Psicologia criminale

Part 8

Chapter 83,208 wordsPublic domain

Ha il perito la coltura sufficiente per risalire, con analisi minuta, dal motivo criminoso alla determinazione del delitto? Ha egli l’abitudine, per non dir l’attitudine, di riunire in sintesi i dati raccolti e rivolgerli ad illuminare sè medesimo ed il giudice nella risoluzione, alla base di criterî affatto giuridici, del problema penale? Quante volte mi son trovato di fronte a coltissimi medici, i quali, credendo di avere esaurientemente risposto all’ufficio di perito psichiatra, col constatare la esistenza, nel soggetto sottoposto ad esperimenti, di qualsiasi manifestazione psicopatica, concludevano, senz’altro considerare, pel vizio totale o parziale di mente; per la irresponsabilità o per la semiresponsabilità! Essi, come negli esercizî acrobatici, facevano un salto nel vuoto: e se la parola del magistrato o del difensore li richiamava all’apprezzamento psicopatologico della causale del delitto, al decorso dell’azione impulsiva di qualche motivo; eppoi, allo stato normale o transitorio di coscienza, al grado e specie di coordinazione associativa delle idee, dei sentimenti, delle volizioni del prevenuto; alla estensione del di lui campo visivo di coscienza, all’attitudine di attendere, di riflettere, di prevedere; alla forza maggiore o minore di far uso dei poteri inibitorî; alla fisonomia che d’ordinario prendono gli affetti; alla vivacità delle immagini, alla energia delle idee; alla specie dei ligami delle vita di relazione; ed, in ultimo, al complesso di levatura della mente del soggetto, di energia della sua volontà; i periti, d’ordinario, o rimanevano incerti e reticenti, ovvero finivano col confessare che ciò non rientrava nel loro assunto tecnico. Peggio, poi, è avvenuto nel caso siasi richiesto al perito, che cosa ne pensasse, tenuto conto dello stato psicopatico dell’imputato, circa la responsabilità attribuitagli del fatto compiuto. O non si aveva che risposta evasiva, ovvero i giudici doveano accorgersi che una qualsiasi risposta era data senza tener punto calcolo, non solo dello stato del soggetto, bensì di tutti i coefficienti processuali; epperò si è sempre finito coll’annettere minima importanza al giudizio dell’uomo che dicesi _tecnico_! Di qui l’antagonismo sistematico tra periti e magistrati. Si riconosca una volta per sempre: le perizie, come generalmente son praticate, hanno gran valore pel lato esclusivo dell’esame patologico dell’imputato: il rimanente appartiene al cultore di psicologia, appartiene al giurista: voler confondere l’un ufficio con l’altro è lo stesso che emettere giudizî unilaterali, o erronei o punto confortati dai lumi della scienza. Le nozioni peritali debbono servire di punto di partenza nell’apprezzamento dello stato psichico dell’accusato; esse, cioè, debbono servirci per premettere che l’atto incriminato non possa avere che decorso morboso; mentre, il pronunziarsi sul come e perchè del decorso istesso, sulla genesi e sulle fasi di progresso, non che sulla opportunità di ricorrere, tenuto riguardo alla difesa sociale ed al pericolo di ripetizione dell’atto commesso, a mezzi repressivi, rientra nella sfera di altra coltura che non sia la patologia o la psichiatria: è per altra via, che quella segnata dal perito, che il criterio _a posteriori_ della pena, del quale avanti facemmo motto, si integrerà col criterio _a priori_ dell’intima conoscenza del prevenuto, ed è così che il giudice emetterà il suo giudizio retto ed illuminato.

CAPO VII.

Processo cosciente del delitto. Stadio di sviluppo.

