Psicologia criminale

Part 19

Chapter 193,315 wordsPublic domain

È qui opportuno ricordare due osservazioni del Quetelet: la prima, che le piante e gli animali sembrano, come i mondi, obbedire alle leggi immutabili della natura, e queste leggi si verificherebbero senza dubbio colla stessa regolarità per gli uni e per gli altri, senza l’intervenzione dell’uomo, il quale esercita sopra sè stesso e sopra tutto ciò che lo circonda una vera _azione perturbatrice_, la cui intensità pare svolgersi in ragione della sua intelligenza, ed i cui effetti sono tali, che la società potrebbe non rassomigliarsi più in due epoche diverse[125];—la seconda osservazione è, che l’uomo, in società, sia l’analogo dei centri di gravità dei corpi; esso è la media intorno a cui oscillano gli elementi sociali; sarà, se vuolsi, un essere fittizio pel quale le cose tutte accadranno in conformità dei risultati medî ottenuti per la società[126].

L’uomo è forza perturbatrice dell’imprescindibile funzionamento delle leggi di natura, ed è altresì il centro di gravità dei fenomeni sociali. Dunque il primo e principale còmpito della psicologia criminale etnografica è di esaminare la _genesi e lo svolgimento del processo di perturbazione della energia criminosa considerata centro di gravità di elementi sociali omogenei in data località_. Il detto còmpito è complesso e si risolve negli infrascritti doveri: _a_) esatta descrizione della regione scelta ad esaminare; rilievo di tutti i dati fisici che hanno relazione col fenomeno del delitto; _b_) rassegna dei costumi, delle credenze, dei pregiudizî, che influir possono a generare e ad aggravare i moventi criminosi; _c_) rilevazione delle principali note antropometriche in massa secondo la età, il sesso, le condizioni sociali ed economiche; _d_) apprezzamento delle qualità _anomale_ ed _atipiche_, ereditarie o transitorie.

Dopo coteste notizie di fatto, si ha l’obbligo, servendosi di nozioni psicologiche, di attendere a considerazioni, affatto soggettive, sulle persone, con l’assodare il grado medio di sensibilità generale, di coltura, di proclività a credenze etiche, a principî di progresso, ad abiti di civiltà. L’ultima specie di considerazione mette capo al dettame spenceriano, che la morale non sia che adattamento alle buone abitudini, e deve reputarsi il concetto sintetico delle qualità psichiche individuali e collettive, poichè quanto appartiene alle nostre facoltà affettive e volitive presuppone il fondamento della sensibilità e della intelligenza.

Compiuto il lavoro di analisi, si passerà a fissare, con ordine regolato da vedute scientifiche, le specie di tendenze criminose locali, compartendo la serie dei delitti in categorie generali; ad esempio: _a_) delitti contro la persona (fisica e morale); _b_) delitti contro la proprietà (semplici o aggravati); _c_) delitti appartenenti alla vita morale e fisica di relazione (violazioni della fede pubblica e privata, della libertà, del buon costume, ecc.).

Estimandosi le tendenze criminose, si avrà cura di rammentare quel che si debba alla costituzione organica e psichica, alla tradizione di credenze, usi e pregiudizî, alle peculiari anomalie e, segnatamente, alle più abituali passioni pel giuoco, per l’alcool, e via dicendo.

Lo statista—volendo, in ultimo, tirare delle leggi di _stato_, della criminalità, o di _sviluppo_—si avvedrà, che gli elementi numerici sono, in concreto, l’indice, oscillante ma indicativo, della genesi ed evoluzione della vita del delitto nelle tre fasi, individuale, sociale e storica. Adempiendo a questo intento, egli appresterà alla nostra disciplina il sussidio numerico del calcolo, ossia avvalorerà le sue leggi con dati probabili sì, ma che rendono meno astratte e più reali le nostre conoscenze.

CAPO XIII.

Teoria dinamica della Imputabilità.

