Psicologia criminale

Part 22

Chapter 223,410 wordsPublic domain

L’oggetto, o l’atto percepito, atteggia e riverbera il modo di sentire e di pensare: senza accorgerci dell’errore, ne restiamo impressionati. Un avversario avrà sorriso con aria indifferente? Noi vi scorgiamo il sogghigno dello scherno e ce ne adontiamo. Altri avrà pronunziato parole di consigli? Noi vi leggiamo, dal tono della voce e dal gesto, la intenzione di disistima e di offesa.

Usualmente diciamo esser questi _ingannevoli errori_: ma, chi ben guardi, si avvedrà che il difetto non è nell’intelletto, sibbene nei sensi; e che l’erroneo giudizio è dipendente da una illusione.

=5.=—Affine alla illusione, ma con disturbo sensoriale più grave, è l’_allucinazione_. «L’allucinazione—scrive il Bianchi—_è una percezione subbiettiva_. Mentre nella illusione è l’obbietto mal percepito, perchè il soggetto ha fornito i connotati di cui è piena la sua coscienza, e che non appartenevano a quello, nell’allucinazione manca addirittura lo stimolo esterno, e la riproduzione è originaria, primitiva, dai centri sensoriali, di immagini che forse altra volta sono state formate e registrate nei rispettivi centri. Ovvero risultano da connotati forniti da diverse sensazioni in tempi diversi, ed associate ora in un’immagine concreta per la proprietà creatrice del cervello nelle stesse aree sensoriali, nelle quali sono formate e registrate le immagini per processo fisiologico, onde queste vengono risvegliate, per intrinseca attività degli elementi nervosi, e proiettate di fuori, o, come si suoi dire, obbiettivate»[149].

In pratica sogliamo dire, che, dovendosi giudicare gli stati soggettivi, l’ipotetico equivalga al reale, e noi sopra abbiamo riportato il giudizio autorevole del Carrara per ciò che sia l’effetto di errore: tanto più varrà nella ipotesi di illusioni o di allucinazione.

La psicologia allucinatoria, dopo gli studi classici di Brierre de Boismont, ha esteso il dominio in ampi confini, e si è resa dominante nella interpetrazione di fenomeni un tempo appartenenti alle credenze religiose e che ebbero tanto peso in avvenimenti storici di individui e di nazioni.

La idea, il sentimento, lo abbiamo visto, hanno attività propria, anzi non sono che forme di attività cerebrale. Il materiale psichico, nell’attualità di formazioni, ha rapporto accidentale col mondo esterno: esso conserva le energie immagazzinate, le attitudini latenti atte ad insorgere e addivenire operanti, indipendentemente dalle eccitazioni sensoriali. Il lavorio scientifico speculativo, tutto giorno in progresso, il perfezionamento delle belle arti e gli innumeri atti di automatismo psicologico ci addimostrano, che il mondo dello spirito ha vita a sè, quantunque le ricchezze, di cui dispone, gli sian venute d’altronde e si aumentino o si alterino continuamente mercè l’opera dei sensi. In un opificio meccanico vi si osservano gli istrumenti pel lavoro geniale: essi vennero dal di fuori; ma gli operai, impossessatisene, se ne servono per loro conto senza che alcuno, all’esterno, ne abbia sentore. È così che si comprende l’allucinazione, fenomeno tutto interno, scevro dall’influsso del senso, senza riferenza con oggetti fuori dell’io; fatto psichico isolato o staccato dal nesso di continuità con la vita di relazione.

L’analisi introspettiva ci fa consapevoli, che le immagini percepite si proiettano all’occhio della mente e, con moto incerto, prendono fisonomia conforme al nostro desiderio affettivo, alle condizioni passionali di tristezza, di gioia, di simpatia, di odio: ciò è per ciascuno la fonte di quel vagare della mente, or dolce, or doloroso; ora dubbio, or animato da sicurezza, or vinto da sconforto.

