Psicologia criminale

Part 18

Chapter 183,388 wordsPublic domain

Il fenomeno, umano o puramente materiale, in sè e nei limiti della conoscenza non ha esistenza assoluta, ma relativa. Relativa è la energia parziale rispetto alla forza universale; relativo è il suo modo di essere e di apparire; relativo il modo onde noi la percepiamo; relativa la conoscenza del suo passato e dell’avvenire. Eppure, in tanta relatività, non evvi forse un che di certo, di permanente? Lo stesso è del delitto: il suo essere individuale, collettivo e storico sono fasi, ond’è segnato il suo cammino: la vitalità, che gli è propria, è, nella energia criminosa, una delle tante guise onde la forza universale si realizza, il perchè dinamico e logico di fenomeni di esquilibrio e di anomalie, il tratto di tenebra che oscura, a momenti, la luce che rischiara ed abbella la nostra esistenza terrena.

=4.=—La conclusione delle sopraesposte idee è la seguente: il delitto, avendo una vita, con fasi successive nello individuo, nella collettività sociale e nella storia, deve di necessità risentire dei coefficienti statici e dinamici che, qualitativamente e quantitativamente, presiedono al suo nascere ed al suo sviluppo. Due specie di coefficienti, dunque, debbono riscontrarsi nel processo vitale del delitto; un coefficiente che attiene alla _qualità_ ed uno alla _quantità_ del suo contenuto intrinseco ed estrinseco: qualità e quantità che rispondono, nei medesimi fenomeni, all’elemento statico ed al dinamico. È elemento statico del delitto ciò che di esso permane attraverso le forme assunte durante le diverse fasi; è elemento dinamico ciò che cambia di apparenza e di atto, ovvero ciò che è inerente agli effetti multiformi e variabili nella violazione dei diritti individuali e collettivi. L’elemento statico è insito alla _specialità_ della energia criminosa, la quale ha la essenza nello stato di esquilibrio e nell’anormalità di azioni disturbatici dell’ordine sociale; l’elemento dinamico, poi, si ravvisa nella serie degli atti di coscienza, che preparano, accompagnano e seguono gli stadî psicofisici del funzionamento criminoso, individuale o collettivo, non che le forme successive onde la delinquenza si attenua, si aggrava, si trasmuta durante il percorso del progresso o regresso storico.

=5.=—«Dalla legge causale generale—scrive il Tammeo—deriva come deduzione la uniformità generale dei fenomeni, la quale, a sua volta, risulta dalla coesistenza di uniformità parziali. Il che vuol dire che il corso generale della natura è uniforme, perchè uniforme è il corso degli innumerevoli fenomeni di cui la natura si compone. Date certe condizioni, è necessario quel determinato effetto, e, viceversa, un qualunque fenomeno è necessario così come si manifesta; il che vuol dire che avrebbe potuto essere diverso, se le cause che lo hanno prodotto fossero state diverse. Ciò parrebbe una nozione volgare; eppure tale non è quando si vede che quasi tutti nei giudizî intorno ai fatti sociali dimenticano di considerarli come conseguenze necessarie di cause immutabili. La legge causale spiega le uniformità dei fenomeni, il meccanismo cioè della natura e dei fatti sociali»[117].

Causalità ed uniformità di fenomeni: onde nei fatti sociali la energia criminosa, principio vitale della immanenza e permanenza del delitto, va appresa e dimostrata con la osservazione intorno ad azioni, le quali nei loro caratteri anomali e di esquilibrio conservino il meccanismo necessario alla produzione d’ogni formazione naturale, fisica o morale che sia. Dunque il calcolo numerico nelle grandi masse di dati di osservazione, quando abbia per obbietto la constatazione della vitalità spaziale o temporanea del delitto, non deve essere solamente reputato opera di metodo, ma materia di scienza.