1. Equilibrio interno ed esterno delle forze; l’idea ed il sentimento di giù. stilla.—2. Che cosa s’intenda per _principio di causalità_.—3. I tre concetti onde risalta la imputabilità; intento della psicologia criminale.—4. I due problemi fondamentali della imputabilità, quello etico e quello del determinismo giuridico: significato e contenuto della morale positiva.—5. La _necessità effettuale_; il determinismo organico o determinismo vitale; conseguenze rispetto alla imputabilità.—6. Svolgimento della teoria dinamica del dolo.—7. Dovere, in pratica, di attenersi agli elementi proprî del _dolo specifico_ di ciascun reato.—8. Dottrina del _temperamento_.—9. I due metodi per la indagine del dolo; il metodo obbiettivo.—10. Il metodo subbiettivo: principio fondamentale della _induzione_; tentativo d’una logica della psicologia.—11. Norme imposte al giudice nella indagine del dolo.—12. La prova del dolo nei processi indiziarî; la _ipotesi_ del fatto imputabile.—13. Teoria della _colpa_.—14. Psicologia della _prevedibilità_ nella colpa.—15. La _disattenzione_ e la colpa.—16. Teoria del _caso_.

=1.=—Il delitto, abbiamo dimostrato, è, nel ritmo composto dell’aggregato dinamico sociale, un centro di attività con moto divergente, ossia con azione disturbatrice dell’armonia delle forze consociate pel comune scopo di progressivo benessere. Abbiamo eziandio accennato alla verità del principio spenceriano, che la coesistenza universale delle forze antagoniste, che produce l’universalità del ritmo e la decomposizione di tutte le forze in forze divergenti, rende anche necessario l’equilibrio definitivo.

Per meglio comprendere le conclusioni, alle quali perverremo, dobbiamo ricordare talune verità chiaramente svolte dallo stesso Spencer: che, cioè, «quei fenomeni, che chiamiamo, subbiettivamente, stati di coscienza, sono obbiettivamente modi di forza: che una certa quantità di sentimento corrisponde a una certa quantità di moto: che il compimento di un’azione corporea qualunque è la trasformazione di una certa quantità di sentimento nell’equivalente quantità di moto; che quest’azione corporea lotta con varie forze e viene impiegata per vincerle; e in fine, che ciò che rende necessaria la ripetizione frequente di quest’azione è il frequente ritorno delle forze che da quest’azione devono esser vinte. Perciò l’esistenza in un individuo di stimoli emozionali, che siano in equilibrio con certe esigenze esterne, è alla lettera la produzione abituale di una porzione specializzata, di energia nervosa equivalente a un certo ordine di resistenze esterne, che essa abitualmente incontra. Così l’ultimo stato formante il limite, verso cui l’evoluzione ci conduce, è uno stato in cui le specie e le quantità di forze mentali ogni giorno prodotte e trasformate in movimento sono equivalenti ai diversi ordini e ai diversi gradi delle forze ambienti che lottano con questi movimenti o sono con essi in equilibrio»[127].

Ritenuto, che il delitto sia un centro di attività perturbatrice dell’ordine sociale, esso rappresenta un’azione divergente dallo stato o intento di equilibrio definitivo al quale volgonsi le azioni degli individui, siccome ad ultima mèta dei loro sforzi per procacciarsi il miglior bene desiderabile. Indi è che, per naturale legge dinamica, all’azione perturbatrice del delitto debba contrapporsi la reazione della collettività; il che avverrà con quei modi che comporta il grado di progresso sociale, secondo la necessità di soddisfare bisogni conformi allo stato della umana coscienza etica e giuridica.