La sensazione fissata, sotto forma di immagine, nella memoria, si ripresenta ed è causa di una _visione mentale_ che, giusta la definizione di Ballet, «è quella facoltà che noi abbiamo di conservare, sotto forma di immagini, il ricordo più o meno indebolito delle nostre sensazioni visuali, e di riprodurre e ravvivare queste immagini sotto la influenza di diverse sollecitazioni, per associazione di idee»[150]. E lo stesso prosegue: «Questa facoltà esiste appo ciascun di noi. Ma essa è molto diversamente sviluppata. Mentre che alcune persone non conservano, degli obbietti, che un ricordo vago ed una immagine a contorni indecisi, altre ravvivano le loro immagini visuali con grande facilità; queste immagini hanno presso essi una chiarezza tale che l’oggetto immaginario ha quasi tutta la precisione dell’oggetto reale»[151].

=6.=—Incontra spesso di osservare che, oltre alla visione mentale di immagini riprodotte, andiamo soggetti al fenomeno inteso col nome di _linguaggio interiore_ o di _parola interiore_, cioè di udizione mentale consistente nel risveglio delle sensazioni uditive percepite dal nostro cervello e ritenute sotto forma d’immagini, specialmente rappresentative di segni del linguaggio (Rivarol, Egger, Paulhan, Taine, Binet, Charma, Ballet, ecc.). La persona, la cui immagine ci si presenta, dev’essere già stata a contatto con noi per via di qualche atto che ci abbia lasciato nella memoria il ricordo impressionante di disgusto o di odio; com’è, ad esempio, per antipatia, contrarietà o dispetto. Mentrechè pel momento non ne abbiamo risentito che passeggera impressione, in corso di tempo la rappresentazione dell’atto può intensificarsi e convertirsi in visione allucinatoria accompagnata, financo, da sensazioni uditive del linguaggio dell’avversario. Se, per strana combinazione, dopo cotesto lavorio di autosuggestione, il creduto nemico s’incontra, basterà leggiero incidente perchè l’allucinazione, dianzi poco vivace, si accenda e scoppi con impeto tempestoso di ira.

Altra volta, dopo la impressione, poniamo, di dispetto verso qualcuno a séguito di sufficiente motivo, lo stato di equilibrio di animo si affievolisce, la personalità si disgrega, si sdoppia; e noi avvertiamo che l’io si è messo in contrasto con sè medesimo, raddoppiandosi in una visione immaginaria persistente, in atteggiamento di aperta opposizione. L’io primitivo, sorretto dalla ragione, dalla forza persuasiva della educazione e dei principî di ordine, tenta e si ingegna di lottare contro l’io novello che più e più insorge e si ribella e contorna la persona dell’avversario con note repugnanti, ingigantisce l’atto da lui commesso, lo delinea con tinte oscure; risveglia, dai bassi fondi della vita animale, gli istinti sopiti della vendetta; fa sentire, con allucinazione uditiva, proprio la voce, il linguaggio offensivo dell’uomo che di già si odia; accende il fuoco dell’ira e, avuta la occasione propizia, ci spinge impetuosamente al delitto.

Un esempio di questo sdoppiamento dell’io, con la visione di contrasto tra immaginarie energie simbolizzate nel demone e nella coscienza, lo abbiamo in un soliloquio di Lancilotto, nel _Mercante di Venezia_ di Shakespeare.

Certo è per me dover di coscienza Tormi al servizio di cotesto Ebreo: Il diavol mi sta al pelo; egli mi tenta E dice: _gobbo_—_o gobbo Lancilotto_, _Buon Lancilotto_—ovver: _buon gobbo_—od anco: _Buon Lancilotto gobbo_; _su, ti spaccia, Dàlle a gambe_, va via!—La coscienza Risponde: _bada bene, onesto gobbo, Onesto Lancilotto, bada bene_; Od anche: _Onesto Lancilotto gobbo_, Com’io dicea pur or, _non andar via, L’aiuto non cercar delle calecagne_. E il dimon, più animoso, di rimbecco M’ordina di sfrattar: _Via!_ mi ripete: _Vattene! per lo ciel!_ dice il dimonio: _Ti decidi da forte_, a dir ritorna Messer lo dimonio, _e netta il campo_. Allor si apprende del mio core al collo La coscienza, e con gran senno: _o mio Onesto amico, Lancilotto_, aggiunge, _Tu che figliuolo sei d’un uom dabbene_: O meglio: _d’una femmina dabbene_— (Poichè a mio padre talor pizzicava Non so ch’altro sapor, non so che gusto): La coscienza, dunque: _Statti fermo_ Dice; e il dimonio: _Va;_—_No statti_, l’altra Replica—[152].

