Part 15
Arrestato, è tradotto in carcere, senza che nulla osservasse; però, dimandato, lungo il tragitto, da un amico che cosa avesse commesso, ed inteso dai carabinieri di aver ferito il fratello, riacquistò la coscienza del mal fatto, diede in ismanie, ruppe in dirotto pianto, dichiarandosi innocente di ciò che si diceva aver commesso.—In famiglia vi erano casi di isteria, di epilessia. Al dibattimento si svolse la più commovente scena: tutti i testimoni parlarono dell’affetto cordiale tra i due fratelli: gli stessi carabinieri, presenti al fatto, dissero essersi persuasi trattarsi di accesso maniaco. I giurati concessero il vizio parziale di mente.
=8.=—Ed ora diremo dell’azione criminosa dell’epilettico. Rimandando il lettore ai libri tecnici sulla materia, ci restringeremo a considerare i sintomi che più appartengono alla parte psicologica del delinquente e che, nella pratica, con maggiori difficoltà sono conosciuti ed adeguatamente estimati. È da pochi anni che nelle aule giudiziarie la psicosi epilettica ha cominciato ad avere la debita considerazione sotto il lato scientifico ed il lato giuridico. In generale credevasi che l’epilettico, quando non commettesse i delitti in istato di accesso, dovesse rispondere nel medesimo modo che qualunque individuo normale, perchè, aggiungevasi, la malattia o la frenosi dura i pochi momenti dell’attacco, passato il quale, la coscienza ritorna nel suo decorso normale. Oggi si ammette, in generale, che la epilessia di per sè sia una psicosi e che apporti, in chi n’è affetto, disturbi mentali e morali: durasi, tuttavia, nel credere che questi disturbi debbano limitarsi a certi casi molto gravi, e a quelli in cui l’azione, per prove evidenti, non sia l’effetto di motivi sufficienti e non abbia il decorso di atti in apparenza coscienti. Donde le molte difficoltà e le continue distinzioni di una casistica indegna di tempi sì progrediti nelle scienze positive e sperimentali, inutili, anzi pregiudizievoli e contrarie a giustizia, quando la psichiatria ha detto ormai la sua ultima parola sulla natura della epilessia, assicurando che le sue manifestazioni sono così multiformi e singolari, da costringerci a ritenere che il giudizio di apprezzamento sulla loro imputabilità debba essere molto circospetto, ma tale da non escludere, in qualunque ipotesi, la diminuente di responsabilità pel vizio parziale di mente. La continuità e l’unità nella organizzazione dei fatti psichici debbono convincerci non esser possibile che chi sia affetto da epilessia, quantunque mostrisi ad intervalli sano di mente, goda la pienezza di equilibrio psichico: certi difetti organici, insiti alla vita intima della coscienza, sfuggono alla prova esteriore, ma sono il presupposto scientifico imprescindibile per arrivare a conclusioni giuste che, altrimenti, non sarebbero suffragate dal criterio dottrinale e dalla pratica della esperienza.
=9.=—Il problema rendesi molto più difficile e complesso nel caso di epilessia larvata o di _equivalente epilettico_. Essa —al dir di Bianchi—è un disturbo mentale a breve e rapida evoluzione, d’ordinario accompagnato da profondo turbamento della coscienza e amnesia più o meno completa del periodo di durata dell’attacco. Assume le forme più differenti: talora è una qualunque delle psicosi descritte come _prae_-epilettiche o _post_-epilettiche; la differenza sta solo nel fatto che manca la convulsione epilettica, la quale è sostituita dal disordine psichico. Molte forme maniache o psicosi allucinatorie ricorrenti, di breve durata, di cui i rispettivi infermi non serbano ricordo, sono di natura epilettica, veri equivalenti psichici della epilessia[96].
