Part 16
Oreste, bandito anzi trafugato dalle mura domestiche, cresce, alla mercè d’un amico, alimentando nel cuore la speranza, la passione di vendetta contro la madre Clitennestra, non che contro il drudo Egisto, rei di aver ucciso il padre Agamennone. All’opera vendicatrice si unisce Elettra, sorella di Oreste, anima or cupa or simulatrice, ma tenace nell’odio, ispiratrice dei mezzi bene adatti all’intento: ella, con la sentimentalità suggestiva, allontana il dubbio dalla mente del fratello, ne sollecita l’operare. In Eschilo[104] la scena, in cui, dopo la uccisione di Egisto, Oreste mette a morte la madre, è qualificata da tutto l’impeto cieco, tempestoso dell’uomo reso schiavo da prepotente passione: invano la donna ricorda al figlio rispetto a quel seno da cui egli con tenere labbra succhiò il vitale latte, e su cui tante volte si addormentò. Oreste ha un momento, meglio che di pietà, di dubbio e ne chiede consiglio a Pilade: al ricordo che costui gli fa degli oracoli di Apollo e dei sacri suoi giuramenti, lo snaturato figlio dice:
Vince, lo sento Il tuo giusto parer—Seguimi; io voglio Svenarti là, presso colui. Lui vivo Più in pregio assai del padre mio tenesti: Morta or posa con lui; poi che pur ami Uom tale, e l’uom che amar dovevi aborri.
Ma, non appena commessa la strage, il delinquente passionale è colto da una specie di accesso di epilessia psichica, con turbamento funzionale ed allucinazione. Agli elogi del Coro, egli, che poco prima erasi addimostrato soddisfatto del duplice delitto, esclama:
Ahi ahi! che veggo? Come Gòrgoni, avvolte in negri panni, Eccole, o donne, e d’affollate serpi Attorte i crini... Io più non resto.
Il Coro lo richiama e dimanda quali fantasie lo perturbino; Oreste risponde:
Non fantasie, non fantasie: le furie Della madre son queste.
Il Coro:
Un fresco sangue Su le mani ti sta: quindi spavento Su l’animo ti piomba.
Oreste:
Oh sire Apollo! Cresce la turba; affollansi; e dagli occhi Stillano sangue che mette ribrezzo.
Fa’ cor; d’Apollo ti avvicina all’ara: Ei ti sciorrà da questi mali.
Oreste:
Voi Non le vedete: io si le veggo; e sento, Sento incalzarmi, e più restar non posso!
Sofocle[105] rappresenta Oreste alquanto più calmo: in lui l’odio, essendosi sistemato, ha minori parvenze di impeto: Elettra è più feroce. Mentre Oreste pugnala la madre, e questa chiede da lui pietà, la figlia la schernisce; e quando la misera grida: ahi! son ferita!—ella incita l’uccisore dicendo: ancor, se puoi, ferisci!
Per Euripide[106] la strage si consuma con preordinazione di tempo e di luogo e con scelta di mezzi. Clitennestra è tratta, con inganno, in casa di Elettra data in isposa ad un contadino; Egisto accoglie Oreste e Pilade con l’affabilità dovuta a due ospiti, li invita a prender parte ad un sacrificio. È ucciso prima lui e poscia sua moglie. Anche qui Oreste tituba all’idea di mettere a morte la madre; ma Elettra ve lo incita. Commesso il delitto, essi son presi da turbamento e da rimorsi: veggono il precipizio sotto i loro piedi, e si sforzano di destare pietà: Oreste, però, osserva:
Or la tua mente, or l’animo Tuo si rivolge, come l’aura spira. Pia di sensi or tu sei, pia di pensieri: E tal dianzi non eri, Quando, o sorella, a dira Opra il fratel, che non volea, spingesti. Visto hai come le vesti Via strappando la misera, Nudo mostrommi agonizzando il seno... Ahi ahi, me lasso!... e le ginocchia al suolo Mettea, misera! ed io mi venia meno Di pietade e di duolo!