=7.=—Chi mi domandasse come debba estimarsi l’ultimo atto esecutivo dell’interno proposito criminoso di individuo in preda al sopradescritto stato di agitazione allucinatoria, risponderei: la legge intende minorare la responsabilità in proporzione della degradata coscienza e libertà di arbitrio; intende calcolare, tra’ criterî di imputabilità, di temibilità del reo, di ingiustizia dell’atto, lo stato di turbamento di animo del prevenuto: se tutto questo trova applicazione nella specie dianzi esaminata, perchè non dev’essere accordato il beneficio della provocazione? Il giudice ricordi sempre l’infrascritto mònito del Romagnosi: «A parlar precisamente, l’uomo non è mosso più o meno ad agire a misura della _realtà_ dell’utile, cioè di quello, che le sue cagioni reali prese in sè stesse e combinate colla natura e costituzione dell’uomo possono costantemente e veramente apportare di bene o di male; nè meno a proporzione che certi combinati rapporti fisico-morali possono specialmente apportare di utile agli _altri_ suoi simili; nemmeno a proporzione che l’uomo stesso deliberante e delinquente lo conosce più o meno _chiaramente_, o semplicemente se lo può ripromettere con maggiore o minore _certezza_; ma bensì a proporzione, che la di lui idea solletica ed attrae con più o meno di forza la di lui sensibilità»[153].

8.—Un’altra forma, più difficile a considerarsi, di anomalia di interno processo provocativo (mi si passi la frase) è quella che, di origine, o non, patologica, si elabora nel dominio dell’inconscio, al disotto della soglia della coscienza, tra attività ereditarie istintive. Di ciò abbiamo, sotto altri riguardi, parlato ripetutamele innanzi: crediamo, nonpertanto, ripeterne qui l’esame, con novelle applicazioni.

Verificatosi il motivo, che abbia impressionata la nostra sensibilità, ne rimaniamo turbati: tosto ritorna la calma e, per seguite distrazioni, obliamo fin il ricordo di quanto sia avvenuto. Che anzi, qualche volta, ritornando, con la riflessione, sul risentimento provato, ce ne meravigliamo, sicuri di noi stessi, del potere inibitore onde disponiamo, della forza di resistenza a qualsivoglia, non dico reazione delittuosa, ma intemperanza di condotta. Frattanto, in corso di tempo, il motivo provocatore, nascostosi nel buio dell’inconscio, prende vigore a contatto di energie rimaste in perenne stato di potenzialità: non avendo forza sufficiente di venire a galla sulla superficie del piano visivo, rimane involuto in una specie di vita embrionale. Ma—quando meno vi pensiamo—qualche circostanza accidentale ferma, di sorpresa, l’attenzione sul l’insorgere d’una preoccupazione che, apparendo tra reminiscenze del passato, fa sì che si squarci il velo del mistero e ci si mostri la idea ridestata della _offesa_ obliata. L’animo è preso da fremito; e noi rimaniamo vinti, scorati sotto l’incubo opprimente di sentimenti e di triste incertezza. Contro questo stato doloroso, affannoso si spuntano le armi della ragione; par che all’apparire del mostro, rimasto infino a quel momento nascosto nella tenebra, ogni buona intenzione sia messa in fuga. Occorrendo favorevoli circostanze di ritornare a contatto con l’offensore, noi, mercè sforzi estremi, ci adoperiamo, col trattarlo ed esagerare la di lui vicinanza, di sfidare quasi noi medesimi a mostrarci superiori, vittoriosi di fronte all’eccitamento emozionale del ricordo doloroso. Però, senza avvedercene, così operando, aggiungiamo esca al fuoco: ad un dato istante, allorchè, per accidentalità, la vigile nostra resistenza riflessiva si indebolisca, la marea monta rapidamente, eccitata da impreveduto pretesto; la tempesta rugge dal fondo e la nostra volontà è travolta da impeto infrenabile di collera. Se, in conseguenza di ciò, si verifica un delitto, non è improbabile che il giudice, riandando sui precedenti del fatto e notando, dall’apparenza degli avvenimenti, un presunto stato di calma del prevenuto, la insufficienza di motivo ultimo dell’azione, concluda per l’aggravante della premeditazione! E tuttodì simili ingiustizie si deplorano, coonestate da niente altro che dalla ignoranza di fenomeni per quanto strani, altrettanto conformi all’umana natura.

