Part 17
=8.=—Talora l’esaltamento, per favorevoli circostanze di tempo, investe così l’anima della folla da ingenerare una vera forma di psicosi con influsso epidemico.—Il Rossi—che per profondità ed originalità di vedute io giudico il vero fondatore, in Italia, della psicologia collettiva—così scrive: «Un sentimento od un’idea che si diffonda con una celerità più o meno grande; che conquisti, più o meno prestamente, molta gente, che ad esso creda fermamente, fortemente, è una epidemia psichica». Essa è dunque «uno stato ideo-emotivo che da uno o da pochi si diffonde a molti in maniera rapida ed intensa da produrre un arresto nel flusso della coscienza, e da dominarla, dando luogo a fenomeni strani di psicologia e di neuropatia». Gli elementi, adunque, d’una epidemia o d’un contagio psichico sono tre: uno stato ideo-emotivo, una diffusione anormale, un arresto ed un ingigantimento nel campo consciente capace di generare fenomeni anormali del corpo e della psiche. Abbiamo detto «uno stato ideo-emotivo», ossia uno stato di coscienza, giacchè una idea sola o una sola emozione non avrebbe in sè la forza di determinare uno stato di condotta, una piega del carattere qual’è quella che da un’epidemia psichica. La quale, a coloro che ne sono investiti e trascinati, dà come una personalità nuova. Ora questo non avverrebbe, se il contenuto della psicosi epidemica non fosse un pensiero ed un sentimento, giacchè è risaputo oramai che il carattere è donato non meno dal sentimento che dal pensiero. Inoltre, come noi dicemmo più volte, quelli che compongono la maggior parte della folla sono della gente amorfa o parziale—caratteri, cioè, o non ben definiti o incompleti—; mentre i _meneurs_ sono, a seconda la classificazione del Ribot, dei caratteri «attivi o contradditorî successivi». E gli uni e gli altri—_meneurs_ e folla—per formarsi una personalità nuova o per modificare l’antica, hanno bisogno di essere pervasi in tutto il loro essere; han bisogno di rifarsi o di crearsi il carattere e questo—lo si sa—non è meno pensiero che sentimento, idea meno che emozione»[111].
Il contagio passionale paralizza la facoltà di attendere in persone che, per altre contingenze, han mostrato di possedere il potere di frenare o di indirizzare i voleri, i desideri, le convinzioni dei molti. Lo scompiglio o il turbamento generale di animo fa sì che si perda la visione di un perchè chiaro nelle proprie operazioni: le correnti impulsive e repulsive sovrastano il piano visivo della mente; fin l’istinto di conservazione si indebolisce, perchè pare che tutto sia per crollare; che leggi, costumi, interessi non abbiano più valore, che la vita sia alla mercè d’un evento o sperato o immaginato o temuto. È l’effetto dell’uragano, che sconvolge tutto quello che incontra, abbatte le messi e gli alberi, travolge, rimescola, trascina e precipita in lontani baratri quanto gli si offre dinanzi; il che avviene specialmente nei casi di esplosione degli stati emotivi collettivi. Ma vi sono altri esempî, in cui la idea, il sentimento si sistematizzano lentamente: evvi un periodo di incubazione ed uno di rigoglio; durante il primo l’aggregato si organizza, nel secondo vive di vita tutta propria ed imprime orme indelebili. Fa meraviglia, ed in pari tempo desta orrore, vedere a qual segno possa giungere il contagio epidemico di credenze, di pregiudizî in epoche e tra persone che pur, sotto altro aspetto, restano ammirevoli nella storia della umana civiltà! Basterà citare la epidemia di credenze, al secolo XV e XVI, nelle stregherie, col relativo corredo di occultismo, per persuadersi di quanto danno alla umanità tornino i pregiudizî ed i falsi convincimenti allorchè si diffondano nelle turbe ed acquistino il potere di ottenebrare le coscienze della collettività. «Siffatte credenze—scrive il Cantù—si conservarono traverso al medio evo, sicchè ne son piene le leggende, nelle quali si confondono il misticismo e l’empietà, il tremendo e il grottesco; repulsate dai legislatori e dai dottori, ma serbate tenacemente dal vulgo, finchè vennero a mescolarsi con quella fungaia delle scienze occulte: i Settentrionali vi unirono il tributo delle loro saghe e valchirie e oldi e gnomi e spiriti