Part 15
L'alba è piena, il mondo è desto. Poi in mezzo ad un accordo fuso come un unisono, fra uno scoppio abbagliante di gloria, spunta il sole. Tutto sussulta, i colori balzano sugli oggetti, gli occhi sono rivolti in alto. Il mattino riprende la propria festa; i fiori e gli alberi si salutano, tutte le conversazioni del giorno innanzi proseguono, si rintrecciano le commedie degli amori. Le api col vizio mattinale di tutti gli operai bevono i primi bicchierini nelle corolle rugiadose, e il gallo batte l'ali con uno strido dispotico. Solo l'uomo lavora, ma la sua canzone s'innalza gioconda nel mattino fra il rumore degli istrumenti. Quindi i cavalli passano tintinnando colla sonagliera, l'asino raglia stuonato come un corista, il postiglione getta dalla cima dell'alpe lo schiocco della sua frusta, come una battuta di nacchere nel ballo. Il sole monta, è già mezzogiorno. L'ombra sfinita si raggomitola ai piedi degli alberi, i lavoratori meriggiano al rezzo setacciato di una quercia. Per la strada deserta, come nella notte, non passa più che il ramarro, o le lucertole scherzano sopra un pilastro arroventato, mentre dagli alberi, presso e lontano, il coro delle cicale cresce con vibrazione uniforme ed instancabile. Laggiù in fondo l'aria turbina, il cielo pare di metallo bianco: una solitudine ardente si distende sul mondo. Ma in quel silenzio soffocante i gatti vanno a sdraiarsi al sole, e i cani scuotono la bocca bagnata guardando al padrone, che disteso per terra apre involontariamente le braccia e chiude gli occhi. È l'ora dell'amore. La voluttà s'innalza nell'aria come da un braciere, e cade dalle foglie coll'ombra come un refrigerio. Il vento vellica tutte le labbra, il sonno intorpidisce tutte le coscienze. Il sole stesso è immobile: la sua grande pupilla di leone ha un dardeggiamento insopportabile, una fissazione dissolvente. E per la solitudine silenziosa le cicale invisibili rumoreggiano come per coprire discretamente l'anelito di qualche parola, intanto che le messi ondulano, le piante sonnecchiano, gli animali riposano, il sole guarda, il vento sospira, e l'ombra si allunga adagio. Quindi un fremito passa per tutta la natura. Gli armenti escono dai boschi ai prati, il bue ritorna al campo, i viandanti ricominciano a passare per la strada, gli uccelli volano e cantano, l'uomo canta e lavora. Il sole e l'ombra discendono riavvicinando tutti i viventi. Il cielo è tornato turchino, le foglie hanno dei sorrisi più calmi, ogni linguaggio un accento più mite. E a poco a poco i toni si raffreddano. I boschi s'infittano, le vette dell'Appennino si abbrunano, le cicale accordano il loro accompagnamento stridulo col murmure delicato del vento e il susurro più commosso degli uccelli. Ecco il vespero col raccoglimento della sua malinconia e il crescendo del suo pallore. Il sole brucia ancora un istante sulla montagna, l'ombra ha tutto allagato, e la canzone del lavoratore s'interrompe nell'aria fresca tra i richiami dei passeri. È l'ora dell'agonia e della musica umana: mentre la tenebra s'inoltra sul mondo, l'uomo si avanza nell'infinito. Allora la voce gli si affievolisce, e dal cuore misteriosamente commosso gli si alza il canto della sera. Come la natura finisce nell'uomo, la sinfonia conchiude alla elegia fra l'umidore della rugiada, che pare un pianto, e la prima luce delle stelle, che non è ancora un sorriso. Il murmure roco delle foglie somiglia ad un brontolio di trapassati; laggiù i lumi vagabondi delle lucciole simulano il corteo di un funerale, che gli ultimi rintocchi dell'avemaria abbiano annunziato nella sera. La tenebra arriva colla morte, i dubbi cadono dalle stelle. E nella dissoluzione di questo mondo, che gli svanisce dintorno, l'uomo, che non osa parlare, si rifugia nel canto. Gli ultimi ricordi gli prorompono col volo delle nottole da tutti i vani della memoria, le ultime larve sfuggono nell'ombra sempre più densa, le ultime voci si acquetano in un silenzio sempre più lungo. L'uomo non sente più, pensa; l'elegia, che era come la sua orazione sul giorno morente, diviene il soliloquio del suo pensiero.
