Part 14
Facendo principio dal delinquente nato, osserviamo che in esso lo stato di esquilibrio psichico presenta completa organizzazione a base di fattori degenerativi ereditarî e di fusione integrativa degli elementi similari dell’ambiente. La energia criminosa ereditaria, a contatto con le forze ambienti, si è corroborata, intensificata, ed eliminando, dalla organizzazione dell’io individuale, gli elementi estranei alla sua natura, si è unificata con analoga specificazione. La forma psichica, che ne risulta, apparisce senza veruna impronta di rappresentazione dell’ordine dinamico esteriore con l’ordine immanente di stati di coscienza: il sentimento altruista, di famiglia, di sociabilità, di simpatia non esiste, e dal suo luogo domina assoluto il senso di egotismo, che dispone il delinquente a sentirsi estraneo tra’ simili, anzi in lotta con essi perchè diversamente da lui conformati. Se lo sviluppo mentale si è tenuto basso, il delinquente nato neppur bada ai controstimoli del delitto; per lui la legge penale, la morale, i costumi, la pubblica opinione son come non esistessero; appena, ma di rado, son percepiti o ricordati siccome incentivi ad eseguire il maleficio con maggiore astuzia ed accortezza. Se, poi, lo sviluppo mentale si è arricchito di alquanta coltura e la vita di relazione si è resa vieppiù complessa, il ricordo dei controstimoli serve ad accrescere la morbosità fantastica dell’azione criminosa, poichè è causa per cui dal fondo pervertito del criminale venga su la irresistibile tendenza ad agire in controsenso ed a dispetto del comune modo di sentire e di giudicare. La lotta di prevalenza sociale, che per l’uomo normale si svolge con lo sforzo di arricchirsi di qualità morali preminenti o di maggiori sostanze economiche, frutto di progredita attività, nella mente del criminale si prospetta con le parvenze di antagonismo brutale, con l’urto dispettoso di presunti nemici o persecutori, con l’assenza di ogni traccia di probità o di pietà. Basta il minimo motivo per coonestare i più atroci misfatti: leggasi in Despine[88], in Lombroso[89] i moltissimi esempî di delinquenti, che si scusarono da immani delitti adducendo dei motivi i quali sembravano ridicoli pretesti. La polizia giudiziaria, messa sulla traccia di trovare il responsabile di alcun grave delitto, molte volte erra nel seguire ipotesi, che a lei vengono suggerite dai presupposti di ordinaria esperienza dei fatti umani; perchè credesi che il reo abbia dovuto aver rilevante motivo all’azione, e che questa abbia dovuto consumarsi con tutto l’apparato di mezzi scelti e creduti meglio adatti all’intento criminoso. Niente di tutto questo: il delitto è l’effetto di circostanza, di motivo futilissimo; talfiata è il mezzo di soddisfazione degli istinti perversi che trovano nell’azione il completamento ad una attività irrefrenabile. Il vero motivo presupposto di processo logico degenerativo è a ricercarlo nel fondo anomalo dell’anima del criminale; fondo che ben può indovinarsi apprezzando senza preoccupazioni le modalità esteriori dell’azione, le quali, tuttochè testimoni muti, sono abbastanza eloquenti per indurci a scovrire il vero agente del delitto.
La fredda ferocia e la sensibilità apatica[90] di molti omicidî sono l’indice dello stato psichico dei rei. La sensibilità, fisica e morale, è nell’uomo integro il frutto di coefficienti organici biologici: se questi coefficienti mancano, i nostri atti debbono essere in palese opposizione con la comune condotta.
=4.=—Trattando degli stadi coscienti di formazione e di sviluppo del delitto, mostrammo il processo integrativo o disintegrativo dell’anima del criminale. Dovendo, ora, veder tali elementi rispecchiati esteriormente nell’azione, converrà aggiungere altre osservazioni che in precedenza furono appena adombrate.
La organizzazione anomala del delinquente nato percorre le fasi di arresti dello sviluppo psichico: di qui la relazione biologica ed antropologica tra il pazzo morale, l’epilettico ed il criminale. Dallo stato di idiozia al deficiente equilibrio psichico ed all’equilibrio pieno si hanno gradi considerevoli, a cui il psicologo è obbligato a rivolgere la sua attenzione. «Per quanto svariati—scrive Krafft-Ebing—possano essere i gradi della idiozia (idiozia propriamente detta e imbecillità) pure vi ha sempre una frontiera che la separa dalla debolezza mentale, e ciò consiste nel fatto che le rappresentazioni psichiche, per quanto frammentarie ed elementari, non possono compiersi spontaneamente ed indipendentemente dagli elementi sensoriali, nè possono servire ad elaborare delle idee astratte (concetti, giudizî). Ma anche la riproduzione delle idee, pur ammesso che avvenga, si fa in modo incompleto, come quella che per la massima parte tien dietro soltanto ad una eccitazione esterna o ad un bisogno organico che si faccia sentire. È perciò che tutto quanto l’andamento del processo ideativo decorre in modo puramente meccanico, come se l’idea si fosse formata primitivamente. L’idiota completo non è suscettibile di emozioni. Sono a lui sconosciuti e simpatia e sentimenti sociali, ed esso non prova nemmeno il bisogno della vita in società: egli ne gode i vantaggi senza comprenderne affatto il significato etico. Egli è capace di reagire in un solo senso, e cioè quando il suo _io_, così limitato, è contrariato. Allora reagisce con la esplosione dell’ira la più veemente, ma che è addirittura esagerata, e che si manifesta con una brutalità assolutamente sproporzionata allo scopo»[91].