È dall’essersi trascurati i veri principî della statistica, che dura tuttavia il dibattito tra chi in essa non riconosce che solo un metodo, negandole il carattere di scienza (Lo Savio, Guerry, Körösi, Lilienfeld, Gumplowicz, Benini, ecc.), e coloro che in essa riconoscono una scienza ed un metodo (Mayr, Conrad, Engel, Rawson, Block, Wagner, Bodio, Ferraris, Gabaglio, ecc.)[118].

L’aggruppamento e la enumerazione dei fatti sociali, pur essendo il frutto di accurata rilevazione, non saranno mai sufficienti ad insegnarci alcun concetto scientifico, se non sieno lumeggiati da verità e leggi apprese in precedenza e dedotte da principî universali ed inconcussi. La statistica, dunque, perchè ci aiuti ad apprendere la nozione della vita del delitto, importa che non si limiti alla semplice raccolta e comparazione dei dati; deve integrarli con le norme psicologiche criminali, ossia deve saperli rapportare alle leggi generali meccaniche della psiche del delinquente, o che questi sia studiato isolatamente, o che formi parte di aggregato collettivo.

Che cosa è mai lo spettacolo meraviglioso di mondi di esseri viventi per chi non ne conosca che l’apparenza esteriore fenomenica?—per chi non ne comprenda le intime leggi, e non sappia sollevarsi col pensiero a quell’unità di forza universale che tutto spiega e semplifica nel concetto assoluto della conservazione della sostanza? Che son mai le cifre numeriche per chi in esse non sappia leggere, in caratteri muti sì, ma eloquenti, il processo psichico del delitto, formazione naturale di fattori antropologici, fisici e sociali?

La probabilità delle leggi statistiche acquista certezza in ragione della perfetta comparazione ed integrazione con le verità inconcusse delle scienze alle quali si appartengono i dati elaborati. La statistica criminale deve ricorrere alla nostra disciplina, se non vuole errare nelle conclusioni. Ne volete l’esempio? Suppongasi che in una data località, in dato tempo, la media dei reati di sangue si aumenti rapidamente. Lo statista vi segnerà il fenomeno e, per spiegarselo, ricorrerà, in ipotesi, al consumo aumentato di alcool, ad accidentali frangenti di accanite lotte politiche, alla deficienza di pubblica sicurezza, alla mancata percentuale di emigrazione, tante volte valvola di salvezza di fronte ad individui spostati e bisognosi di lavoro o di maggiore espansione di attività.

Quali ne saranno le conclusioni? Che tutte coteste cause abbiano potuto influire alla determinazione di aumento di reati di sangue; ma come, perchè? La psicologia criminale, intervenendo all’uopo, studierà il processo psicofisico dell’aumento della speciale criminalità, ossia vi dirà come dati coefficienti sociali agiscano, trasformandosi in energie individuali, ad eccitare e corroborare le tendenze, latenti od attuali, criminose; ad alterare gli stati di coscienza, far insorgere impulsioni irrefrenabili, creare l’ambiente morale del delitto.—Insomma, per noi la statistica è metodo ed è scienza: è metodo perchè ci dimostra ad evidenza l’utile della osservazione e della induzione indirizzate a raccogliere fatti numericamente noti onde elevarci a conclusioni definitive: è scienza in quanto serve a semplificare quantitativamente la esattezza razionale di cànoni appartenenti a discipline a cui si riferiscono i dati raccolti in grandi masse.

=6.=—Intesa così la statistica, ben si conclude, che ella debba sussidiarci nello studio della vita del delitto.

Le energie criminose, le attività disorganizzatrici dell’ordine sociale, prese isolatamente, o nell’individuo o nella collettività, formano il contenuto della psicologia criminale; studiate nella media quantitativa di tempo e di luogo entrano nel dominio della statistica criminale e ci insegnano: _a_) come e perchè l’evento psichico del delitto, allargando l’attività entro i limiti quantitativi di grandi cifre numeriche, giunga a certo grado di intensità della energia criminosa; _b_) come e perchè il meccanismo, statico e dinamico, delle contingenze accidentali temporanee e spaziali influiscano ad imprimere la direzione alle tendenze criminose; _c_) come e perchè si debba ricorrere alla scelta di taluni mezzi, di preferenza, per ostacolare l’incremento maggiore di cause predisponenti al delitto.

