Quartetto

Part 12

Chapter 123,771 wordsPublic domain

In quell'anno conobbe la mamma di Giorgio, giovane ancora, inferma, e sempre nei rimpianti del proprio passato di mezza signora, perduto dietro un uomo, che l'aveva amata tirandosela dietro nella miseria. Poi egli ne era morto, estenuato dal lavoro e dai rimbrotti. Giorgio, bello come un serafino, non bastava al cuore di quella donna ammalata di egoismo; la quale sentendosi peggiorare, volle essere portata al nuovo ospedale, dove la raccomandazione di una signora le aveva fatto sperare un'assistenza piena di distinzione. E là era morta. Anna aveva adottato Giorgio. Quindi cominciò per entrambi una nuova vita. Ella gli aveva fatto un letticciuolo nella cucina, ed un immenso posto nella propria anima. Tutti i rumori folli e le compiacenze chiacchierine della maternità invasero la casetta: due o tre vasi di fiori vennero sul davanzale della finestra, un canarino vi portò la propria gaiezza di bel forestiero, colle piume dorate da un sole più caldo, e il canto appreso da una primavera più bella della nostra: un gatto vi aggiunse un'altra fanciullezza coi giuochi acrobatici e le malvagità carezzevoli. Il deserto fu popolato, la famiglia composta. La domenica, quando uscivano a spasso, la gente si fermava ad ammirare quel bel bambino e quella buona donna, accompagnandoli con un sorriso pieno di benevolenza: fuori per la campagna la natura era una festa. Quell'immenso verde li accoglieva da ogni parte, il cielo aveva delle trepidazioni di lago, il vento delle ondate di profumi; poi, quando ritornavano a casa per la strada umida e buia, il canarino lanciava dei razzi scoppiettanti di note, e il gatto trovava delle parole rauche di gioia, mentre i fiori sulla finestra sembravano pieni di una curiosità affettuosa per i fratelli lontani lungo i margini dei fossi e fra gli spini delle siepi.

I primi anni passarono così. Giorgio andava alla maestra, Anna lavorava più di prima, facendo egualmente qualche risparmio, perchè fra tutti quattro, col canarino e col gatto, un po' di riso e di latte, qualche frutto e qualche erba bastavano a nutrirli.

Poi Giorgio si rivelò.

Ella lo aveva collocato presso un sarto come garzone, dicendogli per incoraggiarlo che così potrebb'essere ben vestito; ma il ragazzo annoiato mortalmente della bottega, dove lo strapazzavano troppo spesso, perdeva le lunghe mezz'ore per istrada ascoltando gli organetti, o dietro un gruppo di suonatori ambulanti. Quindi guardava con ammirazione i loro vecchi istrumenti pieni di gobbe e di malattie: le trombe avevano delle raucedini da invalidi, i clarinetti delle gutturalità cavernose, i violini mettevano degli stridori spasmodici; ma da tutti quei corpi infermi prorompeva una musica chiassosa, una foga di ballo, nella quale la canzone dell'amore tradito metteva a quando a quando un sentimento di malinconia, una soavità sensuale di martirio. E le faccie riarse dei suonatori, sotto i capelli unti e scoloriti dal sole delle grandi strade, avevano un'indifferenza gioconda di chi non serve a nulla e non appartiene a nessuno; una esultanza di festa inesauribile, offerta a tutti, accettata da pochi e nullameno pagata con una elemosina universale. Non erano quasi mai più di tre, qualche rara volta con una donna, più spesso con un ragazzo. Allora Giorgio stentava a frenarsi, e, mentre quegli andava in giro col cappello, invece di buttargli un soldo, che non aveva, si sentiva tentato di dirgli:

— Vengo con te?

Ma i ragazzi avevano tutti un'attitudine stanca, una fisonomia triste, che lo facevano pensare.

E allora in casa cominciò a suonare.

Il primo strumento fu un pettine dentro un foglio di carta, poichè gli organini di latta, a rucchette, costavano fino a dieci soldi, e lasciavano tutte le voci alzarsi insieme ronzando. Il pettine invece bastò per qualche tempo. Era una musica fra il suono ed il canto, che frantumandosi fra quei denti come fra le corde di un'arpa, si ripercuoteva nella carta dando già un suono metallico, una diffusione cristallina alla sua voce. Egli vi ripetè quanto udiva per strada con entusiasmo di fanciullo e di principiante; ma sopra tutto furono canzoni d'amore dalla cantilena dolce e le cadenze affaticate, nelle quali moriva qualche cosa che avrebbe dovuto vivere, sospirava qualche cosa che non aveva potuto respirare.