Con più naturalezza di concezione, Euripide in altra tragedia, l’_Oreste_, rappresenta gli effetti del delitto. Oreste, agitato da insano furore, cade in istato di estremo esaurimento, ha il volto squallido, irto il crine, e giace di continuo disteso in letto. Egli è di tratto in tratto assalito da accessi di allucinazioni: Elettra, che, pel rimorso, vede la _parte migliore di sua vita trascorrere in gemiti e lamenti, consumata in insonni e lacrimose notti_, lo assiste, lo conforta; ma ben si avvede trattarsi di _impeti insani_; ed il Coro parla di _manìa furente_, e Menelao vuol sapere il momento in cui questa la prima volta ebbe a prorompere.
Tostochè sopraggiunge il pericolo di essere sopraffatto dagli Argivi, ei riacquista le forze, riprende l’usato furore ed affronta imperterrito l’ira dei nemici, _addossando morte a morte_, come Menelao si esprime; nè, com’egli medesimo dice, mostrandosi giammai stanco di uccidere ree donne. Aumentandosi il pericolo, la passione infierisce e si converte in impulso di distruzione: egli è pronto ad incendiare la reggia ed a svenare tra le fiamme altra vittima (Ermione) alla presenza del padre: costui, Menelao, implora pietà, ma l’altro è fermo e impone ad Elettra di accender le fiamme in basso, e a Pilade di metter fuoco agli alti palchi. Il reo proposito sarebbe stato messo in atto se opportunamente non fosse comparso Apollo a calmare l’animo tempestoso di Oreste ed a porre fine alla triste istoria di violenze e di delitti.
Ed è così che la Grecia, coll’armonico accordo di facoltà e di atti, di arte e di vita pratica, di entusiasmo pel bello e di sacrificio eroico pel trionfo del bene (il che Socrate, a riguardo della didattica, esprimeva con la parola _musica_), personificò il tipo del delinquente per passione contornato da soggetti a lui affini e materiato in forma d’arte a cui la scienza invidia tuttavia la perfetta interpetrazione della verità e dei particolari.
=15.=—Completeremo l’assunto di trattare la psicologia dell’azione criminosa, scrivendo del delinquente di occasione.
Il Lombroso, ammettendo l’esistenza del reo d’occasione, ritiene che esso non offre un tipo omogeneo come potrebbe offrirlo il reo-nato od il reo per passione; ma esso è costituito da molti gruppi disparati, e sopratutto dai pseudo-criminali, indi dai _criminaloidi_ propriamente detti[107]. Il Ferri, poi, osserva che delle due condizioni, onde si determina psicologicamente il delitto, insensibilità morale ed imprevidenza, a questa risale in prevalenza il delitto d’occasione, a quella invece la delinquenza congenita ed abituale; perchè, mentre nel delinquente nato è sopratutto la mancanza di senso morale che non rattiene dal delitto, nel delinquente d’occasione, invece, questo senso morale esiste ed è assai meno ottuso, e soltanto, non aiutato da una vivace previsione delle conseguenze del delitto, cede all’impulso esterno, senza del quale era e sarebbe stato sufficiente a mantenere la via diritta[108]. Io credo che le osservazioni qui riferite, pur mostrando di contenere, in apparenza, qualche importanza, non spiegano punto la genesi psicologica del delitto di occasione. La previsione più o meno degli effetti del proprio operato, o dell’azione di incentivi a cui ci troviamo esposti, non ci induce a discernere il perchè, in pratica, di tanti uomini imprevidenti, che tuttodì dànno fondo alle loro fortune economiche ed incorrono in errori deplorevoli; ma che pure, messi a contatto con moventi criminosi, sanno opporre più energica resistenza.