Avvisata soggettivamente, cotesta umana tendenza alla integrazione dell’equilibrio sociale ha dato origine al primitivo sentimento ed alla prima idea di giustizia; ciò che è avvenuto per l’affermazione dell’istinto di egoismo contemperato dalla consapevolezza di limitazione della libertà propria a garanzia della libertà altrui. «L’affinità, la vite, la psiche—scrive Ardigò—scaturiscono dalle stesse forze onde esistono i loro soggetti; e ne rappresentano la risultante, che, come tale, si distingue specificamente dalle forze producenti medesime. E così la giustizia scaturisce dalle stesse autonomie prepotenti degli individui, ed è la _specie distinta di essere_ risultante naturalmente dal loro contemperarsi insieme»[128].—E lo Spencer: «è chiaro che il sentimento egoistico della giustizia è un attributo subbiettivo, il quale corrisponde a quella esigenza obbiettiva che costituisce la giustizia, l’esigenza, cioè, che ogni adulto riceva gli effetti della propria natura e conseguente condotta. Perchè, se tutte le facoltà non hanno libertà di esercitarsi, questi effetti non possono essere ottenuti nè sofferti, e se non esiste un sentimento, il quale favorisca la conservazione di un campo adatto a questa libertà, il campo sarà invaso ed il libero esercizio delle facoltà sarà impedito»[129].

=2.=—Chi desideri approfondire i concetti su esposti, vedrà che la loro origine sia il principio di _causalità_, immanente in tutte le nostre cognizioni.—Per principio di causalità vogliamo intendere la sintesi di due termini: d’una idea di _successione_ di più fenomeni, e d’un rapporto di _necessità_ pel passaggio dall’uno all’altro fenomeno.

Non disputiamo, chè non sarebbe il luogo, se il _principio di causalità_ derivi dall’osservazione puramente sensibile della costante vicissitudine delle cose (Locke): ovvero se non sia che semplice rapporto di successione da noi riguardato costante in virtù del ricordo e dell’associazione delle idee (Hume); o se appartenga alla interna potenza degli atti di coscienza, ossia alla volontà (Maine de Biran); o se, lungi dall’essere un prodotto empirico, sia uno degli elementi constitutivi, uno dei principî della nostra facoltà di conoscere, una delle _categorie_ (Kant): per noi, com’è detto, nel principio di causalità deve entrare un elemento sensibile, la successione, ed un elemento soggettivo sorto dalla certezza sperimentale intorno alla conservazione della energia attraverso le trasformazioni dei fenomeni; il che importa che questa conservazione, a condizioni date, produce costantemente dati effetti, e che l’elemento soggettivo o rapporto causale tra le cose sia _necessario_.

=3.=—Nella parola _imputabilità_, generalmente, non si suol vedere che il significato giuridico, quantunque questo significato abbia per presupposto il senso logico di relazione di causa e di effetto. L’agente, si dice, fu causa del maleficio; dunque egli deve esserne imputato. Chi, peraltro, spinga innanzi l’esame, vedrà che il nesso causale suppone, alla sua volta, il concetto di _necessità_, il quale racchiude due termini, l’uno logico e soggettivo, e l’altro obbiettivo. Il termine logico si converte nel noto principio di contraddizione, che ciò che è non può non essere; il termine obbiettivo si identifica nella legge universale della conservazione della forza e della materia, ossia nella legge della sostanza, secondo la teoria di Haeckel. Laonde nella imputabilità conviene distinguere: _a_) un concetto fondamentale dinamico, che si converte nell’equivalente reale dell’energia criminosa; _b_) un concetto logico, di necessità di causa e di effetto; _c_) un concetto giuridico, di sanzione legale, che attribuisce all’autore del fatto punibile la responsabilità delle conseguenze.

La psicologia criminale, occupandosi della genesi dell’imputabilità, ha l’obbligo di far principio dall’elemento fondamentale dinamico, dal quale, pel processo evolutivo, i coefficienti psicofisici mano mano si determinano, a cominciare dalla efficacia del motivo infino agli atti della volizione e dell’azione.

