Part 16
Se Giorgio non ne morì, fu perchè non si muore di dolore; se non ne ammalò subito, la sua vergine giovinezza era ancora troppo forte. Mary non gli aveva più scritto, nessuno si ricordava più di lui, nemmeno il vecchio Gaspare. Allora i disegni più infantili di vendetta gli passarono dinanzi; andare a Viareggio, apprendere per dove erano partiti, poichè si diceva che viaggiassero, seguirli travestito in ferrovia, all'albergo, ucciderli col medesimo pugnale, ed uccidersi. L'ebbrezza del sangue gli saliva al cervello, la sinistra poesia del delitto gli entusiasmava l'immaginazione. Mary avrebbe impallidito vedendolo, gli si sarebbe buttata alle ginocchia pentita, innamorata, perchè quel matrimonio era forse una violenza dei suoi genitori; e allora egli le imponeva di fuggire, tornavano a viaggiare, vivendo di concerti, passando dappertutto come una visione di musica, un fantasma di amore. Oppure se Mary non l'amava, come non lo aveva forse mai amato, imporle un'ultima notte d'amore, un'ora sola di voluttà nel fondo di un sepolcro, e poi al mattino, quando sorgeva il sole, abbassarne il pesante coperchio di marmo, e dormire.
Ma le difficoltà dell'esecuzione impedivano ogni disegno. Pensò di morire da solo, gittandole nell'anima il rimorso di un delitto, e non vi si decise, perchè era troppo ed insieme troppo poco, e per farlo avrebbe avuto bisogno della sua presenza, cadendole ai piedi insanguinato. La necessità di un dramma lo perseguitava: non voleva morire nell'ombra, dileguare nel silenzio. La sua bella testa di giovanetto pigliava una fisonomia dolorosa di sonnambulo, un'espressione di martirio. La notte, invece di coricarsi, usciva pei campi, estenuandosi in corse folli, addormentandosi poi sotto un albero in un sonno pieno di fantasmi e di singhiozzi. E in casa, dove lo spiavano da qualche tempo, cominciavano a stancarsi di lui, che era mezzo matto, che bisognava un giorno o l'altro aspettarsi qualche cosa di grosso; la sua passione per la signorina americana avrebbe meritato gli scappellotti, quelle stranezze quotidiane peggio ancora. L'ortolano voleva cacciarlo addirittura, ma la donna lo proteggeva ancora. E una volta, che ella volle parlargli, Giorgio sulle prime andò in bestia, poi ruppe in un pianto disperato, che fece piangere anche lei; quindi le cadde colla testa in grembo come un bambino.
— Dunque non ha proprio nessuno al mondo?! — Giorgio non rispondeva.
— Si faccia coraggio, passerà: noi poverette abbiamo più cuore, ma le signore... si figuri... Povero signorino!
Finalmente si ammalò. Il medico constatò una minaccia di tifo, che fortunatamente svanì in meno di dodici giorni, durante i quali Mary tornò alla villa col fidanzato. Giorgio non lo seppe, e non seppe nemmeno che la signora Edvige mandasse a prendere sue notizie. Poi un mattino il servitore mancò, perchè i padroni avevano saputo tutto. Appena Giorgio potè alzarsi, ed imparò quel ritorno, volle partire, così ancora convalescente, malgrado ogni rimostranza. Pagò generosamente tutte le spese e gl'incomodi di cui era stato causa, fece i bauli, e sopra una vettura noleggiata a Scarperia partì per Firenze. Erano le quattro dopo pranzo, col sole velato, il vento fresco. Passando dinanzi alla villa, sperava che Mary sarebbe alla finestra e lo vedrebbe pallido come un moribondo, che andava a morire lontano da lei; quindi si era sdraiato nella posa più pietosa, la sua bella testa sopra una palma, senza cappello, coi ricci biondi che gli svolazzavano al vento, il violoncello a fianco nella cassa, il suo piccolo bagaglio metà legato sulla serpa, metà dietro le ruote. Le finestre della villa rimasero chiuse. Invece presso Scarperia fece alzare il mantice della carrozza per non essere veduto attraversando il paese. La sera sull'imbrunire giunse a Firenze.