Il delitto di occasione ha per genesi psicologica una energia criminosa rimasta, per manco di organizzazione, in istato latente, nè con grado di sviluppo tale da suscitare singole tendenze distinte. Vi è, dunque, il germe del delitto; manca la disposizione del terreno in cui si fecondi e cresca. Ecco perchè nei delinquenti di occasione non vi sono tipi spiccati, ed il Lombroso ha dovuto ricercarli tra gruppi disparati e sopratutto tra’ pseudo-criminali.—La vita di relazione, col mondo esterno e con i simili, è tutta un complesso di incentivi che, in date favorevoli contingenze, ci spingono ad infrangere i dettami dell’etica e le sanzioni della legge: quando l’equilibrio psichico è ben rafforzato ed è reso stabile, il potere dell’incentivo o passa inavvertito o è facilmente vinto; se l’equilibrio è instabile ed incerto, a causa di contrastanti energie opposte, le propizie occasioni possono produrre delitti di cui noi medesimi non avremmo mai creduto di esser capaci.
CAPO XI.
Psicologia degli aggregati criminosi.
1. Relazioni tra singole coscienze.—2. Leggi d’integrazione e disintegrazione della coscienza in quanto si irradia nel mondo psichico esterno.—3. Luce e calore delle energie irradiate; qualità delle correnti di riflesso.—4. Il ritmo dinamico delle psichi concorrenti.—5. L’inconscio dell’anima della folla: la specie di imputabilità dei delitti da questa commessi.—6. Organizzazione delle energie della folla.—7. Le emozioni della folla; il loro ritmo di depressione e di esaltamento.—8. L’esaltamento in forma di psicosi con influsso epidemico; il contagio passionale morboso di sentimenti e di idee.—9. L’azione dei _meneurs_ nella folla.—10. L’associazione per delinquere; germinazione e sviluppo del microbo del delitto associato.—11. La forma e l’esplicamento delle emozioni ed il complesso dei principî etici messi a base delle azioni criminose associate.—12. L’anima della folla e quella delle associazioni criminose.
=1.=—In altro lavoro[109] noi scrivemmo: la coscienza individuale è a considerarsi come centro di molte attività convergenti, e come energia risultante pel cumulo di aggregati di componenti che nella successione di stati interni, trasformandosi, conservano la loro natura essenziale. Uscendo dalla sfera delle azioni puramente individuali, e coordinando queste ultime alle azioni di altri individui, ci accorgeremo che tra le singole coscienze possono intercedere delle relazioni le quali aprono l’adito ad importantissime nozioni, che interessano tanto il cultore di psicologia generale, quanto quello di psicologia criminale.
La coscienza individuale, quale attività, si irradia nel mondo esterno e comunica la sua energia attraendo nella propria orbita le attività concentriche delle coscienze altrui. La parola _concentriche_ esprime la condizione, perchè ciò avvenga, di centri coscienti di natura simile, ossia che abbiano caratteri che tra loro non si elidano col neutralizzare le energie comunicatesi.
=2.=—In quanto la coscienza si irradia nel mondo esterno, sottostà alle infrascritte leggi di integrazione e disintegrazione:
1^a _Gli elementi psichici della coscienza attiva, non trovando contrasto di resistenza negli elementi d’una coscienza passiva, imprimono la propria energia in guisa che il novello aggregato psichico sia il composto associativo degli elementi anteriori sommati con gli elementi assimilati._
L’azione integrativa o disintegrativa d’una coscienza sull’altra avviene per addizione o per sottrazione: si aumenta, mercè la partecipazione di attività, il contenuto degli stati interni; si modifica il tono della personalità col privarsi in parte dei caratteri che demarcavano la precedente fisonomia psichica individuale. Tutto ciò avviene per l’atto associativo degli elementi psichici; poichè, nel dominio della coscienza, la serie progressiva di stati è prodotta da connessioni successive di rapporti e di processi.
2^a _Gli elementi psichici passivi, assimilando l’energia partecipata, si differenziano; e, o integrando maggiormente il precedente aggregato ovvero disintegrandolo, permangono, col trasformarsi, nel contenuto della coscienza attiva._
La differenziazione degli elementi psichici con analoga integrazione del sistema indica progresso della coscienza passiva; il che avviene, tuttodì, nelle relazioni tra insegnante e discepolo, superiore e dipendente. Nella ipotesi di disintegrazione, invece, la coscienza passiva perde lo speciale contenuto e si modella sull’intima natura della coscienza alla cui energia di assorbimento non ha potuto resistere. Il che si riscontra nei caratteri deboli o poco progrediti, i quali molto facilmente sottostanno alla influenza prepotente altrui.