I seguaci della scuola antropologica o, in genere, dell’indirizzo positivo del diritto penale, ritengono che la repressione del reato sia coonestata dal dovere di difesa sociale; ma donde il dovere di difesa se non dalla necessità naturale di ristabilire quell’equilibrio di energie collettive turbato dall’azione anomala del delinquente? Il delitto disintegra o tende a disintegrare l’aggregato; la legge repressiva si sforza di reintegrarlo. Ciò—nel ritmo della vita sociale—non è che contrasto od antagonismo di forze con tendenza all’effettuazione di equilibrio definitivo. La energia criminosa, ritraendo della genesi di stato psicofisico di esquilibrio, rompe l’armonia funzionale dell’organismo collettivo: la legge, prevedendo i tristi effetti, è sollecita di apprestare il rimedio; il che si converte in minaccia di pena contro l’autore del fatto, ossia in sanzione legale di quella imputabilità che ha la origine naturale e logica nella esplicazione della energia criminosa.

=4.=—Le esposte idee ci richiamano a meditare su due problemi, che sono base della imputabilità; il problema etico dei principî direttivi dell’umana condotta, ed il problema del determinismo giuridico.

Bandito dalla scienza positiva l’indirizzo dualistico, ed accettata la concezione monistica unitaria, anche la scienza della morale, informata al principio di relatività, si è liberata dalle astrazioni trascendentali metafisiche, restringendosi alla constatazione dei rapporti esigibili tra i componenti l’umano consorzio. «Spetta al secolo XIX—scrive il Morselli—il vanto di avere concepita e formata una morale empirica o scientifica, indipendente, utilitaria, trasformistica, sociologica, ossia naturale ed umana nel vero significato dei termini. _Empirica_, perchè trae i suoi principî unicamente dalla esperienza, al pari d’ogni altra disciplina scientifica; _indipendente_, perchè si è liberata dal giogo che le avevano imposto le religioni ed ha acquistata piena autonomia; _utilitaria_, perchè prende di mira unicamente il bene che è poi l’utile collettivo, e a questo dirige e prescrive la condotta dell’individuo, non senza dimenticare il vantaggio dello svolgimento delle attività individuali; _trasformistica_, perchè si risolve in uno sviluppo di sentimenti che non mancano nell’animalità inferiore e portano nell’uomo soltanto la impronta di essere resi coscienti a causa del loro rappresentarsi all’intelletto; infine, _psico-sociologica_, perchè desume l’esistenza del senso etico dall’analisi degli elementi costitutivi della natura umana, così nell’individuo come nella specie e razza»[130].

=5.=—Non più, quindi, l’idea del bene, del dovere, della responsabilità morale, alla dipendenza da concezioni trascendentali di ordine o religioso o metafisico; ma insita alla natura umana, alla immanenza dei fattori naturali di cui questa è il risultato; non difforme dalla produzione di fenomeni causati dalle leggi della dinamica universale. La _necessità effettuale_ non è la fatalità delle umane azioni, chè queste non sono preordinate da entità estranea al corso spontaneo delle cose, ma obbediscono al processo evolutivo di permanenza delle energie attraverso le successive forme esteriori. Niuno dubitò che i fenomeni fisici e chimici fossero il risultato di leggi che, a condizioni uguali, dessero luogo ad identici effetti: Claudio Bernard dimostrò, che ciò dovesse eziandio ritenersi pel determinismo organico o determinismo vitale, proclamando, che conoscere il numero e l’ufficio di tutte le funzioni organiche, tale è il punto di partenza del determinismo, ed il suo punto di arrivo è che l’armonia la più rigorosa sia anche la legge delle cose della vita: perchè non dovrebbe il medesimo principio spiegarci i fenomeni psichici, che degli organici hanno la identica origine dinamica?—Quest’ultima verità sperimentale contiene e riassume la dottrina da noi fin qui svolta intorno all’evento psichico del delitto; ed abbiamo voluto esplicitamente enunciarla, perchè essa modifica di molto quanto già ritenemmo e propugnammo altrove circa il fondamento etico della imputabilità[131].