Il suo primo pensiero fu di scrivere una lettera a Mary. Vi passò attorno la notte, e finalmente al mattino era compiuta; sedici lunghe facciate, un'elegia ed una requisitoria scritta colle lagrime e col sangue. La rilesse ancora una volta inorgogliendone, ed uscì per impostarla. Era più calmo, si cercò quel giorno stesso una cameretta, e vi si rifugiò.
La lettera a Mary rimase senza risposta. Era il mese di settembre coi giorni ancora lunghi e caldi: Firenze abbandonata dai forestieri e dai fiorentini sembrava quasi più bella. Tutte le sere Giorgio andava a vedere tramontare il sole dal cimitero di S. Miniato, e si sentiva una gran voglia di morire con lui in un magnifico vespro, cogli occhi incantati nei suoi ultimi raggi, e gli orecchi pieni dell'ultimo addio, che la terra gli mandava. Poichè nessuno lo conosceva, o gli indovinava dal viso il suo dramma, nessuno doveva udire il suo poema; egli sarebbe venuto a bruciarlo nel cimitero, fra mezzo ai grandi morti nel silenzio della notte. Questo tetro pensiero, che era ancora un pensiero di amore sebbene non volesse confessarlo, gli faceva battere il cuore ad ogni signorina dalla fisonomia straniera, a cui s'imbattesse. Tutte le notti i suoi sogni partivano per Scarperia, e ne ritornavano singhiozzando. Poi il mattino, aprendo la finestra, cercava involontariamente cogli occhi il bianco profilo di quella magnifica villa.
Nullameno Firenze cominciava ad interessarlo. Uno dei suoi luoghi favoriti era il Mercato Vecchio, una città microscopica dentro la grande, una topaia dentro il portentoso capolavoro di una cattedrale. Egli ci viveva col popolo, mangiando alla stessa cucina economica e succolenta, abbandonandosi alla novità musicale di quel gergo, melodico come un canto. Talvolta pure si metteva dietro a un suonatore ambulante, e gli dava sempre un soldo, spremendo un'acuta voluttà dagli sguardi curiosi del povero rapsodo, il quale si vedeva perseguitato da quel bel signore, e non sapeva che quel signore era forse il primo violoncellista del mondo. E a poco a poco la musica lo riattirava. Il pretesto di quel poema, opposto alla signora Edvige, per sottrarsi ai bagni, gli ritornava alla memoria, e una sera seduto sul piedistallo del David in faccia al sole morente, guardando le prime ombre discendere dai colli decise di scrivere la _Notte_. In quei giorni si legò con un giovane fiorentino, piccolo e bruno, boemo come lui. Pareva poverissimo, ma era allegro, chiacchierava bene e volentieri. Alle prime parole simpatizzarono, alla fine della colazione erano intimi. Giorgio, che dalla morte dell'Anna non si era più sfogato, si gettò nel cuore del nuovo amico, parlandogli da solo per due ore, piangendo e bestemmiando; mentre l'altro ascoltava mano mano più severo, rispondendo appena con qualche parola. Egli si chiamava Momo Martelli, un nome diventato celebre nella letteratura di questi ultimi anni, e che allora si nascondeva dietro varie maschere di pseudonimi.
Momo taceva. Lo lasciò effondersi liberamente sulle proprie sciagure, ma al capitolo dell'arte protestò energicamente. Momo non era uno dei soliti boemi, che si credono novatori per ciò solo che sono ribelli; aveva ancora un sincero entusiasmo pei vecchi capolavori, e lacerava con mordace ironia la inane vanagloria dei nuovi artisti, che, dopo aver deriso il passato, lo copiano. Per la prima volta Giorgio si trovava di fronte a un ingegno giovane come il suo, ma più colto e più forte: quasi quasi se ne adontò. Momo aveva delle frasi più dense di pensiero, e lo stringeva così forte, che Giorgio inferocito della sconfitta gli disse con uno scatto di orgoglio:
— Vieni domani, ti farò sentire il mio _Giorno_.
