Part 17
«Eri bello come un angelo, povero Giorgio! Ogni giorno ti facevo sempre più mio come se ti avessi fatto davvero. Tu non puoi ricordartene, perchè i bambini sono senza memoria, ma io mi rammento di tutte le tue cattiverie; ogni mattina ti alzavi più cattivo per me. Dopo che hai avuto il violoncello, io non ho contato più nulla. Tu sei bello e di una razza di signori: io sono brutta, di povera gente, e mi sono ammazzata a lavorare per te. Cosa vuol dire? non ci pensiamo più. Quando sarò morta, fa conto, come ti ho detto, che mi abbiano seppellita dentro il violoncello: te l'ho dato come il capo più caro della mia miseria, tientelo come una reliquia. Adesso, a pochi minuti dalla morte, non ho più vergogna di dirtelo, perchè lo saprai quando sarò spirata: io ti amo, Giorgio. Ti amo come il mio bambino, se ti avessi fatto, come il mio amante, se avessi avuto da te un altro bambino. Ma sono vecchia per te; ho trentasette anni, sono gobba, e non potrei ispirare che un poco di pietà. Figurati se non l'ho capito subito! Ora, che parlo per l'ultima volta, voglio parlare. Diventerai un signore, avrai tante belle donne, che ti ameranno: io non te lo posso impedire, e non lo vorrei: ma pretendo un posto nel tuo cuore, un cantuccio dove non ci sia nessuno, e dove tu verrai tutte le volte che avrai bisogno di una mamma, o di una sorella. Io sarò sempre lì; mentre le altre donne ti faranno delle carezze, o tu ne farai a loro, io ti aspetterò lì colla tua musica; tu dopo farai il confronto fra noi e loro, e ci amerai di più. Nessuno al mondo ti vorrà mai bene come meriti, e come hai bisogno. Si dice che i moribondi vedono nel futuro; bada dunque alle mie parole: nessuno ti amerà come io ti ho amato. Se un giorno non te ne accorgi, non sarai un gran suonatore.
«Non ho più forza di andare innanzi.
«Quando leggerai questa lettera sarò morta: prendila come la preghiera della mia agonia.
«Sta attento. Io non so dove si vada dopo morti, ma fa conto che ti vegga sempre, e se un giorno tu dovessi dimenticarmi, o suonare un altro violoncello, che tu sia maledetto da Dio, e non sappia più nè dove andare, nè dove stare come Caino. Egli non aveva ucciso che suo fratello; tu avresti ucciso tutta la tua famiglia nella tua Anna.
«Ti saluto, e credimi per sempre la tua
«ANNA VENTURI.»
All'ultimo periodo la calligrafia era quasi illeggibile.
Giorgio aveva scorso quella lettera cogli occhi balenanti, e un convulso, che gli faceva tremare tutto il corpo a verga a verga. Aveva i capelli irti, una specie di bava alla bocca. La sua fisonomia era diventata orribile nel terrore, la fronte imperlata di sudore, il corpo raggricciato in una contorsione di vecchio e insieme di bambino.
Quando l'ebbe finita, rimase egualmente fiso, cogli occhi che non leggevano più, la ragione schiacciata nel cervello da un gran dolore improvviso. Tutti i muscoli gli battevano.
— Oh! — mormorò con gesto disperato, tentando di slacciarsi la cravatta per poter singhiozzare; ma non vi riuscì.
Allora barcollando, metà ebbro e metà svenuto, andò tastoni verso il letto, e vi cadde. Ansimava, gli battevano i fianchi, gli sibilava il respiro. Tutto l'impeto di quella convulsione gli si addensava in una necessità di pianto, che gli gonfiava il petto, martellandogli il cranio. Furono pochi minuti di uno sforzo e di uno spasimo supremo. Era caduto bocconi sul letto colle braccia distese sul cuscino, le gambe floscie, che gli tremavano.
Ad un tratto gli mancarono, e cascò pesantemente per terra. Non gridò nemmeno, ma poco dopo s'intese un rantolo.
Non aveva potuto piangere...