Le leggi statistiche non esprimono la _necessità_ dell’evento; ma il grado approssimativo di _probabilità_. Il loro contenuto è eminentemente condizionato all’ambiente mutabile dei fattori sociali: è perciò che Rümelin negava di attribuire ad esse il valore di leggi nel senso assoluto della parola, ed insieme al Mayr le chiama _regolarità_ e _normalità_.

Nondimeno, anche nella sfera limitata della probabilità, le leggi della statistica, allorchè sieno precedute da induzione su fatti raccolti con accuratezza, hanno valore logico importantissimo; poichè, nei limiti soggettivi della conoscenza, servono di argomento onde assorgere ad intuizioni, che qualche volta hanno l’effetto di divinazioni. Herschel scriveva: «fu inventata l’espressione _probabilità_, voce che dimostra la nostra ignoranza nell’analisi degli avvenimenti e delle cause efficienti che guidano _necessariamente_ i passi successivi pei quali essi accadono, non già in modo generale, ma bensì speciale e personale a chi usa questa espressione, per cui una relazione fisica, una esposizione storica, un avvenimento futuro possano avere gradi di probabilità molto vari all’occhio delle parti diversamente informate delle circostanze, delle cause in azione, della riputazione di veracità degli autori che ne fanno testimonianza, o delle occasioni che ebbero per conoscere i fatti in questione.

«La scala di probabilità, considerata nella sua maggiore lunghezza, stendesi evidentemente dall’_impossibilità_ certa dell’avvenimento considerato, alla _certezza_ che accadrà. L’intervallo totale fra questi estremi, ciascuno dei quali è una completa conoscenza, trovasi occupato da gradi più o meno alti o bassi di aspettazione o di credenza, determinati per mezzo della parziale conoscenza che ci è dato possedere, e può essere riguardata come una unità naturale, suscettibile di essere divisa numericamente in parti frazionarie, esattamente come l’intervallo fra il punto di congelazione e quello dell’acqua bollente, sulla scala termometrica, può essere suddivisa in parti aliquote o gradi. Realmente, non esiste una _misura_ numerica naturale di una impressione mentale, come non esiste per le sensazioni corporali; ma in ambi i casi noi siamo certi che gradi più elevati della scala numerica possono ben rappresentare intensità più grandi di impressioni, ed in tutti due vi sono prove che accrescimenti uguali di un certo elemento puramente ideale per l’uno, e che potrebbe essere sostanziale per l’altro, corrispondono a diversità numeriche eguali nella scala, e che l’abbondanza più o meno grande di questo elemento _determina_ in una maniera o in un’altra il grado d’intensità dell’impressione di cui si tratta»[119].

=7.=—Il calcolo della probabilità, fondato da Pascal e via via perfezionato e svolto da Fermat, Leibnitz, Huyghens, Hudde, Halley, Buffon, Bernouilli. De Moivre, Laplace, Quetelet, ecc., applicato alla constatazione delle leggi concernenti la vita del delitto deve basarsi sul principio, che _nel processo evolutivo delle formazioni psichiche, con rispondenza in effetti integrativi o disintegrativi dell’ordine sociale, la permanenza della energia in atto, trasformandosi, conserva qualitativamente e quantitativamente la efficacia di ripresentarsi se concorrano date circostanze favorevoli_.