=9.=—Trattando della specie e del grado di sensibilità, misura di attenuazione d’imputabilità in dipendenza di atti provocativi, non dobbiamo trasandare d’intrattenerci a parlare dello stato di emotività di chi sia affetto da _isterismo_ o da _nevrastenia_, due forme cliniche morbose altrettanto comuni ai nostri dì, quanto trascurate nelle aule giudiziarie.

Consiste l’isteria in uno _stato costituzionale abnorme_ del cervello, che si appalesa in tutte le funzioni, le _motorie_, le _sensitive_, le _psichiche_ (Borri). In chi ne sia affetto, i disturbi della sensibilità e della emotività sono polimorfi: evvi irruenza o apatia nella vita di relazione; percezione reattiva sproporzionata agli stimoli; esaltamento della fantasia; suggestibilità irresistibile; predominio dell’automatismo; vivace rappresentazione e mutabilità di carattere sui minimi toni della sentimentalità; strani orientamenti della coscienza; saltuaria associazione tra le idee più dissimili; fissità di idee fino alla ossessione; insorgenza di prepotenti atti istintivi per effetto del più lieve motivo autosuggestionante (Laségue, Esquirol, Janet, Pitres, Dally, Bianchi ed altri). La gioia ed il dolore, la calma e la tempesta, la simpatia e l’antipatia, l’ira e la quiete sono nella isterica gli eccessi opposti in cui si polarizza la vita dello spirito; epperò sono i tanti segni che debbono metterci in guardia al momento di dover giudicare su azioni commesse in conseguenza di stati cotanto anomali. Bene spesso siamo ingannati dalle apparenze, ondechè qualifichiamo per generosi atti ispirati al più profondo egoismo, ed in cui non evvi di vero che la teatralità, la quale, per la isterica, giunge fino all’architettura dei più fantasiosi progetti. La menzogna, l’inganno sono l’armi onde questa si avvale per lo sfogo di odi mal repressi, di preordinati propositi di vendetta: il sentimento non si limita a muover ed ispirare le comuni disposizioni dell’animo, i varî umori, ma invece si esalta e degenera in un vero moto passionale, iperestesia psichica (Krafft-Ebing).

La sovraeccitabilità morbosa delle isteriche ci autorizza a ritenere in esse estrema suscettibilità ad esaltarsi per qualsiasi motivo di provocazione, massime, poi, allorchè questo appartenga alla sfera dell’affettività erotica, e quindi concorra a suscitare la gelosia, il dispetto, l’ansia del contrasto, la disperazione d’un abbandono. L’azione suggestiva, resa incoercibile pel fascino della immaginazione, molto facilmente, in casi trascurabili, da corpo alle ombre, finisce di scompigliare il labile equilibrio psichico, e l’ira è l’effetto di delirio persecutorio, con scatti od irruzione di estrema violenza.

In processi penali i più complicati, in sensazionali dibattimenti il giudice, e massimamente il giurato, non sa rendersi ragione di delitti atroci per fugaci motivi, che non meritano neanche l’onore di esser presi in considerazione: l’accusata o non sa difendersi, chiusa nel cupo dolore della sventura in cui sia precipitata, o esagera talmente in addurre le sue ragioni da non esser creduta e, quasi sempre, da ingenerare biechi sospetti di malizia, simulazione o dissimulazioni inesistenti.

Quando il difensore, in vista di analoghi casi, si sforzerà di chiedere la scusa della provocazione, sia pure per motivi futili, ma che, per lo stato abnorme psichico della isterica, furon causa di sì gravi effetti disorganizzatori della coscienza e di profondi turbamenti nel dominio dell’affettività, l’accusatore, se non è all’altezza scientifica del suo ministero, comincerà a sillogizzare sulla sproporzionalità della causa con l’effetto, per indurne il convincimento che, riuscendo financo strano, nella specie, che un omicidio fosse commesso per sì lieve motivo, altrettanto più strano sarebbe lo ammettere che all’accusata competa il beneficio della provocazione!

