Part 11
Prospero abbassò la testa, come allorchè ringraziava dell'elemosina, e non disse altro, solamente fece un gesto di stanchezza. Il presidente se ne avvide, e gli ripetè l'invito di sedere, che questa volta egli accettò. Quindi non aperse più bocca. Invano il presidente mise tutto in opera, esortazioni, consigli, minacce, spiegandogli come quel mutismo potesse nuocere alla giustizia, e a lui stesso nell'animo dei giurati. Prospero sembrava ascoltarlo attentamente, ripeteva ogni tanto quel cenno, che poteva parere ad un tempo di ringraziamento e di scusa, ma non parlava, non si muoveva. Tutti gli occhi della gente erano conversi in lui, tutti i pensieri, e tutte le volontà di quella massa gli pesavano addosso. Furono cinque minuti drammatici e febbrili. Prospero vinse. Il suo avvocato, il Pubblico Ministero stesso lo esortarono con parole, nelle quali vibrava una persuasione sincera, una benevolenza quasi eccessiva: ma egli ripetè ad entrambi il suo cenno umile, quasi di rammarico, e non parlò. Il pubblico affaticato da quella tensione ruppe in un chiacchierio fragoroso, mentre il presidente dava la parola all'accusa. Il magistrato fu limpido e tagliente; riassunse con sobrietà di grande oratore il fatto, urtando nel mistero di quel mutismo senza curarsi neanche di sfondarlo con un'ipotesi e concluse per l'assassinio premeditato senza circostanze attenuanti. Prospero fu impassibile. Toccava all'avvocato. La sua estrema pallidezza e il suo volto convulso attrassero persino l'attenzione dell'accusato. L'esordio fu rettorico ed infelice; ripetè senza profitto per l'accusato il racconto dell'accusa, andando innanzi sulle frasi, affettando un talento di romanziere, che analizza dipingendo e trova nell'analisi l'argomento della difesa. Poichè non si scorgeva un movente al delitto, dunque mancava. Prospero era pazzo.
A questo punto Prospero intervenne, e gridò risolutamente:
— No.
— La ragione dunque? — ripetè il presidente.
Prospero non gli si volse nemmeno, ebbe un gesto d'indifferenza, e si cacciò la mano in seno ricadendo nel silenzio di prima; mentre tutta la folla guardava verso l'oratore, cui l'interruzione aveva arrestato bruscamente a mezzo di un periodo. L'avvocato stentava a rimettersi.
In quel momento, io che guardavo Prospero, lo vidi trarsi di seno la mano, e spiare verso di noi: la duchessa osservava con un mezzo sorriso l'impaccio dell'avvocato; Prospero teneva in mano il cadavere di quella viola, che ella aveva perduto un anno prima, e della quale allora non si ricordava più.
Prospero abbassò lentamente la testa, come se la piegasse sul patibolo.
La duchessa non aveva veduto, io sola avevo compreso.
E donna Augusta tacque.
— La viola? — proseguì.
— La viola! — ella replicò con atto nervoso — non vi basta questo per la vostra novella? La viola gliela vidi cader di mano; ma la duchessa non lo ha mai saputo, perchè se glielo avessi detto ne avrebbe insuperbito, e non lo meritava.
La notte era tiepida, il lago ancora lontano.
— Ritorniamo — disse donna Augusta e ne diede l'ordine al cocchiere.
Quel racconto l'aveva così agitata, che me la sentivo fremere vicino. La luna alta sopra la carrozza dava alla sua faccia come il pallore di una lunga emozione, che da quel racconto prolungandosi attraverso altri ricordi si perdesse in un tetro presentimento. Ma la curiosità mi rimorse, e senza badare alla sua meditazione:
— Prospero fu condannato?