elementari; gli Arabi le loro fate»[112]. «Massime nella Germania—prosegue il Cantù—così proclive al misticismo, erasi largamente diffuso il timor delle streghe; onde Innocenzo VIII nel 1484 le fulminò di severissima bolla, e spedì due inquisitori, Enrico Institore e Giacomo Sprenger, con facoltà d’estinguere tali infamie con qual fosse mezzo. Appoggiati da Massimiliano I, essi inquisitori si vantano d’averne mandate a morte quatrocentotto in cinque anni nella diocesi di Costanza; nel solo elettorato di Treveri, racconta Möhsen, fossero processate in pochi anni seimila cinquecento persone per stregheria; moltissime trucidate nelle Fiandre il 1459; a Ginevra in tre mesi se ne condannarono più di cinquecento, convinte; Spagna e Francia ne furono insanguinate. Pietro Crespet dice che, al tempo di Francesco I, v’avea centomila streghe; ma Trescale, condannato il 1571 e avuta l’impunità, confessò che erano assai più. Nicola Remy, profondo criminalista e gran giureconsulto, consigliere intimo del duca di Lorena, vanta averne in quindici anni fatte morire novecento: dicono che Enrico IV ne mandasse al fuoco più di seicento nella sola provincia di Labourd; in Slesia nel 1651 ne furono arse ducento; cencinquantotto negli anni 1627, e 28 a Wurtzburg, fra cui quattordici curati e cinque canonici. In Italia pare, per questa sciagura, specialmente segnalata la diocesi di Como, il cui inquisitore nel 1485 ben quarantuno ne bruciò; e Bartolomeo Spina asserisce, che oltre mille in un anno vi si processavano, e più di cento bruciavansi»[113].—Non mancarono spiriti indipendenti, e scevri di apprensioni, nel combattere, ora apertamente ed ora sotto il velame d’una fede religiosa meglio diretta ed illuminata, errori di cotanto nocumento alla umanità; fino al famoso Reginaldo Scoto, il quale negava che il demonio possa cambiar corso alla natura. I supplizî, i roghi moltiplicavansi ovunque; la fantasia popolare era eccitata, nutrita dai pubblici sermoni, dai suffumigi e dalle unzioni, dal secreto di processi terminati quasi sempre con la confessione del paziente estorta col mezzo della tortura. Quando si pensa agli effetti di un’epidemia psichica durata, forse, fino a qualche secolo fa, si resta colpiti dal profondo dubbio se tante credenze reputate oggi scientifiche ed irrefutabili non abbiano la base nell’opera della suggestione e della illusione, e se davvero quella, che noi appelliamo verità, non sia che il prodotto soggettivo di passeggiare stato di coscienza!
=9.=—Il citato Rossi constata, che «la folla riceve impronta, nelle sue manifestazioni, da coloro che la compongono; massa talora amorfa, talora no per ciò che riguarda il carattere, e sui quali i _meneurs_ gettano l’ombra immane della propria psiche. Onde l’azione della folla nasce da un incontro dei _meneurs_ e degli uomini a fondo attivo su altri a fondo inerte, plastico, facile ad essere dominato e a seconda che gli attivi son volti al bene o al male, sono normali o no, l’azione della folla è buona o triste, normale o criminosa. Ora nella folla delittuosa, oltre i _meneurs_ che vedemmo quali sieno, prevalgono i criminali nati, i pazzi, gli abituali, i quali la conducono al delitto, avvolgendo, nelle sfere d’una passione criminosa, gli amorfi, gli squilibrati, i parziali e facendone dei delinquenti passionali»[114].—La osservazione è esattissima, però richiede che sia completata. È vero che i _meneurs_, suggestionando la folla, le dànno una forma qualsiasi, il più spesso criminosa; ma è anche vero che essi sono coinvolti nelle spire dell’anima dell’aggregato, ed a seconda della natura di quest’ultima inconsciamente plasmano i loro convincimenti e le loro passioni. L’ambiente, di qualsiasi specie, è dominato dalla potenza di energia di individui predominanti, ma questi, alla loro volta, sono il portato dell’ambiente istesso: ciò che potrebbe semplificarsi nella legge, che tra gl’individui e la folla evvi rapporto di scambievole influenza; con questo di singolare, che la forza definitiva è equivalente alla somma delle forze concorrenti, e l’indirizzo dell’azione è impresso dalla spinta dell’individuo la cui attività suggestiva s’impone alle attività dei componenti l’aggregato.
