Part 9
=7.=—Dopo aver ciò premesso, sarà agevole inferire in che consista l’equivoco del James, del Lange e dei loro seguaci. Si è voluto spezzare l’unità psicofisica del fenomeno interno della emozione; si è voluto credere che ciò che per mera opportunità metodica gnoseologica poteva essere avvisato in due momenti differenti (il momento fisico ed il momento psichico) fosse davvero il prodotto di due fatti separati con seguenza necessaria. La verità è, che i due momenti, in apparenza analoghi a fatti diversi, non sono che due lati di unico fenomeno, il cui sostrato dinamico ha l’equivalente nella energia trasformata del motivo esterno od interno. Il Lange e James, separando il contenuto della percezione dal tono sentimentale della emozione, credono di aver trovata la possibilità di uno stato di freddezza e di indifferenza intellettuale; l’argomento, cioè, che la emozione non sia concepibile se non quale effetto di modificazioni organiche. Essi non si avvedono che la fatta ipotesi poggia sull’errore di credere che davvero possa ricorrere una percezione intellettuale fredda ed indifferente, e che sia a noi concesso di astrarre, dalla emozione, tutti i sintomi fisici, senza che di essa non si muti sostanzialmente l’intima essenza. Ogni percezione non è mai disgiunta da un grado di equivalente dinamico: se alla emozione si sottraggono i concomitanti fisici, sopprimendosene fin il ricordo, essa si trasforma in idea; dal campo affettivo passa nel campo intellettivo. A che, dunque, parlare di precedenza o di seguenza, se nella continuità degli stati di coscienza la singola unità d’un fenomeno per tanto serba la fisonomia di processo differenziato per quanto si concepisce quale somma o composto di elementi constitutivi? I fenomeni intellettivi e gli affettivi son due rami del medesimo tronco, le cui radici si profondano nel suolo sottostante delle funzioni riflesse, automatiche ed istintive: la psicologia comparata ci sospinge ancora oltre, e ci induce a concludere con Haeckel, che una catena ininterrotta di tutti i gradi di passaggio possibili riunisca gli stati originarî primitivi del sentimento nel psicoplasma dei protisti unicellulari con queste altissime forme evolutive della passione nell’uomo, che hanno la loro sede nelle cellule gangliari della corteccia cerebrale.
=8.=—Passando a trattare delle emozioni criminose, non possiamo che ripetere ciò che altrove[40] scrivemmo.
Poichè, come osserva il Sergi, sono varie le vie di attività, varie le condizioni dell’ambiente e di diverso carattere i bisogni animali e umani, varî gruppi di percezioni e di stati psichici, che si riferiscono a dolori e a piaceri associati organicamente, devono essersi formati; i quali gruppi sono come tanti centri psicorganici di emozioni diverse e secondo le condizioni speciali e la composizione degli elementi psichici e degli organici tutti insieme e delle cause esterne determinatrici dei medesimi stati coscienti[41].
Tali gruppi psicorganici, _centri emozionali derivati o istintivi_, considerati riguardo al delitto, sono la base reale delle tendenze criminose; quindi il vero criterio per una differenziazione scientifica di tipi di delinquenti. La emozione è la scaturigine, prossima o remota, dell’umana attività; ad essa si ricongiungono tutte le nostre azioni. Data, dunque, la ipotesi di centri emotivi differenziati, per lunga azione integrativa di coefficienti d’ambiente o di cause contingenti, l’attività individuale si indirizzerà a fini analoghi alla natura degli impulsi che ne sono la manifestazione, e di qui i caratteri distintivi di tipi criminali.
=9.=—Questi _centri emotivi_ obbediscono, non che alle leggi statiche e dinamiche, eziandio a dei modi che possono raccogliersi sotto gl’infrascritti termini: _reazione_, _periodicità_, _antagonismo_.
Nel mondo psichico, similmente che nel mondo esterno della materia, è dominante la legge della _inerzia_, per la quale non sarebbe possibile la produzione di un fenomeno di movimento senza che in precedenza non fosse impresso l’impulso che valga a determinarlo; nè, determinato che sia, si avrebbe la cessazione se il moto non fosse arrestato da ostacoli o da contrario impulso. La coscienza, prodotto di processi accumulatisi, resterebbe in condizione invariata se non sopravvenissero continui motivi, che ne producono i cambiamenti e ne alterano il contenuto. Di qui l’_azione_ di questi motivi, alla quale corrisponde eguale _reazione_.
