione della vanità femminile le stesse lunghe compiacenze delle sue prime conquiste, si attardava sulle frasi del soliloquio, dilettandosi ad esaurirne la sonorità nelle gamme più bizzarre del ritmo, nelle pazzie più scapestrate della modulazione. Quindi sollevando improvvisamente una parola la sparpagliava in un turbine di note, la raggruppava ancora, l'avventava sopra un'altra, la perdeva in una discesa precipitosa; e riafferrandola giù nel crepuscolo dell'ultima nota, la gittava entro un gorgheggio, riscagliandola in alto, sulla cima più acuta di un trillo, dove vibrava come uno squillo e raggiava come un baleno. E la sua mano secca sotto il guanto grigio-perla sembrava appuntarla con un gesto indefinibile, mentre il suo volto splendeva di luce febbrile, e il suo sorriso passava sulle teste della platea come un riverbero, che faceva vacillare i cuori e battere le palpebre.

Poi tutte le mani si percossero, e una nuvola gialla cadde sugli sguardi del pubblico. Il primo atto era finito. Allora il teatro fu in sommossa: quasi tutti gli uomini si alzarono in piedi, quasi tutte le signore mutarono attitudine. Le conversazioni rumoreggiavano.

— Dunque?! — proruppe, torcendosi come uno scoiattolo sulla sedia, il violoncellista dell'ultima fila al secondo contrabbasso della prima, appoggiato al parapetto della ribalta e sorreggendosi sul manico dell'istrumento — mi pare che questo sia canto! La tua Frezzolini non ci ha che fare.

Ma s'interruppe dispettosamente per guardare nel pubblico, che lasciava finire il primo applauso di convenzione, obliandosi nel fracasso dei discorsi.

— Vedi — proseguì levandosi in piedi senza parere niente più alto, cogli occhi grigi, scintillanti come quelli di un pollo, e la voce stridula come una lima: — vedi — ripetè, mostrandogli il pubblico con un gesto veemente di disprezzo; — non hanno capito. Hanno battute le mani agli ultimi trilli, e diranno che la Donadio li sa fare anche lei. Ti ricordi Salvini? — seguitò stringendosi la fronte illuminata da un pensiero — la Patti è Salvini che canta.

— La Cazzola allora.

Il violoncello si volse al violinista, che aveva parlato, un ragazzo dai capelli rossi e la fisonomia ebete, e insultandolo collo sguardo:

— Questo dev'essere per te un ricordo di muratore.

Il contrabbasso ebbe un principio di sorriso.