Questa forma di epilessia _psichica_ ha la genesi fisiologica nella estrema irritabilità di carattere del paziente, la genesi patologica in disturbi, per lo più ereditarî, dei centri psichici corticali, con esaurimento dei poteri direttivi, ed atrofia parziale od assoluta delle energie associative e coordinatrici degli atti interni e delle azioni esterne, che ne sono la conseguenza. La coscienza è o intermittente o a fondo di continuato turbamento; la memoria è lacunare; la fantasia accesa, veemente; la sentimentalità con decorso tumultuoso ed impulsività furiosa. Ma—nè è raro il caso—talvolta il disturbo epilettico si sistematizza in periodi abbastanza lunghi; la coscienza funziona, ma è dominata da ossessione o da esquilibrio costituzionale: il paziente ha l’agio ed il tempo di preordinare gli atti alla esecuzione del delitto, di scegliere i mezzi; di cogliere la vittima nel luogo, nel momento più adatto. L’apparenza del fatto induce il magistrato ad elevare rubrica di piena responsabilità con l’aggravante della premeditazione, o, mancando una causale, con la qualifica della brutale malvagità. Il psicologo, intanto, osserva; _a_) che tra i precedenti, i concomitanti ed i susseguenti del fatto incriminato non è possibile, quando l’imputato sia affetto da epilessia, che esistano e si provino quei nessi logici, di cause e di effetti, i quali sono la prova più evidente della normalità psichica d’un individuo; _b_) che l’azione dell’epilettico è sempre disordinata, repentina, furiosa, sebbene rapportisi a precedenti motivi sufficienti ed a preordinazione di mezzi. La morbosità dell’atto è messa in mostra dalla mimica incoordinata, dalla fisonomia stravolta, dall’occhio torbido, da parole incomposte, dalla assenza di previdenza nell’affrontare i pericoli di reazione della vittima o di sorpresa della pubblica forza; dall’immediato abbassamento, dopo il delitto, dell’energia attiva, o dal totale esaurimento della stessa, con stupore morale consecutivo, tendenza al suicidio, ovvero apatica indifferenza come di chi non senta il peso della responsabilità incorsa e non si scuota al ricordo rappresentativo degli atti constituenti il delitto. Infine, il psicologo conclude, che la misura della imputabilità di simili atti dev’essere apprezzata con processo logico sintetico, poichè, se gli atti, normali o morbosi che siano, ma più in quest’ultima ipotesi, si staccano l’uno dall’altro e si valutano isolatamente, non è strano s’incorra in flagrante errore: l’unità del prodotto psichico del reato, corrispondendo, nel caso in esame, ad equivalente epilettico, deve, nella totalità del funzionamento interno ed esterno, portare la nota del disordine e d’un esquilibrio spiegabile non più con germi organici criminosi, ma come l’effetto di affezione morbosa.
Il lettore, che ci ha seguìti fino a questo punto, avrà avuta la prova irrefutabile della verità del nostro indirizzo positivo, di scorgere, in qualsivoglia manifestazione tipica del delitto, il germe della degenerazione, dell’esquilibrio, della anomalia. O che l’anima del criminale versi nello stato di dissoluzione, o che, più propriamente, sia il subbietto di follia morale o di psicosi epilettica, il fondo disintegrativo è identico: i fenomeni interni ed esterni sono i medesimi, con relazione e decorso alternantisi diversamente, e con concorso or di tutti or specificatamente di taluni. Il patrio legislatore, ad imitazione dei migliori codici vigenti, ha per avventura ben fatto a raccogliere in una formola generica tutte le molteplici specie di psicosi, le quali possono diminuire od escludere, secondo il grado, la responsabilità di fatti incriminabili. È affidato al giudizio pratico del giudice, la cui mente sia stata di già illuminata dalla luce della scienza, di schematizzare i singoli fatti sotto il punto di vista generale e di concludere con l’ammettere od escludere la responsabilità penale dell’agente. Le distinzioni scientifiche debbono valere perchè si abbiano norme sicure nella disamina dei fatti; ma la conseguenza è unica: nè il convincimento del giudice, in definitiva, deve preoccuparsi di dettagli teoretici i quali, qualche volta, meglio che illuminare, confondono la rettitudine della sua mente.
=1O.=—I delinquenti per passione formano una categoria speciale: essi, come osserva il Lombroso, dovrebbero dirsi per impeto, perchè tutti i delitti hanno per substrato la violenza di alcune passioni; ma, mentre nel delinquente abituale, in quello per riflessione l’impulso della passione non è subitaneo, nè isolato, ma cova da lungo tempo e si ripete e rinnova sempre, e si associa, quasi sempre, alla riflessione,—qui accade tutto il contrario.