— Lo sentirò al concerto, che darai: io discuto volentieri un'opinione, non un'opera coll'autore. C'è il pericolo di non capirsi, e quasi sempre la sicurezza di guastarsi. In pubblico non è così: il nostro giudizio si integra di tutte le sensazioni dei vari temperamenti. Piuttosto domani ti porterò un libro di Balzac; se questo non ti salva, tu sei perduto — aggiunse con un sorriso, che voleva essere scherzoso ed invece era triste.
La mattina Giorgio ricevette il piccolo volume, e lo rilesse due volte con un tremito sempre maggiore di sentimenti e di idee. Avrebbe voluto veder Momo per parlargliene, ma non riuscì a trovarlo; gli andò a casa, lo cercò per Firenze, salì due o tre volte alla Laurenziana, dove gli aveva detto di capitare sovente, e alla fine del quinto giorno lo sorprese in una delle solite bettole di Mercato Vecchio.
— Così? — chiese Momo.
— Gambara è morto pazzo, ma aveva ragione.
— Me lo immaginavo — e non volle intendere altro.
Invece parlarono di dare un concerto ai primi della stagione d'inverno. Momo tornò alla carica, perchè il concerto fosse, secondo il solito, con accompagnamento di orchestra; ma Giorgio fu irremovibile.
— L'orchestra sono io.
Questa volta Momo non sorrise, disse che s'incaricava di far cantare i giornali, dove scriveva, e nei quali aveva moltissimi amici. La sala sarebbe una delle solite.
— Se tu mi sei contro?! — disse Giorgio ammirato di quella facilità.
— Mio caro, nel mondo bisogna avere due opinioni su tutto, forse per essere perfetti — seguitò con ironia — bisognerebbe avere anche due morali. Io ti condanno, ma lavorerò perchè il pubblico ti assolva, e, se ci riesco, il pubblico avrà preso a prestito la mia opinione invece che quella di un altro. Mio caro, il pubblico di tutte le sale, non bisognerebbe mai dimenticarselo, siccome giudica sempre sopra una prima sensazione, ha bisogno che qualcuno gli prepari il proprio giudizio; i critici da giornale non servono ad altro, e se vogliono fare di più, cessano di essere capiti. Forse riusciremo, ma la tua vittoria non sarà per questo una vittoria decisiva nel campo dell'arte.
E questo concerto divenne il tema delle loro conversazioni e dei loro sforzi.
Momo, maggiore di cinque o sei anni, e che allora lavorava ad un romanzo, buscandosi la vita quotidiana cogli articoli di giornale, era di una compiacenza inesauribile. Firenze cominciava a ripopolarsi, Mary non era ancora tornata da Scarperia. Quando ebbero fissato il giorno del concerto, Momo aprì la crociata nei giornali a favore dell'amico con una serie di articoli sopra la musica moderna, sul Berlioz, e sul Rinaldi, questo illustre italiano incognito solamente in Italia; e Giorgio, che non approvava le sue idee artistiche, giungeva quasi a lagnarsene. Il giorno spuntò. Giorgio non dormiva da parecchie notti, era sparuto e nervoso come un malato; aveva indossato una nuova marsina del miglior taglio, e per gentile superstizione l'ultima delle sei camicie, che la povera Anna gli aveva cucito per il primo concerto. Momo, che si era accorto di quel convulso, non lo lasciò tutto il giorno, e fece inutilmente ogni sforzo per distrarlo. Mano mano che s'avvicinava l'ora, Giorgio si rabbuiava e non parlava più: per strada i grandi cartelli colorati, col suo nome a lettere cubitali, gli davano dei sussulti.
Passando davanti al campanile di Giotto:
— Se la mia musica fosse così, credi che la capirebbero? — disse Giorgio.
— Credo di sì.
— T'inganni, le creazioni fantastiche non sono intelligibili che alle fantasie.
E non parlarono più.
