Psicologia criminale

Part 21

Chapter 213,393 wordsPublic domain

Maggiori difficoltà presenta l’attenzione quando sia studiata nel suo meccanismo, essendo questo tema, secondo il Ribot, finora molto trascurato, e dipendendo da esso, non soltanto il completamento della teoria dell’associazione, ma i concetti per misurare qualitativamente e quantitativamente la specie ed il grado di coscienza necessaria per concludere alla prevedibilità di certi effetti in correlazione con certe cause. Per procedere con ordine, ricordiamo la distinzione dell’attenzione in _naturale_ o _spontanea_, _volontaria_ od _artificiale_.

«La prima, osserva Ribot, negletta dalla maggior parte dei psicologi, è la forma vera primitiva fondamentale della attenzione. La seconda, sola studiata dalla maggior parte dei psicologi, non è che una imitazione, un risultato dell’educazione, dell’ammaestramento, dell’adattamento. Precaria e vacillante per natura, essa attinge ogni sua sostanza dall’attenzione spontanea, in cui soltanto trova un punto di appoggio. Sotto queste due forme, l’attenzione non è un’attività indeterminata, una specie di _atto puro_ dello spirito, agente con mezzi misteriosi ed impercettibili. Il suo meccanismo è essenzialmente _motore_, cioè a dire che essa agisce sempre sui muscoli e per i muscoli, principalmente sotto la forma di arresto, ond’è che come epigrafe di questo studio potrebbe scegliersi la frase di Maudsley: _colui che è incapace di governare i suoi muscoli è incapace di attenzione_»[143].

Per l’interesse delle conseguenze dannose, ossia in correlazione alla colpa, giova notare alcuni caratteri principali dell’attenzione. Essa, come si è detto, risiede in uno stato affettivo dell’animo, ossia è mossa e determinata da un _interesse_ o da uno _stimolo_; ond’è che fu divisa in _immediata_ e _derivata_. È immediata, secondo James, quando lo stimolo è di per sè interessante, senza relazione con niente altro; derivata quando lo stimolo è interessante soltanto per le associazioni che ha con qualche altra cosa più direttamente interessante. Inoltre, l’attenzione, consistendo nella sostituzione di un’unità relativa della coscienza alla pluralità di stati, al cangiamento che n’è la regola; ed essendo il prodotto, insieme alla coscienza, della connessione delle formazioni psichiche (Wundt), ha la virtù di meglio percepire, concepire, distinguere, ricordare, aumentare le forze cognitive stesse. Quest’ultimo carattere dipende dall’assioma scientifico, che la forza non si crea ma si trasforma soltanto; quindi, aumentare la forza cognitiva può significare soltanto trasformare, a disposizione dell’intelligenza, una forza organica (Brofferio).

Da quanto si è detto, nei riguardi psicologici della colpa, crediamo fermare le verità infrascritte: _a_) La prevedibilità, la quale poggia sull’attenzione spontanea, ha bisogno di minore sforzo che quella la quale poggia sull’attenzione volontaria o artificiale; imperocchè la prima si svolge per potere intrinseco e con adattamento naturale ed in gran parte ereditario; la seconda è soggetta a dei poteri estrinseci e sopraggiunti. Di qui la maggiore responsabilità o il grado maggiore di colpa in quei fatti, i quali si riferiscono all’ordinario modo di vivere, alla comune esperienza; cioè all’uso di quella attenzione che è un portato spontaneo della natura; come la responsabilità minore in avvenimenti per i quali si richiede una sviluppata educazione, un retto indirizzo, un abituale uso di volontaria attenzione, _b_) La regola generale qui espressa soffre eccezione nel caso di diminuita prevedibilità per lo stato di _sorpresa_ o di _stupore_, essendo esso indice di maggiore colpa nell’uso di attenzione volontaria od artificiale, che nell’uso di attenzione spontanea. Avviene, talora, in qualche nostra operazione, che oggetti o fatti nuovi e straordinarî attraggano l’ammirazione, e pel lato _emotivo_ restringano il potere della coscienza in guisa da arrestare il corso alle nostre idee e fissarci potentemente alla contemplazione di un punto solo percettivo. Siffatto fenomeno, non molto raro ad avverarsi, è causa ordinaria di imprevedibilità; epperò va tenuto in considerazione. Il grado di colpa, a cui da luogo, è maggiore nell’attenzione volontaria che nella spontanea, pel principio logico, che _chiunque volontariamente intraprenda qualche operazione, seguendo gli artificî che una speciale attitudine ed istruzione gli hanno appreso, ha l’obbligo di meglio attendere a che qualche evento fortuito non lo sorprenda e lo renda causa involontaria di danno altrui_.