Se andate al manicomio di Bologna l'illustre professore Roncati vi mostrerà un pazzo interessante. È un bel giovane biondo, coi capelli lunghi, la fisonomia nobile e triste. Il professore, che aveva avuto l'idea di un'orchestra, voleva farne di lui il direttore; ma Giorgio si scusò, spiegandogli a lungo l'impossibilità di ottenere qualche cosa di buono con simili elementi.
— Ma ho tutti gl'istrumenti — insisteva il professore.
— La musica è un accordo di pensieri prima che d'istrumenti. I pazzi non si accorderanno mai.
— E tu sei pazzo? — gli aveva chiesto ridendo.
— Non lo so: gli altri sono senza testa, io invece sono senza cuore.
Ecco la sua pazzia; dice che non lo ha più, e non si ricorda dove lo abbia perduto. Ma se gli fate osservare che gli batte sotto la terza costola sinistra, egli vi guarda con due grandi occhi, fa un pallido sorriso, e ripete invariabilmente:
— Batte, ma non suona.
CONTRABBASSO
Il teatro _Brunetti_ era già pieno. Una folla incredibile lo stipava da cima a fondo. Nella platea, un ciottolato di teste slavate da un immenso riverbero, i colori vampeggiavano qua e là sui cappellini delle signore; mentre un ondeggiamento sollevava ancora qualche fila, appena un nuovo arrivato volesse allinearvisi, o una qualunque curiosità serpeggiasse. Non si discerneva più nulla, nè differenza di persone, nè diversità di posti. Solamente la riga delle poltrone guernite in felpa rossa, serrate dagli altri scanni, che l'altezza delle loro spalliere diventava quasi invisibile nell'accavallamento di tutte quelle teste, aveva ancora qualche punto sanguigno. E dalla porta, sotto l'ombra della prima galleria, che i becchi di tutto il teatro non giungevano a diradare; fra le due gradinate, gremite quanto la platea e perdute egualmente in una penombra di cantina, nuovi flotti venivano a schiacciarsi contro le ultime panche con un vocìo soffocato di violenza. Ai lati dell'orchestra, più numerosa del solito e piena di un'animazione febbrile, salivano altre due file di persone, che gl'inservienti in livrea gialliccia non riuscivano a trattenere, e le quali ostinandosi contro ogni evidenza a trovar posto, si serravano sotto le colonne fra le gradinate e le panche. Un moto sordo di pigiamento dava un tremolìo quasi minaccioso alla base del teatro, che le esili colonne di ghisa inargentata parevano sostenere con uno sforzo supremo. Ad ogni istante, fra la gente già seduta, qualcuno si alzava in piedi per respirare a pochi centimetri più in alto, e si girava intorno uno sguardo meravigliato. Il caldo era soffocante, l'aria torbida. Nullameno la folla cresceva, le teste si moltiplicavano assiduamente a tutti gli ordini; la ressa alle porte dell'orchestra, per le quali si arrivava ai posti distinti diventati platea, e dalle quali i tardivi guardavano sollevandosi sulle spalle di chi stava loro innanzi, si raddoppiava. Le corsie brulicavano. E in alto, nel cielo del teatro, le scalee del loggione parevano in un'ondulazione di bosco, mentre, forse nella vanteria di una sfida alle vertigini, molti corpi si protendevano dal davanzale, e molte mani balenavano in un gesto inesprimibile; e tutta quella siepe umana restava bruna, campata in aria sopra un pericolo, che poteva essere una minaccia per chi la riguardava dal fondo agitarsi tempestosamente. Poi il susurro della platea, che lassù scoppiava in clamori; le grida, nelle quali andavano rotte le parole, e che le volte comprimevano ingrossandole, davano un fracasso di tumulto a quel frastuono di agitazione, una violenza di rivolta alla impazienza di tutto il pubblico, nel quale l'attesa aumentava col numero, e il sangue s'infiammava col calore di tutti gli aliti e l'attrito di tutti i corpi. La prima e la seconda galleria, trasformate in tanti palchetti, erano zeppe di spettatori e di spettatrici. Le signore più ricche di Bologna vi si mostravano in vistose toelette, a colori chiari, coi volti animati dal calore dell'ambiente e dalla eccitazione della serata. Le conversazioni