Quartetto

Part 13

Chapter 133,820 wordsPublic domain

Ma ormai Giorgio ne sapeva quanto il maestro, che per quella assimilazione involontaria delle nature incompiute, le quali credono di svilupparsi nelle nature più ricche, assistendole, considerava come propri i suoi progressi. Infatti Giorgio aveva tutto ciò che mancava a lui e nelle proporzioni più giuste; la misura, il senso fine, il sentimento contenuto ed elevato, l'attitudine fisica, questa materialità tremenda ed incomprensibile, che fa uscire accenti sovrumani dal gozzo di un cantante imbecille, e toglie al più gran genio di poter esprimere, altrimenti che scrivendolo, il proprio canto. Perfino il difetto delle mani troppo grandi lo favoriva. Un giorno finalmente Gaspare gli permise di portarsi a casa il violoncello per far sentire all'Anna la romanza del tenore nel terzo atto del _Faust_. Giorgio avrebbe voluto che Gaspare assistesse all'esperimento, ma egli ricusò per una modestia, che era una grossa superbia. Anna strabiliò alla novità inaspettata, ma come intese quella musica di Giorgio, il cuore le sobbalzò. Giorgio aveva una fisonomia signorile, alla quale l'ispirazione di quel momento aggiungeva un significato romantico. Ella ascoltò colle lagrime agli occhi, e il cuore grosso di una gioia, che era quasi un dolore. Era strano, era impossibile, che Giorgio potesse suonare così, fosse così bello!

Gli anni erano passati inavvertiti. E il loro spirito confuso cercava a tastoni le date nella memoria per misurare la strada percorsa e contare i giorni vissuti col povero orfanello, allevato da lei per carità di madre sterile. Ma quando Giorgio all'ultima nota della romanza le cacciò gli occhi negli occhi col raggio dell'artista, ella si sentì ferita, e si allentò sulla sedia. Una rivoluzione le scoppiava nell'anima, accumulatavi insensibilmente nei lunghi giorni solitarii col ragazzo, che le diventava uomo alle sottane, e le gettava negli orecchi le modulazioni di tutte le voci, le voci di tutte le passioni.

— Dio! che cos'è? — esclamò Giorgio, correndo ad abbracciarla — non sei contenta?

L'Anna trasalì, e lasciandosi cadere la testa sul petto soffocò un:

— Oh!

Giorgio tremava, ma ella si levò impetuosamente, lo respinse, e andò all'armadio. Giorgio non l'aveva mai veduto aperto. Anna si cercò febbrilmente la chiave in tasca, e spalancandolo alla fine, gli mostrò dentro una cassa di violoncello: l'altro frenò appena un urlo. Con un forza nervosa, che non si sarebbe mai creduta nel suo corpicciattolo, essa l'afferrò, la trasse dall'angolo, la posò per terra con una mano sola, e girando convulsamente la chiavetta, che era ancora nella toppa d'ottone, scoperse un magnifico violoncello.

La cassa era foderata in felpa verde, scolorita.

Giorgio si era appressato.

— Eccolo! — gli disse con un gesto quasi solenne.

— Era di mio padre, bada! Sai che ti amo molto per dartelo... e tu... — ma un nodo di tosse, che pareva un singhiozzo, le soffocò la voce, squassandole il petto. Una vampa di rossore le salì dall'erpete delle guancie sino alla fronte; ella chiuse gli occhi, e con accento fioco, il volto annebbiato da un cordoglio inesprimibile, proseguì adagio:

— Mio padre mi ha sempre detto che è un istrumento prezioso, è un Albani. Mio padre era primo suonatore nell'orchestra del teatro comunale, dava dei concerti, e avrebbe potuto diventare un signore: invece è morto lontano, nella miseria, lasciandomi questa sola eredità. Ho voluto tardare a dartelo, perchè volevo essere sicura che saresti un suonatore: ora ti credo. Tu sarai più bravo di lui, io non me ne intendo, ma lo sento nel cuore. Ecco la mia eredità, ti ho dato tutto.

Giorgio ebbe un singulto.

— Non piangere — ella proseguì con voce sorda; — forse verrà anche la tua volta, ma tu almeno potrai piangere sul tuo violoncello. Io no...non posso... — esclamò agitando la testa, e dando in un grido, che tentò invano di nascondere sotto una risata.

— Porta via — soggiunse allungandoglielo —: va di là in cucina, e suona quello che vuoi.