Il chirurgo, per esempio, che intraprende un’operazione, deve attendere che non si verifichi una emorragia; e, se questa lo sorprenda, egli, che non ha saputo prevederla, è responsabile di non lieve colpa. _c_) L’attenzione spontanea è meglio adatta agli oggetti esterni; la volontaria, o riflessione, meglio agli interni. Darwin ben disse, che quest’ultima è l’attitudine della visione difficile, trasferita dagli oggetti esterni agli avvenimenti interni, i quali si lasciano malagevolmente comprendere.

Tutti i reati colposi, i quali appartengono all’adempimento d’un dovere di ufficio, debbono comprendersi nella seconda specie di potere intenzionale o riflessivo: il grado di responsabilità, dal lato subiettivo, è in ragione della maggiore e più protratta attitudine ad attendere; ciò che rientra nella specie colposa della _negligenza_, ossia nell’aver omesso quello che si è soliti di non omettere in adempimento d’un dovere esigibile.

=15.=—A compimento di studio del primo fattore della prevedibilità, il fattore psicologico, dobbiamo parlare della _disattenzione_.

Chi attende concentra l’energia mentale su un punto fisso, restringendo in esso il campo visivo alla medesima maniera di chi adoperi una lente per raccogliere i raggi sopra unico obbiettivo: chi, invece, non attende, o malamente attende, disperde le attività coscienti ed o resta privo della percezione, o da motivo a confusione di idee e di giudizî. Da ciò lo stato di _distrazione_, la quale o avviene per incapacità della mente a fissarsi in modo stabile e per la mobilità di passaggio da una all’altra idea; ovvero per l’assorbimento d’un’idea, la quale non lascia agio alla mente di volgersi altrove e di occuparsi altrimenti. Il fenomeno è molto complesso, poichè risultante da particolari condizioni fisiche e di analogo adattamento psichico: basti, però, dire con Helmholz, che noi non avvertiamo tutte quelle impressioni che non hanno valore per noi come segni utili a _differenziare le cose_. Intanto, o che, secondo il Müller, le correnti delle impressioni non avvertite da alcuni centri trovino la scarica in altre vie inferiori; o che il potere concentrativo diminuisca gradatamente in proporzione dell’abituale funzionamento cerebrale, permettendo che dallo stato di coscienza si passi in quello d’incoscienza, certa cosa è che la disattenzione forma l’obbietto di serî studî, i quali interessano così la pedagogia come la psichiatria, e cercano ancora la spiegazione di problemi rimasti tuttavia insoluti.

In tema di colpa, lo stato di distrazione è generalmente ritenuto motivo di pena: ma fino a che punto ciò è giusto? Vi sono stati normali di distrazione, i quali dipendono da cattiva abitudine dell’uso mentale, ovvero da leggerezza di carattere, e per essi parmi che non vi sia dubbio sulla necessità di mezzi repressivi. Ma altri stati vi sono, i quali mostrano caratteri morbosi, tuttochè non sempre palesi; e parlare di repressione varrebbe quanto contraddire il cardine fondamentale della imputabilità.