erano vive, i binoccoli puntati da tutte le gallerie e da tutti i palchi, dal loggione e dalla platea. I forestieri, accorsi numerosamente dalla vicina Romagna e dalle altre provincie, si notavano alla curiosità più insistente delle domande, agli accenni, ai gesti, coi quali s'indicavano le signore, e si movevano sui sedili per attirare gli sguardi come nei loro piccoli teatri cittadini; ed alzavano la voce. Attraverso le file degli stalli, fra i palchi, di galleria in galleria, si scambiavano saluti e convegni per la fine dello spettacolo: molti cercavano lungamente fra la folla per sorprendervi qualcuno, che avrebbe dovuto convenirvi; gli studenti del loggione, colla volgarità chiassosa della loro natura, gettavano a quando una parola sconveniente. A fianco della bocca d'opera le barcaccie rigonfie di uomini avevano acceso tutto il lusso delle loro candele a gas. Gli eleganti si alternavano all'onore del parapetto guardando nella moltitudine colla indifferenza sicura dei privilegiati. Ma tutti alzavano involontariamente la testa, ed osservavano in alto. Ogni galleria aveva tante file di sedie quante ne poteva contenere, e non pertanto un'altra fila di uomini, in piedi, si schiacciava contro il muro, nelle tenebre, con una regolarità militare. Qua e là, disseminate fra gente sconosciuta, si vedevano molte signore distinte, alle quali la poca sollecitudine o la troppa avarizia avevano impedito di ottenere un palchetto: alcune affogavano nella marea della sala, non difese nemmeno dalla rispettabilità di una poltrona. Ma il prezzo dei palchetti era salito ad una somma provincialmente assurda: due erano vuoti, e solleticavano tutte le curiosità. Si sospettava più di una grande famiglia, si susurravano molti nomi. Gli uomini alla moda avevano il loro contegno più disinvolto, quella finta negligenza di chi, avendo vissuto qualche mese a Parigi, non si meraviglia più di nulla; mentre le signore dei palchetti, abbassando tratto tratto uno sguardo inorridito sulla platea, cercavano d'incontrarsi negli occhi delle amiche, che già vi soffocavano, e che quella sera non guardavano a nessuno.
Ma l'orchestra non si apprestava ancora. Secondo il gergo teatrale, quella sera avevano fatto porta da tre ore, e da tre ore il loggione era pieno. La platea aveva cominciato a riempirsi poco dopo, e molti installativisi al buio aspettavano, chi sa da quanto, in piedi, addossati ad una colonna o ad una panca che tutto fosse rigonfio, e finalmente il direttore salisse sulla scranna. Ma l'orologio avanzava con lentezza disperante. Intanto il teatro stipato era già uno spettacolo per se stesso. Le piccole lumiere, a tre becchi, sospese in giro agli ordini, avventavano una vampa al viso delle signore appoggiate sui davanzali, ed illuminavano ogni macchia della decorazione. Il parapetto della prima galleria, enfiata come un ventre, sembrava vicino a crepare sotto il peso enorme che la dilatava; e la sua tinta gialliccia, diluita e scrostata, accresceva il terrore di tale impressione. Il teatro con tutta quella luce e quella gente pareva più vecchio: i cuscinetti dei davanzali orlati di passamanteria, che avrebbe dovuto essere bianca, erano di una sordidezza senza nome; la tappezzeria dei palchi, divisi da un tramezzo poco più alto dei sedili, e che consisteva in una povera carta a quadretti nerognoli e rosei, aveva una povertà più vergognosa fra quegli abiti di seta, le trine e i merletti, il scintillamento dei colori, i ventagli piumati, i guanti grigio-perla, il balenìo dei binoccoli perlati, i razzi delle gemme, lo schiumare dei fazzolettini di battista, tutto quel lusso del teatro comunale, che ne richiamava la magnifica decorazione a rilievi e a dorature, a frangie e a velluti. Una volgarità di ressa usciva da ogni palco; le signore in gran toletta, gli uomini senza l'abito nero e il piastrone bianco, tutti i posti occupati, così che le pose eleganti diventavano impossibili, e le figure aristocratiche scapitavano. Alcune grandi