La mattina presto e la sera dopo pranzo la musica non cessava mai; una ad una tutte le suonate della strada dovevano passare dentro quel pettine e svolazzare nella camera con uno starnazzo infernale, mentre la macchina seguitava a cucire col suo fracasso di telaio, e l'Anna, emaciata dal lavoro, si curvava sulla tela nell'ombra del paralume.

Ma neanche questo durò. Il pettine, che l'accompagnava in tasca dappertutto, un bel giorno fu abbandonato per lo scacciapensieri, uno strumento, che par fatto di uno scorpione, ed ha il ronzio di un'ape. Egli vi si perfezionò rapidamente, poi lo smise per la piva, e giunse non si sa come a possedere un organetto col mantice a pezze e le note raffreddate. Allora gli parve di entrare per davvero nell'arte. Non era più la sua voce incanalata o battuta in un arnese qualunque, una specie di soliloquio, nel quale prevedeva e sapeva già tutto; ma un dialogo vero, dove le risposte dell'organetto avevano una varietà piena di ribellioni e di misteri. Bisognava cercare le note una a una, raggrupparle sotto uno sforzo della volontà, nella forma di un pensiero. La lotta era accanita. L'orecchio, che aveva ritenuto e come contrassegnato tutti i suoni di una canzone, al primo accento di un tasto trovava la traccia della nota vera; e quindi principiava come una caccia. Le mani correvano febbrilmente sulla tastiera, le note vibravano inabissandosi dentro la cavità misteriosa del mantice, ma un dito le afferrava, l'orecchio le ormeggiava, il pensiero tagliava loro la strada, e le ricacciava su, in frotte, sotto i tasti, facendole passare per le feritoie, quasi nel dolore di una stretta, nella foga di una carica.

Se non che le note erano poche, e la canzone, così aitante per strada, usciva storpia dall'organetto. E l'Anna cominciava a protestare. L'organetto con tutti quegli stridori di chiavistello diventava a volta a volta così straziante, che ci voleva tutto quell'affetto tiranno pei bambini e l'amabilità di Giorgio, perchè ella si frenasse nella voglia di scaraventarglielo fuori dalla finestra. Ma il ragazzo fingeva di non accorgersene, o se la irritazione di lei giungeva al colmo, si alzava, e, abbracciandole il collo, le dava un gran bacio negli occhi.

— Ma vuoi dunque diventare un suonatore?

— Sì — aveva risposto colla fronte aggrottata sul cattivo istrumento.

Ma dopo alquanti giorni l'Anna si stizzì davvero. Giorgio era venuto a casa con un violoncello da contadino, comprato per quattro lire in una cocomeraia. Il ragazzo era talmente sudato, che ella ne tremò. Giorgio non rispondeva, posò per terra l'istrumento più grande di lui, e, appoggiando le spalle alla tastiera per sostenerlo, si volse finalmente. Aveva tutte le scarpe infangate, la giacca spaccata sotto le ascelle; ma una speranza indefinibile, un orgoglio di prima conquista gli raggiavano sulla fronte.

Questa volta Anna fu violenta.

— Chi ti ha dato i quattro franchi? — proruppe dopo un gran fracasso di parole e di minacce.

— Beppe; ma gli ho detto che gli lascio le mie due settimane.

— E tu come farai a mangiare?

Giorgio, che aveva resistito fino allora, riparando il violoncello col proprio corpo, a questa ultima osservazione si sentì vacillare, ed abbassò la testa.

— Non sai che bisogna guadagnarsi il pane? — ella ripetè coll'accento duro della povera gente.

Ma il volto dianzi così animato di Giorgio esprimeva una tale angoscia di umiliazione, che ella fu presso a commoversi, e non osò seguitare.

Ci fu un istante di silenzio. Due lagrime, grosse come gli occhi, gli rotolarono lentamente per le guancie: ma ad un tratto sollevò il volto, e scuotendone i ricci colla energia di un'ispirazione:

— Quando avrò imparato, guadagnerò.