=10.=—Tra le forme di aggregati criminosi, che maggiormente attirano l’attenzione del psicologo, va notata la _associazione per delinquere_. Il patrio legislatore, riproducendo dettami di legge seguìti in tutti i tempi, con gli art. 248-251, ha voluto disciplinare questa forma di delinquenza, la quale, tuttochè per l’influsso della civiltà vada perdendo le modalità più gravi sì frequenti in tempi antecedenti, suscita tuttavia grande preoccupazione, poichè contiene la maggiore minaccia contro il diritto privato ed il pubblico ordine. Gli associati per delinquere, ossia, giusta la definizione non molto felice ma perspicua di Zanardelli, coloro che si uniscono, non già per commettere questo o quel reato, ma in genere una serie di delinquenze, per far quasi, a così dire, il mestiere del delinquente, sono tra loro stretti da vincoli di comune sentire, pensare e volere, e le aspirazioni, ond’essi sono animati, riescono a formare di molteplici energie una sola energia, quasi organismo composto dalla fusione di corpi concorrenti e compenetrati da potente forza coesiva. Non è, dunque, come nella folla, che la dinamica di sentimenti e di idee subisca l’antagonismo e l’alternativa di azione e reazione, per la fusione accidentale di energie di natura simile o diversa; ma le energie associate si organizzano ed unificano con più spontanei e forti vincoli, appunto perchè di natura similare e tra loro congiunti dopo reciproca elaborazione selettiva.
La psicologia di qualunque specie di associazione criminosa procede per virtù di energie attrattive _latenti_ e per azione immanente di assorbimento di energie _palesi_ ed _attuali_.
Contingenze favorevoli predispongono l’ambiente ad accogliere e far germogliare il microbo del delitto associato. Capita in una città, in una regione, per motivo di occupazioni familiari, un individuo rotto al vizio, proclive al mal fare. Fungendo da nucleolo germinativo del male, egli comincia col circondarsi di persone che posseggano qualità simili alle sue; più spesso di giovani, dall’indole più espansiva, dalla mente meglio accensibile ed inclinevole ad esser vinta dal miraggio della imitazione. La fantasia dei neofiti è colpita dall’attrattiva del mistero; gli animi sono sollecitati dalla speranza di conquistare, senza grandi sacrificî e duri sforzi, un posto di rispetto, di prestigio tra’ compagni; le virtù dei capi, esaltate da cointeressati, esercitano il fascino delle leggende: poco a poco, per la confluenza di elementi estranei, si forma uno speciale consorzio, che, dapprima ristretto a pochi, poscia in più larga sfera, stringe gli affiliati in piccolo mondo e lusinga ed attira gli altri a farvi parte, blandendone le volontà con la promessa di dolci premi, rafforzando il desiderio e le innate tendenze con l’agevolare il loro potere di espansività e renderne più facile lo sperato intento. L’obbligo del secreto, la obbedienza passiva, la ignoranza del perchè di ordini o di comandate azioni; eppoi, il racconto, susurrato appreso di straforo, di imprese, di avventure strane passionali di compagni, che cominciano a mettersi in evidenza; il piacere di sorprendere la buona fede altrui, di violentarne il dominio, di credersi fuori l’imperio della legge, anzi di ridersi del prestigio dei suoi funzionanti, sono tanti incentivi a che l’associazione del delitto prenda consistenza, metta salde radici, si espanda, si imponga.