Così Giorgio aveva sentito e creato il proprio poema. Ma appena si propose di scriverlo cominciarono le difficoltà. Conoscendo troppo poco il contrappunto ed avendone l'istinto, gli scoppiava ad ogni passo nella coscienza il bisogno delle regole negate. Invano per facilitarsi l'ispirazione usciva fuori alla campagna come un pittore, e vi restava le intere giornate; che dovette accorgersi ben presto come l'andare in cerca d'impressioni o di idee prestabilite fosse un'altra follia. Allora colla reazione dei caratteri nervosi si chiuse in casa, dicendosi che ogni sensazione per riuscire artistica doveva subire una lunga incubazione. Per tre mesi rimase invisibile a tutti, scrivendo una pagina e stracciandola cento volte, passando lunghe settimane a perfezionare sul violoncello una nota imitativa. Egli voleva rendervi tutta l'orchestra non solo, ma tutte le voci della natura, dai cori dei boschi ai pieni dei torrenti, dall'accompagnamento insensibile degl'insetti agli _a solo_ dell'usignuolo. E, mentre si stremava contro queste impossibilità, un orgoglio caldo gli andava salendo al cervello, come se in quella ignorata casetta di ortolano egli preparasse una nuova epoca per l'arte, e quella buona gente dovesse apprenderlo un giorno e fare su di lui una leggenda. Quindi fra di loro si faceva più volgare e più povero per raffinatezza di vanità.
Ma un giorno fu quasi per tradirsi col più giovane garzone dell'orto, che avendogli portato da Firenze un grosso pacco di carta da musica, gli domandava a cosa servisse.
— A tutto — concluse Giorgio troncando il discorso, che aveva già cominciato.
Con questo però il poema non andava innanzi. Allora pensò di farne la partitura per orchestra. Le intestature riuscirono incredibili: _Quercie e Pioppi_, _Il Fiume_, _I Grilli_, _Il Sole_. E si mise subito a scriverle per impossessarsi bene della natura di ogni istrumento, e farlo poscia passare nel corpo del violoncello. Fu un lavoro accanito e doloroso, nel quale lo sorprese l'inverno. Ma per quegli sforzi l'umore gli si faceva sempre più nero; mentre i lunghi esercizi, massime di notte, quando scendeva di letto e si metteva a studiare il canto di qualche uccello, cominciarono ad irritare la gente di casa. L'ortolana, così commossa alla prima romanza, era adesso più insofferente di ogni altro.
Giorgio non le rispondeva o faceva un sorriso di compassione.
Anche l'inverno passò. Giorgio, che per vegliare al caldo aveva dovuto rifugiarsi nella stalla delle mucche, sentì la primavera con un impeto di gioia. Aveva scritto e rifusa nel violoncello tutta la partitura, un enorme volume diviso in tre libri: _Alba_, _Meriggio_, _Sera_. Tutti tre formavano un concerto di almeno cinque ore. Giorgio ne era talmente entusiasmato, che fra quelle dolcezze di primavera consentì perfino a suonare in un ballo di parrocchiani, dove tutti rimasero inebbriati: quindi il mondo lo riattirò. Conchiuso quel lavoro colossale, provò così vivamente il prurito di parlarne, che prese a frequentare il grande caffè di Scarperia, dove la sera convenivano, coi pochi signori del paese, molte altre persone di buone maniere. Naturalmente Giorgio trasse dai bauli gli abiti belli, e parve loro un gran signore, anche dopo essersi confessato per un artista rifuggitosi in quella incantevole solitudine per accudire ad una grand'opera. La vanità terrazzana ne fu soddisfatta, il segreto di Giorgio circolò, e tutte le ragazze parlarono dei magnifici capelli lunghi del suonatore.
