Part 14
Era notte: un chiarore pallido, filtrando per la finestra, bagnava cinque o sei mattoni del pavimento, il grugno brunito della macchina e lo specchietto della parete avevano a quando a quando un raggio. Tutti gli altri mobili erano spariti, la piega del lenzuolo, prolungandosi verso terra, faceva una chiazza indecisa nell'ombra.
Anna sonnecchiava: per un momento le parve di udir suonare, poi più nulla.
Aveva freddo, ma non ebbe la forza di ravvoltolarsi addosso le coperte, e si tirò solo un lembo del lenzuolo sul volto. La notte e il freddo crescevano, il chiarore si appannò, poi si spense del tutto nella camera.
Non si intese più nulla.
Alle undici il rumore di un fiacchero, che si fermava alla porta, salì: poco dopo Giorgio rientrava col violoncello in una mano, e il fiammifero nell'altra. Era raggiante, si accostò premurosamente, ma udendo il suo piccolo respiro rantoloso, e vedendole gli occhi chiusi, non osò chiamarla. Anna si teneva con una mano il lenzuolo sulla bocca, l'altra le pendeva abbandonata lungo la sponda del letto.
Stette così infra due di narrarle tutto, le sale, il pubblico, la propria paura, poi i primi applausi, applausi sempre, un trionfo, una demenza, i signori che gli stringevano la mano, le signore che lo guardavano cogli occhi inumiditi: e Gaspare, il suo padrone, il sarto che era venuto in camerino a dargli un bacio e a dirgli che gli regalava il vestito. Ma l'Anna aveva gli occhi chiusi, e il suo piccolo respiro rantolava insensibilmente fra le fila del lenzuolo.
Giorgio guardava sempre col fiammifero, riparandolo coll'altra mano. Appoggiò il violoncello alla testiera del letto come per farle capire, se si destava, di essere tornato, e sulle punte dei piedi andò in cucina.
Era così affaticato da tutte quelle emozioni, che si addormentò.
Quando si svegliò la mattina, era solo.
L'Anna era morta; non aveva più il lenzuolo sul volto, ma il lenzuolo era macchiato di sangue.
* * *
Gaspare aveva ospitato Giorgio.
Sciaguratamente la lettera trovata sotto il capezzale dell'Anna non giovò a nulla; alcuni parenti lontani s'impossessarono dei pochi mobili, senza che si trovasse un avvocato per difendere la causa dell'orfanello. D'altronde nè Gaspare nè Giorgio insistevano; questi si portò via i panni, la musica, il violoncello, ed entrò con Gaspare nell'orchestra sotto il solito direttore; poi un impresario gli offerse di fare un viaggio per l'Italia e per l'estero dando concerti. Giorgio accettò con entusiasmo. Però i loro conti fallirono quasi interamente. Quindi da Venezia, la terza stazione del pellegrinaggio, entrarono in Germania già decaduti dalle prime pretensioni, fermandosi in tutte le città, e adattandosi alle esigenze della speculazione per fare quattrini. Se non che quella vita, tanto sognata, finì presto per mortificargli, colla passione della musica, la squisita sensualità artistica. Ogni giorno si faceva più malinconico, non parlava, ricusava tutte le sollecitudini dell'impresario, il quale per tenerlo allegro avrebbe voluto visitare i luoghi dove transitavano. Invece di passare come uno straniero poetico e fatale incantando la gente, e lasciandosi dietro una lunga commozione di ricordi, si accorgeva di non essere che un povero ragazzo in mano ad un mercante, il quale lo faceva suonare negl'intervalli delle commedie in tutti i teatrucoli, e, urgendo il bisogno, gli avrebbe fors'anche imposto le birrerie. Fortunatamente l'impresario, una natura di boemo, metà speculatore e metà dilettante, che aveva vissuto la più strana vita di avventure, si compiaceva troppo nella mobilità di quel vagabondaggio per pensare molto a sfruttarlo. Quindi trattava Giorgio da camerata, dandogli volta per volta pressochè la metà vera dell'incasso; e mentre egli la spendeva il più presto possibile in bagordi, ai quali aveva la prudenza di non invitarlo, per non compromettergli la salute, Giorgio la riponeva quasi integralmente.