La passione ha il fondamento negli affetti ed è accompagnata da emozione o di piacere o di dolore. Però, al dir del Tommaseo, la passione è distruggitrice, inaridisce l’anima e la tormenta; l’affetto la solleva e la scalda: la passione è cieca, imprudente, provocatrice; l’affetto è costante, umano, magnanimo: la passione è torrente che assorda, trascina e, per vincere, devasta: l’affetto scorre quieto, ma inesauribile, e per vari rivi discende a portare nei luoghi più riposti le gioie della vita.
Il delinquente passionale non ha le stigmate della degenerazione; in lui la sensibilità, la emotività sono sviluppate in grado elevato, qualche volta eccessivo: la vita psichica superiore, della intelligenza e della riflessione, è alquanto meno accentuata; la fantasia, non che la immaginazione, è predominante, impetuosa, a forti colori, a tinte abbaglianti. La passione, e qualsiasi energia sentimentale, si organizza, si sistematizza, cristallizzandosi, stratificandosi nella coscienza. Dapprincipio l’idea, che ne forma il contenuto; il sentimento, ond’è resa piacevole, scorrono sul campo della coscienza come un giuoco della immaginazione: l’attrattiva, ad essi inerente, sfugge alla riflessione e si rende accetta per le lusinghe, ond’è circondata, per la speranza di futuri intenti desiderati, pel bagliore d’una luce diafana suffusa nell’intera serie delle rappresentazioni, dei ricordi che formano il materiale attuale delle nostre cognizioni. Poco a poco ciò che dapprima era inavvertito prende consistenza, e noi sentiamo il potere di una seduzione lenta, inconscia, ma costante, e tanto più forte quanto più vi si adatta all’ambiente morale e trascina a sè, paralizzandole, le altre inclinazioni della nostra vita affettiva. Il Bergier riteneva, che i moti delle passioni non siano volontari, e che l’uomo è puramente passivo quando vi acconsente o li reprime: no; la passività comincia gradatamente solo dal momento che noi abbiamo accolto nell’animo il germe della passione; ma, se l’attenzione fosse stata più vigile vedetta sulla rocca del cuore, i poteri inibitori potevano allontanare e respingere l’insidioso assalto della passione e questa sarebbe rimasta abortita prima che fosse stata riconosciuta vitale.
=11.=—Nei delinquenti lo stato passionale si germina dal contrasto di opposte idee e sentimenti; l’idea, il sentimento di qualche bene, di cui manchiamo, o di cui siamo privati, e l’idea ed il sentimento di odio contro chi o vi si oppone o ne contrastò il possesso. È perciò che Plutarco scriveva esser l’odio una disposizione e volontà osservatrice dell’occasione di far male[97]; ed il Machiavelli, che l’odio produce timore e che dal timore si passa all’offesa.—Tra l’idea del bene sperato o perduto e la persuasione, che di ciò sia qualcuno colpevole, si va scavando un abisso in cui precipitano tutti i buoni propositi, i sentimenti altruisti, le idee di simpatia e di benevolenza verso i simili. Questo è ordinariamente verificabile trattandosi di odio muto concentrato. L’intensificarsi del sentimento di ripugnanza della persona dell’avversario; la risonanza dolorosa d’un affetto tradito, d’un’offesa ricevuta; gli scatti ripetuti di interna energia emotiva; il vuoto, che si va formando attorno per la cagione ricorrente ed iniziale dell’ansia, dell’angoscia, dell’incertezza, assorbono tutta la personalità ed ottenebrano la mente. La mimica, che esternamente esprime gli interni moti, è caratteristica. All’inizio della passione, qualora non sia originata da forte impulsione dolorosa, l’animo è compreso da tal quale ilarità o eccitazione piacevole, nascente dalla coscienza della propria superiorità di fronte al nemico. Addensatosi il sentimento di ripugnanza e disegnatasi la idea reattiva, l’individuo è preoccupato, tetro: talora il suo volto è chiuso in tenebrosi pensieri; tal’altra, allo scoppio improvviso di lusinghiera speranza di vendetta, un sorriso sardonico, con ostentata jattanza, sfiora le labbra; l’occhio brilla di luce sinistra ed il cuore anticipa il piacere del castigo destinato al nemico. Ad intervalli sempre meno lunghi, la calma è indotta dalle quotidiane occupazioni della vita, dagli interessi che ne distraggono; ma, nel momento in cui il motivo dell’odio risorge, l’animo è sinistramente scosso e col dolore, resosi più acuto, noi sentiamo accrescersi la repugnanza, l’avversione, finchè si aggiunge un sentimento di particolare dispetto che ci costringe e ci trascina all’azione.