Fino a che, si ricordi, dalle aule della giustizia non siano banditi gli astratti aforismi sillogistici, e non sarà sostituita, in quella vece, la temperanza che viene dalla _relatività_ delle nostre convinzioni, l’errore troverà la via di penetrare nella mente del giudice e di sconvolgere i più santi principî della equità e del vero!

Tra’ criterî misuratori della scusa della provocazione il Carrara voleva quello desunto dall’_intervallo_ più o meno lungo interceduto fra la offesa e la reazione; appunto perchè, secondo il detto scrittore ed altri della scuola classica, gli affetti non valgono a costituire scusa, se non in quanto abbiano, tra gli altri, il carattere di un’azione _rapida_ e dentro certi limiti breve, _veemente_, che vinca la ordinaria calma della ragione.

Noi conveniamo, in genere, ad ammettere gli enunciati criterî, ma guai, nella pratica, ad accordar loro autorità assoluta! L’elasso del tempo può dar luogo alla calma, dopo che l’animo sia stato turbato da motivo qualunque di offesa; ma, nè è raro che avvenga, può essere ancora cagione per cui il risentimento si intensifichi e scoppî in impeto susseguente di ira; la qual cosa s’incontra di solito nelle isteriche ed in chiunque non goda la piena integrità delle facoltà sensitive ed emotive.

=10.=—Dopo di aver accennato allo stato di sensibilità ed emotività delle isteriche, rispetto alle conseguenze di scusa della provocazione, diremo dei _nevrastenici_.

La nevrastenia, questo stato nevropatico, che ai nostri giorni ripercuote i suoi effetti in sì larga misura su tutte le classi sociali e che è l’esponente così dell’esaurimento dello spirito in lotta con sè stesso, come dello sperpero inadeguato di energia per le necessità dell’esistenza, è da poco tempo che dallo studio del psichiatra è passato allo studio del psicologo-giurista, e ciò pel fine di illuminare il giudice in continui dubbî e difficoltà ingenerati in lui allorchè si trova a dover sentenziare sul grado di imputabilità di infelici talora reputati ingiustamente i più proclivi artefici di delitti, sol perchè meno adatti ad avvalersi dei mezzi di freno suggeriti dalla società civile. Avendo per fondo degenerativo una _debolezza irritabile del sistema nervoso_ (Krafft-Ebing), la nevrastenia va distinta dai seguenti caratteri psichici: atonia generale, con alterazione funzionale del senso cenestetico; passività della coscienza a qual si sia stimolazione esterna o interna; abbassamento dei poteri discriminatori con relativa ripercussione nei processi associativi; affettività tumultuosa, violenta; intermittenza di coscienza in periodi transitori; avventatezza nelle azioni; imprevidenza dell’avvenire; veemente insorgenza di idee fisse, che assediano l’animo, e ne turbano il ritmo dell’equilibrio; proclività alle passioni impetuose, massime all’ira, alla vendetta; sovraeccitazione, commozione che possono giungere al grado di scompigli deliranti. Specialmente la forma eretistica comprende, al dir del Bianchi, individui spesso abbastanza evoluti nella sfera dei sentimenti e dell’intelligenza, ma che sotto i più leggieri stimoli si sovraeccitano, si commuovono, esagerano nei giudizî e nelle azioni sulle quali non possono esercitare il debito controllo, con sperpero mutile di energia; sono violenti, impulsivi, si allarmano per nulla e precipitano le cose[154].

=11.=—Fu lodevole pensiero del nostro legislatore di aggiungere alla vecchia nozione della provocazione, ristretta al turbamento dell’ira, benanco la ipotesi di minorata responsabilità in conseguenza d’impeto d’intenso dolore.

Discorremmo della cenestesi del criminale e dei concomitanti somatici del dolore: per completarne la conoscenza dobbiamo penetrare più addentro nell’anima del delinquente e veder come, esso dolore, si germini e si confonda con l’attività dell’energia criminosa, e si addensi e preoccupi di sè le più ascose ed intime parti del cuore.