— Ah! — ella proruppe con un impeto quasi sdegnoso — siete dunque un romanziere da epilogo, il quale accompagna tutti i suoi personaggi fuori del dramma, sino alla tomba, per convincere bene il lettore che si tratta di un fatto vero e che egli non vi ha colpa, se sciaguratamente il fatto fosse brutto. Ma, mio povero Di Banzole — proseguì con ironia sibilante e sferzandomi il volto cogli sguardi — non avete dunque ancora compreso con tutto il vostro lirismo filosofico che il dramma avviene negli individui, ma non è l'opera speciale di nessuno di loro; che essi vi entrano senza capirlo, vi periscono senza saperlo, ne escono senza accorgersene: che in fine vi hanno la parte della grandine nella tempesta? Che cosa ne è dei suoi grani? Poichè avete tanto bisogno di saperlo, il loro diacciuolo ridiventa acqua, l'acqua vapore, il vapore diacciuolo, quindi grandine e daccapo la tempesta. Che cosa è il dramma? Voi dovreste saperlo più di me, giacchè ne scrivete; ma nessuno lo ha ancora ben definito: scoppia nella vita degli individui come in quella dei popoli, qualche volta dura un'ora, qualche volta un'êra. La storia di Roma non è un dramma? Il cristianesimo non è un dramma, come il _Giulio Cesare_ di Shakespeare, nel quale il protagonista muore al primo atto? Dove trovate una tragedia in cinque atti più bella della vita di Napoleone? Il primo atto in Italia, il secondo in Egitto, il terzo a Mosca, il quarto a Waterloo, il quinto a Sant'Elena. Nella vita dell'umanità ogni popolo è forse un personaggio: ebbene, voi, che v'interessate ai drammi, avete ancora indovinato la trama di questo, riconosciuto quali siano i primi attori? Quante comparse mute, o delle quali nessuno ricorda più adesso le poche parole! Il dramma è molto ricco, poichè muta spesso di scena: il primo atto è stato tutto in Asia, il secondo in Europa, il terzo è cominciato col secolo in America. Dove sarà il quarto? Chi eseguirà il quinto? A chi è destinato questo spettacolo enorme, del quale l'illuminazione costa tanti soli, e nel quale il mutamento di una scena significa quasi sempre l'eccidio di una razza? Il dramma individuale è ben piccolo paragonato al dramma storico, alla tragedia umanitaria; ma tutto è forse riassunto nel dramma individuale. Non sono le gocce, che fanno il mare, i vapori, le nuvole, quindi la grandine e i diacciuoli, dei quali volevate sapere il destino come quello di Prospero? Prospero è perito nell'urto di due estremità. L'ultimo della plebe amava la prima dell'aristocrazia: nella impossibilità di congiungersi, quegli, che si moveva, si sarebbe rotto infallibilmente; ecco il dramma e la catastrofe. Il dramma non riposa sopra un'opposizione di due individui, che non possono nè separarsi nè unirsi, e, della quale la risoluzione avviene nel terzo termine, che è la loro razza? Non vi ricordate più che tutto è triplo, la trimurti indiana, che passa trinità cristiana; il triangolo, che diventa l'emblema di Dio e il cappello del prete; i tre momenti dell'idea brahminica ed hegeliana, le tre grazie e le tre virtù; il parlamento, che è triplo, senato, camera e corona; la famiglia, che è tripla, padre, madre e bambino, o marito, moglie ed amante...
E rise gaiamente. Ma poco dopo arrivavamo in città: il suo palazzo apparì.
— Salite? — mi domandò quando l'ebbi aiutata a discendere.
— Vi ricordate la canzone della Gitana?
— No.
— Allora, buona notte.
Ella sorrise amichevolmente e mi tese la mano. Gliela strinsi, m'inchinai, e mi avviavo già per l'atrio, quando ella mi richiamò con un grido:
— Di Banzole!
Tornai indietro: ella era già in cima al primo pianerottolo.
— Perdono: quella viola bianca, ora me ne rammento, era zoppa.
E disparve con un ultimo sorriso d'ironia.