Nella donna l’odio è più profondo, meno soggetto ad esser represso: massime allorchè esso scaturisce dalla passione di amore tradito, o dalla gelosia, arriva financo alla forma di delirio.
=12.=—Il psicologo criminale deve tenere gran conto di quest’ultima potente cagione di odio, che finisce d’ordinario con l’esplodere in aspra vendetta. Il Mantegazza tentò dare la definizione della gelosia, dicendo: gelosia vuol dire propriamente un dolore del sentimento dell’amore, e quello precisamente che è prodotto dall’offesa recata a noi dall’infedeltà dell’oggetto amato. Questo dolore è naturale in tutti gli uomini, in tutti i tempi e in quasi tutte le razze. È l’offesa della nostra proprietà applicata all’amore[98]. Meglio, però, il Metastasio:
O di soave pianta amaro frutto, Furia ingiusta e crudele, Che di velen ti pasci, E dal fuoco d’amor gelida nasci.
Il Descuret, in un libro che ha tuttavia valore psicologico, scrive: «A vicenda tiranno e schiavo, il geloso si lascia trasportar dall’ira senza misura, o vilmente prega: agitano il suo cervello malato le supposizioni più bizzarre: quindi non riposa mai; chè i sospetti, i timori lo perseguitano in fin nei sogni. Nei gesti, negli atti e massimamente nello sguardo ha qualche cosa di sinistro che fa paura e spegne qualunque simpatia uno provasse per le pene ch’ei soffre. Non è possibile giustificarsi con un geloso: se un moto di pietà gli lascia accordare qualche testimonianza di affetto da colei che egli accusa, questa testimonianza non è agli occhi suoi che dissimulazione abilmente calcolata. Allora i sospetti raddoppiano; ingiuria e minaccia o, anche cedendo ad un moto di convinzione e di pentimento, ammette le prove che gli dànno; ma ricade ben presto ne’ suoi terrori immaginarî, e ritorna non meno ingiusto, nè meno furibondo di prima.
«In generale, il geloso si sforza di nascondere ad ogni sguardo i tormenti che l’agitano, se ne vergogna come di una vil debolezza: non è raro udirlo parlar con disprezzo di chi si abbandona alla gelosia. Ma se prescrive a sè stesso tal riserva innanzi agli estranei, se ne compensa a usura contro la sua vittima, massimamente ove abbia acquistato sopra di lei diritto da far valere. Accade d’ordinario nelle sorde e ascose violenze della domestica tirannia che più terribili sono gli effetti di questa passione; imperciocchè allora la lotta accade fra la forza e la debolezza, e questa non ha che lacrime in sua difesa»[99].
L’arte greca ha rappresentato in Fedra e Medea il delitto passionale della donna portato fino al delirio. Sono due tipi concepiti da Euripide in modo sorprendente. Fedra, presa da cieco amore pel figliastro Ippolito, versa in fenomeni di isterismo, e si abbatte e si dispera e giunge infine all’esaurimento morboso, fisico e morale. Ella si accorge di essere schiava di Ciprigna, e lotta con i ciechi impulsi ond’è dominata, ora col tacere, col chiudersi e raccogliersi tra le domestiche mura, le cure familiari; ora col confessare, disperandosi, ogni cosa alla nutrice.