Lo stato più normale del delinquente nato è di debolezza o di insufficienza nei processi mentali. Difettosa l’attività sensoriale, difettosa la rappresentazione del mondo esterno; privo dell’idea dell’intima essenza delle cose e dei loro minuti rapporti; privo della ricchezza necessaria di linguaggio onde ricordare od esprimere le idee che sorpassino le comunicazioni della vita, esso è insensibile al bene ed al male altrui; credulo, inesperto, difeso più dall’astuzia del felino che dalla previdenza di bruti alquanto evoluti. «A causa della facile suggestionabilità, gli individui deboli di mente si possono facilmente incitare a commettere dei gravi delitti con minacce, intimidazioni e prestigio di autorità, e spesso diventano dei docili strumenti nella mano di delinquenti nati più perversi»[92]. In omicidî per mandato, in complicità per assistenza ed aiuto è molto facile incontrarsi in uomini di tale natura: essi subiscono il fascino dell’altrui azione suggestionatrice; obbedendo agli istinti malefici, provano soddisfazione e piacere a sentirsi capaci, ciechi strumenti nell’altrui mano, a commettere qualche impresa criminosa: per costoro l’azione del delitto reca sforzi minori che il vincere l’ordinaria apatia di carattere, poichè nel delitto essi trovano l’incentivo più forte a rendersi attivi, a vivere della vita esteriore. Dopo il delitto, la fantasia si accende e si esalta alla idea delle conseguenze penali; la pubblica riprovazione del fatto risuona con eco di sorpresa sulla indifferenza di animo di malfattori così fatti; ond’essi, trasportati dalla corrente della pubblica curiosità ed incitati dal solletico della vanità, non sanno a lungo nascondere il loro malfatto; ma, o simulando o dissimulando, accentuano talmente i loro atti, il linguaggio, le precauzioni, che finiscono con lo scoprirsi ed esser puniti. Durante la esecuzione del maleficio, son mossi ed accompagnati da contegno di tanto scetticismo da destare ribrezzo: solo in qualche momento, il supremo dell’azione, la loro anima è tempestosa; la mimica è felina, precipitosa fino alla incoscienza. L’intento dell’utile, della vendetta, dello sfogo di odio, per cotesti disgraziati, è piuttosto in apparenza il motivo del misfatto: essi sono attratti dall’ignoto, che circonda sempre il maleficio: se questo debba consumarsi a tradimento, con agguato, di notte, con mezzi pericolosi, il delinquente nato, dalla mente debole, è più proclive ad accettare; egli vede, nelle difficili circostanze, onde l’opera dovrà accompagnarsi, tanti motivi che svegliano in lui un’attività nuova, che lusingano la sua debolezza creandogli la illusione di compiere imprese pari a quelle di uomini superiori per fortezza ed astuzia. La idea di provarsi nei pericoli dell’azione ha attrattiva irresistibile: insemina l’apatia, l’atonia di animo, la coscienza di debolezza, di inferiorità è pel criminale la fonte d’un senso di avvilimento, di disgusto da cui egli cerca tutte le vie per liberarsi; la prima che gli si offra, sia anche pericolosa, è da lui accettata con entusiasmo. Che se, poi, il delitto debba commettersi in più persone, da individui di tempra superiore e da degenerati inferiori, questi ultimi si trascinano con moto automatico: son pronti ed esatti nell’apprestare i mezzi al delitto, fanno mostra di porsi in prima linea, e, compiuto il fatto, acquistano la coscienza fittizia di sì grande superiorità da schernire i complici ed arrogare a sè tutto il merito della riuscita. Guai—però—se durante la esecuzione si è sorpresi da reazione per parte della vittima, o la pubblica forza trovasi pronta ad arrestare i rei: il delinquente, di che scriviamo, è preso da vero panico; manca in lui la forza sufficiente a resistere, manca il coraggio di uomini che abbiano la tempra morale elevata, tuttochè con impronta malefica.
=5.=—Tra le forme più accentuate della delinquenza con fondo degenerativo ricorrono i casi di follie morali ed epilettiche.