— Morirai prima — fe' l'Anna ingrossando la voce: — a suonare quell'istrumento viene la tosse, e si sputa sangue. Anche l'altro giorno hanno portato al camposanto un bambino come te, e lo hanno seppellito dentro la cassa dell'istrumento.

— Aveva imparato? — proruppe Giorgio.

Ella titubò.

— Io imparerò, io!...

* * *

Ma non imparò.

Invece, poichè la vocazione gli si faceva ogni giorno più manifesta ella gli pagò una specie di maestro, vecchio suonatore di orchestra, già amico del padre, e col quale aveva conservato una certa relazione. Ma Giorgio dovette andare egualmente a bottega, perchè Anna col suo buon senso di massaia non voleva illudersi sulle voglie impetuose ed effimere della fanciullezza. Giorgio vi si acconciò di buon grado. Sulle prime non doveva prendere che due lezioni la settimana; ma colla seduzione della propria incantevole natura ebbe presto innamorato il vecchio celibe, che vivendo solo come un orso era naturalmente pazzo per i bambini. Gaspare, che abitava in un quartiere povero come quello dell'Anna, quantunque meno remoto, era pieno di piccole manie; adorava la musica, e non vi era mai riuscito a nulla. Roso da una invidia benevola per i veri suonatori, e dopo aver sognato per tutta la vita di entrare nell'orchestra del teatro comunale, per una di quelle arcane ferocie del destino era ancora a suonare nei teatri secondari, dove il direttore di orchestra si mutava tutti i giorni, e i cantanti recitavano male, come egli diceva da gran tempo col solito motto. Egli aveva dunque accettato quella proposta come un complimento; e rivoltosi al ragazzo, che lo guardava con ammirazione mista di terrore:

— Ah! tu vuoi suonare? — aveva detto prendendogli un pezzo di guancia fra le dita ed aggrottando i sopracigli smisuratamente lunghi — ah! tu vuoi suonare il violoncello, vecchio brigante? Non sei di cattivo gusto per la tua età. Il violoncello è il primo istrumento del mondo, è tenore, baritono, soprano, contralto, tutti insieme con un petto solo: basta un petto solo, veh! per far tutto. Si fa anche tutto con una corda sola, ma allora si sa proprio suonare.

— Sì?! — ripetè Giorgio, che beveva con avidità quelle parole incomprensibili.

— Sì, eh! tu capisci, e va bene; ma bada che con una corda sola è più facile impiccarsi che suonare il violoncello. Basterà se impari con tutte. Studierai?

— Sempre, voglio diventare come voi.

— Ah! — esclamò il vecchio colpito da quest'elogio innocente, il primo di sua vita; e chinandosi da tutta l'altezza della propria statura di pertica, colle rughe che gli drizzavano tremolando i peli bianchi della barba, prese il bambino fra le braccia e lo baciò. Giorgio, punto atterrito da quel bacio, glielo rese con una stretta al collo. L'amicizia era fatta.

Allora fu convenuto del prezzo, e il vecchio Gaspare si lasciò andare quasi volentieri fino alla miseria di cinque franchi il mese.

— Mi direte poi se ha una vera disposizione — gli disse l'Anna all'orecchio, mentre il ragazzo era andato nell'angolo a guardare il violoncello dentro la cassa aperta.

— Non dubitate, me ne intendo io.

L'Anna aveva riaccompagnato Giorgio dal sarto, ammonendolo di essere più buono, adesso che per contentarlo ella dovrebbe lavorare due ore di più tutte le notti. E l'Anna, che era nella effusione sentimentale del benefizio, seguitò a parlargli del presente e del futuro, stringendogli la manina, che teneva fra le proprie, con tale emozione, che egli stesso ne fu preso, e si mise a piangere silenziosamente a testa bassa.

— Andiamo, andiamo — borbottò tutta confusa di abbandonarsi così per strada, e di avergli fatto troppo sentire il peso della nuova grazia. Ma Giorgio rialzò la testa, e guardandola cogli occhi lagrimosi:

— Imparerò io, non dubitare — le disse con accento vibrato.