Così dicendo tornò al lavoro. Giorgio rimasto coll'istrumento in mano, istupidito e commosso, non sentiva nè il fracasso procelloso della macchina, che pareva rompersi sotto le pedate, nè il soffio sibilante di quell'anelito, che la faceva quasi rassomigliare ad una locomotiva.

Poi si distrasse, e, lasciando l'istrumento appoggiato ad una sedia, le venne dinanzi. Anna aveva il naso sulla tela; le mani le tremavano convulsamente.

Ella non gli badò.

— Anna — susurrò il ragazzo, allungando la mano sulla tela per pigliarle una mano; le strinse una palma fra le dita, e, curvandosi, aspettò che levasse il viso.

La macchina proseguiva a corsa.

— Anna! — replicò più forte, vibrando di tutto quel trasalimento.

Ella rallentò il pedale.

— Tu sei la mia mamma.

— La tua mamma non ti amava.

Ma come pentita fermò la macchina, e gli guardò in faccia. Tutti e due avevano le lagrime agli occhi.

— Vuoi un bacio? — esclamò Giorgio colla grazia di un bambino, che non ha nulla di meglio da offrire.

— Andiamo, sì, l'ultimo.

Da quel giorno l'umore dell'Anna fu più ineguale. La mattina non andava più in cucina a farlo alzare, non lo aiutava più a vestirsi, non gli dirigeva più le solite ammonizioni di portarsi bene a bottega e di non sprecare i pochi soldi delle mancie. Invece lo trattò da uomo, quasi col rispetto dovuto ad un dozzinante. Ma egli non se ne accorgeva, accettando quel miglioramento con un senso di egoismo soddisfatto; e a poco a poco fu meno diligente a bottega.

Il padrone in fine di settimana gli trattenne due franchi. Giorgio, che ne aveva già fatti altri tre di debito per comprare della musica, rimase con pochi soldi in tasca, e non si arrischiò di consegnarli all'Anna, come faceva sempre: ma ella non mostrò di notarlo. D'allora tutto il danaro fu speso in musica; Gaspare gli prestò la propria, se ne fece prestare da altri per lui, che passò le notti intere a suonare col sordino, o accennando semplicemente le note coll'arco, ed ascoltandole nel pensiero. Non dormiva, non mangiava quasi più. Dal canto proprio l'Anna, che era sempre vissuta di un becchime da uccello, smise anch'essa di mangiare: l'erpete, allargatosi mano mano, le nascondeva un altro rossore più cupo nello scavo delle gote. E quel lavoro ostinato cresceva sempre. Adesso ella si alzava più presto e si coricava più tardi, cucendo dei monti di roba, curva sulla macchina, gli occhi appannati da quell'eterno riverbero della tela, sulla quale di notte il lume a petrolio stendeva la propria luce oscillante e veemente. E poichè la lunga abitudine la dispensava quasi da ogni attenzione, ella si lasciava come scorazzare da quel rotolio, che le toglieva di vedere o di sentire tutto il resto. Solamente nella estenuazione della fatica qualche volta abbandonava improvvisamente regolo e pedale; e allora la sua faccia, insensibile nel lavoro come quello di un automa, prendeva un'aria di rassegnazione mal doma, con una fiamma rossa negli occhi. Ma non parlava quasi mai, nemmeno seco stessa, come i solitarii, o tutt'al più con un gesto, un sorriso, che erano tutta una fisonomia, il riassunto sublime di un discorso desolante.

Un giorno, portandosi alla bocca un pezzo di tela per trattenere un insulto di tosse, vi lasciò una bava sanguigna. Rimase un istante pensierosa, poi un sarcasmo le contrasse la bocca.

— Ohi! — esclamò — la gioventù, l'amore e la morte hanno il medesimo segno.

Ma, invece di riprendere il lavoro, si buttò sul letto.

Giorgio arrivò a casa più presto, e, trovandola coricata, sbigottì.

— Stai male?

Ella saltò a sedere sul letto col volto infiammato.

— Perchè? no.

Poi Giorgio le narrò come Gaspare avesse tanto parlato di lui col direttore d'orchestra, che questi aveva promesso di venirlo a sentire, e quindi ci poteva essere la speranza di un concerto alla Società filarmonica. Pronunciando queste parole, il cuore di Giorgio batteva come un pendolo.

— Sarà il principio della tua fortuna.

— E anche della tua.