=1.=—Le diverse classi di elementi constatativi dell’io cosciente del criminale.—2. Sviluppo del carattere individuale; sua importanza nella psicologia criminale dell’infanzia.—3. Condizioni e modi onde si organizza la coscienza comune e quella del delinquente.—4. Le fasi di successiva integrazione della psiche del criminale.—5. Esame delle emozioni criminose; le diverse teoriche—6. Svolgimento della essenza unitaria dell’evento psichico, dalla forma monistica alla manifestazione complessa del pensiero.—7. Errori di James e di Lange intorno alla genesi delle emozioni.—8. Natura delle emozioni criminose.—9. Reazione, periodicità, antagonismo delle emozioni: la reazione.—10. La periodicità.—11. L’antagonismo.—12. La dissoluzione psicologica; teorica meccanica.

1.—Lo stadio di sviluppo di coscienza del delitto suppone un materiale, ereditario ed acquisito, di fattori antropologici, fisici e sociali criminosi. L’io del delinquente si viene plasmando gradualmente quale prodotto di assimilazione dei motivi che a lui porge l’ambiente in mezzo al quale si svolge. Gli elementi, ond’egli assomma e trasforma le energie, sono i medesimi che nella esistenza di ciascun individuo concorrono a dare il peculiare assetto differenziato alla singola coscienza. Questi elementi, secondo la giusta teoria di James, si possono dividere in tante classi costituite rispettivamente: _a_) dall’io materiale; _b_) dall’io sociale; _c_) dall’io spirituale; _d_) dall’io puro.

Il delinquente comincia col risentire, sopratutto, gli effetti del proprio organismo, o che funzioni nello stato di equilibrio, dirò così, fisiologico, o che risenta l’influsso di cause patologiche. Indi egli assimila i germi deleterî del vizio o delle tendenze depravate nella propria famiglia, e molto in ciò influisce la condizione economica di privazione di mezzi necessarî perchè egli sollevi il suo stato morale con sufficiente coltura e retta educazione. Le enunciate cause sono altri tanti elementi costitutivi dell’io _materiale_ del delinquente.

Vengon dopo gli elementi sociali, quei fattori che promanano dalla vita di relazione con i simili; quindi gli esempî di virtù o di vizî, che eccitano la nostra tendenza imitativa; l’influsso della pubblica opinione col corredo dei pregiudizî, degli usi, dei costumi, specialmente tradizionali; la cura, la sollecitudine di conservare integra la buona fama personale, comunque essa s’intenda e per qualunque via si giunga a conquistarla.

Ed eccoci all’io spirituale, cioè alla somma delle disposizioni e delle attitudini personali, al complesso delle energie di cui disponiamo per estrinsecarci nella realtà della vita. Sostanzialmente, per questo verso, l’io si viene sviluppando attraverso una lotta continua di tendenze in contrasto tra loro, una successione ininterrotta d’impulsi e d’inibizioni; in guisa che si dovrebbe concludere che ciò che costituisce la coscienza, che noi abbiamo di noi stessi, è essenzialmente il sentimento di _movimenti accomodativi_, oppure, se si vuole, di impulsioni motrici, di riflessi inibiti[33].

Il primo effetto peculiare, che ne emerge dallo sviluppo organicamente composto dell’io criminoso, è l’antagonismo che vieppiù si viene accentuando tra il fattore antropologico, il cui esponente si sostanzia nella aperta tendenza di egoismo, ed il fattore di ordine sociale nascente dal complesso dei controstimoli, naturali od imposti.

Il fattore antropologico agisce per _azione impulsiva_; il sociale per _azione repulsiva_; il primo, nel ritmo dinamico della vita di relazione, è l’equivalente d’un _moto accelerato_; il secondo di un _moto ritardato_. Il diritto ed il dovere si limitano reciprocamente; ove l’uno finisce, l’altro comincia. Non è concepibile l’individuo in società senza che a lui si imponga di sacrificar qualche cosa pel benessere altrui: data la ipotesi che l’individuo sia regolato da impulsi incomposti di egoismo, l’armonia tra la parte ed il tutto scompare, e nell’urto dei moti, con opposte direzioni, l’equilibrio è indotto da una forza estranea, la quale impedisce che ne provengano disastrose conseguenze: indi la legge repressiva, la funzione del magistrato.