Ben si avvede che in lei si riproduce, ereditariamente, la passione brutale della madre Pasifae, la quale si innamorò d’un bianco toro visto nelle valli dell’Ida in Creta ed, _imbestiandosi nelle imbastiate schegge_ di una giovenca di legno costruita da Dedalo, fece copia di sè, e ne nacque il minotauro. La nutrice procura di apprestarle soccorso, e ne fa accenno ad Ippolito, il quale, inorridito, minaccia di rivelar tutto al padre. Fedra, travagliata dalla insoddisfatta passione e turbata dal timore della vergogna, decide di suicidarsi; ma in pari tempo concepisce il reo disegno di vendicarsi del virtuoso giovane lanciando contro di lui la più infame accusa. Alla nutrice ella confessa:
Oggi, uscendo di vita, io, sì, contenta Farò Ciprigna che a perir mi porta. D’acerbo amor vinta morrò; ma infesta Pur farò la mia morte anco ad un altro, Sì che male esser vegga di mie pene Altero andar. Sua parte anch’ei provando Di questi guai, fia che umiltade impari[100].
Ella s’impicca, ma in una scritta lascia detto di aver ciò fatto perchè a viva forza violata da Ippolito!
Medea è la furia personificata della gelosia. Ella, posposta da Giasone ad altra donna, dissimula la profonda angoscia, simula contegno calmo remissivo e, per infliggere il castigo al suo offensore, gli uccide la sposa, uccide i proprî figli e si confessa felice di aver tutto ciò commesso![101].
=13.=—Il delinquente passionale, vittima di spinta veemente, aberrante, di rado si attiene al piano preordinato di esecuzione del delitto. Egli è imprudente; si serve della prima arma che gli capiti; gode di far mostra della vendetta compiuta. Affronta il pericolo con incosciente coraggio, appunto perchè in lui è fermo il convincimento che senza lo sfogo della passione, ond’è agitato, la esistenza rendesi insopportabile: qualunque danno ne consegua sarà minore della tempesta, che lo mette in iscompiglio. Dopo commesso il fatto, il delinquente per passione non sfugge il giudizio della pubblica opinione, che egli sa a sè favorevole; ma rendesi alla pubblica forza e confessa il suo operato senza nulla tacere.
Ritornata la calma, egli è assalito dal rimorso e, sotto il peso della sventura toccatagli, si rammarica, piange, e mostrasi dimesso ed avvilito. Ben osserva il Lombroso, che simili delinquenti, assai più che ai rei comuni, si avvicinano ai pazzi impulsivi e meglio agli epilettici, per l’impetuosità, istantaneità, ferocia degli atti, di alcuni dei quali, notisi l’importante analogia, non ricordansi spesso che incompletamente.
La rassomiglianza è tanto più vera perchè costoro sono vittime dell’_ira_, il cui scoppio fu da Orazio e dal Petrarca paragonato a _breve furore_. Gli antichi, allo stesso modo che gli odierni scrittori, ne ebbero cognizione completa, e Seneca scrisse sull’_ira_ tre libri che desidererei fossero consultati da chi voglia sulla materia aver preziose nozioni. «Alcuni savî—egli scrive—dissero che l’ira sia breve pazzia, perciocchè parimenti con quella è priva di poter signoreggiare a sè stessa; non si ricorda dell’onore, non tien memoria delle amicizie: ostinata ed intenta in quello che una volta ha principiato, serra la via alla ragione ed ai consigli, ed, agitata da vane cause, è inabile a distinguere il giusto ed il vero, somigliante molto alle rovine, le quali si fiaccano e si rompono sopra quello che hanno oppressato. Ma perchè tu conosca esser pazzi quelli che dall’ira dominati sono, pon mente all’abito loro: perciocchè, come dei pazzi sono indizî certi il volto audace e minaccioso, la fronte malinconica, la faccia torva ed aspra, l’andar frettoloso, le mani inquiete, il colore mutato, i sospiri spessi e veementi, così degli irati sono i medesimi segni. Gli occhi sono vermigli e focosi, in tutto l’aspetto è un rossore acceso; bollendo il sangue nei più bassi precordi, le labbra si muovono e si stringono i denti; s’arricciano