Il Bianchi molto esattamente tratta del diminuito potere di detenzione nella coscienza ed anche del potere regolatore selettivo, che scapita, imperocchè tutto quello che invade la mente, non per volere del soggetto ed anzi spesso contro il voler suo, non incontra ripulsa. «Esso irrompe liberamente nel campo della coscienza, togliendole più o meno di potere percettivo e sopratutto del potere dell’appercezione. Trattasi qui sempre di due fatti, i quali si associano e caratterizzano questo stato patologico: da una parte, incapacità a contenere nella coscienza la costellazione ideativa, che è obbietto della attenzione volontaria; incapacità, dall’altra parte, a contenere fuori della coscienza un’altra quantità d’idee, che con le prime non hanno relazione alcuna, e contro le quali si esercita fiaccamente ed inefficacemente il potere volitivo dell’attenzione»[144].

Lo stesso Bianchi ricorda i singoli stati più o meno patologici dell’attenzione; il fenomeno di _ipoprosessi_ (diminuzione di attenzione) per effetto di stanchezza; la diminuzione del potere della medesima, più del distributivo che del fissativo, prodotta dalle emozioni (Feré, Binet, Pick, Mosso); quel che avvenga nel dominio dell’inconscio, dell’automatismo psichico, negli stati nevrastenici e via discorrendo.

=16.=—Abbiamo detto, che il secondo fattore della prevedibilità sia quello logico consistente nella possibilità di antivedere le probabili conseguenze dannose di un nostro atto. La impossibilità della previsione dà luogo al _caso_, e quindi alla nessuna responsabilità del fatto. Che è mai il caso? Nel senso usuale è tutto ciò che non può essere rapportato ad una legge; nel senso logico è la ignoranza di tale legge, ovvero la impossibilità di ricordarla pel cumulo di circostanze accidentali, o di prevederla nel nesso di causalità tra fatti a noi noti e gli eventi a cui avrebbero data l’origine.

La teoria del caso, in tutte le attinenze mentali, si fonda sulla teoria della probabilità, appunto perchè, secondo il Mill, noi possiamo supporre che le conclusioni relative alla possibilità d’un fatto riposano sulla conoscenza della proporzione tra i casi in cui si producono dei fatti di questo genere e quelli in cui non si producono; la quale proporzione, d’altronde, può essere trovata per una esperienza speciale o dedotta dalla conoscenza precedente delle cause la cui azione è favorevole alla produzione del fatto in questione, comparate a quelle che la possono neutralizzare.

Applicando tali norme al concetto logico di probabilità nella previsione di conseguenze dannose del fatto proprio, si hanno gl’infrascritti corollarî: 1^o il grado di probabile previsione d’un effetto ignoto, relativo a causa nota, è in ragione diretta dei casi, in cui l’effetto si verifica, ed in ragione inversa dei casi nei quali suole avvenire il contrario; 2^o diminuendo i casi di probabilità, entriamo nel dominio dell’imprevedibile: il che contrassegna una serie indefinita di stati di coscienza incalcolabili _a priori_, e che vanno dall’accorgimento il più riflessivo alla disattenzione la più abituale; 3^o per l’unità funzionale psicofisica della nostra mente, tutto ciò che direttamente o indirettamente diminuisce o turba la facoltà di attendere, rende meno probabile la previsione; così la retta educazione dell’attenzione e l’uso costante delle attitudini inibitorie, nello eliminare le cause di errori, ci facilitano la prevedibilità, rendendoci più pronti nell’eliminare le cause occasionali concorrenti a far nascere da una nostra azione conseguenze che dobbiamo evitare.

CAPO XIV.

Di alcune forme giuridiche della psicologia criminale

I.

La provocazione.

1. Origine dinamica dello stato affettivo.—2. L’azione di _arresto_ nei fenomeni affettivi.—3. Soggettività dell’atto provocativo.—4. Forme anomale di sensibilità nella scusa della provocazione; le _illusioni_.—5. Le _allucinazioni_.—6. Il _linguaggio interiore_; sdoppiamento dell’io, esempio d’un soliloquio di Lancilotto, nel _Mercante di Venezia_ di Shakspeare.—7. Conseguenza giuridica del turbamento d’animo nello stato di agitazione allucinatoria.—8. Anomalia _incosciente_ d’interno processo provocativo.—9. La provocazione e l’_isterismo_.—10. La provocazione nei _nevrastenici_.—11. Psicologia dell’_intenso dolore_.