=6.=—Alla dottrina della imputabilità appartiene la teorica del _dolo_ e della _colpa_. Ne parleremo nei limiti richiesti dal nostro assunto esclusivamente psicologico; ciò che faremo riferendo quello che scrivemmo parecchi anni or sono, e che, meno per alcuni concetti ed opinioni meglio svolti e corretti, resta tuttavia, in chiara sintesi, a delineare la teorica dinamica ampiamente esplicata in questo libro.

Nella dottrina del dolo—noi scrivemmo—[132] debbono concorrere: _a_) un fattore iniziale; _b_) un fattore psicologico; _c_) un fattore fisio-psicologico; _d_) un’attività cosciente.

Qualunque forza in azione ha un principio ed un fine; un prima ed un poi. Il principio è dato dall’azione impulsiva di altra forza con cui si è in contatto; il fine dall’esaurimento dell’energia, o dell’attitudine in atto. Quando, dunque, diciamo _fattore iniziale_, vogliamo intendere la nozione complessiva del movente, cui si è passivo, e della efficacia impulsiva esercitata sulla nostra forza. Da questo momento comincia il processo di trasformazione della energia passiva in energia attiva dell’io; il tempo, che vi occupa, è maggiore o minore a seconda la maggiore o minore attitudine _qualitativa_ del movente rispetto alla nostra forza ed al grado di resistenza determinato o da precedente nostra conformazione o da stato transitorio poco conforme all’adattamento circa l’azione dello stimolo. Anzi, succede che, se lo stimolo agente è interno, l’adattamento è più agevole, perchè tutto ciò che si presenta coi caratteri o di sentimento o di idea partecipa di già sostanzialmente con la natura della nostra psiche; non essendo logico concepire, che una forza si determini in dato effetto senza che ne abbia conformità di attitudine. L’azione o la _efficacia_ d’un’idea, come diceva il Romagnosi, sulle nostre facoltà psichiche ha tutti i caratteri impulsivi degli stimoli esterni: mentre, per questi, il periodo iniziale è la sensibilità fisica, per l’idea è il sentimento (o il _tono sentimentale_): la differenza è nel momento evolutivo della energia in atto; ma le due forme di agenti si identificano nella passività psichica. Ed è facile capire che, avuto lo stimolo, si è stabilita una relazione o di accordo o di opposizione tra due energie, le quali o tendono ad equilibrarsi, o si collidono: nel primo caso la risultante ha maggiore vigore e si converte nella intima soddisfazione, che è il grado primo del _piacere_; nel secondo caso, o l’impulso vince, e si ha il primo grado della _coazione psichica_; o è vinto, e la _spontaneità_ di facoltà si converte in attitudine all’azione. La coscienza di questi primi stadî dell’attività psichica è sottoposta a delle restrizioni notabili: se l’impulso viene dall’esterno, dobbiamo distinguere se appartenga e formi parti dell’ambiente in mezzo a cui viviamo, ovvero se sorga isolatamente da accidentalità di relazioni; nella prima ipotesi, la trasformazione di energia avviene a nostra insaputa, inconsciamente; nella seconda ipotesi, ci è dato accorgercene quando altro stimolo simultaneo non ci preoccupi l’attenzione. E la coscienza, ridestandosi, non fa che notare il nesso di _tempo_ o di _successione_ tra la esistenza esterna dello stimolo e la esistenza interna; il che è dato dalla così detta percezione sensitiva, intesa nel significato di affermazione della esistenza di un certo che estraneo al nostro organismo e che col medesimo si è messo a contatto. Se lo stimolo è interno, ovvero nasce da idea prevalente sulle rimanenti, le quali nella simultaneità mentale si addimostrano, bisogna eziandio distinguere se essa idea sorga nuova, ovvero abbia dei lontani germi in idee precedenti: nella prima ipotesi, la sua efficacia può essere minima o massima a seconda l’indole o natura speciale che la distingue e la rende conforme alla serie delle idee e dei sentimenti con cui si connette nello stato attuale interno; nella seconda ipotesi, la efficacia è più forte, perchè l’origine latente, cui si riattacca, risulta a maggiore qualità di adattamento alla nostra psiche, ed a maggiore facoltà di resistenza con le idee concomitanti e che hanno tendenza di prevalere.