La sua sola e grande spesa erano i vestiti e le biancherie; voleva scendere ad un albergo più che decente, arrivare e partire sempre dal teatro in carrozza. Ma sebbene fosse oramai un uomo, era ancora vergine o quasi, giacchè l'attività incessante dell'anima gli produceva come un'inerzia nei sensi. Vestiva di nero, come gli aveva consigliato l'Anna, e, unico malvezzo della professione, portava i capelli in una pioggia di riccioli sulle spalle, i quali gl'incorniciavano romanticamente la magnifica testa, fine nella bocca, altera e quasi brusca nell'altezza e nella convessità della fronte. Una lanuggine trascurata gli metteva un pallido color d'ambra sul pallore quasi cereo delle gote, che un largo cerchio turchino sotto gli occhi solcava con una patetica espressione di malattia. L'impresario, sui cinquant'anni, aveva ancora tutta la giovinezza ostinata di certi dissoluti, e si ubbriacava di donne e di vino, trovando sempre, diceva lui, il manico, pel quale pigliava le cose e le persone. Ma se acchiappava non sapeva tener stretto, e peggio s'innamorava tuttavia come un fanciullo. A Gratz si legò con una serva di birraria, bella ragazza, bionda come Giorgio, e che Giorgio detestò quasi subito. Quindi una rottura. Giorgio, che s'accorgeva di non ricevere più la metà degli incassi, disgustato da quella facilità di amori, se ne lagnò aspramente con lui; la servetta volle interloquire ad insolenze, e l'impresario fidandosi sulla propria superiorità di guida, che sa la lingua del paese, con un ragazzo abbandonato, inesperto e quindi nella impossibilità di ribellarsi, sbraveggiò. Giorgio allora lo guardò con disprezzo, avvertendolo che si sarebbero separati.
— Voi? Non trovate neanche la stazione per andarvene, povero coso!
Giorgio gli voltò le spalle senza dir altro.
La mattina per tempissimo, colla prima corsa, partì; ma, ancora fanciullo, nel timore di essere inseguito, invece di ritornare, proseguì verso Vienna. Rimase due giorni nascosto in un piccolo paese; quindi diede volta per l'Italia. Rivide Venezia, tutto il Veneto, a piccole tappe, senza aprir mai la cassa del violoncello; e si trattenne a Milano. Da Milano discese a Firenze, gironzolò per tutta la Toscana, finendo per fermarsi a Scarperia sotto l'Appennino. L'incantevole paesello lo innamorò, non era ancora la primavera: i monti bianchi di neve si alzavano a picco, prolungandosi indefinitamente come un muraglione che dividesse due mondi. Era un paesaggio severo ed aggradevole, romito e gentile. Una mattina entrò in una piccola osteria, a mezza strada, fra il paese e la montagna. La strada vi faceva un gomito, e a poca distanza una casetta nuova, con dinanzi due aiuole ed una cancellata di ferro, sorgeva in mezzo ad un orto. Tutta la sua facciata era coperta di pianticelle rampicanti. Forse l'ortolano, che l'abitava, era pure il padrone dell'orto. Giorgio rimase pensieroso a guardarla dall'uscio dell'osteria, mentre gli ammanivano il pranzo.
— Potreste alloggiarmi qui? — domandò all'ostessa, che era venuta a chiedergli se gli piaceva il pecorino nella minestra.
Ma ella, che dalla fisonomia e dagli abiti lo prendeva per un gran signore, si scusò della povertà dell'osteria, buona appena per i pecorai della montagna: quindi Giorgio la interrogò sulla casetta di contro. L'ortolano presente si mescè al dialogo, e convenne di affittargli una stanza.