Una sera Giorgio intese annunziare l'arrivo di una famiglia americana, immensamente ricca, alla grande villa presso la casetta dell'ortolano. Parlavano di una ragazza bellissima e stravagante. Tutti raccontavano le sue follie, che a Giorgio parvero, com'erano, le più naturali del mondo; ma, avendo voluto dirlo, dovette accalorarvisi.
— Ah! — esclamò un uomo, che cominciava a diventar vecchio, bella testa di campagnuolo dorata dal sole e animata dalla malizia di mercato. — Ella, signore mio bello, s'innamorerà, glielo predico io.
— Bravo, signor Simone! — risposero in coro.
Giorgio rimase interdetto: poco dopo uscì dal caffè col cuore agitato. Era una notte tiepida. Venne fuori del paese sovra pensieri, e si trovò involontariamente davanti alla villa, che la bella incognita doveva occupare l'indomani, a duecento metri dalla casetta dell'ortolano. Allora per uno di quei tristi ed inesplicabili presentimenti si disse che quella donna gli sarebbe fatale; il sangue gli diè un tuffo, la fantasia gli si accese. Era di primavera, le stelle della notte sorridevano, le acacie all'ingresso del villaggio mandavano a quando a quando un soffio pimentato, le tuberose e le gardenie della villa esalavano un odore più esotico, un sentore aristocratico e strano. Giorgio si sedette sul muricciuolo del cancello; la notte e la primavera lo ubbriacavano. Per molte ore i suoi sensi furono in orgasmo e il suo pensiero non si staccò dalla bella incognita, alla quale si compiacque di attribuire una fisonomia di regina, bruna, cogli occhi enormi, il portamento e le forme superbe. Si coricò quasi all'alba. La mattina presto era già in piedi ben vestito, ma gli americani non arrivarono che sul vespro senza che egli potesse vederli. Quella sera invece di andare al caffè scrisse una romanza con questo titolo: «_A te_».
Per uno dei soliti casi di vicinato egli potè divenire presto amico dell'incognita, e frequentare la sua villa. La fanciulla non era bella: bionda con due occhi cilestri, un naso all'insù, un musetto rotondo, di un colorito smagliante. Si erano conosciuti alla cascina dell'ortolano, dove era entrata un mattino col babbo, vecchio negoziante arricchito, grasso e bonario, per mangiare delle fragole col latte. Giorgio in quel momento suonava a bella posta. La relazione presto fatta divenne presto intima, perchè Giorgio ebbe per loro il pregio di una scoperta. In casa tutti amavano la musica; Mary, si chiamava così, suonava il piano ai genitori, che, ascoltandola in estasi, ripetevano sempre lo stesso elogio per la musica italiana, la prima del mondo. La madre stava per Verdi, il padre per Bellini; Giorgio invece li disprezzava entrambi, e d'italiani non ammetteva che due antichi, un grande ed un colosso, Palestrina e Marcello. Laonde accaddero frequenti discussioni, nelle quali Giorgio rivelò volentieri il proprio secreto. Allora tutto si mutò a suo riguardo, e mentre prima l'avevano giudicato un povero diavolo, buono per divertirsene in campagna, dopo lo riguardavano col rispetto ossequioso, che talvolta i borghesi milionarii, di temperamento delicato, hanno per gli artisti in genere. Giorgio non disse tutto, nè della propria famiglia, nè come vivesse: solo confessò di essersi ritirato in campagna per scrivere un'opera, che ricusò di mostrare malgrado tutte le seduzioni e le moine. E una volta che Mary ne lo stuzzicava, rispose alteramente che la sua non era musica da signorina.
La ragazza ne fu punta.