Fissato il punto di partenza, o la stabilità effettuale della energia, ne viene logica la illazione, che la probabilità di riapparizione di certa specie di delitti non sia che _accidentalmente_ l’effetto di circostanze predisponenti, poichè, in essenza, essa riposa sull’opera costante della energia criminosa attutita o scomparsa, non distrutta. Insomma, la statistica criminale deve, prima dei calcoli numerici, accertare il fondamento dinamico del delitto o di generi di delitti; il primo quesito è questo: evvi presso il tal popolo, in tale regione la proclività, l’attitudine, che mostrino la tale specie di _energia criminosa_ propria dei delitti di sangue, dei furti e via dicendo? La risposta affermativa non deve esser data dalle cifre se non di accordo con la nozione di cause esaminate dapprima _isolatamente_: il fatto di aumento o diminuzione di omicidî può essere l’opera accidentale e passeggiera di torbidi politici, di brigantaggio, di conflitti locali; che direbbe mai il calcolo quantitativo al riguardo?

Trasportate nei rilievi numerici le leggi statiche e dinamiche del delitto; applicate alla vita progressiva o regressiva del delitto nel tempo le norme che accompagnano le oscillazioni della coscienza individuale criminosa, ed avrete il bandolo onde percorrere, senza tema di smarrirvi, il laberinto intricato delle umane azioni in controsenso della morale e della legge. Ciò facendo, però, occorre prescindere da’ singoli casi: il Quetelet, rispondendo alla dimanda, se le azioni dell’uomo morale ed intellettuale siano sottoposte a leggi, scriveva: «impossibile sarebbe il risolvere una simile questione a _priori_: se vogliamo procedere in modo sicuro, bisogna ricercarne la soluzione nell’esperienza.—Noi dobbiamo, prima di tutto, perdere di vista l’uomo preso isolatamente e considerarlo soltanto siccome una frazione della specie. Spogliandolo della sua individualità, noi elimineremo tutto ciò che non è che accidentale; e le particolarità individuali, che hanno poca o nessuna azione sulla massa, si cancelleranno da sè stesse e permetteranno di afferrare i generali risultati»[120]. Dello stesso Quetelet giova rammentare le infrascritte altre osservazioni: che sia difficilissimo il determinare la divisione delle forze umane e delle forze materiali che agiscono nei fenomeni; ciò che di leggieri si può vedere si è che le leggi del mondo materiale cambiano infinitamente di più mediante le forze della natura, che per l’intervento dell’uomo _in generale_; e più ancora, che l’azione _individuale_ dell’uomo può essere considerata siccome sensibilmente nulla[121]. Finchè trattasi di cambiamento di leggi fenomeniche io son d’accordo col Quetelet; e son d’accordo nel doversi prescindere, per i calcoli di probabilità, dai casi singoli: ma sarebbe imperdonabile errore voler esagerare la teoria sino a cancellare, nell’ordine logico delle leggi sociali, la impronta _iniziale_ e _definitiva_ dell’azione individuale. La famiglia, la società, la nazione non sono che concetti astratti, di mero interesse logico soggettivo; di reale non evvi che l’individuo. Similmente è nella conoscenza della vita del delitto; la fase storica-sociale, in fondo, non è che il compimento della fase individuale: in sintesi essa è rappresentata dal complesso di cause accidentali temporaneamente sistematizzate da produrre, in forme costanti, l’aumento o la diminuzione della efficacia vitale della energia criminosa. L’azione delittuosa, non essendo immaginabile senza il soggetto cui inerisca, non è neppure apprezzabile se non si percepisca siccome l’effetto di _singola energia_, centro dinamico del concorso di coefficienti accidentali e causa prima in atto.