— Quella di mio figlio: l'ho messo nel seminario di Firenzuola.
Il prezzo fu di dieci franchi al mese, l'ostessa per altri quaranta s'incaricò del pranzo: era il mese di marzo, e il seminarista non doveva tornare a casa che sulla fine del settembre. Giorgio fu contentissimo: l'ortolano andò subito coll'asino a prendere i bauli dall'albergo; e quella sera stessa, prima di coricarsi, Giorgio potè contemplare lungamente dalla finestra i monti bianchi di neve. La cameretta era piccina, colle tende. La famiglia dell'ortolano si componeva della moglie, una donna sulla quarantina, una bambinetta, due garzoni, poche galline, quattro mucche e due grossi cani pastori.
In casa credevano di avere un inglese, che sapesse l'italiano.
Per alcuni giorni Giorgio non aprì ancora la cassa del violoncello. Dal primo istante tutti si erano innamorati di lui per la sua ammirazione della vita campagnuola; l'ortolana specialmente per la sua ghiottornia del latte: poi l'olio, il pane e il vino, queste tre perfezioni della Toscana, che egli lodò con entusiasmo sincero, gli dettero il prestigio di un gran signore, che sa essere giusto col paese e colla povera gente.
Ma Giorgio, che voleva evitare ogni soverchia famigliarità, stava malinconicamente chiuso nella modesta cameretta, o uscendone a passeggiare, rispondeva breve e garbato con un sorriso più dolce di ogni risposta.
Aveva poco più di duemila franchi, due anni quindi di vita oziosa e tranquilla, ignoto a tutto il mondo, studiando fra quella dolce natura. In viaggio aveva comprato molti libri. Fece un disegno di vita, e vi si conformò abbastanza scrupolosamente. Aveva pressochè diciott'anni, ed era solo al mondo, come il più giovane garzone dell'orto, un trovatello di Firenze.
Allora la rivoluzione, che fermentava da lungo tempo nel suo spirito, scoppiò. Rimeditando il viaggio in Germania, ne risentì una profonda umiliazione per se medesimo e per l'arte. Gli parve di essersi degradato ad un'apostasia, e che il pubblico avesse avuto fin troppa ragione di accoglierlo così freddamente. Infatti il mondo era tutto pieno di rapsodi come lui, che viaggiavano solleticando gli orecchi, come gl'impresari dei teatrucoli meccanici solleticano gli occhi. Non era così la musica, non era così il violoncello. Poco prima di morire l'Anna gli aveva detto che se ne sarebbe fatta sepolcro, e vi avrebbe abitato per tutta l'eternità: come mai aveva egli potuto suonarvi dunque dei valtzer, e gettare nel raccoglimento divino di quella morte la volgarità chiassosa di un ballo? Che cosa ne aveva detto l'anima della morta chiusavisi volontariamente per seguirlo dappertutto? A questo pensiero un rimorso, che era quasi una paura, gli addentava il cuore, mentre il suo spirito cercava di rifugiarsi in un nuovo e più alto concetto dell'arte. Il bisogno di una formula, che spiegasse l'essenza della musica, lo urgeva, senza che il suo ingegno troppo esaltato ed insieme troppo povero di nozioni positive potesse arrivarvi. Secondo lui la musica era nata ultima nella storia dell'arte, quando il poema era già morto con Dante, e il dramma con Shakespeare: gli antichi non l'avevano nemmeno sospettata. Era nata quando la poesia del popolo tramontando nella poesia dell'individuo diventava lirica con tutta la varietà dei ritmi e delle passioni.