Le energie latenti e malefiche dei consociati si sviluppano: col vincere la resistenza opposta dai controstimoli etici, sociali e giuridici, si raffermano, e, da principio incerte di sè, finiscono con l’assicurare il loro potere; finchè, cogliendo le occasioni, producono i primi frutti in azioni o disordinate o viziose o delittuose. I vincoli interposti tra individui tratti al male, meglio che da chiari propositi, per opera suggestiva di comunione ed uniformità di tendenze, trascorso alcun tempo, si rendono più stretti e più saldi; n’è motivo principale la coscienza del comune interesse, la reciproca fiducia negli intenti formanti lo scopo o gli scopi di un’unione animata e sorretta da qualche bene o dal cumulo di beni posti a base del novello aggregato.
=11.=—Due coefficienti principali vanno ricordati nelle associazioni ad organismi composti di persone strette, con lento processo, da fini criminosi effettuabili per ordini ed obbedienza gerarchica; la forma e l’esplicamento delle emozioni, ed il complesso dei principî etici qualificanti le azioni.
Chi ha studiato qualcuna delle vaste associazioni criminose, le quali, com’è quella della _Mala vita_ e della _Camorra_, fioriscono in grandi centri industriosi e commerciali, di leggieri avrà potuto osservare come tra gli associati si stabiliscano correnti morbose passionali, che accecano e trascinano al delitto per motivo di jattanza, meglio che per intenti di serio interesse ed utilità: la vendetta, lo spirito di rivincita, di sopraffazione simulata sotto le parvenze di giusta reazione, sono ragioni poco attendibili per spiegarci il perchè logico di atti dei quali la vera causa è nel travolgimento del senso di civiltà, nell’abitudine contratta ad esser dominati da basse passioni, che estinguono l’idea di dovere, di previdenza, di rispetto dei simili. Nella scala della decadenza morale dell’uomo, l’ultimo gradino è contrassegnato dall’assenza completa di sentimenti di ordine o di premura del proprio benessere d’accordo con le leggi protettrici del benessere altrui: il vincolo di sociabilità, di solidarietà è spezzato, e l’individuo, raccogliendo gli sforzi nel conato supremo dell’egoismo, si inabissa nella perdizione!
L’abitudine a miscredere alla forza della morale e della legge, l’abbiettezza contratta in consorzio privo di risorse della personale dignità, l’abbandono cieco passivo alla volontà altrui, imposta con la idea di superiorità gerarchica, finiscono col disseccare nell’animo di delinquenti associati la fonte o di rimorso o di resipiscenza, ingenerando lo stato di supina incoscienza, indice di completa dissoluzione morale. Salvo i capi, la massa dei seguaci è poco differenziata, materia amorfa, irreducibile: il delitto si desidera, si compie più istintivamente o per jattanza, che suggerito da necessità o sufficiente motivo; ed è così che l’aggregato di coteste associazioni, formate con processo lento e per effetto di energie latenti sistemate, non presenta al sociologo od al magistrato verun piano certo di prove o di argomenti onde concludere alla imputabilità di tutti o di parte dei prevenuti, ed abilitarci a misurare il grado della responsabilità di ciascuno.
=12.=—Nella folla, agglomerata e trascinata da subitaneo motivo passionale, evvi un’anima collettiva che vibra e s’impone: non così nelle associazioni criminose, di che discorriamo. Mancando l’unità assoluta d’intenti, e frazionandosi le volontà individuali in atti criminosi isolati e sol tra loro congiunti da uniformità di tendenze, le energie si armonizzano in serie poco compatte, tenute strette dalla forza suggestiva del potere intransigente ed assoluto nell’ordine della gerarchia. La lealtà, la onorabilità, ostentate ad ogni momento, opportunamente o inopportunamente, sono tra gli associati i facili pretesti per coonestare atti turpi, disonorevoli anche per chi della parola _onore_ si serve come scudo di difesa contro i giusti richiami dell’intima coscienza, dei mòniti della morale, delle minacce della legge. Lo spirito abituale di simili disgraziati, diffuso su tutte le operazioni buone o riprovevoli della loro esistenza, è quello di un pessimismo reso leggiero e mutabile per indifferentismo di carattere causato da assenza di sensibilità, di solito fisica, ordinariamente morale. Simulatori e dissimulatori, non è raro il caso che difensori e magistrati sien presi per essi da sentimento di sincera pietà, attenuando le loro colpe con argomenti i quali o nascono dal dubbio sulla prova di responsabilità, o dal convincimento trattarsi di disgraziati, invece che di delinquenti.