Frattanto in quella villa e in quella vita di agiatezza raffinata Giorgio si svestiva della prima ritrosia. Tutti parlavano bene l'italiano ed amavano l'Italia: avevano servitori e carrozze, cavalli da sella e due bei cani da caccia. Giorgio era invitato a pranzo quasi tutti i giorni, lo tempestavano di biglietti, lo soffocavano di cortesie. Egli lasciava fare. La mamma sedotta dal suo aspetto aristocratico e da quel suo abbandono misterioso nel mondo voleva essere la sua nonna: il padre lo portava seco a caccia, e gli parlava delle Ande a proposito dell'Appennino, Mary diventava sempre più buona. Sul principio aveva avuto delle maniere piene di bruscherie, che lo irritavano, quando pigliandolo improvvisamente dentro una frase insidiosa voleva penetrare nel secreto della sua vita. Giorgio si vergognava di essere povero e plebeo. Poi poco a poco divenne malinconico, e cominciò a sottrarsi a qualche pranzo, ad evitare qualche scampagnata. In paese non compariva quasi più, o scansava studiosamente il gran caffè, dove lo dicevano già innamorato. Infatti lo era e al punto, che toccando raramente il violoncello, non suonava più che quell'ultima romanza.
Giorgio non aveva suonato alla villa se non per accompagnare Mary nell'_Ave Maria_ del Gounod, la quale naturalmente egli giudicava molto al disotto dell'altra del Cherubini, o dell'Arcadet a sole voci. Ma la signora Edvige, la mamma, che non conosceva queste ultime due, ed era fanatica del Gounod, aveva troncato sdegnosamente a mezzo tutti i paragoni. E una notte, quando Giorgio suppose che i genitori dormissero, avendo veduto il lume alla finestra di Mary, aperse il piccolo cancello del bosco sempre socchiuso, e venne a nascondersi nell'ombra di una siepe col violoncello. La notte era molto buia. Egli attese lungo tempo, poi suonò la romanza «_A te_» con tale passione, che alla fine gli venne da piangere, e dovette scappare. Gli era parso di sentirsi a mezzo la romanza chiamare dalla voce dell'Anna. L'indomani non osò presentarsi alla villa, quell'altro giorno nemmeno, finchè ricevette una lettera di Mary e della signora Edvige, le quali, fingendosi scherzosamente inquiete sulla sua salute, gliene domandavano novelle, e lo invitavano a pranzo.
— Di chi è quella romanza, che avete suonato l'altra sera sotto le mie finestre? — gli chiese improvvisamente Mary.
— La signora Edvige ha sentito? — egli susurrò a precipizio.
— Ma certo — rispose Mary con indifferenza —: scommetterei che è la vostra.
— Appunto.
— Andate a prendere il violoncello e tornate subito a suonarcela — disse con quell'affettazione d'impero, che andava così bene al suo visetto.
Dovette ubbidire, se non che avendo paura non la suonò come quella notte.
La signora Edvige e il padre lo guardavano, Mary era distratta. Quando Giorgio ebbe finito, dopo i soliti complimenti dei due vecchi, Mary s'impossessò della musica. Giorgio, che rimetteva già l'istrumento nella cassa, tese la mano; ma ella guardandolo arditamente:
— Non è per me? — domandò.
Giorgio impallidì.
Mary si gettò attorno uno sguardo, vide che non erano sorvegliati, gli stese rapidamente una mano, allungandogli il volto e mormorando:
— A te?
Giorgio non capì o non si arrischiò di cogliere quel bacio.
Da quel giorno furono amanti. Egli si sentiva scoppiare d'amore e d'orgoglio, ella era allegra come prima, e cominciava già a canzonare la sua aria fatale. Parlavano spesso di musica senza intendersi, perchè Mary non la pigliava che come un divertimento, col quale interrompere gli altri, e Giorgio invece come la più alta manifestazione del pensiero religioso. Laonde nell'amore egli non sognava che conversazioni mute guardandosi negli occhi, effusioni sentimentali, baci al lume di luna, mentre nel suo orgoglio di povero plebeo avrebbe voluto vedersi ai piedi quell'ereditiera di milioni offerentesi con una trepidazione di terrore.
— Mi amerai sempre, sempre? — le domandava spesso cogli occhi gonfi.
Ella rispondeva di sì col suo più bel sorriso, e poco dopo gli parlava di un viaggio in America, dove resterebbe forse due o tre anni. Giorgio non osava insistere; una volta ella gli disse leggermente:
— Vieni anche tu?
— Non posso — mormorò Giorgio, pensando alla spesa, ed obliando in quel momento le risorse del violoncello.