VIOLONCELLO
La casa era nel fondo di una strada umida e buia, a cul di sacco: aveva tre piani e due finestre cogli scuri verdi ad un battente solo. Nè di giorno nè di notte la strada s'illuminava mai di un bel raggio; il sole vi passava al disopra, la luna vi si ratteneva sull'orlo dei tetti, come respinta dal tanfo grasso che ne saliva, mentre l'ombra addensata da tutti quegli sfondi sembrava piena di agguati e di abbandoni. Era d'estate. Le case purulente di quella muffa, che pare una malattia vergognosa dei muri, e non si trova quasi mai nelle campagne, dove il sole e l'aria mantengono in ogni miseria una certa quantità di salute, erano piuttosto alte. Le finestre, abbandonate penzoloni sui gangheri in attitudini patibolari, non si chiudevano nemmeno di notte, forse perchè l'aspetto esterno delle case tradiva fin troppo l'aspetto interno delle famiglie, e il pudore se n'era da gran tempo involato coll'anima di tante speranze morte e le visioni di tanti desiderii vivi. Dalle soglie logore dall'uso e calcinate dal fango un'ombra greve irrompeva fino al rigagnolo della strada, dando quasi quasi la medesima tinta scura ai sassi, sui quali passavano pur tuttavia i riverberi indeboliti del giorno e i passi di tutta la gente. Le case si rassomigliavano tutte; appena qualcuna di un piano solo e coll'impanata invece dei vetri, pareva un abituro campestre. Difatti in quel quartiere, egualmente separato dalla città e dalla campagna, v'era uno strano miscuglio di persone e di mestieri; un'agglomerazione di braccianti e di operai, che non dovevano nemmeno riconoscersi fra loro. La strada si vuotava rapidamente al mattino, e si riempiva lentamente la sera. Nel giorno qualche donna in ciabatte la traversava o la percorreva: qualche vecchio passava adagio e si allontanava come una miseria, che non sa più dove andare e vagola ancora per poco. Fiacchieri e biroccie non arrivavano mai sino in fondo al muraglione, che la chiudeva. La strada non aveva chiesa. Ma il rigagnolo, nel quale sovrannuotavano immondizie di ogni sorta, esalava fetidi vapori, specialmente se il tempo si mettesse alla pioggia, o il lungo sereno fosse arrivato al secco. Allora diventava una fila di pozzanghere, alimentate giornalmente dall'acqua delle finestre, che lasciavano nelle ineguaglianze del ciottolato una poltiglia nerastra, piena di bave e di fili, di insetti e di residui. E la notte, alla luce dei fanali, da quelle pozzanghere invisibili prorompevano bagliori metallici, mentre certe masse chimeriche, attirate e respinte dai lampioni, riempivano tratto tratto la strada. E su dai sassi della strada, fuori delle porte, giù dalle finestre, per tutta la tenebra della sua lunghezza venivano un tanfo umidiccio e viscoso, un silenzio morbido, nel quale s'affondavano le case coi loro abitatori ignoti, sino al muraglione, che la separava prudentemente da tutto il resto del mondo.
Era già notte. Un ragazzo si arrestò un istante alla vetrina del caffè, dalla quale usciva un inquieto rumorio di istrumenti; parve indeciso, si trattenne, e, come per sottrarsi ad una tentazione troppo forte, se ne spiccò con un salto. Sempre lungheggiando i muri arrivò senza incontrare anima viva alla penultima casa, ne infilò la porta aperta, bussò nell'uscio di faccia, all'ultimo piano. Una donna gli aperse.
— Hai fatto tardi! — gli disse, guardandolo amorosamente con voce di strana dolcezza — dove ti sei fermato?
Intanto egli si era cavato il berretto, avvicinandosi al tavolo, dove la donna cuciva a macchina. Il lume a petrolio riparato da un cappello bucherato, di carta verde, gli illuminava la faccia incorniciata da una magnifica capigliatura bionda, tutta a ricci. Egli stette così, come dubitando di dire qualche cosa, poi la donna gli alzò gli occhi in volto con muta interrogazione.
— Hai fame?
— Adesso poi: sono stato a teatro.
La notizia parve così stravagante, che la donna si voltò di soprassalto.
— A teatro — seguitò il ragazzo ridendo —; ecco, dietro il vicolo, ma si sentiva lo stesso. Non vi era nessuno: si sentiva come di dentro, l'orchestra, i cori, poi di quando in quando la voce della donna. Come dev'essere bello il teatro! facevano la Norma.
E il ragazzo sospirò. Quindi la donna si alzò per servirgli da cena ripetendogli:
— Hai fame?
— Sì.