Era un vecchio alto e grasso, la faccia del tutto rasa, con un cravattone nero, che a prima vista sembrava un collare. Due ganascie di gran mangiatore, penzoloni sotto il mento, gli scoprivano due magnifiche fila di denti ancora bianchi, capaci di stritolare tutti gli ossi di un pranzo. La calvizie inoltrandosi gli aveva dato un po' d'intelligenza alla fronte, sotto la quale una bonomia inalterabile ammolliva ancora i suoi lineamenti linfatici, congiungendogli insensibilmente il sorriso della bocca con quello degli occhi. Il resto della persona gli spariva dietro l'enorme contrabbasso, sul quale la sua mano di pizzicagnolo posava con una specie di poderosità pacifica. Un immenso soprabito, tagliato a giacca, coi bottoni neri di prunello sopra un fondo color tabacco, gli ingrossava il busto smollato dentro un immenso corpetto, sul quale una collana femminile, d'oro, attorcigliata con un resto di pretensione, faceva sospettare di qualche antico orologio a cipolla. Ma in quel momento Bartolomeo sembrava concentrato in un pensiero difficile. I suoi sopraccigli, grigi e ricurvi sugli occhi, s'andavano contraendo, mentre una contentezza ilare gli saliva dalle labbra, illuminandogli le guancie tinte ancora di un magnifico vermiglio. Rimase qualche minuto così, poi la marea del teatro, sorpassando la ringhiera dell'orchestra e scompigliandola, lo destò. Il teatro reboava. Un rumore composto di un'infinità di mormorii, di gesti, di cenni, di occhiate e di sorrisi riempiva tutto l'ambiente, agitandone l'aria, che si vedeva distintamente bruciare sulle fiammelle del gas. Il caldo era opprimente, tutte le fronti rilucevano, i ventagli susurravano sui petti delle signore, i fazzoletti biancheggiavano in tutte le mani. Nella platea era un continuo sorgere e risedersi, nei palchi già pigiati le visite sopravvenivano e si pigiavano, il frastuono cresceva per le gallerie, scoppiava in grida sul loggione. Lassù il calore dell'entusiasmo, raddoppiato da tutto l'altro del gas e della gente, doveva essere arrivato ad una temperatura di deserto africano. Nullameno panche, gradinate, muri, parapetti, tutto rimaneva letteralmente imbottito di figure umane; lo skacò placchettato di un poliziotto, arenatosi lassù come in un banco di sabbia fino al collo, gettava qualche riverbero metallico fra quel grigio tumultuoso di bruma: e dalla platea all'atrio, per la porta, l'onda di coloro, che uscivano e rientravano, quelli che non potevano più reggere all'arrembatura, e quelli non ancora entrati, i quali non speravano se non in ciò, s'accavallava in grossi fiotti, vibrando nel frastuono della sala grida di soffocazione. Le signore della platea erano già ardenti, le altre dei palchi scintillavano. La luce profusa di tutte le fiamme diventava la sola aria dell'ambiente, non si vedeva più una faccia pallida, tutti gli occhi rutilavano, tutte le bocche si movevano. Solo in un palchetto una principessa ottuagenaria, vestita di un moerro del suo tempo, con una fisonomia di mummia, ancora spiritosa quando parlava, e la nipote gracile, smorta, vestita di bianco come un angelo, diafana come una visione, fredda come una statua, sembravano non partecipare alla confusione bollente della serata. La vecchia teneva quasi sempre la testa bassa, la giovane l'appoggiava al tramezzo, e guardava in alto con due occhi affossati, che sulla sua faccia impassibile avevano una luce spettrale. La gente si voltava spesso a guardarle. Poi su quell'agitazione di marea, contenuta e raddoppiata dalle gallerie, fra tutte le conversazioni, nelle teste e nei cuori, suonava il nome della Patti. Quel primo atto, un capolavoro per qualche iniziato, non aveva soddisfatto interamente al gusto sempre grossolano, e questa volta avaro del pubblico. Ma quel turbine di note esplose all'ultima scena, e l'atmosfera del teatro dissolvevano già ogni incertezza; mentre la famigliarità di tutte le pose pigiate e delle attitudini compromesse disponeva involontariamente a maggiore compiacenza.

Poi la bacchetta del direttore percosse sul leggìo, che il pubblico non si era ancora ricomposto.