La coscienza, in questa duplice ipotesi, è in ragione non solo del grado dello stimolo, ma dei precedenti stati di abitudine: poichè, se le idee stimolanti, o idee consimili, abbiano altra volta fatta apparizione nel mondo psichico, la coscienza, essendosi alquanto adattata passivamente, è meno atta a sorprendere il nuovo stato transitorio della interna attività: ma, se la idea è nuova, la coscienza ne avverte di più la presenza o ne sopporta l’azione.

Nei descritti fatti, oltre che aver delineato il fattore iniziale del dolo, abbiamo anche compreso il fattore fisiologico ed il fisio-psicologico. Si comprende, in vero, che nel fatto complesso della coscienza, con significato il più ordinario a concepirsi, lo stato fisiologico dell’individuo è il primo dato permanente di qualunque interna modificazione.

E se abbiamo distinto il fattore fisiopsichico, ciò è per indicare il momento di passaggio dallo stadio della passività, esterna o di percezione sensitiva ed interna o di sentimento, allo stato di attività cosciente od incosciente.

Arrivati a segnalare l’apparire della coscienza, adempiremo l’assunto di studiare la sua attività nei diversi gradi onde suole funzionare.

La efficacia dello stimolo, attuatasi, addiviene _motivo_; vale a dire partecipa l’azione meccanica o dinamica all’io, mettendolo in grado di agire in un modo ovvero in un altro. La coscienza, a questo punto, passa dallo stato di quasi passività al primo stadio di attività: poichè le energie concorrenti, di idee e di sentimenti, si attuano con speciale direzione e mostrano già di essere indirizzate a determinato sogno. Se il simultaneo sorgere di qualche altro stimolo non viene o a frenare, reagendo, o a rivolgere altrove l’attività iniziale, il primo motivo si trasforma in impulso vittorioso, ed alla mente si rappresenta, non già con i caratteri di agente o di stimolo, ma di _fine_ ultimo da raggiungere, siccome mèta dell’azione. La mente, usando della sua _razionalità_, vede il nesso _causale_ fra il carattere d’_impulso_ del motivo e quello di _fine_, e _delibera_ se dar corso all’attività iniziata, ovvero arrestarne la tendenza. Ed in che modo ciò può avvenire?

Nella collisione delle energie dei motivi comprendesi che la prevalenza è di chi abbia maggior forza; ma non è così nel rapporto tra il motivo e la psiche. Il motivo, di qualunque origine e natura, non ha che efficacia dinamica; nella psiche evvi, per di più, energia _razionale_, cioè consapevole dei proprî atti, o tale da seguire il corso di qualsiasi spinta, con la coscienza di finalità. È qui, veramente, il problema psicologico, e noi non ne sappiamo dare che la dimostrazione per analogia con le restanti forze naturali.

Come l’_affinità chimica_, la forza _vitale vegetale_ e la _vitale animale_ diconsi prevalere ciascuna in un piano particolare di esistenza, similmente nei fenomeni umani la forza razionale è la predominante nel grado più elevato di funzione psichica, e quella che, ritraendo del risultato quantitativo delle coefficienze di energie concorrenti, si spiega nell’attività di funzione circa la scelta di mezzi, i quali debbono procacciarle la soddisfazione di un bisogno. Insomma, il _motivo_ comunica alla psiche la energia meccanica; ne ritrae il carattere di _razionalità_: dapprima agisce da impulso, poscia acquista la natura di _scopo_ e rientra nella sfera di spontaneità di elezione. Si comprende che, a questo punto, la _determinazione_ comincia ad addivenire necessaria, obbedendo alla _causalità_ del fine, la cui efficacia ideale assorbisce l’attività e ci trasporta alla esecuzione del proposito, ovvero all’uso dei mezzi prescelti.