=1.=—Lo stato passionale, che abbiamo detto esser causa di tendenza impulsiva al delitto, non dovea trascurarsi dal legislatore chiamato a proporzionare la responsabilità al grado della forza soggettiva dell’azione, diminuita da alcun motivo che ne abbia turbato il naturale funzionamento. È legge fondamentale dinamica, che a qualsiasi azione corrisponda uguale reazione; com’è istintiva nostra inclinazione di respingere l’offesa con l’offesa pel risentimento contro chiunque attenti al benessere personale od alteri l’economia psicofisica della vita. Da ciò la prima specie di giustizia repressiva affidata alla vendetta personale, ed il primo apparire di quella lotta pel diritto, la quale è guarentigia di conservazione della propria esistenza. Da ciò il dovere, nell’aggregato sociale, di limitare l’attività individuale con apposite prescrizioni, che, degradando la responsabilità dei malefici scusati dal turbamento della passione, sanciscano una pena col fine di impedire l’irrompere sconfinato degli istinti brutali della vendetta, e di ristabilire l’imperio del reciproco rispetto tra’ consociati.

Il concetto della provocazione, com’è fermato dal nostro legislatore con l’art. 51 Codice penale, fa sì che noi ci rifacessimo alquanto indietro col ricordare quanto si disse circa la origine delle emozioni, massimamente di quelle dell’ira e dell’odio, e delle leggi dinamiche onde in noi si producono gli stati affettivi di coscienza e son cagione di atti esteriori contrarî al buon ordine sociale. Dobbiamo, primieramente, rammentare, che qual si sia specie di sensazione non è che cangiamento di movimento, il quale dal di fuori si trasforma nel nostro interno ed è indizio d’una forza che agisca in conflitto od in concorso con le altre forze esteriori.

«La sensazione—scrive il Fouillée—non è un riflesso passivo della realtà: essa è la realtà medesima in travaglio e che senta il suo travaglio. Il tutto non avverrebbe affatto, nel mondo, al modo usato, se non vi avesse alcuna sensazione, ma solo dei movimenti non sentiti. Nella ipotesi che questi movimenti fossero stati sufficienti a produrre i medesimi effetti che oggi si producono, per preservare gli esseri organizzati contro le influenze distruttive del di fuori, per assicurar loro il vantaggio della lotta per la esistenza, le sensazioni, essendo _inutili_, non si sarebbero punto prodotte, ed i fenomeni meccanici non avrebbero provato il bisogno di aggiungersi questo estraneo epifenomeno»[145].

Il _bisogno_, che qui il Fouillée ricava da un ragionamento di logica conseguenza, non è che l’esponente della legge biologica di azione delle forze sulla materia organica, non che dell’altra di reazioni della materia organica sulle forze[146], nel senso, cioè, generale, che la forza incidente sul nostro organismo, mentre ne altera la precedente economia, deve essa stessa soggiacere ad una corrispondente differenziazione.

=2.=—Il legislatore, attribuendo la ragion di scusa, della provocazione, al momento dell’_impeto_ passionale di ira o di intenso dolore, suppone che il giudice non trascuri gli stati precedenti affettivi dell’animo dell’agente; anzi vuole che egli debba farne minuta analisi per concludere, in singoli casi, se e fino a qual punto la passione abbia degradata la coscienza e la libertà degli atti, sì da richiedere che non si applichi la pena in tutta la estensione voluta dalla legge. L’uomo può esser considerato come un complesso di fenomeni, che tendono in una certa misura a sistematizzarsi: ciascuna sua parte fisica o morale tende ad organizzarsi per suo conto, e sovente questa organizzazione d’una parte si opera a spese d’un’altra parte (Paulhan). Il che, a ben considerare, è la fonte della nostra spontanea attività, che, a cominciare dal preservare l’economia organica, è immanente in tutti gli atti della esistenza e, mentre si appalesa nei fenomeni della vita interna ed esterna, acquista vigore dalla lotta con i perenni ostacoli che incontra. È accettabile, quindi, il concetto di coloro i quali nel fenomeno affettivo non scorgono che una _tendenza arrestata_, o, in altri termini, secondo il Paulhan, un’azione riflessa più o meno complicata, che non può riescire al termine verso il quale riescirebbe se la organizzazione de’ fenomeni fosse stata completa, se vi fosse armonia completa tra l’organismo o le sue parti e la loro combinazione di esistenza, se il sistema, formato a cagion dell’uomo dapprima e poscia a cagion dell’uomo e del mondo esteriore, fosse perfetto[147].