Ma come la lirica era la quintessenza della poesia, la musica era la quintessenza della lirica, giacchè solo la melodia degli accenti e la composizione misteriosa delle sillabe producevano nella massa il suo sentimento. Egli non sapeva la storia del linguaggio, ma l'inventava così: prima il gesto, poi il suono, poi la parola, poi la poesia, poi la musica: la musica, l'ultimo sforzo del linguaggio umano, che esprimeva quanto le altre forme non avrebbero saputo o potuto. Era quindi nata dopo che le tre grandi manifestazioni del linguaggio, la linea, il colore e la parola, si erano esaurite; dopo che la poesia si era ammutolita in faccia all'ultimo dubbio, e la religione aveva sospirato sul cadavere dell'ultima speranza. Allora dalla cima della piramide umana, alla quale tutti i popoli avevano portato un sasso o lasciato un rabesco, la musica aveva alzato l'ultimo canto della vita. Essa era ancora là, misteriosa come la vita medesima, riassumendone tutte le armonie, e ripetendole.
Secondo lui nel mondo la poesia rappresentava l'infanzia della musica, come il graffito era forse ad un tempo l'infanzia della pittura e della scultura: ma la musica era inoltre tutta l'anima del linguaggio. Che altro aveva determinato l'accordo delle vocali e delle consonanti, l'allinearsi delle sillabe, il disporsi delle parole? La musica era l'architettura del linguaggio umano, mentre la poesia non ne era che l'ornato: la musica sentiva le convenienze intime e i rapporti misteriosi dei suoni colle idee: essa scriveva i periodi larghi e maestosi delle storie, le strofe leggiere per i conviti, raggruppava i versi degl'inni e dava loro il volo delle freccie; gettava le ottave dei poemi come gli archi dei portici, tirava le linee degli esametri come le linee dei cornicioni; tutto il linguaggio era un'orchestra, prosa e poesia, periodo cifrato e periodo scritto, le stesse leggi e gli stessi principii; la parola vi era sempre regolata dal tempo come la nota; e poi le gamme e le serie, e poi la musica ancora, sempre e dappertutto, nelle linee e nei numeri, nell'uomo e nella natura, nella eternità e nell'infinito.
E il suo spirito si smarriva sbigottito fra questo caos di idee, come il viaggiatore per le rovine di un antico mondo geologico. Quindi tutti i problemi della coscienza venivano a tempestare in quel problema artistico. Prima di possedere la musica come arte, l'umanità l'aveva avuta come ricordo o presentimento divino. L'anima dei primi abitatori, abbandonandosi al rumore dei fiumi, aveva nella inesauribilità di quel suono trepidato la prima volta nel sentimento dell'eterno: il bianco è un unisono di colori; il tuono una nota, che nessuno può fare se non Dio; l'amore, la gloria, i funerali, il paradiso... musica, null'altro che musica. Forse nell'ultima giornata della storia essa sarebbe il linguaggio dominante.
E allora, quasi l'ammasso informe di quelle idee mal nate e mal vive fosse già disposto nell'ordine di un sistema, si lanciava d'un salto alla musica moderna. Siccome l'epopea era discesa da gran tempo nel sepolcro, e il dramma era più che morto negli ultimi tentativi per risuscitarlo, la musica melodrammatica doveva essere morta del pari. Le necessità della scena l'avevano sempre soffocata, giacchè un dramma ha più efficacia in prosa che in verso, in verso che in musica. Nel dramma primeggia la rappresentazione della verità esterna, e quindi il linguaggio dell'arte che evoca un fatto, deve possibilmente essere lo stesso, col quale il fatto avveniva nella storia. Gli uomini parlano non cantano, la vita storica è azione e non sentimento. Egli negava il melodramma, e più ferocemente ancora la lirica musicale rifatta sulla lirica poetica. Perchè ripetere colla musica ciò che si è già potuto dire colla poesia? Poi nel melodramma prevaleva fatalmente la voce umana, mentre Beethôwen aveva pur dovuto confessare di non potersi costringere nella sua piccola gamma. L'uomo non poteva essere che un istrumento nella grande orchestra della natura, o tutto al più una specie di condensatore, nel quale passavano le varie forme della musica. Quindi l'arte doveva significare l'azione reciproca dell'uomo sulla natura, e della natura sull'uomo.