=2.=—Dalla lenta o accelerata lotta antagonista tra i sentimenti e le idee del delinquente, improntate ad un fondo di egoismo, manifestantisi in atti di squilibrio psichico, ed i freni imposti dalla sanzione naturale e sociale in correlazione alle umane azioni, si viene assodando e sviluppando il carattere individuale. La fisonomia del criminale si rende meglio delineata; spuntano i segni della specie a cui egli in avvenire apparterrà: la coscienza criminosa si fa più salda, più sicura; l’io personale, bene organizzato, può dire oramai di essere una individualità a sè, non confondibile, per chi sappia bene osservarla, con le rimanenti individualità in comunione.

La psicologia criminale dell’infanzia dovrebbe aver di mira, segnatamente, questo periodo di sviluppo del delinquente; periodo fecondo di utilissime osservazioni, perchè l’io criminoso, non trovando peranco la via unica d’incanalamento (mi si passi la frase) della propria energia, la via del delitto, è proteiforme e si lascia sorprendere senza difficoltà nelle attinenze con la vita esteriore. Si vedrà, per esempio, subito il futuro sanguinario, nel fanciullo, alquanto adulto, che compie, senza mostrare di impressionarsi, atti di crudeltà sulle bestie; che, ribelle o impulsivo, corre là dove lo chiamano le compagnie dei peggiori; che ha posa di prepotente, si accende ad ira per la minima offesa, per un benevolo richiamo; serba odio, cova la vendetta, si sente felice di sacrificare l’altrui benessere ad un momento solo di felicità. Egli ha mobilità di atti, ha scatti felini; esuberante, alle volte, nell’affetto, non sa nascondere il fondo egoistico: la passione lo accieca; lo alletta, lo trascina l’idea di sè, l’umiliazione del debole, dell’oppresso.

3.—È da osservare con Wundt, che «la coscienza individuale soggiace alle stesse condizioni esterne che tutto l’insieme dei fatti psichici, del quale essa è soltanto una espressione diversa, che serve specialmente a mettere in luce le relazioni reciproche delle parti onde esso è costituito. Come sostrato delle manifestazioni di una coscienza individuale ci si offre dappertutto un individuale organismo animale; nell’uomo e negli animali a lui somiglianti l’organo principale della coscienza è la corteccia del cervello, nei cui tessuti cellulari e fibrosi sono rappresentati tutti gli organi che stanno in relazione coi processi psichici. Noi possiamo considerare la connessione generale degli elementi corticali del cervello come l’espressione fisiologica della connessione dei processi psichici data nella coscienza; e la divisione di funzioni nelle diverse regioni corticali, come il correlativo fisiologico delle varietà numerose dei singoli processi di coscienza. Ma, certamente, in quel centralissimo organo del nostro corpo la divisione di funzioni è pur sempre soltanto relativa; ogni formazione psichica composta presuppone sempre la cooperazione di numerosi elementi e di molte regioni centrali»[34].

Ugualmente, nella coscienza del delinquente, si organizzano e si unificano tutti i germi degenerativi che si accumulano per le forme atipiche delle funzioni a lui proprie. L’antropologia vi dirà in che consistano i caratteri differenziali tra il fondo permanente del delinquente e quello dell’uomo normale; la fisiologia descriverà il funzionamento anormale dell’organismo fisico, onde gli atti psichici hanno il primo materiale avariato; la psicologia, prevalendosi dei lumi tolti alle discipline affini, dirà come e perchè il delitto sia il prodotto naturale di condizioni psichiche, il cui esponente causale è nello squilibrio di stati di coscienza.