L'idillio campestre della _Signora delle Camelie_, narrato dal Dumas con minutezza così vera e commovente, si apriva invece con una romanza di Alfredo, eco indebolita dall'altra del _Rigoletto_, senza luce e senza calore. Quel povero Alfredo, che per far credere di essere in campagna, compariva in stivaloni di pelle lucida, vestito di velluto granatino, i pizzi ai polsi ed al collo, il gran cappello piumato nelle mani per darsi un contegno, era ancora più ridicolo che alla presentazione del primo atto, nel quale la goffaggine stessa della situazione poteva far scomparire la sua. Egli venne dritto alla ribalta, come chi si affretti a sdebitarsi di un incarico, e cantò con sicurezza di vecchio tenore la propria felicità di giovane innamorato. La frase leziosa del finale gli valse il primo applauso della sera, e il dramma si riannodò immediatamente. Colla delicatezza sempre poco delicata delle sue pari, Violetta voleva vendere i cavalli guadagnati in altri amori per aiutare quello di Alfredo, e seguitare quella vita di campagna, che Verdi in tutto il melodramma non ha voluto svolgere con una scena sola. Forse il suo temperamento tragico e lirico ad un tempo, innamorato delle catastrofi e delle passioni esplodenti, non ha osato di affrontare un interno casalingo, la mattina, quando l'aria è fresca, il cielo azzurro, e la casetta apre tutte le proprie finestre alla primavera. Una magnifica scena, come nel _Tristano e Isotta_ del Wagner, avrebbe potuto spiegare il passaggio troppo brusco dell'ultima decisione di Violetta nel primo atto al sacrifizio nel secondo, appena si presenta il padre di Alfredo; ma Verdi non potè o non volle, e senza saper come si siano uniti, Alfredo e Violetta si separano immediatamente. Così quest'idillio, quest'amore, sul quale si è tanto discusso e che tanti hanno provato nella vita, non trova dentro l'opera destinata ad immortalarlo una sola frase, che lo renda nell'abbandono gentile della confidenza, quando il mondo lo aveva quasi obliato, e la natura lo riconfortava colla sua eterna salute. Ma Dumas nella _Signora delle Camelie_ disegnava un carattere, e Verdi nella _Traviata_ espresse il solito amore di tutti i suoi melodrammi, senza preoccuparsi delle differenze, che potessero correre fra Violetta e le sue altre eroine. Nella gamma dell'amore egli arriva subito ed involontariamente alle note più acute, alla prepotenza più acre del desiderio o al dolore più spasimante del sacrificio. Come per Victor Hugo il personaggio è per lui una forma vuota, nella quale gittare indifferentemente una passione o un pensiero, che lo animi di quella vita eccessiva, cui l'uomo non prova davvero se non in qualche terribile coincidenza. Quindi l'architettura complicata dei loro drammi, le passioni irrefrenabili, gli eroismi fatali, le contradizioni strazianti, tutto l'apparato romantico, che, trasfigurando la realtà, squilibra incessantemente il sentimento del personaggio stesso e del pubblico. Malgrado la differenza di nazione e di razza, Manrico e Radamès sono lo stesso individuo, come Gilda e Violetta, Ernani e Don Alvaro, Riccardo e Don Carlos, Dea e Cosetta, Gilliat e Guynwplaine, il marchese di Lantenac e Don Silva; perchè Hugo e Verdi fanno delle statue e non degli uomini, e sono come due fratelli, dei quali il minore aspetta che il primogenito abbia parlato per cantare. Talora si uniscono, e ne esce una grand'opera come il _Rigoletto_; talora non s'intendono, e producono due mostri come nell'_Ernani_. Così della _Signora delle Camelie_, aneddoto triste e volgare della cronaca parigina, che Dumas ha narrato con vecchia sapienza di novelliere e giovane entusiasmo di predicatore, Verdi ha fatto una tragedia, nella quale non si sente che un grido di amore, con quattro personaggi insignificanti come una decorazione, una trama molle quanto una matassa, una sceneggiatura falsa come quella di un giornale illustrato, un processo psicologico, che mutila i caratteri e deforma le situazioni. Invano l'anima, stanca da quest'alternativa di cicalio e di gemiti, o disorientata da tutti questi avvenimenti, che cadono come tante tegole dai tetti, domanda la dolce malinconia di quest'amore, nel quale il sorriso della tisi ingannava così spesso ambo gli innamorati, e la verginità dell'inesperienza nell'uno e dell'oblio nell'altra si fondevano come due soffi in un bacio, due note in un accordo. La figura di Violetta, questa donna, della quale ogni particolare dovrebbe essere supremamente elegante: sempre leggiera anche nelle violenze più inebrianti del senso, o negl'impeti più disperati del sacrifizio: sempre mantenuta anche nel breve idillio coniugale, poichè invece di morire ricacciandosi nella miseria morale della sua vita anteriore, riprende facilmente il corso delle antiche feste: sempre sfarzosa e sempre con un uomo, al quale concede le proprie notti: la figura di Violetta così vera nelle contradizioni e così falsa nell'eroismo, fragile e terribile nella sua effimera prepotenza di grande mondana, spregevole e pietosa nell'ultima lotta col destino, contro al quale non ha mai saputo lottare colle forze del lavoro e le energie della volontà; questa figura composita come i suoi pranzi, i suoi profumi, le sue tolette, le sue preferenze e le sue antipatie, diventa una figlia nobile dalla bellezza spirituale, colle stigmate del romanticismo sulla fronte; povera anima che aspira al cielo, assetata di amore e di ideale, che parrebbe un angelo smarrito sulla terra, se i singhiozzi laceranti del suo petto di tisica non la tradissero per una donna. La bianchezza della sua fronte di predestinata è la stessa di Gilda, la vergine soave; il sacrificio del suo amore quello medesimo di Eleonora, l'altera castellana: il suo cuore è sempre puro, la sua testa illuminata dal sole della poesia. Malgrado la differenza degli abiti e delle parole, mutando scena, ella sarebbe probabilmente l'una e l'altra; e quando si sentirà soccombere sotto il peso del dramma, o morire nell'ultima stretta della catastrofe, troverà la frase di quelle martiri, ineffabile e sublime come l'ultimo accento dell'amore e la prima parola della fede.