Lo vedete quell’uomo che, ricco per fortunata posizione sociale, rispettato ovunque, traeva, non è guari, vita tranquilla e felice, abbellita dalla pace domestica, lusingata da fulgide speranze nell’avvenire? Egli ora è cogitabondo, è stanco, abbattuto; poco ama il conversare, punto si diletta delle comodità onde dispone: talora inclinato a mestizia, il più delle volte concentrato in cupi pensieri, preoccupato da un mistero che ei si adopera di tener chiuso in sè, geloso che se ne indovini l’esistenza. Se egli opera, se ei conversa, l’acuto osservatore indovina in lui il turbamento, l’indecisione, il timido balenare del pensiero: la fede nell’avvenire è scossa; la mente, ad intervalli, si abbuia, e l’uomo, che poco prima parea oggetto d’invidia, è reso segno di curiosa attenzione del pubblico, di diffidenti riguardi da parte degli intimi. Nell’animo di lui è penetrato dapprima il sospetto, poscia il convincimento di tradimento della fede coniugale, in addietro fonte di beatitudine tranquilla, di fervido lavoro, di sacrificî pazienti. In lui ha preso imperio il dolore, il quale, per essere più intimo, è altrettanto più mesto, più sconsolante: non trovando sfogo nelle affettuose confidenze, si concentra ed assedia l’animo e ne estingue qualunque risorsa di sollievo.

Incerto sui rimedî a tanto male, l’infelice non sa che straziare sè medesimo; ansioso che da sè si allontani l’amaro calice costretto a sorbire goccia a goccia, non sente più amore alla vita trasmutatasi in teatro di amarezze: premuroso di conservare il bene sommo dell’esistenza, l’onore, sente ribollire nel cuore la passione dell’odio, dell’ira contro chi fu causa volontaria della grave offesa: sull’orlo del baratro scavatosi sotto i suoi piedi, egli non teme d’altro che di non soddisfare al dovere impostogli di vendicare l’oltraggio sopportato, di ristabilire, quand’anche col delitto, il suo equilibrio morale sconvolto dall’onta del talamo violato. L’idea fissa—scrive Bourget—produce sul nostro cuore il medesimo effetto che un punto brillante ed immobile sui nostri occhi; ella ipnotizza l’essere dominato e circoscrive la sua sensibilità ad un cerchio affatto piccolo di sensazioni.

Così, lo sventurato coniuge tradito, vittima di intenso dolore, o agitato da tutte le furie; dalla gelosia, che lo richiama alla perduta dolcezza dei godimenti dell’amore e gli incute repugnanza per chi sprezzava la sua felicità nel darsi alle voglie altrui; dal pensiero del disonore cagionato alla persona, al cognome, ai figli, ai parenti; dal convincimento di un male irrimediabile, non colmandosi il vuoto scavato dal disonore se non col ricorrere al mezzo estremo della vendetta!

Il descritto esempio è tra i tanti di dolori intensi per motivi intimi; ma altri vi sono, che si convertono in cause di delitti e si scusano, oltre che dalla legge, per comune sentimento di pietà, di compatimento dei tristi destini inseparabili dalla misera vita umana.

La emozione comune agli stati, alternanti o continui dell’intenso dolore, è la _tristezza_, il cui tratto caratteristico fisiologico e della fisonomia è l’azione paralizzante ch’ella esercita sui muscoli volontarî (Lange).

Ella o è negativa o positiva: nella prima forma invade e riempie di sè l’animo, abbattendolo e privandolo fin della speranza di rimedio; l’energia personale si abbassa al disotto del livello di reazione istintiva; è disseccata la fonte del desiderio, del volere; è ottenebrato l’orizzonte del pensiero; annichilito lo spirito, chiusa la via alla speranza; prostrata benanco la forza di protestare o di chieder l’altrui compianto. L’uomo è distrutto, poichè a lui venne meno ogni puntello all’esistenza, ed è noto a tutti, che la vita è sorretta da illusioni, da fede, da ideali; guai a chi se ne spogli e crea a sè d’intorno il vuoto; misero chi, per disavventura, siasi ridotto in condizione cotanto abbietta!