— È vero, non ci pensavo.
Un'altra volta, che erano al piano, avendo provato la canzone del salice nell'_Otello_, Giorgio nella soave vanità d'impietosirla cesse finalmente, e le raccontò la propria vita, le sofferenze da bambino, la mamma morta all'ospedale, l'eroismo, il martirio dell'Anna. Ma Giorgio, combattuto ancora dalla falsa vergogna della miseria, raccontava così male che Mary, invece di sentirsene tocca, finì quasi col riderne.
— Sarà stata innamorata di voi!
Giorgio rimase colpito dall'osservazione e peggio da quel voi, che non avevano mai usato nella loro secreta intimità. Troncò il racconto, ma tornando al violoncello non seppe resistere alla compiacenza di spiegarle, come ne avesse fatto il sepolcro romantico dell'Anna, e vi avesse incisa l'iscrizione. Questa volta Mary non si tenne.
— Bello! — esclamò curvandosi vivamente per leggere l'iscrizione.
— Questa invece è brutta: se me lo aveste detto, vi avrei disegnato delle magnifiche lettere. Datemi quel temperino che almeno le accomodi.
E piegandosi sulla cordiera, si mise realmente a correggere gli sgorbii. Giorgio non poteva osservare quello che facesse, ma il legno così grattato metteva tali stridori di lamento, che il pensiero gli corse all'Anna moribonda, mentre dalla figurina di Mary, quasi accovacciata sul violoncello, gli veniva un'emanazione odorosa e penetrante.
Mary si volse ridendo:
— Leggete
QUI GIACE ANNA VENTURI «SUONATE PER LEI»
Aveva aggiunto monellescamente: ma vedendolo rannuvolarsi, e fare come un gesto di minaccia, fuggì sghignazzando per la porta.
Da quel giorno cominciarono gli attriti secreti; ella, che affettava di esser gelosa di quella morta, e gliene rinfacciava ad ogni momento l'affetto; egli, che sentiva in quei rimproveri una punta avvelenata di scherno per la propria miseria di artista, mentre tutte le bramosie dell'uomo gli si destavano impetuosamente dinanzi a quella donna, che aveva col fascino morbido della sensualità tutte le lusinghe laceranti della civetteria. Ogni giorno si accorgeva di amarla di più e di rovinarsi per quest'amore, che gl'imponeva di vestirsi sempre a festa e di non pranzare più alla bettola. Adesso l'ortolana doveva cucinargli un pranzetto, che egli aveva la scortesia di trovare costantemente poco buono. Una volta indispettita ella lo punse sull'americana, e Giorgio proruppe in una scena.
Intanto l'amore non inoltrava; non si erano ancora baciati, non avevano parlato di matrimonio.
Giorgio volle metterne il discorso una sera, ed ella rise, perchè la mamma voleva farle sposare qualche signore toscano, che avesse un gran titolo.
— Non ci penso neanche, verrà poi — ella concluse.
A Giorgio parve di morire. Un avvilimento pieno di rancori gli rovinò sulla coscienza, e non parlò più. Mary sembrava non accorgersene, la signora Edvige colla faccia rosea, incorniciata di capelli bianchi, illuminata da una grande espressione di bontà, vegliava in quel momento su di loro come sopra due fidanzati. E quella mamma così buona non aveva capito quell'immenso amore per sua figlia! Ma Giorgio era povero, senza parenti, senza posizione, senza nome: se lo confessava, e subito dopo l'orgoglio di artista gli saliva al cervello, bruciandogli le lagrime degli occhi. Paganini non aveva sollevato l'Europa guadagnando milioni e milioni? Paganini aveva forse più ingegno di lui? Quindi un odio ancora voluttuoso, un disprezzo feroce e carezzevole gli veniva per Mary, una donna, che non sapeva indovinare quello che egli sarebbe forse tra poco. Giorgio ignorava ancora che la donna è quasi sempre così, e non può amare gli uomini superiori se non a patto di abbassarli. Ma se nella propria alterezza di artista avesse forse potuto consolarsene, essendo povero e plebeo si arrovellava di restarle socialmente inferiore; mentre la signora Edvige, parlandogli dei futuri concerti, si dichiarava sua protettrice, e s'incaricava fin d'ora della vendita dei biglietti, promettendogli con certo accento particolare grandi incassi.