e si rizzano i capelli; lo spirito è in loro ristretto e stride, le membra, torcendosi, risuonano; essi sospirano, mugghiano e parlano interrotto con voci non bene spiegate, e le mani spesso si percuotono; batton la terra coi piedi, e tutto il corpo si commuove, facendo molte minacce di collera, ed han la faccia brutta e spaventevole a vedere; perciocchè si contraffanno e gonfiano. Tu non sapresti dire se gli è vizio più detestabile o brutto. L’altre cose si possono ascondere e tener coperte; l’ira scoppia ed esce in faccia, e quanto è maggiore, tanto più manifestamente trabocca. Non vedi come in tutti gli animali, subito che insorgono a nuocere, precorrono indizî, e che in tutto il corpo escono del solito e queto abito, ed esasperano la loro fierezza? Ai cignali esce la spuma di bocca; arrotano ed aguzzano i denti stropicciandoli insieme; i tori muovon le corna al vento e spargono l’arena coi piedi; i leoni fremono; i serpenti istizziti alzano il collo; le cagne, arrabbiate, sono spaventevoli a vedere. Non è alcun animale tanto orrendo e tanto per natura pernicioso, che non appaja in esso, sendo dalla collera assalito, aggiunta di nuova fierezza, Ben so che gli altri affetti ancora mai si occultano, e che la libidine, la paura e l’audacia dànno segni di sè e si possono antivedere. Perciocchè non si sveglia cogitazione alcuna veemente nell’animo nostro, che non muova qualcosa nel volto. Che differenza c’è, dunque? Che gli altri affetti appariscono, questo più di tutti si scopre e si palesa»[102].
E Seneca pone la distinzione tra gli atti, che rapportar si possono alla passione dell’ira, e gli atti che sono l’effetto di _ferità_; siccome avviene per coloro che d’ordinario incrudeliscono e s’allegrano del sangue umano senza che si avessero ricevuta ingiuria: non cercando essi di battere e lacerare gli uomini per vendetta, ma per piacere. Cita l’esempio del crudele Annibale, che, vedendo una fossa piena di sangue umano, disse: «Oh! bello spettacolo!»; e l’esempio di Voleso, il quale, sendo proconsole dell’Asia sotto il divo Augusto, ed avendo in un giorno decapitati trecento, e andando con superbo volto tra i corpi morti, come se avesse fatta una cosa magnifica e degna di ammirazione, gridò in lingua greca: «oh cosa regia!».—Il filosofo conclude: che avrebbe fatto costui se fosse stato re? Non fu ira questa, no, ma un male maggiore ed insanabile![103].
=14.=—Negli scrittori di antropologia criminale troverete raccolti esempî molti, i quali illustrano le sintetiche osservazioni psicologiche qui esposte; eppoi, non basterebbe la quotidiana esperienza delle aule giudiziarie? Meglio, mi avviso, sia rammentare al lettore la più perfetta rappresentazione tragica, tramandataci dall’antichità, del tipo di delinquente per passione: intendo parlare di Oreste. Eschilo, Sofocle, Euripide se ne occuparono: il primo trattando del delitto passionale con la profondità che gli veniva dalla intuizione dei più ascosi misteri dell’umana natura; il secondo con la sentimentalità e fantasia d’un’arte che attinge ispirazione e colorito dal bello armonico di facoltà e di contrasti; il terzo coll’uniformarsi alla realtà immanente e spontanea dei comuni fenomeni della vita. Fu osservato, che Oreste abbia molto di Amleto; rassomiglianza nelle vicende storiche di vendetta imposta dalla necessità degli eventi, nell’angoscioso contrasto tra l’apparenza dell’azione ed il fondo dell’anima, nella fine egualmente disavventurata. Se non che Oreste, coonestando l’operato col volere inoppugnabile degli dei e la spinta necessitante del fato, ha meno di contenuto personale, e ritrae in sè l’indeterminatezza psicologica di quella vita greca, che da un sommo poeta fu appellata ombra d’un sogno. Amleto è l’uomo moderno, tutto riflessione, scetticismo, forte sentire temperato dal dubbio della scelta, dalla titubanza dell’azione.