Ella si era seduta sulla sponda del letto.

— Fai ancora all'amore? — gli domandò improvvisamente — già i compagni ti avranno messo su.

Giorgio ebbe una vampa di rossore, e si coprì di tale confusione, che l'Anna comprese la sua verginità, ed ebbe un brusco movimento.

— Allora bisogna che tu sia ben vestito; con questi stracci non ci puoi andare al concerto. Domani mattina dirai al padrone che ti prenda la misura di tutto un abito nero: il nero ti farà parere un signore; perchè vedi, me ne intendo io, ho fatto la sarta. Colla tua pelle bianca e i capelli biondi... Saprai poi salutare, quando vieni fuori, a tutta la gente, che ti guarda negli occhi...? Figurati che la sala sarà piena, ci saranno delle signore e delle ragazze, che ti batteranno le mani.

— Suonerò bene, non aver paura.

— E quando tornerai in questa miseria, ti parrà di soffocare e penserai che tutte quelle belle signore, che ti guardavano, saranno nei loro appartamenti parlando forse di te. Sono sicura che incontrerai, ma poi ti sembrerà di star peggio, qui, solo con me.

— Tornerò a suonare — rispose Giorgio coll'ingenuità dell'egoismo: — darò degli altri concerti.

— Anderai a girare il mondo?

— Sì, sì.

— Allora guadagnerai dei quattrini; i signori ti faranno dei complimenti, e ti inviteranno a pranzo per sentirti suonare dopo.

— Non ci andrò — ripetè con un impeto d'orgoglio.

— Perchè?

— La mia musica vale di più: non è già un divertimento.

Anna si arrestò; poscia guardandolo con malinconia:

— E quando sarai famoso?!

— Presto — replicò Giorgio, che non comprese il significato della domanda.

— Va a suonare, va.

Era vero. Il direttore d'orchestra venne a casa di Gaspare, e si mostrò poco commosso. Incoraggiò il ragazzo a proseguire, ma notò subito molti difetti di scuola e di interpetrazione: i tempi non erano sempre giusti, le note affettavano una smanceria di linguaggio umano, i bassi avevano poca profondità. Solo gli acuti gli piacquero.

— I vostri acuti sono perlati — disse finalmente; — avete superato una grande difficoltà.

Quindi Gaspare gli si raccomandò per un concerto, dipingendo alla propria maniera la posizione di Giorgio, ed insistendo con tale servilità, che l'orgoglio del ragazzo cominciò a sanguinare.

Il direttore promise così così, ingrandendo gli ostacoli, il pubblico che era svogliato, i concerti giù di moda, e sfruttati da tutti i grandi suonatori vaganti; nullameno procurerebbe, e disse al ragazzo di andare da lui per la risposta decisiva e per intendersi sulla musica. Egli aveva scritto un concerto per violoncello e pianoforte, ancora inedito, che potrebbe servire a meraviglia.

— Anzi, anzi — esclamò Gaspare — sarà una magnificenza.

Quando il direttore fu andato via:

— Vuole che suoni la sua musica, ecco perchè!

— Eppoi se non è bella, mi darà la colpa — ruppe improvvisamente Giorgio.

— Come siamo superbi! — rispose Gaspare, che in fondo divideva il dispetto del ragazzo per la freddezza del direttore; ma fortunatamente tutto andò per la meglio. Giorgio accettò di suonare quel concerto, una povera imitazione di Vieuxtemps, aggiungendovi un'elegia di Fumagalli, e la sublime romanza del _Tannhauser_. Per un ragazzo era fin troppo. Aveva un mese di tempo, Gaspare s'incaricava di tutto.

— Tu studia e lascia fare.

Fu convenuto che Giorgio per quel mese non andrebbe a bottega; Gaspare avviserebbe il padrone, e l'Anna non ne saprebbe nulla fino all'ultima sera.

Giorgio doveva passare tutte le giornate in casa di Gaspare studiando.

Allora tutta la sua espansione cessò. Colla precocità di tutti i grandi artisti egli intuiva di già la vita in ogni rapporto coll'arte: quel concerto doveva essere la sua prima e più importante affermazione. Bisognava stordire il mondo per regnarvi poscia. La musica era la più grande delle arti, il violoncello il migliore degli strumenti. Egli lo sapeva e tutti lo dicevano, ma, appunto per questo, guai se non arrivasse ad esprimersi come sentiva, a far piangere come aveva pianto tante altre volte suonando!