Il ragazzo aveva forse tredici anni, era alto e magro. Benchè non ancora formato e vestito miseramente, la finezza della pelle e la delicatezza dei lineamenti lo rendevano già singolarmente bello. Due occhi bianchi, ma enormi, colle palpebre molto lunghe, gli illuminavano la faccia tinta del più soave incarnato, con una bocca fresca e un mento piccino come quello di una donna. Nei capelli arruffati gli si riconosceva ancora la discriminatura, che forse quella donna gli faceva ogni mattina, ricacciandogli i ricci dietro le orecchie rosee dagli orli ribattuti. Era vestito di una giacca logora al bavero ed alle orlature, di un paio di calzoni più chiari della giacca, e di un corpetto a maglia, quantunque la stagione cominciasse già a farsi tiepida; ma il ragazzo era freddoloso, e si lasciava volentieri ovattare coll'egoismo minuscolo dei fanciulli troppo amati. A vederlo non si sarebbe creduto un popolano, o almeno non lo era che alle estremità; le mani troppo grosse per i polsi, colle dita schiacciate e le nocche salienti, e i piedi, che s'indovinavano male sotto la rozza calzatura. Ma la sua bocca aveva una dolcezza quasi ancora da bambino, mentre la parte superiore del viso era già di uomo. Qualche cosa gli dilatava gli occhi e la fronte alta, sporgendo sull'arco delle sopracciglia, ed era come una luce incalorita dai riverberi dei capelli, più fini della seta, e di un biondo così puro che avrebbero fatto invidia ad una polacca. Poi la donna lo chiamò nell'altra camera. La cena era già pronta sopra un tavolino, con un tovagliolo e pochi piatti; egli sedette, mangiò di buona voglia, rispondendo a monosillabi, mentre ella lo sorvegliava amorosamente assaporandogli sul volto la gioia sensuale di ogni boccone.
D'improvviso egli scappò a dire:
— Cosa siamo dunque noi al mondo?
— Siamo i poveri.
— Siamo gli ultimi!
— Non si è mai l'ultimo, perchè dopo i poveri ci sono i malati, dopo i malati ci sono i morti.
La donna era giovane. Un erpete rosso-cupo le deturpava il sorriso della bocca rischiarato da due grandi occhi pieni del lume placido di una lampada. Non aveva altro; il resto della fisonomia sarebbe stato ripugnante senza quella espressione di profonda tenerezza e di mite rassegnazione. I capelli pettinati con estrema cura e coronati da un vecchio nastro di velluto nero le lasciavano già trasparire la cute biancastra: le spalle le sporgevano in arco, mentre il petto le rientrava con una pietà malaticcia sotto quel corsetto di flanella a scacchi rossi e nerognoli. Era una povera figura colle mani rachitiche e il collo grinzoso, nel quale un buon osservatore avrebbe distinto il battito pericoloso di una vena: non aveva forse ventott'anni, era secca, scarna, cogli occhi troppo belli e la voce troppo dolce, sebbene appannata da un'invincibile reuma di petto, che era forse una bronchite. Aveva lo sguardo estatico e la parola lenta; ma ogni qualvolta egli le cacciava nelle pupille il razzo bianco dei propri occhi, o la ravvolgeva nel turbine caldo e romoroso di una scappata, lo sguardo le si velava come per resistere al penetrante prestigio di quel ragazzo, che oramai cominciava a non esserlo più. Allora il suo viso storto a sinistra si illuminava di un intimo sorriso; ella si rigettava adagio sulla spalliera bianca della sedia, una mano sul tavolo, la testa sopra una spalla, e sospirava.
Ma la cena era finita; ella s'alzò, ripiegò il tovagliuolo, rimise i piatti nella madia, soffiò via le ultime briciole dal tavolino, mentre Giorgio si alzava stirandosi le membra come un gattino.
— Tu hai sonno questa sera — ella disse guardandogli negli occhi —. Se domani mattina ti alzi mezz'ora prima a studiare, ti lascio andare a letto.