La gente e le carrozze assiepavano la porta del palazzo del concerto: essi passarono inosservati, e per una porticina secreta furono nel camerino, dove li aspettava il violoncello. Alcuni amici di Momo, musici e giornalisti, vennero poco dopo; si sentiva il rumorio della sala come uno stormire discreto di fronde, dall'uscio socchiuso penetravano dei soffi profumati.
Giorgio era pallido come un morto.
— Avresti paura? — gli mormorò Momo all'orecchio.
— È un fiasco!
— Lo berremo — rispose Momo con gaiezza affettata.
— Sì, perchè sarà avvelenato.
Fu l'ultima parola. Accordò il violoncello, ordinò al cameriere di portarlo sul palco, ed attese. Gli amici rientrarono nella sala. Giorgio e Momo rimasero soli. Erano entrambi febbricitanti: Giorgio camminava su e giù, guardò all'orologio, quindi fermandosi dinanzi a Momo aprì le braccia. Egli comprese, vi si gettò, e si dettero un bacio come per un ultimo addio.
Giorgio entrò nella sala. Fu un'apparizione. Quella sua figura delicata e signorile destò un murmure di simpatia; arrivò colla testa alta, prese il violoncello, fece un inchino quasi orgoglioso al pubblico, e si assise. La sala era gremita, le signore abbondavano in mezzo ad una moltitudine di colori. Ma con tutta la sua iattanza Giorgio non osò di alzare gli occhi. La sala era inondata di luce, si sarebbe udito il fluttuare di un velo: Giorgio, che dava il concerto a proprie spese, vi aveva impiegato gli ultimi danari riuscendo ad una discreta decorazione. Incominciò: la mano gli tremava talmente, che le prime note quasi non s'intesero; poi si rimise, e attaccò il preludio. Alla terza frase il pubblico fremè. Gli uomini ascoltavano, le signore guardavano: la musica, una descrizione a tocchi sobrii e risentiti, fu subito compresa, e proseguì crescendo di colorito e di vivacità come l'alba: si udiva il vento del mattino, si discerneva lo stormire delle piante, il risvegliarsi simultaneo e nullameno graduale di tutta la natura. Ma quando nell'incalzare di tutte le voci e nel lampeggiamento di tutti i colori rifulse il sole, la frase, che si era innalzata ingrossandosi di tutti gli altri accordi, ebbe uno scoppio così potente, che il pubblico urlò. Giorgio provò la percossa voluttuosa di quell'applauso, e senza badarvi proseguì lo sviluppo della frase rompendola in cento razzi, in una pioggia di sorrisi e di colori, che sembravano cadere nella sala come tante faville di girandola, tante foglie vaganti di fiori. Allora gran parte del pubblico, levandosi come per respirare meglio la freschezza di quel mattino, applaudì con nuovo impeto, e Giorgio dovette sorgere egualmente per ringraziare. Quindi girando gli occhi nella sala, non vide che teste luminose in un'agitazione di marea. Mary col fidanzato guardava dalla seconda fila; era ancora più bella, coi ricci biondi, che avevano lo splendore dorato di un raggio. Giorgio vacillò, ricadde sulla sedia, e involontariamente si passò la mano sul volto. Riprese, ma la definizione così viva dell'alba perdeva nella luce crescente la propria chiarezza, sminuzzandosi in un chiacchierio affaccendato di tutti i piccoli viventi. Invano il violoncello moltiplicava i miracoli della imitazione, ripetendo la stessa parola in tutti i linguaggi, chè alla descrizione mancava pur sempre l'insieme di un'idea, e quindi la intelligibilità della rappresentazione. Giorgio aveva voluto esprimere intimamente tutti gli individui della natura, dimenticando che l'uomo non intende che l'uomo, e animando l'universo non può dargli che la propria vita. Che se nel dramma il protagonista diventa drammatico solo perchè lo si riguarda momentaneamente isolato da tutti gli altri uomini, e si separa il suo destino singolare dal fato comune; nella sinfonia