Il Ferri, esaminando la influenza dei vari fattori criminosi nella determinazione del delitto, scrisse: «Quando noi assistiamo al movimento della criminalità per una data serie di anni, in questo o quel paese, con un generale ritmo di aumento o di diminuzione, non è neppur pensabile che questo dipenda da analoghe e costanti ed accumulate variazioni dei fattori antropologici e fisici. Infatti, mentre le cifre assolute della delinquenza sono assai lontane dal presentare quella stabilità, che fu molto esagerata dal Quetelet in poi, le cifre proporzionali invece sui fattori antropologici, per il concorso delle diverse età, sesso, stato civile, ecc., nel movimento criminale, presentano in realtà minime differenze, anche in lunghe serie di anni. E per quanto riguarda i fattori fisici, se con taluni di essi potremo spiegarci, come ho dimostrato altrove, le oscillazioni repentine, in epoche determinate, evidentemente però nè il clima, nè la disposizione del suolo, nè lo stato meteorico, nè l’avvicendarsi delle stagioni, nè le temperature annuali possono aver subite nell’ultimo mezzo secolo tali cambiamenti costanti e generali, che neppur di lontano siano paragonabili all’aumento continuo di criminalità, con una serie incalzante di vere ondate del delitto, che ora constateremo in alcuni paesi d’Europa.—È dunque ai fattori sociali, a quelle «altre cause, come dice il Tarde, più o meno facili ad estirparsi, ma di cui non ci si preoccupa abbastanza», che noi dobbiamo attribuire l’andamento generale della criminalità, anche per queste altre ragioni. Primo, che le variazioni pur verificatesi o che si possono verificare in alcuni fattori antropologici, come il vario concorso della età e dei sessi al delitto e la maggior o minor libertà di esplosione lasciata alle tendenze antisociali, congenite o per alienazione mentale, dipendono, per rimbalzo, esse stesse, dai fattori sociali, quali sono le istituzioni relative alla protezione dell’infanzia abbandonata, al lavoro industriale dei fanciulli, alla partecipazione delle donne alla vita esterna e commerciale, ai provvedimenti di sicurezza preventiva o repressiva sulla segregazione degli individui pericolosi e via dicendo: e sono perciò un effetto mediato degli stessi fattori sociali. Secondo, perchè, prevalendo questi fattori sociali nella delinquenza di occasione e per abitudine acquisita, ed essendo queste il contingente più numeroso della criminalità totale, è chiaro come ai fattori sociali spetti in maggior parte l’andamento di rialzo o di ribasso, segnato dalla delinquenza in una lunga serie d’anni. Tanto è vero questo, che, mentre i maggiori reati, specie contro le persone, che rappresentano cioè in prevalenza la delinquenza congenita e per alienazione mentale, offrono una costanza di ritmo, veramente straordinaria, con lievi aumenti e diminuzioni, il movimento generale della criminalità, invece, prende la sua fisonomia da quei piccoli ma molto numerosi reati contro le proprietà, le persone, l’ordine pubblico, che più hanno l’indole occasionale, e, quasi microbi del mondo criminale, più direttamente dipendono dall’ambiente sociale»[122].

Innanzi discorremmo della influenza esercitata dalle necessità sociali sul delitto. La società, comunione di beni e di mali tra gl’individui che ne partecipano, è la fonte delle condizioni e dei moventi alla criminalità; è il terreno in cui germina il microbo del delitto. Grande errore, peraltro, sarebbe confondere il terreno adatto alla cultura con la forza germinativa del seme in esso sparso. Il fattore sociale è secondario in paragone del fattore antropologico; l’evento criminoso è effetto psichico dell’individuo, fuori la sfera del quale le leggi dinamiche non rientrano più nella serie dei fenomeni umani, ma nella serie dei fenomeni materiali. È per l’individuo e con l’individuo che le forze, fisiche o sociali che siano, si compongono e si unificano in formazioni psichiche coscienti; il delitto è una di queste formazioni. Il che, altresì, è dimostrato dall’argomento, che l’estremo del danno, privato e pubblico, prodotto dalle nostre azioni, attinge il carattere di punibilità, o di ragione di mera risarcibilità civile, dall’elemento soggettivo del fatto. Dunque, sia come genesi dinamica, che come effetto di nocumento, nella criminalità è in prevalenza il fattore individuale antropologico sul fattore sociale. Le quali osservazioni smentiscono in parte le conclusioni a cui il Ferri è pervenuto.

=8.=—Dall’individuo alla società, dalla società alla storia, la vita del delitto, con ritmo statico e dinamico di aumento e di diminuzione, con effetti ora integrativi dei processi di squilibrio psicofisico ed ora dissolutivi della personalità, permane con costanza di organizzazione e di effetti.