Egli non sapeva ancora darsi la formula della perfezione, che sognava, e nella quale dovevano sparire scrittore e suonatore, partizione e strumento, la nota diventare una parola, e la parola un verbo. Allora solamente la musica era musica, quando diceva ciò che tutte le altre arti non possono, e parlando un linguaggio intelligibile a tutti, quantunque intraducibile per ognuno, ricordava alla coscienza ciò che essa non ha mai saputo, ma forse sempre presentito.

Giorgio sentiva tutto questo in confuso e, se non misurava sempre l'altezza cui la passione dell'arte lo spingeva, ne aveva già le vertigini e il freddo. Più spesso lo sviluppo del linguaggio musicale lo preoccupava dolorosamente. Egli lo avrebbe voluto col rilievo della plastica e la luce dei colori: quindi il pianoforte, colle sue note già fatte, di una misura e di un accento immutabile, non era per lui nemmeno un istrumento. Invece il violoncello aveva tutti i fremiti della carne e le vibrazioni del pensiero: ma come la parola parlata, la sua parola ritmica doveva dir tutto e mostrar tutto. Da qual cuore usciva dunque quell'elegia di Fumagalli? Era il primo singhiozzo, o l'ultimo rantolo del dolore? Quelle lagrime cadevano colla rugiada dell'alba, o con quella della sera? Gli occhi avevano la profondità del cielo o quella del mare, cerulei o neri? Cercavano in cielo, o scrutavano sotto terra? Quando egli suonava quell'elegia gli pareva di vederne la donna, conosceva il suo dramma, udiva la musica nel suo cuore, e la ripeteva sul violoncello senza sapere come o perchè.

Ma la sera del concerto quella evocazione della sua anima doveva essere visibile a tutti, lì, presso lui, vestita come un angelo, colla veste troppo lunga, che le si ammassava ai piedi, e il corpo spossato.

Quel fantasma era una ossessione, che non lo lasciava più.

Gaspare gli andava dicendo:

— Studii troppo, ti ingrosserai la mano e l'orecchio.

Finalmente arrivò la vigilia del gran giorno.

In quel mese l'Anna era talmente deperita, che quando Giorgio se ne accorse rimase sgomento. Nullameno ella gli aveva cucito sei camicie alla moda e due cravatte di raso nero, che lo fecero piangere di una tenerezza mista quasi di rimorso. L'Anna si era forse uccisa a lavorare per lui; infatti non le restavano più che la pelle e le ossa, con due grandi occhi azzurri giù nella profondità dell'orbita, brillanti di una luce intollerabile. La sera, quando Giorgio tornò di bottega coll'abito nuovo, ella pretese che se lo provasse, e gli accomodò con civetteria di donna il nodo della cravatta e i riccioli sulla fronte. Ma dopo un lungo esame concluse che il soprabito era mal fatto.

— Quando sarai ricco, bada di vestir sempre bene — esclamò con un'ammirazione malinconica, che lo fece arrossire; quindi:

— Adesso va di là in cucina; lascia qui il violoncello, ed entra come se questa fosse la sala. Io mi metto là in fondo; tu entri, fai l'inchino al pubblico, ti accomodi a sedere, e suoni. Ti voglio vedere.

— Perchè non vieni al concerto?

— Io, così! finiresti col vergognartene.

Giorgio, che si sentì penetrato troppo, fin dove non voleva arrivare egli stesso, abbassò il volto; ma ella proseguì:

— Devi entrare disinvolto, sai? Non t'impacciare, il mondo è senza simpatia per quelli che lo temono, senza pietà per quelli che lo fuggono. Vediamo, va.

Giorgio andò: stette nella cucina due secondi, poi aprì l'uscio, e si avanzò superbamente fino alla sedia, presso alla quale aveva lasciato il violoncello; fece un piccolo cenno col capo, e si adattò l'istrumento fra le gambe, saggiandone l'accordatura.

— Vuoi che suoni? — disse smettendo la posa teatrale, e rivolgendosele con un sorriso.

— No — ella rispose trattenendo uno sbocco di sangue.

Quindi aperse il comò; ne trasse uno scudo, e glielo offerse.

— Divertiti, va a teatro.

— Ma perchè mi fai tutto questo? — proruppe commosso ed umiliato da quella bontà inesauribile.

— Dà mente a me, distraiti; domani sera suonerai meglio, altrimenti stanotte non dormirai.