3^a _La trasformazione, per integrazione o disintegrazione, della coscienza passiva avviene in ragione dei caratteri simili tra i suoi elementi e quelli della coscienza altrui._
Qualunque alterazione psichica, in conseguenza di energia partecipata, dipende dal grado di recettività specifica degli elementi onde l’aggregato è composto; tale grado corrisponde alla maggiore o minore identità degli elementi in relazione. Gli elementi della coscienza, tuttochè parti di aggregati, sono di per sè dei composti di coefficienti psichici primitivi; ond’è che tra essi, come tra particelle materiali, vige la legge di coesione, che dinota la mutua attrazione di _molecole_ dello stesso corpo, cioè di molecole le quali, non che scomporsi in atomi, abbiano tra loro identità organica. Per l’Ardigò la _coesione psichica_ è la legge onde nelle formazioni psichiche gli elementi si compongono con ligami minori o maggiori. Massima è la coesione nella _percezione_, media nelle formazioni _ideali_, minima nei rapporti _logici_: la norma fondamentale è, che la coesione sta in rapporto inverso con la complessità del lavoro mentale.
4^a _Delle energie partecipate, quelle che, per manco di attitudine della coscienza passiva, non sono state nè paralizzate nè assimilate, dànno luogo ad uno stato impulsivo di azione associativa automatica._
Il moto trasmesso dall’urto, diciamo così, di due aggregati psichici o entra nel campo visivo della coscienza passiva, ed allora questa trasforma il contenuto in novello sistema di coefficienti; o in parte si arresta sotto la soglia della coscienza, ed allora, continuando nell’impulsione attrattiva, agisce e trascina, con azione automatica, nella propria orbita gli elementi sottoposti.
=3.=—Oltre all’effetto integrativo o disintegrativo degli aggregati di coscienze in relazione, le energie irradiate contengono, riguardo alla trasmissione di attività psichica, un grado di _luce_ che ha l’equivalente ontologico nel _vero_ comunicato, non che un grado di _calore_ per i fenomeni _affettivi_ causati.
Le correnti irradiate o trasmesse, esteriorizzandosi, ritornano, per riflesso, nel centro di origine, rafforzandone la intensità del campo visivo. Questo s’intenderà agevolmente considerando che l’assorbimento, di cui abbiamo parlato, da parte della coscienza attiva non è che accumulo di attività pel soprappiù di energia attratta e ritornata nel punto iniziale di movimento impulsivo. Chi ne voglia l’esempio, consideri quanto si rafforzi la coscienza di un convincimento per colui che, messosi in comunicazione con altri, siasi persuaso di averne l’approvazione.
4.—Dall’unione a due, alla forma più complessa della folla delinquente, la dinamica delle psichi concorrenti segue il ritmo d’un differenziamento che comincia dalla identificazione di due volontà in una sola e giunge alla formazione di coscienza collettiva, il cui esponente estremo è un risultato di cui non si hanno che i germi negli individui che vi prendono parte. Come nella dinamica cerebrale, ciascuna _cellula psichica_, per usare l’espressione di Haeckel, ha vita propria, ma nell’accordo di infinite altre cellule si trasforma in elemento di organo del pensiero; nella composizione di individui, mentre ognuno è di per sè una coscienza integrata, in unione con altri concorre alla formazione psichica della collettività, la quale ha funzione più o meno variata. La suggestione, la imitazione, a cui si è fatto ricorso per fissare il perchè del fenomeno dinamico dell’aggregato psichico, non ne sono che i dati apparenti o accidentali: il meccanismo intimo è nel sincronismo di correnti di energie trasmesse ed accumulate in un centro unico, che, senza aver esistenza a sè od indipendente, si manifesta nel perfezionamento di unica _attività complessa_, alla stessa guisa che il pensiero, la coscienza individuale siano a considerarsi risultanti di infinite componenti psicofisiche, che, isolatamente prese, hanno vita ed energia propria.