=10.=—La _periodicità_ delle emozioni rientra nella gran legge del _ritmo del moto_.—La prova della periodicità di emozioni criminose noi la troviamo nella influenza delle età, dello stato sociale, delle meteore, degli elementi etnici sulla produzione di taluni crimini in aumento o in diminuzione con costante processo statistico. Che se da considerazioni generali scendiamo all’analisi di singole emozioni, vedremo che la legge ha riscontro indefettibile e che ci serve, alle volte, per elevarci a dei criterî logici preziosi di cui ci avvaliamo nella prova della successione degli atti incriminabili e della entità di ciascuno.
Consideriamo, ad esempio, la collera, che, ridestata dall’idea di offesa ricevuta, è emozione caratteristica la quale accompagna i reati d’impeto. L’individuo, che n’è affetto, dapprima è come travolto da tempesta, che gli toglie il discernimento e lo spinge ad atti incomposti di violenza. Poco a poco, dopo che sia avvenuta, mediante una mimica concitata di reazione, la scarica della energia accumulata, subentra lo stato di calma apparente; l’individuo resta oppresso sotto l’incubo della idea che ne ha invasa la coscienza: nell’oscillazione tra il passato ed il presente, il pensiero ed il sentimento ora attingono il grado di esplosione, ora si abbassano fino allo stato di abbattimento, di umiliazione: basterà che qualunque circostanza aggiunga o tolga peso al motivo di offesa perchè o si precipiti difilato all’azione reattiva, o ritorni la calma e si ristabilisca l’equilibrio.
=11.=—Intendo per _antagonismo delle emozioni criminose_ la concorrenza, simultanea o successiva, di correnti di attività ridestatesi nella coscienza del delinquente, a séguito del motivo interno, per conseguire lo scopo del delitto. Queste correnti sono energie attuali, che partono dal medesimo fondo degenerativo e che, ad un punto del campo della coscienza, insorgono e tendono a prevalere, ciascuna per la sua direzione; alcuna volta fondendosi insieme, altra volta sforzandosi o di elidersi o di sovrapporsi con vicendevole moto, per opposte impulsioni. Nella ipotesi di fusione, la energia emotiva si rafforza in ragione delle coefficienze di correnti; nella ipotesi di contrasto, si hanno i seguenti stati interni: turbamento generale del soggetto, che dapprima tentenna a quale fine indirizzarsi, indi a quali mezzi di scelta appigliarsi; indebolimento dell’eccitamento emotivo iniziale; equilibrio instabile di condizioni associative o appercettive; esaurimento di eccitazione o prevalenza d’una corrente sulle altre ed impulsione unica all’azione.
=12.=—Parlando della dissoluzione psicofisica del delinquente, ci fermammo segnatamente ad osservarne la forma morbosa o patologica. Dobbiamo completare la trattazione restringendoci, con maggiore attenzione, alla sfera della affettività e della ideazione, in istato non patologico, ma fisiologico; vale a dire durante il processo disintegrativo ordinario della psiche del delinquente, senza che vi intervenga l’influsso deleterio di qualche specie di malattia.
Il Ribot scrive: «La legge di dissoluzione, in psicologia, consiste in una regressione continua che discende dal di sopra al disotto, dal complesso al semplice, dall’instabile allo stabile, dal meno organizzato al meglio organizzato: in altri termini, le manifestazioni, che sono le ultime in data nella evoluzione, spariscono le prime; quelle che sono apparse le prime spariscono le ultime. L’evoluzione e la dissoluzione seguono un ordine inverso»[42].
Il Janet, al Congresso di psicologia di Roma, ha svolto un tema sulle _oscillazioni del livello mentale_, dimostrando che il progresso e il regresso del livello mentale non sono costanti; che grandi fluttuazioni di questo livello sono state osservate da lungo tempo negli isterici, ma sarebbe un errore il credere che gli individui normali ne vadano esenti. Questo abbassamento del livello mentale è costituito da grande depressione psichica, da un senso di depressione, di diminuzione di sè, di amnesie e da amnesie retrograde. L’ultima cosa appresa è la prima ad essere distrutta nell’abbassamento del livello mentale; ed è perciò che quello che vi è di più nuovo, di più recente, cioè il momento attuale, è ciò appunto che per primo viene a perdere il suo interesse quando lo spirito s’indebolisce; e il primo sintomo dell’indebolimento mentale è appunto l’inseguire fantasticamente oggetti o idee lontane od inutili, perdendo di vista la necessità e l’attività del presente[43].