4.—I germi criminosi, fermentando, componendosi, organizzandosi, con processo parallelo psicofisico, vengono gradatamente trasformandosi da forme omogenee ed indistinte in eterogenee e definite. Dapprima le tendenze egoistiche non sono che l’indice generale di stato funzionale di squilibrio: i segni esteriori, in età, in ambienti diversi del delinquente, lasciano appena intravedere l’essere futuro; il nucleo, dirò, centrale di ciascuna formazione psichica, il colorito dei sentimenti, gl’intenti prossimi o remoti della vita di relazione, il tutto insieme dei processi di affettività, di attività addimostrano il fondo di incoerenza, di insensibilità, di immoralità: il vizio ed il delitto, nei primi stadî di sviluppo dell’anima del criminale, si confondono e si unificano. Ma, se le forze ambienti non giungono a modificare le correnti malefiche dei germi in fermentazione, verrà giorno in cui queste prenderanno direzioni distinte, e l’io del criminale, organizzandosi, si unificherà e rafforzerà, mercè l’assorbimento e la fusione, con la propria energia, di tutte le energie similari coerenti alla inclinazione verso data specie di delitto. Avviene, allora, che tutto intero l’organismo psichico subisca novella trasformazione, e, seguendo un’altra fase di processo disintegrativo ed integrativo, abbandonerà, per legge di selezione organica, gli elementi difformi alla specie di delitto in prevalenza e si rafforzerà a percorrere la discesa fatale su cui si è messo. Le idee morali, i sentimenti, l’intero corredo dei pregiudizî, il cumulo delle impulsioni sociali, fin i convincimenti religiosi avranno modificazioni appariscenti: un nuovo mondo si va enucleando, con leggi e con moto proprio.

Il sanguinario, l’uomo dall’abitudine alla violenza, attingerà coraggio all’offesa, alla vendetta da idee strane, ma sistemate, di falsi pretesti protettivi dell’onore e della dignità personale; da sentimenti morbosi di alterigia di supremazia; da passioni dissolute al giuoco, all’alcoolismo, ai piaceri sessuali; dalla frequenza del delirio di persecuzione; da credenze religiose inchinevoli piuttosto al feticismo, che alla concezione di sanzione dell’ordine etico. Egli, assorbito dall’io egoistico primeggiante, sdegnerà di attentare alla proprietà, di commettere furti; rifuggirà dall’abusare dell’altrui buona fede, dal commettere frodi o falsità; anzi, la esagerata coscienza di sè, gli imporrà l’obbligo di prestare, financo, aiuto a chi sia caduto vittima dell’altrui ingordigia e raggiri. Quante volte, dimandando ad un omicida se in precedenza abbia riportate altre condanne, sentirete rispondere: per ferimenti, per oltraggi; ma giammai per furto! Ogni specie di delinquente ha la sua morale: pel sanguinario è obbligo imprescindibile di non macchiarsi di reati di furto: il rispetto verso i simili si limita alla proprietà, non alla persona!

Ben altrimenti accade per i truffatori ed i ladri. Il fondo comune è sempre lo stato di squilibrio degenerativo. Tra i primi, giusta le osservazioni del Marro, prevalgono le anomalie patologiche; nelle atipiche essi eguagliano i normali, e solo li superano d’alquanto nelle ataviche: l’alcoolismo assume forme più gravi che non nei feritori, in grazia del più propizio terreno naturale che trova in essi; non rare manifestansi le alienazioni mentali; loro tratto caratteristico è la diffidenza, che in nessun’altra classe di delinquenti trovasi così spiccata e generale; avvi frequente propensione al giuoco, l’avidità e la cupidigia del guadagno[35].—I ladri, nel significato generico, sono anch’essi alcoolisti, pieni di pregiudizî religiosi, deficienti di mente, ma astuti e cauti; per lo più timidi; soggetti a forme tipiche di manie impulsive; con scarsezza di sentimenti etici, anzi questi, per loro, messi in ostentazione, servono quali motivi di scuse, quali mezzi onde sfuggire la responsabilità: dediti all’ozio, il lavoro è pretesto di disgusto d’una condotta retta; l’allettamento suggestivo della riuscita della impresa li solletica, li anima, li conquide.