=3.=—Dopo ciò, egli è a concludere, che il primo elemento ed il più importante della scusa sia l’_atto ingiusto_, che ebbe a disorganizzare l’equilibrio delle nostre facoltà, convertendosi in motivo di arresto di quel normale funzionamento psichico che è condizione imprescindibile del proprio benessere. Il quale atto, secondo che prescriveva l’abolito Codice sardo e ritengono gl’insegnamenti della dottrina, deve essere valutato in modo soggettivo al provocato; ondechè, al dire del Carrara, «purchè la non sia irragionevole del tutto e bestiale, anche la credulità erronea di aver patito un oltraggio, di avere ragione di temere imminenti percosse o danni nella persona, deve nei congrui termini valutarsi. Altrimenti si farebbe l’uomo responsabile della ignoranza del proprio intelletto, o di un errore involontario. Se, desto ad un rumore notturno, io veggo introdursi nelle mie stanze furtivamente un estraneo, e, credendolo un ladro od un assassino, esplodo un’arme contro di lui, non sarò io più scusabile se viene poscia a verificarsi che nè un ladro nè un assassino era colui, ma sibbene un infelice sonnambulo, oppure l’amante occulto della fantesca, che aveva sbagliato di camera?»[148].

La giustizia o la ingiustizia dell’atto è in relazione ad un concetto variabile desunto dalla somma delle circostanze che lo occasionarono, ed in ragione al grado di _sensibilità_ con cui l’atto fu appreso dal soggetto passivo. Indi l’infrascritto cànone: _il grado di efficacia del motivo provocatore è indicato dalla serie delle circostanze, le quali influirono ad aumentarne la ingiustizia e ad eccitare la sensibilità di chi ne risentì la influenza_.

Dal quale cànone dipendono i due seguenti corollarî: 1^o _il grado di efficacia del motivo provocatore s’innalza per le circostanze che meno scusano l’ingiustizia dell’atto e favoriscono la proclività a reagire;_ 2^o _diminuisce per circostanze in contrario senso_.

La ingiustizia dell’atto e la sensibilità del soggetto, ecco i due termini i quali, componendosi in unico stato transitorio di coscienza, debbono servirci per concludere alla scusa di imputabilità in chi, reagendo, fu trasportato a commettere un maleficio. Il primo termine è appreso dal soggetto con rapido giudizio, che si estende a constatare la contraddizione tra l’operare altrui ed il proprio diritto al rispetto; la niuna necessità dell’offesa, la diminuita dignità personale, la costrizione a far ciò che non si avea in animo di fare. Elementi o modi, questi, d’un solo giudizio, che preoccupa l’attenzione ed, affievolendo ovvero ottenebrando ogni contrario fattore sentimentale ed ideale, assorbe tutta l’energia in uno sforzo reattivo, con l’oblio fin del pericolo cui si va incontro.

=4.=—Per sensibilità intendiamo il potere di recettività o di passività del soggetto; ossia il grado di attitudine a ripercuotere in sè le impressioni con maggiore o minore tonalità sentimentale, colorito fantastico, senso affettivo.

Parlando delle passioni in genere, notammo il tipo del delinquente impulsivo o d’impeto: per completare l’assunto, dobbiamo occuparci di talune forme anomale di sensibilità ricorrenti sì spesso in delitti che diconsi occasionati da precedente provocazione.