dame, forse non mai comparse al _Brunetti_, avevano un'aria impacciata, una specie di malessere, che era forse un malcontento: qualche vecchia invece, dalla fisonomia signorile e mummificata, tornata fanciulla nell'ingenuità dell'oblio, osservava con beata compiacenza; mentre forse nella memoria le si ridestavano i ricordi della Malibran, quegli entusiasmi, che oggi paiono impossibili, e che allora erano così veri fra quei vecchi senza passato, e quei giovani senza presente. Infatti gl'iniziati del piccolo gran mondo bolognese si accennavano sorridendo la presenza di molte fra le antiche glorie mondane, dimenticate da venti anni nel fondo dei loro palazzi; e che riapparivano forse un'ultima volta con un ultimo rimasuglio di mode trapassate, un cravattone o una bavarina, e mettevano nella confusione di un palchetto il rilievo delle loro fisonomie di antenati, il disaccordo della loro immobilità. Poi tutto il teatro ondulava, le fiammelle del gas avevano uno sbattimento increscioso, tutte le teste si movevano, i discorsi fluttuavano in un mormorio incessante; il telone della bocca d'opera, un immenso lenzuolo giallo a toppe, cogli orli segnati da due o tre striscie cremisi, che gli davano un'apparenza di tendone da fiera, palpitava; un'agitazione sommessa scuoteva tutti gli spiriti, un incomodo scomponeva tutte le pose. Sotto l'ombra della prima galleria, dalle gradinate e dalla platea, dal loggione e perfino dall'atrio gremito più che un mercato, saliva e discendeva un fremito mano mano più tempestoso, una trepidazione barcollante, nella quale si sentivano come degl'impeti di collera e delle sospensioni di minaccia. Ma nell'aria già morbida di tutti quei fiati cominciava a pesare un'oppressione sempre più grave: la freccia dell'orologio s'appressava alle otto, e molti sguardi si alzavano alla volta, osservando il timpano di cristallo e i quattro sfiatatoi agli angoli, che naturalmente non si aprirebbero per tutta la sera. Una voce dal loggione, dove si soffocava per tempo, avventò una protesta, alcune altre le si unirono, ma tutto il teatro si volse sdegnato, e le voci tacquero. Fuori l'aria era così frizzante, che, aprendo la vetriata, qualche corrente pericolosa poteva invadere il palcoscenico. Ad un tratto il direttore, in abito nero, salì sulla sedia. Un sibilo di silenzio corse per tutto il teatro, i suonatori guardavano le partiture, l'orologio era quasi sulle otto. Il pubblico ebbe un enorme sospiro di soddisfazione: lo spettacolo sarebbe puntuale. Ma nel loggione e sotto la prima galleria il murmure si allontanava come un susurro di vento per un bosco; tutti si adattavano il più comodamente sugli scanni, le fisonomie si ricomponevano, le pose da teatro ricomparivano. La bacchetta del direttore percosse la lingua di latta sul leggìo, e l'orchestra attaccò la sinfonia. Era la _Traviata_ di Verdi, cantava la Patti. Il pubblico stette fra contegnoso e disattento. L'orchestra diretta mediocremente eseguiva colla stessa bravura che al Comunale, poichè composta all'incirca degli stessi elementi: i violini erano numerosi, tutti allievi o quasi dell'illustre Verardi. Mano mano il pubblico si faceva più immobile, gli sguardi si aguzzavano. La sinfonia passò inosservata, forse qualche frase destò un fremito, ma l'opera era troppo vecchia per tutte le curiosità, troppo udita per tutti gli orecchi, e cantavano la Patti e Niccolini. Però verso il finale, quando il telone parve ondeggiare insensibilmente, tutto il pubblico ebbe un sussulto. La Patti doveva essere in iscena, la grande artista, la diva, come la chiamavano i giornali, l'usignolo, come molti se la ricordavano ancora, diventata adesso una cantante drammatica, e che ritornava al _Brunetti_, perchè il Comunale non poteva contenere tutta la folla necessaria per i suoi diecimila franchi di ogni sera. Il telone fiottava già sotto il soffio di tutte le bocche, e la frase finale della sinfonia si smorzava senza che la sua tragica mestizia impietosisse pure un cuore. Per