=5.=—In fondo all’anima della folla evvi molto dell’inconscio, di quell’inconscio che è ripercussione di energie coincidenti, che, per la rapidità d’azione ed il ritmo incomposto, inerente all’equilibrio instabile di sentimenti passionali, si arrestano al disotto della soglia della coscienza e, turbinando, spingono, saltuariamente, ad intenti imprecisi. Vero è che su tutti gli individui affollati si diffonde la efficacia della idea, del pensiero comune, a cui si riferisce il movimento iniziale dell’azione; ma è pur vero che tra l’effetto verificatosi e la relativa causa motrice, a chi ben mediti, non si troverà mai nè la proporzione logica nè la equipollenza dinamica. L’inconscio, del quale parliamo, è nel gesto, nella instabilità del volere, negli accenti inconsulti, negli atti senza significato; ai quali fanno eco i sentimenti di odio, di simpatia senza un perchè chiaro; il rapido svolgersi d’azioni di ferocia, inconcepibili in ciascuno degli associati; la esuberante espansività per scopi o ignoti o per sè poco calcolabili.
Io che ho assistito—per ufficio di difensore—a processi di delitti perpetrati dalla folla, mi son convinto, che l’attenuazione di responsabilità è insita al comune stato d’inconscio ond’è accompagnato il simultaneo concorso di coloro che presero parte all’azione. Pare che tutti, meno chi ne abbia preordinato gli atti, agiscano in condizioni di _automatismo psicologico_, fino al punto da obliare quel che ciascuno operò e da sconfessare ciò che tutti, con consenso in apparenza evidente, vollero conseguire. Il magistrato, tante volte, non crede alla schiettezza di confessione degli imputati, anzi li sospetta di mala fede e corre dietro alle fantastiche ed architettate accuse di agenti di pubblica sicurezza, i quali, non sapendo approfondire un giudizio su quanto effettivamente si svolse sotto i loro occhi, ricorrono ad opera misteriosa di sobillatori e prospettano intenti criminosi che non furon mai nelle menti dei giudicabili.
Il problema della responsabilità di azioni collettive non sarà mai risoluto fino a quando non si acquisti l’abitudine di prescindere, per l’apprezzamento dell’operato comune, dal l’opera dei singoli. Insomma, la imputabilità della folla deve essere illuminata da concetti affatto diversi da quelli che comunemente seguiamo nella valutazione dei delitti individuali, sia che questi avvengano isolatamente, sia che avvengano in conseguenza di moventi collettivi. La partecipazione maggiore o minore, verificabile nel concorso di pochi individui in un delitto, può dipendere da maggiore o minore volontà ed azione negli atti esteriori. Per la folla succede altrimenti. I più volenterosi, i più attivi non sono sempre i più pericolosi; ma lo sono coloro sulla cui psiche con più vigore si ripercosse la coincidenza attrattiva o repulsiva delle psichi altrui. Sono questi i più deboli alla resistenza: nè è da imputarsi a lor conto; perchè nell’aggregato psichico di pochi concorrenti si ha l’agio di riflettere e di resistere, ma nella folla ciò riesce difficilissimo per la legge, che la inibizione rendesi tanto più difficile per quanto non ci è permesso di sceverare la nostra energia individuale dalle energie ambienti a cui siamo soggetti.
Il Sighele scrive, che la folla sia un terreno in cui si sviluppa assai facilmente il microbo del male, e in cui il microbo del bene quasi sempre muore, non trovandovi le condizioni della vita; ciò perchè in una moltitudine le facoltà buone dei singoli, anzichè sommarsi, si elidono. «Si elidono, in primo luogo, per una necessità naturale e, direi, aritmetica, come una media di molte cifre non può, evidentemente, essere eguale alle più alte fra queste cifre, così un aggregato di uomini non può rispecchiare, nelle sue manifestazioni, le facoltà più elevate, proprie di alcuni tra questi uomini; esso rispecchierà soltanto le facoltà medie che risiedono in tutti o almeno nella gran maggioranza degli individui. Gli strati ultimi e migliori del carattere, direbbe il Sergi, quelli che la civiltà e l’educazione sono riuscite a formare in alcuni individui privilegiati, restano eclissati di fronte agli strati medî che sono il patrimonio di tutti; nella somma totale questi prevalgono e gli altri scompariscono»[110].