Rifacendoci alquanto indietro, diamo la teorica più probabile da adottare. Le sensazioni, le rappresentazioni, le idee, i sentimenti, serbando il doppio ritmo di coesistenza e di successione, si fondono, si organizzano, si unificano in composti psichici separati, che tra loro sono in relazioni di affinità o di identità. Il funzionamento psichico, in generale, ha l’equivalenza in analoga funzione cerebrale, che non ammette energie singole ristrette, con attività chimico-fisica, in centri qualitativamente differenziati, nè ammette la localizzazione di facoltà in senso materiale ed assoluto. La localizzazione cerebrale funzionale deve intendersi nel senso di maggiore attitudine di alcuni centri, rispetto agli altri, nel ridestare la efficacia di data energia, o, meglio, nel far sì che l’attività dell’io, fisica o psichica, prenda una direzione o un’altra, si manifesti in modo speciale. Il solo vero interessante è di sapere, che la funzione del cervello sia l’attività risultante di tante energie componenti, e che «una mentalità sia una specialità di onda cerebrale, più o meno estendentesi nella trama craniale, più o meno composta di varie concorrenti, più o meno normalmente spiegantesi, più o meno alterantesi, per le condizioni diversificate del cervello»[44].
Psichicamente avvisata, la risultante ultima della funzione cerebrale corrisponde ai due atti più complessi, il mentale e l’affettivo, la intelligenza e la volontà. La intelligenza, unificando il prodotto psichico delle rappresentazioni, è alla sua volta un composto decomponibile negli elementi di idee e di appercezioni; la volontà, assommando il cumulo delle energie attuali di motivi e di sentimenti, segna la linea discendente della curva descritta dall’integrarsi della psiche, poichè essa corrisponde al momento dinamico in cui l’io tende a proiettarsi al di fuori ed a completarsi nell’azione esteriore. In questo ascendere o discendere continuo, in questa organizzazione vicendevole del tutto insieme e delle parti, in questa relazione statica (o di sola _sussistenza_) e dinamica (o di sola _operazione_) tra i centri funzionali cerebrali, o tra i composti psichici, è tutta la vita dell’io, è la origine degli stati di coscienza, della evoluzione e della dissoluzione della personalità; evoluzione quando si ascende, dissoluzione quando si discende.
La coscienza si rende più complessa, più stabile a seconda che meglio si organizzi; i suoi piani, o strati, si consolidano come più le rappresentazioni acquistano maggiore compattezza.
L’ultimo composto psichico formatosi è il primo a dissolversi nella disintegrazione della personalità; le emozioni disinteressate, cioè che attingono la più alta cima della vita affettiva, sono le prime, secondo Ribot, a scomparire nella discesa morale. L’importante a ricordare è però questo, che la esaminata dissoluzione è modificata dal duplice ordine di vita di relazione, l’ordine di tempo o della seguenza degli stati di coscienza, e l’ordine di coesistenza o del simultaneo concorso di energie convergenti.
Chi voglia formarsi l’idea approssimativa di ciò che sia la coscienza nello stato normale e nello stato di alterazione, immagini un piano liquido, sotto limpido cielo, attorniato da verdeggianti alberi, rispecchiante i molti oggetti cosparsi sulla riva.
Il cielo, gli alberi si riflettono col colore, con le forme naturali. Anche a non rivolgere gli occhi attorno, basterà fissarli sulla superficie dell’acqua per vedere e riconoscere la realtà di esistenti sopra ed in giro, da vicino e da lontano.
Le onde, che appena si increspano, fan fluttuare le immagini, rendendole, talfiata, poco visibili; altra volta confuse, ondeggianti, di forme alterate: ma, purchè si porga un po’ d’attenzione, purchè si fissi meglio l’occhio, è facile accorgersi dell’errore di senso, ed avere la percezione esatta degli oggetti riflessi.—Suppongasi che qualcuno gitti nell’acqua un grosso sasso. Al rumore del tonfo, subito vi accorgete che succede gran turbamento. La luce più non espande il suo riflesso; le immagini degli oggetti spariscono, le correnti si intorbidano e confondono. Se attendete alcun poco, permettendo che ritorni alquanto la calma, vi accorgete subito che attorno al punto dell’urto, là dove il tonfo è avvenuto, cominciano a descriversi dei cerchi concentrici, con movimenti repulsivi e con ritmo decrescente.