La statistica, nel significato di scienza e di metodo, ha il fine di apprestarci i dati numerici e le leggi onde conoscere i processi vitali del delitto nei limiti di spazio e di tempo: perchè ella vi riesca, non deve trascurare due cose: _a_) il significato logico da attribuire al calcolo di probabilità degli avvenimenti criminosi; _b_) i termini delimitativi di cotesto calcolo.

Laplace disse: la probabilità è relativa in parte alle nostre conoscenze ed in parte alla nostra ignoranza.—Ed, inoltre, spiegò: «tutte le nostre conoscenze non sono che probabili; e nel piccolo numero delle cose che noi possiamo sapere con certezza, nelle medesime scienze matematiche, i principali mezzi di pervenire alla verità, la induzione e l’analogia, si fondano su probabilità.»[123]—Forse con più esattezza, il nostro Mario Pagano osservò: «Il regno della probabilità è confinante con quello della certezza, ma è diviso da quello. La massima probabilità si ha per certezza, ma è distinta da quella. Nelle probabilità la mente non vede nè intuitivamente la verità, nè per necessaria dimostrazione, ma per congettura, la quale, più o meno, si può avvicinare alla dimostrazione. In questa la mente intuitivamente vede la necessaria connessione della media idea cogli estremi della proposizione, onde conchiude la necessaria connessione dei due estremi»[124].

Ritenuto, che il grado di probabilità degli avvenimenti percepibili sia in ragione degli argomenti concorrenti ad aumentare in noi la possibilità dello stato di certezza, si conclude che quanto più cotesti argomenti poggino su nozioni inconcusse di principî e di leggi affatto naturali, altrettanto debbono influire a fermare in noi il convincimento logico di certezza degli avvenimenti.

Nei dati statistici criminosi il calcolo di probabilità deve, innanzitutto, fondarsi sulla conoscenza delle leggi psicologiche, individuali e collettive, del processo evolutivo e dissolutivo dell’evento del delitto; la quale conoscenza ci agevolerà il lavoro di rilevazione dei dati e ci faculterà alla migliore scelta comparativa degli stessi. Nè basta: la probabilità deve estendersi tra due limiti estremi di conoscenza; il primo, soggettivo, consistente nella nozione sintetica delle leggi proprie della _energia criminosa_; il secondo, obbiettivo, consistente nelle prescrizioni della legge penale, racchiudenti la semplificazione delle differenti specie di delitti. Ma, perchè si ottemperi a tutto ciò, la statistica criminale, invece che attenersi alla legge o, meglio, ai mezzi dei grandi numeri, deve aver cura di compiere le sue osservazioni sul cumulo dei casi studiati con i lumi o con i criterî desunti dalle leggi della psicologia criminale. L’aumento o la diminuzione per questo o quel motivo sociale è scevro di valore scientifico, se non si conosca l’azione dinamica del motivo sulla genesi e la organizzazione vitale e permanente del delitto nell’ambiente sociale o storico. È desiderabile, quindi, tra i mezzi pratici usati dalla statistica, di aggiungere un giudizio definitivo o sintetico del _perchè_ del delitto e del _come_ siasi venuto producendo nel prevenuto: acciò, raccogliendo dopo un periodo di tempo tutti cotesti giudizî, si abbia la cognizione della equivalenza psichica e sociale dei fattori dinamici del delitto, e si scovrano le leggi onde la energia criminosa permane organicamente vitale attraverso le forme sociali e storiche.

=9.=—È da aggiungere, oltre a ciò, che, nella pratica, le norme della psicologia criminale generale riuscirebbero insufficienti ad illuminare il lavoro statistico: la relatività abbastanza nota del modo onde, in luoghi assegnati, il delitto funziona, ci apprende che, per ottenere risultati statistici probabilmente esatti, occorra conoscere, in precedenza e bene, la psicologia criminale _etnografica_ della regione sulla quale cadono le nostre ricerche.