=6.=—La osservazione del Sighele e del Sergi è acutissima; ma non pare che la spiegazione addotta sia molto chiara. Perchè le migliori qualità individuali restano eclissate di fronte agli strati medî della comune degli uomini? Il motivo è nella maggiore energia organizzata di quelli stati di coscienza, che, pel tempo e per forza di naturale selezione organica, acquistarono maggiore compattezza ed unità. Il tronco d’un albero è sempre più resistente della foglia e del fiorellino, ultimi a spuntare sui suoi rami. Le qualità prevalenti ed eccezionali dell’individuo, in confronto delle qualità fondamentali e stratificate della coscienza, hanno minor presa nella trasmissione della loro energia sul fondo dell’animo della collettività. Di qui la forza del costume, delle abitudini, delle comuni credenze, dei pregiudizî. Il delitto è bene spesso il frutto di sentimenti ed idee germinate nell’ambiente morale di falsi principî, di erronee credenze, di inconsulte e cieche passioni. La folla è in soprammodo vittima di questo ambiente morale. I suggerimenti, i consigli, l’azione dei pochi privilegiati non arrivano a scuotere, a rompere lo strato malefico della comune coscienza. Anzi succede, nè è raro, che per una naturale legge dinamica di assorbimento, i pochi finiscono col cedere ai più, non solo perchè impotenti materialmente alla resistenza, ma perchè la loro energia, trasfusa nella larga piena dell’energia altrui, ne è trasformata e sparisce travolta da correnti le quali ne modificano sostanzialmente l’indole. Fate che nella corrente impura d’un fiume cada una quantità di pura acqua, essa perderà tosto la sua purezza e finirà con identificarsi alla gran massa di liquido con cui va confusa.
È legge costante, che le energie, fisiche o psichiche, poste a contatto, tendono a compenetrarsi ed unificarsi. Il centro attrattivo in prevalenza, o il nucleo del nuovo aggregato, si fissa per la affinità di energie similari; la risultante non solo ne comprende la somma, ma ne segna il grado di _identificazione_.
=7.=—Nella folla è da apprezzare, segnatamente, lo stato di emotività. Le emozioni, componendosi, si intensificano e si accrescono. Il che avviene in ragion diretta degli incentivi individuali ed in ragione inversa dei controstimoli eliminati o attenuati dall’ambiente di contrarie tendenze in prevalenze.
Le emozioni della folla dapprima sorgono con carattere _depressivo_, in ultimo prendono il carattere di _esaltamento_. Sono depressi i controstimoli della calma, dell’ordine: indi sorge la impulsività ad azioni subitanee ed incomposte. Il ritmo è incostante: allo stato caotico o di confusione, che turba le coscienze e fa che ognuno, incerto, tentenni e versi in equilibrio instabile di sentimenti e di idee, sopravviene il rifluire di correnti attive che, fissando uno o più centri di emotività, finiscono con l’imprimere al novello aggregato la fisonomia e la tonalità di atti impreveduti. L’esaltamento produce l’effetto di sospendere il funzionamento autonomo di ciascuna coscienza: sugli animi degli aggregati si diffonde una luce diafana e triste, si va addensando una nube, la quale, mentre toglie allo spettatore l’agio di distinguere i tratti caratteristici e la fisonomia di ciascun partecipante, elimina le singole iniziative e le confonde e le identifica nella unità di prodotto sinergetico.
L’azione delittuosa, per chi ne ignori la genesi in moventi prossimi o lontani, ha l’apparenza di scoppio fulmineo: essa sorprende con fasi impetuose; non ha altri limiti che nelle accidentali difficoltà del momento; scorre con la rapidità spaventevole di corrente tempestosa e, quando giunge alla fine, lascia dietro di sè la distruzione e lo squallore, ma non la prova di chi ne debba dirsi responsabile.