Quel giorno stesso il sarto avendolo licenziato mezz'ora prima, Giorgio si cacciò a corsa per strada, ed arrivò ansante alla porta di Gaspare: era socchiusa, la spinse, e si fermò nel mezzo della saletta male illuminata dalla luce sporca del cortile. La differenza di temperatura e di atmosfera lo destò da quel sogno, e stava già per sottrarsi non visto e vergognoso, quando l'uscio della cucina si aperse, e Gaspare gettò una forte esclamazione:

— Cosa fai lì, brigante — gridò indovinando di già a mezzo, ed ingrossando la voce per ischerzo.

E si avanzò verso di lui.

Giorgio vedendolo avvicinarsi così minacciosamente, con una calotta nera sulla testa, dalla quale gli sfuggivano agli orecchi due ciuffi grigiastri di capelli, il collo avvoltolato in un fazzoletto nero, tutto il corpo dentro un antico soprabito, che gli si drappeggiava sinistramente su quella magrezza di spettro, ebbe un fremito nell'anima.

Egli non capiva ancora la bontà di quella faccia grottesca coi baffi dritti a spazzola, e due occhi cilestri, già appannati dalla vecchiaia, che fra quelle sopracciglie parevano due viole nell'ombra e negli spini di una siepe.

— È troppo presto: sarai già scappato di bottega, birichino?

— No: il padrone mi ha mandato via prima.

— E allora? — incalzò, levando la mano come per volerlo percuotere, ma con celia così evidente, che anche Giorgio se ne accorse.

Giorgio abbassò gli occhi, e stringendosi dentro gli abiti colla moina adorabilmente imbarazzata dei fanciulli, che desiderano e tremano contemporaneamente, non rispose.

— Va pur là, devi essere un buon capo.

Un odore di soffritto, che veniva dall'uscio socchiuso della cucina con uno scoppiettio grillettato, attrasse involontariamente l'attenzione del fanciullo.

— Sei dunque venuto a pranzo? — disse ironicamente il vecchio Gaspare, cogliendo a volo quel movimento, e voltandosi egli pure verso la cucina, dove stava forse per bruciarglisi qualche intingolo.

— No, no — rispose vivamente il fanciullo col rossore della vergogna, e girando gli occhi verso il violoncello nell'ombra del cantone:

— Volevo sentir suonare; — eppoi subito dopo congiungendo le mani ad una preghiera di grazia inimitabile:

— Vada là, suoni, suoni.

E gli tese le mani.

Il vecchio vacillò.

— Va via, va via — fe' attirandolo come per dargli un bacio, e resistendovi: — corri a casa, e di' che pranzi con me: questa sera avrai la prima lezione.

Giorgio studiava con frenesia. Il suo orecchio era così fino, e le sue mani assecondavano così bene ogni atto del pensiero, che la musica pareva discendergli lungo il braccio e passare sul violoncello, piuttosto che salire dalle sue corde.

Quando Gaspare, per meglio apprenderglielo, insisteva lungamente sull'alfabeto musicale, egli si sentiva come preso d'impazienza; ma appena l'altro toccava il violoncello, la sua attenzione arrivava ad una immobilità, che gli produceva sulla memoria gli effetti prodigiosi della fotografia. Si ricordava ogni scambio di dita, ogni movimento di braccia con tale precisione, che, diventato sordo di un tratto, avrebbe potuto integralmente riprodurre la lezione. Per lui tutto diventava ritmo. In preda ad una fissazione non cercava e non sentiva che la nota; per lui un'associazione di idee era un'associazione di suoni, nè più nè meno che per il pittore ogni oggetto è una sintesi di colori. Quindi colla freschezza sensistica del ragazzo distingueva tutta una scala dentro l'oscillazione di una nota, e decomponendola involontariamente come in un prisma cercava la quantità vera di ogni suono; ma tutto ciò piuttosto per un impeto d'istinto, che per una coscienza di pensiero. E come la fantasia imbarcandosi talora sopra una parola, ma lontano lontano attraverso regioni già scomparse dalla storia, egli si allontanava misteriosamente sulle oscillazioni di una nota, l'orecchio teso come una vela al vento e l'anima più bianca della vela addossata nella sua conca. La gente, non accortasi sulle prime del mutamento, prese quindi a risentirsene, quando le sue disattenzioni diventarono addirittura distrazioni, nelle quali si perdeva lunghissimi tratti. L'Anna taceva o si limitava a qualche amorevole rampogna, ma il padrone, un uomo sulla quarantina, di aspetto bilioso e di umore sempre nero, passava oltre, ed erano scappellotti, che gli rintronavano gli orecchi come colpi di piatti.