Giorgio non se lo fece dire due volte. Il letto era nella cucina, in un angolo, un letticciuolo di legno con una coperta fiorata di percalle, e un piumino rosso sui piedi a fioretti trapunti. Aveva un comodino di fianco, una madonna coll'ulivo benedetto al disopra. Nell'altra parete la tafferia calata faceva da seconda tavola; c'era una piccola madia in un cantone, la scaffa nell'altro con sopra la rastrelliera dei piatti. Alcune casseruole di rame sospese alla cappa del focolare gli davano una qualche speranza di cucina; un tavolinetto esagono nel mezzo serviva a tutti gli usi. E con tutto ciò quella cucina era un modello di mondezza. Il ragazzo si spogliò in un batter d'occhio, gittando uno ad uno i panni sul letto, finchè rimase in camicia colle scarpe: se le trasse, lesto, senza usare le mani, e prima che la donna, occupata a comporre gli abiti sopra una sedia, avesse il tempo di fare la piega, era già sotto le lenzuola. Vi si agitò qualche minuto coi brividi del freddo, raggomitolandosi, la testa affondata nel cuscino, e chiuse gli occhi. La donna gli rimboccò la coperta sotto il materasso, gli accomodò e gli distese la piega del lenzuolo con compiacenza prolungata, senza che egli sembrasse nemmeno accorgersene; poi il ragazzo spalancò improvvisamente gli occhi, ed allungò le labbra. Ella si chinò, ricevette il suo bacio sulla fronte, glielo rese, lo contemplò un'ultima volta e: — Dormi — disse.
Egli si strinse nelle spalle, e l'altra uscì tirandosi dietro la porta.
Quell'altra camera piccola e bianca, con un lettino, un armadio, un tavolo per la macchina da cucire, era la sua: aveva una sola finestra colle tende, il pavimento rotto. Posò il lume sul tavolo, e si sedette guardando l'uscio della cucina per aspettare che Giorgio si addormentasse.
Allora il suo volto perdette la dolcezza di poco dianzi, e una contrazione penosa le stirò gli occhi senza poterne trarre una lagrima. Forse una mezz'ora passò così, poi si levò col viso sempre egualmente triste, ed, aprendo adagio adagio l'uscio della cucina, ascoltò. Un raggio del lume, filtrando per la porta, le mostrò Giorgio nella stessa posizione, colla testa mezzo nascosta fra il cuscino ed il lenzuolo. Lo sentiva respirare. Allora s'inoltrò sulla punta dei piedi fino al capezzale, e stette contemplandolo nella tenebra. Ma lo vedeva come in un raggio di sole, coi capelli biondi pieni di sorrisi, gli occhi bianchi come due fiori animati, il viso dolce ed aristocratico, che faceva spesso soffermare i passanti la domenica quando uscivano insieme a spasso: un viso di fanciullo e di giovinetto, lucente di poesia e di avvenire; lo vedeva dormire sul lettino sotto i propri occhi, in una posa di uccellino, respirando un alito soave, riposando, sognando, calmo e felice sotto la sua protezione invisibile e senza sentirla.
— Se morissi troppo presto — mormorò piangendo finalmente una lagrima, e piegandosi a sfiorargli i capelli: ma un pensiero anche più angoscioso gliela abbruciò istantaneamente, e stringendosi con una mano la fronte, mentre si rialzava quasi con un senso di ripugnanza sdegnosa:
— Anche tu! anche tu! morirò magari troppo tardi... povera Anna!
Quindi tornò al lavoro. Anna era una ragazza abbandonata nel mondo. Aveva appena conosciuta la madre, e il padre le era morto da molti anni lontano, a Nizza, dove suonava il violoncello nel teatro comunale. Ella aveva ricevuta la notizia quasi senza piangere, perchè il padre, o per la professione, o per abitudini malsane di vita, non si era mai occupato di lei: ella aveva imparato il mestiere della sarta, e ne viveva mediocremente. Cresciuta sola, coll'anima troppo bella, e il corpo troppo brutto, era diventata misantropa per eccessiva tenerezza; e poichè i rudi e immondi contatti della società la disgustavano, a poco a poco rinunciò a fare da sarta, prese la clientela di un grande magazzino da biancheria, e cucì a macchina. Così non usciva quasi mai di casa: andava a prendere il lavoro, e lo riportava, guadagnava poco e faceva dei risparmi. E perduta nel fondo della propria miseria fisica e sociale, senza guardarsi dintorno per non desiderare quello che non potrebbe avere, si era come rassegnata al proprio destino. Era così. Fuori il mondo aveva delle città e delle campagne, i monti ed il mare, i fiori e gli uccelli, l'amore ed il lusso: vi erano dei signori in carrozza e dei mendicanti senza scarpe, tutta la vita e tutta la natura; ma era fuori, lontano. Ella non guardava e non ascoltava, giacchè nelle sue poche intimità col mondo ne aveva preso fin troppo disgusto. Poi aveva poca salute, una sensibilità così tarda e squisita, che nel mondo non avrebbe potuto vivere; ma sola nella propria camera, colla macchina, senza un vaso sulla finestra, nè un uccellino in gabbia, lavorando tutto il giorno, e coricandosi stanca, era quasi contenta. Non aveva nè rammarichi nè speranze, non pensava nè agli uomini nè a Dio, simile ad un fiore non sbocciato per alcuno in un angolo ignorato, con una tinta troppo pallida per essere mai scoperto, o un sapore troppo recondito per attirare gl'insetti vagabondi.