un momento sembrò che nessuno respirasse, poi come se l'anelito di tutto il pubblico avesse uno scoppio, il telone si scisse e sparve in alto sotto le quinte. La Patti era in iscena, seduta sopra un divano, discorrendo col medico e con alcuni amici. Tutti non videro che lei. Era vestita da ballo, scollacciata, con un abito elegantissimo, volgendo le spalle al pubblico. Nella platea sorse un applauso di saluto, ma la curiosità e l'emozione erano tali, che l'applauso fu scarso, ed ella si torse appena colla testa per coglierlo. Quindi i cori degli invitati entrarono, ed ella si alzò gettando loro le prime note in una parola d'invito. Allora quella donnina, piccola, colla fisonomia rapace, gli occhi neri, secca, colle spalle aguzze, la persona senza forme, ma circonfusa di un'eleganza che impediva ogni analisi, campeggiò fra quella folla di straccioni, abbigliati di un povero uniforme in velluto da gentiluomini in un secolo equivoco, colle calze di cotone e i pizzi rammendati. Era in piedi, trascinando fra gli abiti orlati d'oro annerito delle coriste il suo magnifico strascico, sul quale scintillavano i ganci brillantati; ma così straniera a quella festa, che la sua contraddizione col teatro sprizzò vivamente. La scena era la solita di tutte le rappresentazioni. Una specie di gran salone di quell'architettura da palcoscenico, la quale fortunatamente ha trovato pochi imitatori, occupava tutta la bocca d'opera, con una sola porta nel fondo, e una tavola da locanda nel mezzo, lunga e stretta. La tavola aveva una tovaglia di carta, e una vecchia tenda orlata d'oro, che la fasciava fino ai piedi, dandole una strana fisonomia da altare e da banco di pasticciere. Sulla tavola i soliti calici di legno inargentato, quattro candelabri di bronzo, una conca in legno dorato piena di fiori naturali, quattro pasticci di cartone, cinque o sei bottiglie di legno nero col collo bianco, e due bottiglie vere di champagne dinanzi alle poltrone, che interrompevano alle estremità il giro delle sedie. Le poltrone, vecchio stile indefinibile, erano dorate, in felpa rossa; mentre le altre sedie ad angolo retto le avrebbero superate in ricchezza se la loro doratura fosse stata più visibile e lo stile meno sgraziato; ma non avevano imbottiture di sorta. Evidentemente a quella cena dovevano assistere due personaggi. Non v'erano altri mobili. Solamente due tavolini dorati, da muro, sostenevano nella parete di carta due specchi dipinti, bianchi da un lato e turchini dall'altro, per imitare possibilmente il gioco luminoso dei cristalli: e due ritratti di antenati fiancheggiavano la porta, adorna di un gran lavoro di stucchi, a volute e fiorami. Il sofà era rimasto vuoto. Alfredo doveva arrivare ad ogni istante; infatti entrò poco dopo col visconte suo amico. Ambedue erano abbigliati come coristi, solamente di abiti più ricchi; una casacca smollata colla bavarina, le orlature a merletti, i calzoni larghi a mezza gamba, le scarpine scollate, e un cappellone piumato nella mano. Impossibile immaginare un costume più falso, e due fisonomie meno amabili. Alfredo aveva una grossa testa a lineamenti regolari, che il volgo poteva forse trovar bella, coi lunghi capelli neri, divisi femminilmente sulla fronte e accartocciati sulle orecchie, ma che sulle sue spalle quasi esili, e con quella rotondità piuttosto boffice delle guance, gli davano un'aria di fantoccio. Il visconte era insignificante come un cameriere. Un mormorìo di ripugnanza corse fra il pubblico, che probabilmente si ricordò l'Armando di Dumas. L'apertura drammatica era presso che la stessa, però quale differenza nel secondo personaggio! La Patti poteva ben essere Margherita: forse non aveva nè la sua anima buona malgrado tutti i capricci, nè il suo corpo ancora soave di tutta la freschezza della gioventù e aromatizzato dal sentimento della morte vicina; ma la magrezza della sua persona poteva ben far credere ad una tisi, e lo sfarzo inimitabile del suo abbigliamento bastava a spiegare