Il piano liquido è la coscienza allo stato normale: essa rispecchia il mondo esterno con naturalezza di forme e di colorito; l’osservazione introspettiva, l’occhio della mente, che si riflette sul suo campo visivo, ne percepisce la realtà; la più perfetta armonia esiste tra il mondo esterno e l’interno, tra le immagini, o le rappresentazioni, e gli stati oscillanti ed instabili, ma contenuti in ritmo di equilibrio. Alla scossa d’un’idea, che viene dal di fuori o insorge repentina dal fondo dell’anima; al furioso assalto di un sentimento, che mette il tutto in subbuglio, succede lo scompiglio della coscienza e scompare la serenità e la calma. Passa alcun tempo, l’ordine si ristabilisce alquanto, ma dal punto, ove la scossa è avvenuta, si seguono continue impulsioni, le quali, con moto centrifugo, sprigionano, con seguenza di scariche, la energia accumulata in grado esuberante.
Suppongasi ancora che, invece dell’urto del sasso (della scossa d’una idea), senza che altra causa di turbamento vi si aggiunga, l’acqua sia messa in moto da tempestose correnti che ne alterino profondamente la superficie e ne sconvolgano il fondo: ov’è più l’agio di veder riflessi gli oggetti esterni, ov’è il flusso e riflusso delle onde, l’avvicendarsi tranquillo di tenui movimenti? Ed ugualmente, se la coscienza sia profondamente turbata, gli stati psichici sovrapposti si infrangono, le energie accumulate ed omogenee si confondono, vengono, con moto incomposto, furiosamente a galla e si espandono; le tendenze, che ad esse sono unite, di impulsività egoistiche, riprendono il sopravvento a detrimento di nuove energie sovrapposte; il fondo rimugghia e distrugge, col sollevarsi, l’ultimo piano, il meno differenziato, ma il più perfetto nella selezione organica della coscienza.
CAPO VIII.
Concetto psicologico del delinquente.
1. Che cosa sia il delinquente.—2. Il prodotto psichico del delitto nello stadio di formazione, embrionale o ontogenetico.—3. Il tipo di Caliban nella _Tempesta_ di Shakspeare.—4. Il Tersite di Omero.—5. Caratteri morali dei delinquenti in formazione.—6. L’integrazione evolutiva anomala del delinquente.—7. Analisi del _Riccardo III_ di Shakspeare.
=1.=—Dopo aver esaminati gli elementi dinamici della psiche del delinquente, non che i due stadi di coscienza del medesimo, lo stadio di formazione e lo stadio di sviluppo, ci sentiamo in dovere di rivolgerci la dimanda: che è mai il delinquente? In parte vi abbiamo risposto, analizzando i coefficienti psicofisici del delitto; ma è bisogno che si esprima con più chiarezza il nostro concetto, raccogliendo in sintesi ultima le esposte idee.
La dimanda non è nuova, anzi risale al problema fondamentale della genesi del delitto e della imputabilità. Le risposte furono difformi; ciascuna ritraendo del sistema di idee, onde si partiva, e dell’intento pratico cui si tendeva. Maudsley, alla dimanda che cosa fossero i delinquenti, risponde: sono esseri intermedî fra i pazzi e i sani; Albrecht: i criminali sono i normali della umanità; Lombroso: i delinquenti sono i selvaggi di un popolo civile; Sergi: i delinquenti sono degenerati; Minzloff: i criminali non sono che ammalati; Dally: i criminali non sono che pazzi; Benedikt: i delinquenti sono neurastenici fisici e morali; Féré: i criminali sono gl’inadatti all’ambiente sociale; Colajanni: i criminali sono moralmente atavici; Riccardi: i criminali sono inferiori dannosi[45].
=2.=—Tutte coteste risposte sono abbastanza generiche ed indeterminate per non soddisfare la nostra richiesta. Il problema resta insoluto, il problema della genesi psichica e della imputabilità del delitto.
Per bene intenderci e per liberarci dagli equivoci, presceglieremo metodo diverso da quello fin’ora adottato. Che cosa abbiamo fatto con le precedenti indagini? Niente altro che, per via analitica, tentare di ricostruire la formazione naturale dell’anima del delinquente, cominciando dall’assodare le leggi dinamiche dei motivi criminosi, proseguendo col vedere il processo evolutivo ed integrativo degli stati di coscienza, per finire col prospettare lo stato di dissoluzione della medesima, sia per effetto di cause ereditarie e latenti, che per effetto di cause acquisite ed attuali.