Ma questa concezione, dandogli le vertigini orgogliose di una scoperta, impiccioliva ancora la sua piccola personalità di violoncellista. Ormai non ammetteva più che la forma orchestrale colle voci umane discese ad istrumento di canto o di accompagno: nessuna scena, ed un'orchestra immensa in un teatro enorme. Là doveva eseguirsi la musica del nuovo genio, forse già nato, perchè quando una rivoluzione è iniziata, poco sta ad arrivarne il conduttore. Da Beethôwen a Berlioz il gran concerto e la grande sinfonia tendevano alla trasformazione del teatro e del gusto musicale. Wagner per difendere il dramma aveva dovuto innalzarlo nel mito, la grande regione musicale, trascinandosi dietro il mondo nell'ascensione. Ma dopo Wagner ogni altro dramma sarebbe impossibile collo sviluppo assorbente dell'orchestra nell'opera. Ciò era fatale e provvidenziale; le corde di una gola non potevano prevalere contro quelle di un violino. Da questo egli deduceva la subordinazione di ogni individuo nell'opera immensa dell'orchestra. Oggi che tutte le grandi arti erano morte per l'eccessiva importanza dei singoli artisti, e il libro aveva ucciso il monumento secondo la terribile frase di Hugo, solo la musica poteva ottenere l'annichilamento di mille volontà nel prodigio della sinfonia. La sinfonia era l'ultimo monumento della civiltà, l'ultima cattedrale della religione.
Poi la musica conteneva tutto. Berlioz non aveva scritto la _Dannazione di Faust_, Beethôwen la _Tragedia di Cristo_, Haidn il _Poema della Creazione_? E in tutte queste opere le parole avevano appena un valore di spunto per la frase musicale. I quartetti di Boccherini, di Mozart, di Mendelsonn, di Goldmark non valevano le poesie di ogni altro poeta? Chopin non era stato il sentimento poetico più squisito del nostro secolo? Schumann e Raff non avevano scritto senza parole, l'uno il _Carnevale_, e l'altro il _Fiore misterioso_?
Così proseguendo a sbalzi gettava il ponte di una induzione su due nozioni fragili e lontane, avventava un giudizio nella mischia indistricabile di mille contraddizioni. Aveva letto troppi libri negli ultimi mesi, quindi un capitolo di Wagner, il trattato sulla istrumentazione di Berlioz finirono di sconvolgergli la testa. Ma coll'energia, che si attinge quasi sempre dalla coscienza del sacrificio, si inabissava intrepidamente nelle conseguenze più profonde e gelate del proprio sistema. Adesso un suonatore non poteva essere più che un istrumento, nel quale passava qualche filo di musica, un rigagnolo destinato a formare un fiume e ad ignorarne il corso.
Come dunque aveva egli osato di credersi un artista per avere espresso un pensiero o una passione di altri?
Comporre la propria musica e suonarla, ecco l'ultimo sogno. Gli antichi rapsodi, i meno antichi trovieri non inventavano assieme musica e poesia; non erano poeti, attori e suonatori ad un tempo? L'arte consisteva tutta nell'idea, epperò l'eseguire non era un creare, ma un trasmettere.
Giorgio volle essere artista. Aveva diviso la musica in epica e lirica, sinfonia e ode, quartetto e romanza. Egli sarebbe un lirico. Allora non ebbe più requie. Pensò di scrivere il proprio romancero, e di suonarlo in un nuovo pellegrinaggio pel mondo; e siccome nei mesi passati in orchestra con Gaspare, il direttore gli aveva appreso alcune lezioni di contrappunto, credette che potessero bastargli. Come tutti i giovani ribelli, egli non ammetteva quasi regole di sorta. In tale fermento di spirito trascorse un mese. Quando gli parve di aver trovato la nuova maniera, scrisse una lunga lettera esplicativa a Gaspare, che gli rispose con entusiasmo, lagnandosi solamente della loro separazione. E il suonatore scrisse musica. La sua prima romanza fu per l'Anna, una melodia semplice e lenta, nella quale agonizzava un gran dolore, e che malgrado alcune reminiscenze classiche era piuttosto bella. Un'armonia grave e monotona vi imitava il crepuscolo della sera, ricordando la semplicità di un povero destino operaio: poi alcune strida esprimevano quella terribile vigilia dell'Anna sul letto e la rivelazione terribile ed impetuosa, che ella aveva provato della vita; quindi l'armonia si prolungava attenuandosi, interrotta ancora da un singhiozzo, e si spegneva nelle lontananze dell'oblio come nella oscurità della tomba.