tutto un presente di dissipazioni parigine, di milioni fusi con uno sguardo, di amori pagati con poco più di un sorriso. Le camelie, che le guernivano il vestito e le biancheggiavano sulla testa, erano forse una vera predilezione di questa donnina, che, avendo odorato tutti i fiori della vita, preferiva adesso per orgoglio nauseato i fiori senza profumo e l'uva candita, ultimo ricordo della sua infanzia povera nei campi, che le ritornava falsificandosi attraverso la vita di cortigiana e la sua cucina di malata. I lumi, il belletto, la biacca, tutte le risorse e le menzogne delle tolette teatrali aiutavano nella fantasia del pubblico l'immagine di Margherita, così poco vera e così poco grande, e che nullameno ha commosso per dieci anni l'Europa; ma Armando, questo provinciale ingenuo sino alla goffaggine, che si trova un po' dappertutto, e attraversa per un istante la gran vita mondana per finire in un impiego subalterno, dove oblia prontamente la breve primavera della gioventù, che può averlo reso poeta un mattino: l'Armando di Dumas, che Parigi ha ingentilito senza corrompere, che la passione spiritualizza, e la sincerità rende quasi simpatico, non era certo riconoscibile in quel figuro vestito di velluto, coi calzoni orlati di una passamanteria, che gli velava i magri polpacci, e quella testa, che avrebbe figurato abbastanza bene nella vetrina di un barbiere fra le guglie dei ceroni e le iridi delle boccette.
La cena fu brevissima: gli ospiti si erano appena seduti, che Alfredo fu invitato a ripetere quel brindisi di una intonazione da baccanale, con cui Verdi ha creduto inutilmente di soddisfare alla doppia esigenza di una scena di baldoria e di un coro. Alfredo non fu nè gran signore, nè gran tenore; non ebbe alcuna delle finezze di entrambi, e sparve quasi nella risposta di Margherita. Ella fu splendida di brio, e quando tutti si alzarono, e aggirandosi fra di loro col bicchiere in mano cantò l'ultimo ritornello, se quella gente fosse stata davvero elegante, sarebbe parso di assistere ad un'ultima ora carnevalesca in casa di una grande mantenuta. Non fu che un lampo, il pubblico non lo colse, e rimase nella prima diffidenza. Sciaguratamente il biglietto era troppo alto per una città di provincia, e lo spettacolo solamente alla prima scena, perchè gli spettatori lo avessero già dimenticato. Quindi Violetta, sorpresa da un deliquio, andò a cadere sul sofà; Alfredo, che stava per uscire cogli altri, si trattenne, e le fece quella celebre dichiarazione dello stile verdiano il più puro, nella quale l'amore del collegiale è forse reso con tutto il caldo ed i fiori della sua rettorica. Non era certo la dichiarazione di un elegante ad una donna del genere di Margherita; ma se il suo soffio lirico, arrivando da una terra vergine ed ardente, saliva troppo in alto, dissipava con felice contrasto i fumi grassi di quella cena, per crudele fatalità dei coristi troppo apparente. Ella lo sentì, e come desta da un olezzo di aria nativa, ruppe in un grido di emozione. Quel linguaggio poetico, il solo genere di linguaggio falso che non avesse udito da molto tempo, e che in quel momento esprimeva una vera passione, le ricordò forse un altro mondo, dove si amava e si viveva altrimenti: se non che ricomponendosi d'improvviso, ed avanzando la fronte verso di lui come per bagnarla nel sentore delle sue ultime parole, con un sorriso ancora gaio, ma già diversamente gaio di poco dianzi, quando agitava nella piccola mano il bicchiere dello champagne, e con una bonomia intenerita nella voce, che era già una tristezza nel cuore, consigliò ad Alfredo il solito consiglio di fuggire e di amare un'altra. Il rimedio volgare era forse ben adatto, ma la piccola beffa, che lo accompagnava in fondo, ne impediva singolarmente la pratica. Malgrado la bontà di quella commozione, il gesto e le parole di Margherita avevano ancora la monellesca amabilità, il pungente scetticismo della mantenuta: Alfredo n'era impacciato, Violetta tornava a riderne.