Indugiamoci e riflettiamo. Gli elementi formativi della psiche sol per comodità scientifica si dispongono in serie di atti o di stati simultanei o successivi; ma essi formano un tutto insieme organicamente unificato. La forza psichica, nella risultante finale di ciascuno stato, di ciascun atteggiamento e produzione, non è che energia unica, per quanto complessa altrettanto identificata nel funzionamento totale di azioni coscienti.
L’unità, la totalità, la funzionalità non sarebbero da noi apprese se non si estrinsecassero in atti aventi il valore di tanti effetti, i quali ritraggono dei caratteri qualitativi e quantitativi della causa onde promanano. Il delitto—concepito nella sintesi psichica di stati di coscienza analogamente differenziati—non è che attività, la cui genesi è nella natura del soggetto e nell’azione degli stimoli, o motivi, e la cui perfezione si sostanzia nel fatto violatore dell’altrui diritto.
Abbiamo visto che tale attività criminosa percorre un primo periodo embrionale o di formazione, la cui nota culminante è lo stato tuttavia involuto degli elementi che poscia, allo stadio di sviluppo, debbono, per effetto di selezione organica, attingere il grado di omogeneità e distinzione. Or, dopo che con l’uso dell’analisi ci siam resi conto dei coefficienti dinamici di ciascuno dei due sovraccennati stadî, possiamo, adoperando vedute sintetiche, completare la nostra conoscenza, che deve, poscia, facilitarci la via per più difficili induzioni e deduzioni pratiche e scientifiche.
Nello stadio di formazione, embrionale o ontogenetico, il prodotto psichico del delitto prende la forma istintiva, immanente, quasi automatica. L’animabilità ha predominio incondizionato. Il contrasto di correnti antagoniste segue il ritmo sincrono: le energie si mantengono nello stato di latenza; ma, appunto perchè poco coerenti, sfuggono al potere di controllo e di arresto. A volte, se un forte stimolo ne ecciti la scarica, riappariscono con scoppî istantanei ed imprevisti; poi, incontrando difficoltà a fondersi ed assimilarsi con le energie esterne trasformate, ritornano in istato di inerzia accompagnata da equilibrio stabile.
=3.=—La concezione artistica più perfetta, che io mi conosca, di questo stadio di formazione psichica del delitto, credo sia il Caliban della «Tempesta» di Shakspeare. Altrove ne scrissi, dimostrandone segnatamente il lato dell’azione inconscia[46]; qui ne completerò l’esame, che tornerà molto utile per concretare gli esposti criterî scientifici.
Caliban, deforme e selvaggio, era figlio della strega Sicora, che per mille malefizî e sortilegi fu sbandita da Algeri e confinata in un’isola ov’ella si sgravò. Prospero, privato, ad opera di suo fratello Antonio, del ducato di Milano, venne insieme alla figlia Miranda abbandonato in alto mare, alla balìa dei venti, e capitò di approdare all’isola di Caliban. Costui fu subito spogliato del possesso dell’isola, e, poichè egli era un essere stupido, un mezzo idiota, il buon Prospero lo commiserò, prese il fastidio di insegnargli a parlare, ed a conoscere ora una cosa ora l’altra. Ma, ad onta di tali insegnamenti, nessun essere buono poteva sostenere il suo ignobile contatto: fino a che, quantunque trattato umanamente ed albergato nella stessa cella del benefattore, un bel giorno osò attentare all’onore di sua figlia! La bestia umana si svegliava cogli impulsi del senso. Prospero ne comprese la natura di fango e lo assoggettò ai più bassi e degradanti uffici. Non l’ombra d’un rimorso turbò l’anima dello schiavo, che, alla deformità del corpo, per degenerazione ereditaria, univa istinti e sentimenti criminosi, indole perversa, odio profondo irresistibile contro Prospero che gli carpì quell’isola, a lui appartenuta per cagione di sua madre Sicora.
La bellezza, la innocenza di Miranda avrebbero dovuto agire, con forza rigeneratrice, sull’anima di Caliban; ma questi nulla poteva sentire di elevato, ed ai rimproveri di Prospero per la immonda azione, invece di scusarsi, risponde: oh, oh ... così fossi riuscito! Tu me lo impedisti, altrimenti avrei popolata quest’isola di Calibani!»