— Allora mi spoglio.

— Mai; avvezzati l'abito addosso, se no domani sera parerai impacchettato.

Giorgio uscì trionfante, e l'Anna si buttò sul letto piangendo.

Si sentiva morire! Un gran bollore di sangue le montò dai polmoni con una nausea calda: potè appena nello spasimo afferrare il vaso da notte, e lo empiè mezzo. Un pallore cinereo le si diffuse sotto quel rosso ecchimosato dell'erpete, e le fe' una fronte di morta. Ricadde sull'origliere. In un mese la tisi, aiutata da quell'atroce lavoro della macchina, l'aveva uccisa senza uno scoppio di tosse. Anna lo sapeva. Era notte, il lume a petrolio ardeva sul tavolo: la camera era quieta, fuori la strada silenziosa. Allora le parve di non essere più nel mondo, e un pianto a goccioloni le cadde dagli occhi, mentre l'anima costernata le si sdraiava in fondo alla coscienza come dentro al sepolcro. Riassunse tutta la propria vita con uno sguardo, una vita grigia e taciturna, di lavoro automatico, in una stamberga, in fondo ad un quartiere abbandonato, dirimpetto ad un muraglione, che le toglieva ogni prospettiva. Ella non aveva vissuto, non aveva avuto nè mamma nè babbo, non aveva visto nulla, nè posseduto nulla. Era calata lungo la corrente dei propri giorni, come per uno di quei fossi metà ignoti e metà sotterranei: adesso il fosso era secco, e sovra i margini del suo pantano nemmeno un fiore agonizzava. Poichè non aveva avute speranze, non aveva rimpianti. Il sepolcro era per lei un'altra camera, in un quartiere abitato da gente ignota, perchè nessuno è più ignoto dei morti. Così il crepuscolo della sua giornata tramontava nella notte, e l'ombra dei suoi giorni si perdeva nella eternità. Tutto questo era giusto, ma era stato altresì inutile. Ella, che non aveva parenti, era senza santi. Però in quell'infinita oscurità dell'indomani, che le si diffondeva già intorno, e in quell'ultimo dolore del corpo singhiozzava con tale passione, che quel dolore da solo non avrebbe potuto produrre. E, cercando spasmodicamente colla testa dove riposarla, girava gli occhi nella curiosità desolata dei moribondi!

Anna aveva dunque vissuto?

Poi nel fosco e freddo paesaggio del passato distinse qualche sprazzo di luce, qualche angolo fiorito: un uccello cantava da una siepe, un sorriso balenava da una pozzanghera. Poi arrivavano rumori di festa, e la gente cominciava a passare; uno si era fermato, mentre il sole irrompeva con tutta la potenza del proprio incendio. Quindi il sole impallidiva, e passava altra gente: erano donne e bambini, sorrisi e sarcasmi, grida e chiacchierii; una monotonia inesauribile di attività minute in una immensa società misteriosa.

Anna aveva dunque vissuto?

Bisognava morire. Ma perchè soffrir tanto? In ultimo la vita si divide; una metà guarda indietro: cosa faranno coloro, che lasciamo? Una metà guarda innanzi: dove andremo noi, che partiamo? Ella pianse, poscia il dolore le si calmò in una specie di sonnolenza. Non dormiva; il silenzio della camera le pesava sul respiro, la fiamma del lume a petrolio le bruciava nel petto. Le pareva impossibile di poter confessare: ho vissuto! e subito dopo morire. In quel momento ella sentiva come non mai prima la poesia irresistibile della vita e del moto. Voleva essere in due anche lei, perchè tutti sono in due nella vita, la sposa ed il marito, la madre ed il figlio. Ella invece, avendo dovuto esser sola, non era mai stata nulla. Quindi il mistero del mondo si complicava del suo piccolo destino, il dramma eterno della vita colla sua effimera tragedia. Perchè dunque non aveva mai potuto amare ed essere amata? Tutte le forme dell'affetto le si erano perciò agglutinate mostruosamente nella coscienza: aveva ancora le tenerezze della bambina, le simpatie della giovinetta, le affezioni della ragazza, le passioni della donna; poi tutte le soavità dell'amicizia e gl'impeti dell'amore, le idolatrie della madre, e le bramosie della sposa, gli entusiasmi della vergine, e le gelosie della ganza. Ella, che aveva vissuto tanti anni così calma, credendosi quasi una donna dell'altro mondo, cominciava a comprendere di essere come tutte le altre. Perchè dunque morire? Perchè aveva dovuto suicidarsi con quel lavoro della macchina? Perchè le avevano fatto inghiottire tutte le amarezze, e adesso le facevano sputare tutto il sangue? Perchè dunque c'era Dio?