Intanto viveva una vita stranamente operosa, giacchè l'Anna lo aveva persuaso a studiare molte altre cose per figurare un giorno decentemente nel gran mondo. Si alzava ogni mattina per tempo, faceva le lezioni, poi andava a bottega, e la sera da Gaspare prima del teatro: quindi tornava a casa, e fino alle dieci era musica. Giorgio non aveva nè compagni nè amici: viveva solo, non parlava quasi mai, ma quella precoce e sfrenata attività cerebrale gli aveva di già mutata la fisonomia. Gli occhi gli si erano fatti più grandi, la fronte più alta, le guancie più pallide, di un pallore quasi cereo, sotto al quale le vene azzurrine sembravano nervature di corolla. Il collo, forse troppo esile per sostenere il peso di quella testa, si era piegato leggermente a sinistra, le spalle gli si erano ingobbite, mentre i magnifici capelli biondi, troppo lunghi per la sua età, gli cadevano ancora in anella, e davano alla sua testa una rassomiglianza meravigliosa col suonatore di violino di Raffaello. E con quei panni poveri e trasandati, i calzoni a pillacchere, che gli battevano sulle scarpe spelate, la giacca più lunga da una parte, un cappello piccolo rigettato sulla nuca, quando passava per istrada cogli occhi inchiodati sui ciottoli, o in alto nella dilatazione di uno sguardo, che non vedeva già più, molte signore si voltavano ad esaminarlo con ammirazione pensosa.

Egli non sapeva nemmeno di essere bello.

Un desiderio lo corrodeva atrocemente senza che osasse aprirsene coll'Anna, della quale cominciava a comprendere gl'immensi sacrifici. Anzi talvolta pensava rabbrividendo a quella sua vita di ragno, sempre cogli occhi sulla tela, il naso affilato dalla malattia, curva sul manubrio della macchina, le spalle negli orecchi e le mani scheletrali piantate sul tavolino come una branca di sparviero. Sempre che entrasse in casa, la trovava nella stessa posizione, ed ella si voltava sorridendo.

Giorgio avrebbe voluto un violoncello, magari cattivo, su cui sfogare il tumulto, che gli intronava la testa. A volta a volta gli pigliava una smania di prove sopra qualche nota o un gruppo, che si torturava ad intrecciare mentalmente di cento guise, per fonderlo poscia in uno scoppio o diffonderlo in una lontananza: poi nella questua quotidiana per le strade raccoglieva troppi motivi, che Gaspare non gli permetteva mai nelle lezioni, giacchè il suonare a mente, diceva lui, guastava l'orecchio e la mano, il sentimento e la testa. Ma gli esercizi del vecchio metodo, col quale Gaspare era diventato suonatore di ultima fila, non bastavano più a Giorgio.

La sua prodigiosa attitudine finiva talvolta per spaventarlo.

— Chi ha inventato la musica? — gli chiese un giorno il ragazzo.

Gaspare rimase sconcertato, e dopo lunga esitanza rispose con un sorriso:

— Dio.

— Bravo! — esclamò il ragazzo alludendo all'inventore.

Adesso Giorgio aveva trovato un altro grande divertimento.