La prima volta, che la suonò per intero, l'ortolana, sola in casa, ne fu talmente compresa, che gli entrò in camera tra meravigliata e piangente.
Giorgio, che non era soddisfatto dell'opera, l'accolse freddamente, e le disse di averla scritta in tre giorni.
— In casa mia?
La buona donna non ne rinveniva.
— Le è morto qualcuno? — chiese poi —: io ho subito pensato al mio primo bambino.
Allora Giorgio palpitò e, appena uscita la Rosa, scrisse nel petto del violoncello, sotto la cordiera, questa epigrafe
QUI GIACE ANNA VENTURI.
Il sepolcro dell'Anna aveva quindi l'iscrizione.
Poscia compose un'altra romanza per Gaspare, che, avendola mostrata al direttore d'orchestra, si intese rispondere come fosse piena zeppa di errori grammaticali. Gaspare non volle crederlo; la portò al professore di contrappunto, una gloria del Liceo, il quale, riconoscendovi molto ingegno, ripetè presso a poco lo stesso giudizio. Allora Gaspare coll'anima addolorata aveva scritto a Giorgio di non fidarsi della propria testa per quanto buona, e di venire al liceo per impararvi davvero il contrappunto. La lettera lunga dieci facciate, era piena di contorsioni affettuose.
Giorgio sorrise sdegnosamente, e si disse che cominciava la persecuzione. Se i vecchi professori non l'avessero rinnegato, egli non sarebbe stato un vero rivoluzionario dell'arte.
«Ciò che è grande non cresce veramente che dopo negato», pensò col celebre verso di Hamerling, che aveva trovato recentemente in un libro.
E Giorgio non mandò altra musica al povero Gaspare.
Faceva una strana vita: s'alzava per tempissimo e si coricava tardi. Tutto il giorno lo passava fuori per la campagna col violoncello sul dorso, cosicchè i villani, incontrandolo, stupivano di questo signore, benissimo vestito, colle spalle cariche di una gran cassa come un facchino. Ma sopratutti l'ortolana non cessava dalle dolci rimostranze.
— L'aria della montagna è buona — ella diceva — ma il vento ben capriccioso.
Giorgio aveva finalmente concepito il proprio poema. Se Haidn aveva scritto _Le Stagioni_, egli scriverebbe _Il Giorno_. Il giorno non era tutta la vita, poichè la vita non è se non una successione di giorni? Voleva dipingere il preludio dell'alba, le prime tinte opaline, poi le note acute dei rossi sprizzanti dal fondo ancor buio della notte, l'accordo lento dei gialli, l'insistenza tremula dei violetti, dietro i quali bolliva un gorgoglio mano mano più balenante. E allora i boschi stormenti con un fremito indebolito di contrabbassi salgono di tonalità, gli alberi isolati accordano il loro murmure, le siepi seguitano col sordino, i fiori allungano le smorzature. Il gran concerto delle voci sale. I torrenti incalzano col pieno delle riprese, le allodole ripetono i motivi del flauto, il fringuello schizza delle note di ottavino, il bue apre dei muggiti di clarone, gli armenti arrivano con tutta una banda di clarinetti, alla quale gli uccelli mescolano il pizzicato dei violini; e la sinfonia pastorale di Beethôwen si diffonde dalla terra al cielo in un dialogo infinito, cui l'uomo aggiunge un'altra musica, l'idea.