Per disilludersi, basterà—a processo finito—informarsi della impressione prodotta sui loro animi dalla mitezza di condanna o dall’assoluzione: il ghigno ributtante, lo scherno cinico accompagna la sentenza del magistrato!—Ricordo d’un famoso capo d’associazione della _mala vita_, condannato a lieve pena per scatto di arma in rissa, assoluto da altri reati: in un’ora circa di colloquio, il giorno seguente al dibattimento, rideva, rideva sgangheratamente, asserendo che la magistratura dovesse riformarsi per _mandare a casa_ (sue parole) uomini inetti come quel signor presidente, il quale si era fatto gabbare dal suo contegno e dalle sue profferte di innocenza!..... E dire che, in udienza, il furbo avea sì ben simulato tutto ciò che anch’io, e con me il pubblico, mi convinsi della schiettezza e verità di quanto asseriva!...
CAPO XII.
La vita del delitto.
1. Vita individuale e collettiva del delitto.—2. Vita storica del delitto.—3. La _necessità_ nell’apparizione del delitto; teoria del Bovio: la legge di continuità nel fenomeno del delitto.—4. Coefficiente _qualitativo_ e _quantitativo_ nel processo vitale del delitto.—5. Causalità ed uniformità di fenomeni; contenuto metodico e scientifico della statistica; psicologia criminale e statistica.—6. Obbietto della statistica criminale: valore _probatorio_ delle leggi statistiche.—7. Principio fondamentale del calcolo di probabilità applicato alla vita del delitto: norme relative ai dati numerici delle leggi statiche e dinamiche del delitto; opinione del Ferri intorno alla influenza dei vari fattori criminosi nella determinazione del delitto; confutazione.—8. Criterî da seguire nel calcolo di probabilità dei dati statistici criminosi.—9. La psicologia criminale etnografica, suo còmpito e suoi principali obbietti.
=1.=—Il delitto, fenomeno affatto naturale, ha una vita individuale ed una vita collettiva e storica. Individualmente, il delitto si germina ed apparisce azione di disordine causata da coefficienti statici e dinamici di atipicità antropologica e di anomalia funzionale nel processo evolutivo o dissolutivo di moventi esterni od interni. L’esame da noi fatto, degli stati di formazione e di sviluppo di cotesto processo, ci autorizza a concludere, che il delitto, dalla genesi cenestetica alla consumazione esteriore, non sia che esplicamento della forma di _energia_ da noi appellata _criminosa_. Abbiamo, quindi, nel delitto i due estremi necessarî alla vitalità o realtà di qualunque fenomeno naturale, una _energia in atto_, ed il _limite_, _di spazio_ e _di tempo_, entro il quale essa si viene effettuando. Inoltre, da quanto abbiamo svolto nei precedenti capi si deduce, che l’attività vitale del delitto dall’individuo si proietta nella collettività, vuoi per la ripercussione del danno privato e pubblico, che per la possibilità di svariate forme di organizzazione negli aggregati. La energia criminosa trova la via di funzionare sia per azioni individuali, che per azioni collettive: nell’uno e nell’altro caso obbedisce a quelle leggi meccaniche, la cui espressione fondamentale è nel principio di _causalità_.
=2.=—Il delitto, in fine, ha una vita storica. Il fattore storico, agendo con il cumulo dei coefficienti formanti il proprio ambiente, predispone la energia criminosa a manifestarsi in taluni effetti a preferenza che in altri. Da ciò il mutamento di specie di delitti secondo le epoche; la scomparsa, cioè, di alcuni di essi per la trasformazione del clima storico o l’intervento di nuovi elementi di progresso e di civiltà; l’attenuazione di altri per la eliminazione delle cause onde erano prima resi più gravi.