=5.=—A questo stadio cosciente del delitto appartiene l’esame delle emozioni criminose.

Le percezioni e le rappresentazioni, oltre ad avere un contenuto ideale permanente, sono accompagnate da tono sentimentale di piacere e di dolore. Abbiamo visto che il piacere ed il dolore non sieno che stati integrativi o disintegrativi di coscienza, seguìti da aumento o diminuzione di energia personale. Le emozioni sono stati interni, i quali alterano il senso generale cenestetico e tendono ad impedire il corso naturale di correnti della vita ideale ed affettiva. Circa la loro origine vi sono differenti teoriche. La prima, desunta dalla comune esperienza, ammette che gli stati emotivi sieno di origine centrale ed affatto interna: una rappresentazione, una percezione, una idea destano sentimento piacevole o doloroso che si diffonde e si ripercuote sull’organismo producendo espressioni somatiche. L’ira, l’odio, l’amore sono il prodotto dell’energia di analoghi motivi: il loro equivalente fisico è rappresentato da concomitanti fenomeni vaso-motori.

La seconda teorica, propugnata da Lange e da James, segue il processo inverso. Essa sostiene, _che le modificazioni fisiche conseguono direttamente alla percezione del fatto eccitante, e che il senso nostro di quelle modificazioni, mentre avvengono, costituisce l’emozione_. James spiega: «Il senso comune dice: Noi perdiamo la nostra fortuna, siamo tristi, piangiamo; incontriamo un orso, siamo spaventati e scappiamo; veniamo insultati da un rivale, siamo arrabbiati e reagiamo. L’ipotesi, che qui difenderemo, afferma che tale ordine di seguenza è scorretto, che l’uno stato mentale non è indotto immediatamente dall’altro, ma che vi si debbano dapprima frapporre le modificazioni organiche, e che l’affermazione più razionale è, che noi siamo tristi perchè piangiamo, siamo spaventati perchè tremiamo, arrabbiati perchè reagiamo, e non che piangiamo, tremiamo, reagiamo perchè siamo tristi, spaventati, arrabbiati, secondo i casi. Se le modificazioni organiche non tenessero dietro immediatamente alla percezione, quest’ultima sarebbe soltanto cognitiva, pallida, fredda, destituita di colore emotivo. Potremmo in tal caso vedere l’orso e giudicare che fosse meglio fuggire; ricevere un insulto e decidere di reagire, ma non sapremmo sentirci effettivamente spaventati o arrabbiati»[36].

A meglio dilucidare le sue idee, James ricorda i seguenti fatti: che gli oggetti eccitano modificazioni organiche mediante un meccanismo preorganizzato, oppure che le modificazioni sono così indefinitamente numerose e sottili, che l’intero organismo può venir chiamato un _risonatore_ che ogni modificazione della coscienza, per quanto lieve, può porre in vibrazione; che ogni manifestazione organica, qualunque essa sia, è _sentita_, acutamente od oscuramente, appena si produce. «Se ci immaginiamo qualche emozione forte, quindi cerchiamo di astrarre, dalla coscienza che di essa abbiamo, tutte le sensazioni dei suoi sintomi fisici, troviamo che non ci resta alcun residuo, nessuna _sostanza mentale_ onde possa constare l’emozione, ma che non ci resta che uno stato freddo e indifferente di percezione intellettuale. Vero è che, sebbene molte persone interrogate dicano che la loro introspezione verifica questa asserzione, altre persistono nel negare. Molti ancora non arrivano ad intendere la questione..... Un’emozione umana incorporea è una non-entità. Non dico già che essa sia una contraddizione nella natura delle cose, o che i puri spiriti siano condannati ad una fredda vita intellettuale; ma dico che, per _noi_, è inconcepibile l’emozione dissociata da ogni sensazione organica. Quanto più intimamente io indago i miei stati d’animo, e più mi persuado che tutte le condizioni, gli affetti, le passioni che io ho sono veramente costituite da quelle modificazioni organiche che ordinariamente diciamo essere la loro espressione o la loro conseguenza; e, più, mi sembra che, se mi accadesse di diventare anestesico in tutto il corpo, verrei ad essere escluso dalla vita degli affetti, aspri o teneri, per menare una vita puramente conoscitiva e intellettiva. Una simile esistenza, se anche è apparsa come una vita ideale a certi antichi saggi, è troppo apatica per essere desiderata da coloro che sono nati da qualche generazione, dopo che la sensibilità è tornata in grazia»[37].