invece tutti gli esseri della natura debbono perdere la individualità delle loro sensazioni per esprimere un'idea o un sentimento umano. Giorgio invece aveva voluto riprodurre integralmente nel proprio poema l'anima di tutti i viventi, e piuttosto che una sinfonia n'era risultato un tumulto. Ma come in quest'audacia stava la vera originalità della sua composizione e ogni speranza della battaglia, l'orgoglio esaltato gli dava un'incredibile energia di attacco. Curvo sull'istrumento, che i lunghi capelli gli piovevano romanticamente dalla fronte, ne provava tutti i fremiti e tutte le vibrazioni. Non vedeva più la luce della sala, non sentiva più il calore umano di quella folla. La sua immaginazione si era perduta nei quadri del poema, come un viaggiatore nella visione dei propri ricordi. Allora appunto il sole si fermava sul meriggio con un immenso abbarbaglio di fornace. L'aria oscillava, la terra si screpolava, tutte le piante erano immobili. Nell'oppressione ineffabile di quell'ora Giorgio si sentì oppresso; il respiro gli si fece più difficile, il braccio gli cadde quasi penzoloni lungo le gambe. Il sudore della spossatezza gli bagnava la fronte. Gli pareva che le corde del violoncello si fossero allentate. Poi in quello sfinimento improvviso tutti l'abbandonarono, non seppe più bene dove fosse, cosa facesse. Come viaggiatore, che, traballando per la stanchezza, cerchi di cadere all'ombra di un albero, egli andava involontariamente ad abbattersi sotto la malinconia dei suoi giorni più tristi, finendo quasi per provare una specie di benessere in quel languore esausto del meriggio. Ma il vento tornava a far stormire le frondi, Giorgio si ascoltava intorno un susurro. Non si ricordava più da quanto tempo suonasse. Il susurro sorgeva dal pavimento con uno scalpiccio di piedi, uno stridio di sedie mosse qua e là; un sibilo di parole correva tra le file delle poltrone smorzandosi nel fiotto dei ventagli, nell'accento soffocato di un'esclamazione, mentre il fruscio degli abiti delle signore imitava le prime impazienze del vento nell'ora del temporale, e la percossa di qualche canna le prime battute della grandine. Giorgio lo avvertiva. Ma intanto che i sensi gli si ottundevano nella stanchezza, la coscienza gli si rischiarava nella visione della realtà. Sciaguratamente poema e concerto non erano nemmeno a mezzo. Allora l'impossibilità di giungere in fondo lo colpì in mezzo al cuore come una palla. Non vi era più scampo, egli stesso era prostrato, le dita non gli rispondevano più agli atti del pensiero. Il meriggio era appunto la pagina più faticosa e difficile nell'esecuzione. Il suo cuore ebbe una suprema convulsione di ferito, le sue tempia si lacerarono in uno scoppio. Il mormorio del pubblico cresceva di minuto in minuto, vi si distinguevano i fremiti della collera, i soffii gelati dell'ironia; tutte le bocche avevano una moina insultante, tutti i gesti un'intenzione malevola. E mentre lo stesso dolore di quelle trafitture gli comunicava un'ultima suprema energia, un nome gli squillò nell'orecchie: Mary. Giorgio alzò il capo.
In quel momento Mary si arrovesciava sulla spalliera della sedia, colle piume del ventaglio fra i denti, guardando il marchese Soderini, che le terminava nei capelli la frase di uno scherzo. Gli occhi di Mary schizzarono come uno scintillio sul volto di Giorgio; il pubblico, vedendolo alzare il capo, era rimasto intento.
Giorgio impallidì come uno spettro, rimase cogli occhi sbarrati nel volto di Mary, che non riusciva a soffocare la propria ilarità; quindi facendo all'improvviso un gesto orribile, inesprimibile di follia si alzò, brandì il violoncello come un violino, e fuggì a precipizio per l'usciuolo.
Il camerino era vuoto.