Una volta si era ammalata, e non aveva chiamato il medico: la febbre le era durata molti giorni, e quindi più nulla.
Nella casa non aveva relazioni, si faceva la propria cucina, e dava il resto del pranzo ad una vecchia, che veniva una mezz'ora tutte le mattine a tirarle l'acqua e a farle i più grossi servigi. La vecchia era golosa, e si ubbriacava spesso, ma Anna non se ne curava; e d'altronde le parlava pochissimo. I risparmi li portava ogni tre mesi alla cassa, e sommavano già a qualche centinaio di franchi. Quando non lavorava leggeva; ma invece di leggere dei romanzi come tutte le sue pari, preferiva i viaggi, come un'occhiata gettata distrattamente al di fuori, così da lontano, che lo spettacolo perdeva le tentazioni. E a forza di togliere ogni rapporto ed ogni ideale alla propria vita se la era resa più leggiera: infatti non aveva durata. I giorni potevano essere dieci come mille; essa non li guardava venire, giacchè non le avrebbero apportato nulla; non si voltava a vederli passare, perchè non le avevano portato via nulla. Abitava ad una finestra, dove il sole non veniva quasi mai, in una strada senza sfondo, in un quartiere dove nessuno la conosceva, e nessuno passava.
E a poco a poco si era fatta pigra, si alzava più tardi la mattina, si coricava più presto la sera, viveva di latte e di erbaggi. Un giorno ebbe l'idea di comperarsi una macchina da caffè, ed ebbe un vizio: il caffè col latte a colazione, a pranzo, e a cena.
Un altro giorno, tornando dal magazzino, la vita, che aveva evitato così bene fino allora, la investì e la sopraffece. Un giovane l'aveva guardata e l'aveva seguita: poi un'altra volta la fermò addirittura; era molto bello, abbastanza ben vestito. Allora in lei accadde un rivolgimento profondo e terribile: da tutte le fibre del cuore le irruppero i sentimenti dell'amore, in tutti i muscoli del corpo le palpitarono i fremiti della giovinezza; si sentì sollevata a tutte le altezze, gittata a tutti i venti, immersa in tutti i raggi; fu come se una goccia sopra un sassolino della spiaggia fosse ripresa dal mare, e partecipasse istantaneamente alla immensità della sua estensione, a tutte le vibrazioni della sua eterna mobilità.
Poi lo sbalzo di un'onda ricacciò ancora la goccia sopra un sassolino della spiaggia. Il giovane l'aveva amata due mesi per mangiarle quei risparmi, e l'aveva bastonata prima di abbandonarla.
E strano, ella riprese il proprio equilibrio. Ma un nuovo bisogno, che passandole attraverso come una tradizione le si prolungava davanti indefinitamente, la tolse alla solitudine di prima: il mondo afferrandola e ballottandola crudelmente per un attimo l'aveva buttata alla natura, la quale s'impossessa di tutto e non cede nulla. Anna aveva abortito dopo quattro mesi dall'abbandono; e la maternità, destandole l'amore nella coscienza, l'aveva come rimessa nel quadro della creazione. Allora invece di ritirarsi dal mondo, vi ritornò con un'altra necessità di parlare e di sentirsi rispondere, di essere buona ella che non era mai stata cattiva, di essere madre ella, che non poteva essere donna.
Il suo amore si era dissipato come uno di quei temporali, che intristendo all'alba cielo e terra, si risolvono in uno scoppio, dopo il quale il sole sfolgora e gli uccelli cantano. Finalmente viveva.
Quell'uomo non lo vide più. Invece contrasse qualche amicizia, e il suo dramma essendo rimasto ignorato, il suo ingresso nel mondo potè essere senza scandalo.