L’individuo, la collettività, la storia, ecco le tre fasi percorse dal delitto in quanto afferma la propria vitalità. E questa vitalità, si noti, è _continuativa_, per la legge di permanenza della energia; e le modificazioni, ond’è segnata in apparenza, non la privano della _identità_ di contenuto, poichè, nella indefinita variazione di forme, essa conserva la nota culminante dell’esquilibrio funzionale psicofisico e dell’anomalia antropologica.
La scuola classica, astraendo il concetto del delitto dalla realtà naturale, ne creò un _ente giuridico_; il positivismo, partendo dalla nozione unitaria o monistica della natura, scorge nel delitto una vitalità accompagnata dal carattere di necessità e di permanenza. Di necessità, perchè in esso i fattori individuali, collettivi e storici agiscono in forza della causalità; di permanenza, perchè la energia criminosa si connette alla legge generale della conservazione, con equivalenza, della energia in genere.
=3.=—Il Bovio ebbe l’intuito della influenza della _necessità_ sull’apparizione del delitto. Egli divise questa necessità in naturale, storica e sociale. Ricordando le tre possibilità del reato secondo la scuola dei giureconsulti, vale a dire la possibilità del dolo, la possibilità del danno e la possibilità di trasmutare il dolo in danno, domandava: «è compiuta questa dottrina della possibilità o è difettiva, astratta, unilaterale, governata da presupposti ciechi d’una vecchia e bolsa metafisica? Io domando: la possibilità subbiettiva è tutta individuale o entravi in dose più o meno densa la necessità naturale? Domando ancora: nella possibilità obbiettiva entra e in quanta parte la necessità storica? Domando in ultimo: nella possibilità esecutiva entravi e come la necessità sociale? La _necessità_, in somma, è qualcosa o niente nella storia dell’uomo, della quale il reato è parte sì larga? Sarebbe stato, adunque, assai desiderabile che accanto a quelle tre possibilità si fossero vedute queste tre necessità. Ma niente:—si credette sempre sconfinata la libertà, gelosa cavallerescamente di sè e disdegnosa d’ogni necessità; si credette l’individuo umano affatto autogenetico, autonomo e prodotto d’un solo fattore, di sè solo; e però furono escogitate quelle tre grandi menzogne che furono chiamate tre possibilità»[115].—«La natura ferma il destino d’ogni specie, non esclusa l’umana, e dà carattere e fisonomia così a ciascuna persona come a ciascun popolo: dallo svolgimento di questo carattere per asseguire il proprio destino deriva il presente in cui consiste la necessità sociale; dunque la necessità sociale deriva dalla necessità storica e questa dalla naturale. Ogni libertà deriva da una libertà; ogni necessità da una necessità: la libertà è necessaria; la necessità è libera. I codici dispaiano questa profonda armonia dei contrarî, rompono la dialettica del mondo, divellono la libertà dalla necessità, l’individuo dal popolo, il popolo dal tempo, il tempo dalla natura, e con un fattore credono trovare il prodotto storico e sociale»[116]. Concludendo, il Bovio, proclama, che in ogni reato entrano complici la _natura_, la _società_ e la _storia_, oltre la volontà individuale.
E sia. Ma il Bovio, non peranco liberato dalla influenza del sistema sillogistico, crede aver scossa la base del diritto di punire sol perchè in questo entrano elementi che ne modificano profondamente i modi di applicazione. E che è mai la necessità sceverata dalla legge di _continuità_ del fenomeno?; che la ragion penale dissociata dalla causalità naturale, e dall’unità di legge meccanica guidatrice dei fenomeni da noi percepibili? Potete pur negare la proporzione penale, e dire che essa, essendo tra il reato e la pena, che sono termini eterogenei, è intrinsecamente assurda: ma il delitto esiste, ed esiste la necessità sociale di combatterlo e di attenuarne, se non eliminarne, gli effetti.