Quando arrivò il mese di luglio, alla villa si discusse dei bagni. La signora Edvige preferiva Pegli, il babbo Viareggio: Mary non consultò nemmeno Giorgio, e la mamma, invitandolo, gli disse che a Viareggio sarebbe forse possibile qualche concerto.
— M'incarico io di prepararvi il pubblico, ne avrete fin troppo, e potremo mettere il biglietto al prezzo che vorrete. Io ne sono pratica; spesso la stagione delle acque vale quella dell'inverno.
Giorgio era rosso come una bragia, ma l'accento della signora Edvige era così sincero e benevolo, che egli comprese di non potersi offendere. Fortunatamente Mary sopravvenne, e, distraendo la mamma, gli diede il tempo di rimettersi. Mary parve non accorgersi del suo imbarazzo.
— E così venite? — insistè la signora Edvige.
Egli balbettò alla meglio di aver incominciato un altro poema, e di voler restare nella solitudine per finirlo.
Dopo otto giorni la villa era deserta.
Rimasto solo, Giorgio si sentì abbandonato come la prima volta alla morte dell'Anna. Per molti giorni stette chiuso in camera a piangere disperatamente la partenza di Mary fra mille altri dolori di uomo e di artista. Gli pareva di essere un esiliato nel mondo, senza famiglia e senza patria, senza mestiere e senza denaro. Adesso non credeva più neanche alla musica. Che cosa era l'arte, se avendola avanzata di un passo col poema, essa non gli aveva servito nemmeno a soggiogare la piccola testa di Mary? In che consisteva la sua sovranità, se gli artisti dovevano essere sempre poveri e spregiati? E le ultime parole della signora Edvige sul concerto gli cadevano nel cuore come tante goccie di piombo. Non v'era dunque differenza fra il musicista e il saltimbanco? La gente veniva egualmente a vedere o ad ascoltare, gettando la stessa elemosina a chi lo divertiva? Poi Mary gli riappariva, ed egli l'amava appunto perchè era una smentita continua al suo orgoglio, alle sue delicatezze giovanili, alle sue sincerità popolane. Mary camminava sopra di lui come per un campo, stracciando i fiori e lacerando le frondi. L'amava ella? Cosa faceva a Viareggio? Con chi parlava? Con chi rideva? Mille volte al giorno Giorgio soccombeva alla tentazione di andarla a vedere, e di tornarsene incognito; mille volte sul punto di partire aveva paura, e restava. Era una vita d'inferno. Ad ogni ora veniva a guardare la villa abbandonata sperando di incontrarsi col giardiniere e così di penetrarvi: se ne ricordava i particolari più minuti, i discorsi più insipidi, le scene più effimere. Il giardiniere, accortosene, lo canzonava; nel caffè grande di Scarperia facevano peggio. Una sera, che Giorgio vi entrò, le punture furono tali e tante, che accadde una scena. Giorgio dopo di essersi schermito colle insolenze tirò un bicchiere alla testa di un avventore, un uomo sulla quarantina, fortunatamente senza colpirlo, e lo sfidò a duello. La gente, che si era interposta fra i due, aveva quasi voglia di bastonarlo, e gli rise in faccia alla sfida: nel villaggio l'uso del duello non esisteva. Giorgio tornò a casa lagrimoso, e non ardì più di mostrarsi in paese, dove il suo alterco prese proporzioni enormi, e la sua passione per l'americana l'aspetto più grottesco. Mangiava appena, non dormiva più. La notte, due fantasmi inseparabili gli venivano sempre al capezzale, Anna e Mary: Anna non era più gobba, non aveva più quell'erpete sulla faccia, ma i suoi begli occhi di martire brillavano come la stella del mattino.
Mary invece diventò la fidanzata del marchese Soderini, uno dei grandi nomi della Toscana, giovane, bello e povero, che rialzava con questo matrimonio l'antica fortuna della propria casa.