Parleremo, in primo luogo, delle _illusioni_ e delle _allucinazioni_.—Non è raro il caso di assistere all’interrogatorio d’un imputato, il quale chieda al giudice la scusa di provocazione per fatti che la vittima nega e che nessun testimone ebbe agio di poter constatare. Se il chiesto beneficio non sia vano pretesto suggerito dall’astuzia o dall’interesse di ottenere una diminuzione di pena, potrebbe esser coonestato, in congrui casi, dalla ipotesi di illusione o di allucinazione. L’illusione è apparenza ingannatrice, errore dei sensi: essa potrebbe definirsi _l’alterata percezione d’un obbietto al quale si attribuiscono, per disturbo associativo o disordine funzionale dei sensi, qualità apparenti non rispondenti al vero e che siano il prodotto di ricordi mal tra loro organizzati, vivificati dalla immaginazione_.

È legge generale della percezione, che, _mentre una parte di ciò che noi percepiamo viene dagli oggetti che ci stanno dinanzi, attraverso i nostri organi di senso, un’altra parte, ed è possibile sia la parte maggiore, proviene sempre_ (secondo la frase di Lazarus) _dal nostro proprio cervello_ (James).

Il materiale della esperienza e della coltura permane nei centri cerebrali con nesso logico di ricordi e di immagini organizzati insieme dall’unità funzionale dell’equilibrio psichico. Mettendosi gli organi di sensi in relazione col mondo esterno, noi apprendiamo gli oggetti con la esattezza rispondente, non che alla _realtà_ obbiettiva, benanche alla _verità_ soggettiva: rispecchiarne in noi il mondo esterno con visione non ingannatrice, e possiamo, con certezza di convincimento, dar giudizio sulla esistenza ed importanza di nozioni acquistate. Ma talora i ricordi, le immagini sono frammentarî; i nessi logici tra le idee sono deboli ed instabili, e sulla estensione della coscienza i pensieri fluttuano con correnti indeterminate, senza che tra esse l’attenzione abbia sufficiente forza per arrestarne il corso tumultuoso. È possibile, allora, che qualche ricordo sensorio-ideale prenda, di botto, il sopravento, stimolato da sensazione di oggetto esterno, ravvivato da interna impulsione, e che la coscienza, come sorpresa, si arresti nel suo oscillare: ne seguirà che all’occhio della mente si prospetti una visione che non è conforme a realtà, ma che pure s’impossessa di noi con tal forza da farcene risentire gli effetti fin nel fondo dell’animo. Crediamo di vedere quel che non è; e, ciò che maggiormente preme, l’inganno proietta, nella trama cerebrale, la sua influenza deleteria fino a travolgere il precedente ritmo psichico ed imprimere ai nostri atti inattesa direzione.

Il fenomeno è molto più facile che avvenga tra idee emotive, appunto perchè le illusioni, fisiologiche o patologiche, si germinano in ambiente psichico preparato da antecedenti impulsioni rimaste abortite, da sentimenti repressi o soffocati, da sensazioni piacevoli o dolorose non completamente dileguate, da vivaci tendenze mal represse.

Io so di un marito geloso, che giurava di aver scorto sulla guancia della moglie la impronta di un bacio a lei dato dal suo amante; di un altro marito che, osservando gli occhi di un figlio neonato, giurava che fossero celesti e somiglianti a quelli del sospettato drudo della moglie; mentre, senza dubbio, eran neri. So di un imputato che vide l’avversario in atto di slanciarsi contro di lui armata mano, mentre questi non si mosse dal posto ed aveva solo il pugno stretto pel risentimento di ingiurie contro lui pronunziate; di un altro imputato il quale diceva di aver visto nelle mani della moglie il ritratto dell’amante, di averlo proprio riconosciuto, mentre trattavasi, e fu dimostrato ad evidenza, di immagine di un santo!

Riguardo ai motivi provocatori, vi sono illusioni meno considerevoli dal lato patologico di serî disturbi sensoriali, ma, peraltro, vieppiù importanti dal lato psicologico. Intendo parlare delle percezioni alterate per interne disposizioni di animo, massime provenienti da tonalità sentimentale o depressa o troppo eccitata; da qualche idea dominante nel processo associativo; da transitoria intermittenza di poteri riflessivi.