Morire, abbandonare Giorgio nel mondo senza esperienza e senza aiuto!

— Giorgio! — mormorò fiocamente spalancando gli occhi e avventando come un grido in faccia ad un invisibile interlocutore.

Giorgio non venne a casa che tardi, ella lo sentì, ma finse di dormire. Il ragazzo rimase due minuti a guardarla con una tenerezza piena di apprensioni, e andò a coricarsi in cucina. L'indomani Giorgio era invitato da Gaspare; passò la giornata fuori.

Benchè si sentisse molto male, l'Anna si era alzata per non scoraggiarlo: vegliò al suo abbigliamento, e, appena sola, tornò a letto. Contro tutte le istanze di Gaspare stesso aveva rifiutato di assistere al concerto, prestando per suprema ragione la mancanza di un vestito adatto. Fu l'ultimo giorno. Lo sfinimento di tutte le forze le dava la rassegnazione dell'impotenza. Quindi scrisse una lettera, che era il suo testamento, se la nascose sotto il capezzale, e ricoricandosi disse con un mesto sorriso le stesse parole di Byron:

— Adesso dormiamo.

La finestra era socchiusa: il gatto era scappato fin dal gennaio dietro una misteriosa avventura di amore, il canarino era morto coi primi freddi dell'anno.

Ella se ne ricordò, e il malinconico destino di quel povero uccello, vissuto sempre in gabbia, che non aveva conosciuto nè la patria lontana, nè la nuova dove avevano trasportati prigionieri, chi sa da quanti secoli, i suoi avi, le parve pieno di triste affinità col proprio. Anche il canarino non aveva avuto nè nido nè figli: perchè dunque era vissuto?

Dopo una lunga meditazione, nella quale si rimproverò di essere stata la sua carceriera, se ne distolse susurrando:

— Beh! tanto è finito.

Non ci pensava: tutto le moriva in cuore, anche il problema della vita. Allora ebbe un letargo, era già morta.

Passarono molte ore, poi si destò come ad un richiamo.

— Il concerto?!

Erano circa le sei della sera.

D'improvviso tutto quell'egoismo dell'agonia svanì, e rientrando precipitosamente nel mondo vi riconobbe tutti i viventi. Fu un tumulto. Il concerto, Giorgio, il suo trionfo, l'amore di madre e di donna, che gli portava e che sembrava già morto, tutto rifulse in quell'ultimo crepuscolo. Rivide Giorgio, e le parve di abbracciarlo stretto per portarselo nella eternità. Ma in quell'abbraccio si sentì mancare il respiro: le mancava davvero.

Allora colla ostinazione e l'avvedutezza dei moribondi si stese sul letto, e vi rimase cercando di raggranellare tutti gli atomi delle proprie forze; fece una provvista di aria e di pensiero, stette ancora chi sa quanto così; quindi lasciandosi scivolare dal letto con una circospezione indefinibile, adagio, a passi insensibili per consumare meno energia, arrivò al tavolino.

Voleva scrivergli una lettera.

Quando sentì di riuscirvi, mise un sospiro di gioia, la più intensa di tutta la sua vita. Era quasi felice nel sentimento poetico della propria morte: un chiarore di aureola le imbiancava il volto.

Scrisse un pezzo, poi chiuse la lettera, e, sorridendo come una bambina, tornò a letto.

— Ora è proprio finita.

Ma poco dopo intese aprire violentemente la porta; Giorgio entrò rosso ed ansante.

— Fra un'ora incomincia — esclamò —. Sono scappato, volevo vederti.

Ella, che non capì quella curiosità affettuosa, le diede un significato tragico.

— Non aver paura, morirò dopo — disse con voce quasi insensibile.

— Vieni?

— Sento di qui.

In quel momento, animato dalla corsa e dall'emozione, Giorgio era bellissimo: non sapeva bene quello che si facesse: distingueva appena gli oggetti. La espressione morente dell'Anna gli sfuggì.

Ella chiuse gli occhi abbacinata dalla sua visione.

— Scappo.

E scappò senza attendere la risposta.