=6.=—Per bene apprezzare la esposta teoria, sostenuta anche dal Ribot, dal Sergi e dall’alienista francese G. Dumas, è d’uopo rifarci alquanto indietro e svolgere l’essenza unitaria, di cui già facemmo parola, dell’_evento psichico_, dalla più bassa forma monistica alla più complessa manifestazione del pensiero.

La scala psicologica evolutiva, dal _psicoplasma_ (o sostanza psichica nel senso monistico) agli atti volitivi, percorre degli stadî che sono altrettanti gradi integrativi organici differenziati. A prescindere dagli strati più bassi, arriviamo a comprendere che, rispetto alla vita psichica dell’uomo, il fenomeno fondamentale sia la rappresentazione (Herbart). Il gruppo importante delle attività psichiche emotive interessa specialmente perchè dimostra immediatamente il nesso diretto delle percezioni cerebrali con altre percezioni fisiologiche (impulso cardiaco, attività dei sensi, contrazione muscolare); perciò diventa chiaro quanto c’è di non naturale e di insostenibile in quella filosofia, che vuole separare fondamentalmente la psicologia dalla fisiologia (Haeckel). Il principale problema, al quale si attese da chi volle sorprendere il mistero della vita psicofisica, fu posto, innanzi tutto, nella ricerca dell’equivalente meccanico, chimico o fisico, e fisiologico degli stati di coscienza; indi fu allargato alle forme primigenie dell’attività psichica. Il primo aspetto del problema, però, è un residuo, o non confessato o inconsapevole, del vecchio dualismo, che distingueva la forza vitale dalle altre forze naturali; peggio ancora, l’anima dei bruti da quella dell’uomo.—Senonchè «il pensiero, la coscienza, non è altro che il lato subbiettivo dei fenomeni vitali, e però non può differenziarsi da questi, meno che mai può mettersi di fronte ad essi in una specie di antagonismo, come in fin dei conti avviene del lavoro meccanico di fronte al calore, di guisa che l’uno abbia finito di essere quando l’altro incomincia ad essere. Il fenomeno _coscienza_ accompagna i mutamenti interni trofici e metagenetici del cervello, non li anticipa nè li sussegue; perciò malamente si capisce come entro allo stesso cervello debbano prodursi _altri_ mutamenti o assimilativi o dissimilativi, di cui il pensiero sarebbe la manifestazione subbiettiva. Si dovrebbe perciò supporre (cosa assurda e antibiologica) che i centri nervosi sieno sede di due diverse specie di metabolismo!»[38].

Il principio unitario dell’evento psichico (Mili, Lewes, Spencer, Lotze, Horwicz, Lippe, Haeckel, Morselli, ecc.) si riassume nel ritenere, con Ardigò, che quelle, che i metafisici chiamano facoltà attive e passive, interne ed esterne, animali e razionali, rappresentative affettive e volutive, e così via, non sono infine che combinazioni variate dei medesimi elementi, come altrettante parole, di suono e di significato diverso, formate colle medesime lettere dello stesso alfabeto[39].