Il cappello a cilindro stava solo nel mezzo del tavolo. Giorgio non vide nemmeno la cassa dell'istrumento, si cacciò il cappello in testa, e si precipitò per scappare: la sala rumoreggiava. Ma in quella rientrarono nel camerino il cameriere e Momo, pallido egli pure come un morto. Giorgio aveva una fisonomia insostenibile; respinse il cameriere con un gesto, respinse Momo che gli tenne dietro, e sempre col violoncello in mano irruppe nel corridoio, calò le scale. Momo tentò due volte di trattenerlo parlandogli: il rumore della sala cresceva, alcuni signori cominciavano già a discendere. Giorgio saltò addirittura gli ultimi gradini, vide un fiacchero dirimpetto al portone, vi corse, vi gettò il violoncello, e quando fu seduto, non ebbe ancora la forza di parlare.
— La cassa? — esclamò Momo, guardando l'istrumento, per una di quelle sensazioni della realtà, inevitabili anche nelle più violente tempeste dello spirito.
Giorgio si voltò di soprassalto, e con un'occhiata che intendeva ben diversamente la sua domanda:
— Domani — rispose.
Fu la sola parola di tutto il tragitto: Momo aveva dato al cocchiere l'indirizzo di Giorgio, ma quando il fiacchero si arrestò, Giorgio prese il violoncello, e impose a Momo di restare. Si era ricomposto, o pareva; solo la voce gli tremava ancora.
— Rimani: ho bisogno di essere solo — disse con accento sicuro.
Momo fe' un diniego col capo.
— Tu hai paura che mi ammazzi — seguitò l'altro con uno strano sorriso — per loro?!
Momo insisteva: allora Giorgio tornò a sedersi, e parlò così lucidamente, con tale tranquillità, che l'altro dovette arrendersi. Solamente nel salutarlo gli appressò gli occhi agli occhi per studiarne bene lo sguardo, e ripetè:
— Lasciami salire.
— No — disse l'altro risolutamente tendendogli la mano, ed entrò solo in casa.
Salì le scale al buio, la camera era al terzo piano. Quand'ebbe acceso il lume, si guardò involontariamente nella specchiera sopra il canterano, e la sua fisonomia stravolta gli fece così male, che tutta la collera gli riavvampò. Aveva la faccia di un'immobilità marmorea, la bocca ringrinzita da un tremito di paralisi. Con un moto violento si slanciò sul violoncello, lo afferrò con ambe le mani per il manico, ed alzandoselo sopra la testa lo sbattè con rabbia demente a più riprese per terra. Un'ira selvaggia gli centuplicava la forza nelle braccia, mentre le schegge balzavano grandinando nelle pareti, e le corde slacciate sibilavano per l'aria attorcigliandoglisi alle mani con movimenti viperei. Ma egli proseguiva, inebriandosi di quel dolore feroce, attraverso il quale sentiva confusamente di commettere un'insensatezza e un'infamia. La piccola camera pareva in tempesta: il pavimento traballava, i vetri delle finestre tintinnivano: una voce tuonò dal piano sottoposto senza che Giorgio l'intendesse.
Colle mani sanguinolenti dalle ferite delle chiavi, seguitava a percuotere il troncone del manico per terra, trasportato dall'impeto di quella furia, colla bocca, che aveva finalmente trovata la contorsione del pianto.
Ad un tratto lasciò cadere il troncone, e si chinò a raccogliere una carta. Era una lettera. Cogli occhi che leggevano a stento, gli parve di riconoscere il grosso carattere dell'Anna.
Il cuore gli si arrestò così bruscamente, che cadde quasi in deliquio. Era proprio il carattere dell'Anna, la lettera doveva essere nascosta entro il violoncello.
Allora, sotto la pressione di una nuova paura, strappò il suggello.
La lettera era senza busta.
«_Caro Giorgio_,
«Ti scrivo prima di morire. Ecco, tu adesso sei al concerto, ma io ti sento di qui. Troverai il mio testamento in un'altra lettera sotto il capezzale; con essa ti lascio la mia poca miseria, pregandoti di conservarla anche quando sarai diventato un signore, come un ricordo del bene che ti ho voluto, dopo che ti era morta la mamma, e ti ho raccolto.