La sera sulle otto, all'ora del teatro, andava dietro un vicolo, nel quale arrivavano a quando a quando dei brani di opera. Il vicolo era quasi buio e deserto: egli si appoggiava alla parete nell'ombra di una porta, ed ascoltava colla fronte in alto, quasichè dai tetti del teatro s'involassero col soffio della musica le visioni fantastiche della scena. Così le ore gli passavano come minuti. Ma per quanto i suoi sensi fossero fini e l'anima li acuisse ancora, gli accadeva troppo spesso di precipitare nel silenzio dopo di essersi innalzato sulle ali di qualche nota, o di aver turbinato in un pieno tempestoso di orchestra. E allora il dramma, che si agitava lungi nelle profondità imperscrutabili di quei muri, pareva inabissarsi sinistramente nel buio di un sotterraneo. Quindi colla fantasia del ragazzo proclive alla fola, e i sensi sureccitati da quelle crisi violente di musica e di silenzio, si creava una fantasmagoria fosca di visioni: si sentiva il freddo del terrore sulla fronte, vedeva l'ultima luce di un velo bianco nelle tenebre, ascoltava la ressa spaventosa di un passo nell'ombra, un tintinnio lugubre di ferraglia, che discendeva nelle spirali del buio; e, trattenendo involontariamente il respiro, si stringeva al muro, mentre il vicolo gli si allungava davanti nella notte, e il fanale lontano del gas non illuminava alcuno col suo chiarore rossastro. Gli pareva di essere solo, perduto in una sciagura misteriosa: ma d'improvviso scoppiava un altro canto, l'orchestra si appressava colla sonorità trionfale di una banda, i cori arrivavano colla giocondità del loro accordo indebolito attraverso i muri come un rumore discreto di festa, nella quale la voce pura del soprano sparpagliava dei mazzi di note o si alzava in un inno luminoso come un razzo. Poi uno strepito copriva tutto come un ululato di bosco, un fracasso di uragano prigioniero entro una sala, e che stia quasi per sbalzarne la volta. Il pubblico applaudiva: le teste si agitavano, gli occhi balenavano, le mani si percotevano l'una l'altra con rabbia demente, mentre una donna vestita di bianco e d'oro, ritta sui lumi della ribalta come sopra i gradini di un altare, curvava lievemente la fronte raggiante di un vapore di gloria. Allora anch'egli vedeva attraverso i muri, come se si trovasse nella sala; i palchi erano pieni, le signore si sporgevano dai parapetti, metà della platea era in piedi: un'onda di teste rimbalzava e cadeva quasi giù dall'orlo del loggione pieno di urla, l'orchestra era muta, e i suonatori cogl'istrumenti in mano guardavano dentro il palcoscenico, illuminato come il palazzo di un sogno, ricco come la reggia di un imperatore immaginario. Poi una tenda calava su tutto quell'incanto e la reggia spariva. Ma il frastuono della sala cresceva, la tempesta diventava bufera, si udivano grida di trionfo e singulti di naufragio; i lumi roteavano, le teste della platea fluttuavano come la schiuma di un'onda, i veli delle signore tremolavano come altrettante alberelle fiorite che si sfrondino tra il profumo, i bastoni percossi sul pavimento imitavano le vibrazioni secche della gragnuola. L'uragano cresceva, aveva delle folate e delle raffiche, degli aneliti e dei vortici, finchè la tela s'involava ad un ultimo scoppio, e riapparivano la reggia e la regina. Allora era un trionfo, una demenza di evviva, una girandola di sguardi, una pioggia di sorrisi bianchi come i gelsomini; i cortigiani erano scomparsi e le musiche tacevano.

E Giorgio ritto per aria, nel mezzo della sala, simile all'angelo del lampadario dorato, si sentiva spingere dal vento di tutti quegli applausi verso il palcoscenico, sul quale la regina si ritirava l'ultima volta nella maestà del suo paludamento bianco e oro, mentre le ovazioni stormivano ancora, e la tela si abbassava lentamente sugli ultimi fremiti della tempesta.

— Ah! — ruggiva Giorgio scagliandosi sul palcoscenico, di cui non restavano più che il basamento della grande sala e i mobili, intanto che il pubblico, in piedi per andarsene, gli aveva già voltato le spalle.

Ma il telone gli precipitava sul collo come il ferro di una ghigliottina.

Il pubblico non era più quello.

— Ah!

Con quest'esclamazione Giorgio si toglieva quasi sempre dal vicolo, accorgendosi di aver fatto tardi. E nella notte quelle visioni di gloria lo inondavano di splendori. L'ideale della sua arte, così poco mondano per se stesso, si vestiva di quella decorazione, mentre col violoncello fra le ginocchia gli pareva di sospendere ai fili invisibili delle proprie note migliaia e migliaia di anime sconosciute. Allora una grande ascensione avveniva nel suo cuore, come se un altro spirito vi si alzasse nel rossore di un'alba polare, e le parole del violoncello diventassero il suo divino linguaggio.