Il delinquente folle è vittima di alterazioni psichiche, le quali o spingono all’azione per stato depressivo di coscienza, ovvero per stato impulsivo. Esempio della prima specie osservasi nella pazzia a forma melanconica, i cui fenomeni consistono in una dolorosa disposizione dell’animo, della quale mancano affatto o non vi sono sufficienti ragioni nel mondo esterno, in un decadimento del sentimento di sè stesso ed in una difficoltà generale nello svolgersi di tutti quanti i processi psichici, la quale può giungere sino al loro temporaneo arresto (Krafft-Ebing). L’individuo è oppresso da un’ansia angosciosa, che lo circonda di tristizia e di sospetto; l’avvenire è buio, il presente è opprimente, privo di speranza e di lusinghe. Quindi è che il melanconico è spesso l’esecutore di azioni violente ed incomposte ed è in preda ad una impulsività sfrenata con furore. «Questa attività del melanconico—scrive Krafft-Ebing—non è che un fatto di reazione provocata dalla tormentosa agitazione della coscienza, che può giungere a tale da spingere il malato alla disperazione; ed allora la potente eccitazione così prodotta può, almeno temporaneamente, spezzare ogni freno interiore. A queste esplosioni affettive e a queste reazioni del malato possono dar occasione delle impulsioni penose o delle memorie dolorose, con i conseguenti moti passionali della sorpresa e dell’attesa, nonchè delle sensazioni pervertite sia fisiche (nevralgie, ecc.), sia psichiche (senso di sconsolata anestesia psichica, inceppamento del pensiero, idee fisse, indecisioni, il sentirsi come soggiogato dalla malattia). A ciò si aggiungono, quali motivi importanti determinanti all’azione, e come complicanze del quadro morboso sinora abbozzato della malinconia senza delirio, certe sensazioni di angoscia (ansia precordiale) tali da provocare un violento scoppio affettivo, nonchè delle allucinazioni sensoriali e delle idee deliranti»[93].
=6.=—La manìa impulsiva merita più seria considerazione. «Un modo di estrinsecarsi degli stati di degenerazione psichica estremamente importante dal punto di vista medico legale è rappresentato dal verificarsi di certi atti, i quali non hanno il loro movente in idee chiaramente definite nella coscienza,—il cui meccanismo non si svolge secondo lo schema dalla riflessione sulle svariate possibilità del volere, con una savia valutazione dei motivi e con la decisione in favore di ciò che appare il giusto,—ma nei quali l’idea, che muove all’azione, prima ancora di essersi affacciata ben netta e chiara alla soglia della coscienza, si trasforma in azione; o, per parlar in termini anche più generali, mai arriva a tale da esser ben apprezzata e valutata dalla coscienza. Ond’è che l’atto apparisce, tanto a chi lo compie come a chi lo osserva, addirittura senza motivo e perciò inconcepibile,—il modo nel quale esso vien compiuto ha in sè l’impronta dell’azione coatta, impulsiva, istintiva e sorprende anche l’individuo stesso che la compie. Essa apparisce come una necessità organica, la quale sorga su dal fondo incosciente dalla vii» psichica, paragonabile ad una convulsione nel campo psicomotorio»[94].
Accetto la teoria del Bianchi, che la _ossessioni_ siano elementi psichici non eliminati: nelle menti male organizzate (ereditarietà morbosa o altre influenze degenerative) può accadere che il processo di ricambio psichico sia turbato, e che un componente psichico, destinato a passare transitoriamente per il campo della coscienza ed a cadere nell’incosciente, invece vi resti, e non possa venir eliminato: così come talvolta alcuni veleni fabbricati nell’organismo e sostanze introdotte dal di fuori non possono venire espulsi, rimangono e si accumulano nell’organismo[95].—Questa invasione eterogenea di prodotti psichici, con forma statica o di _ossessione_ propriamente detta, e con forma dinamica o _impulsiva_ (Féré) è accompagnata da emotività morbosa (Morel, Ballet, Seglas, Dallemagne, Pitras, Régis); nè dipende da fiacchezza di volontà (Magnan); nè va confusa con malattia della attenzione (Ribot).
Il fenomeno è essenzialmente di insorgenza e di predominio dinamico.
La mancata eliminazione di prodotti psichici avviene perchè le correnti ideative ed emotive sono ostacolate da qualche intoppo che loro impedisce il libero corso; e, come nella confluenza di correnti di acqua, se ad un punto esse incontransi senza sfogo e declivio, si verifica il gorgoglio, così nel flusso delle idee e dei sentimenti qualunque specie di arresto produce disturbo di funzionamento generale psichico. Da principio la invasione è limitata ad un punto solo del campo della coscienza, la quale, accorgendosene, mette in atto tutti gli sforzi, di cui dispone, per liberarsene: subito dopo, se resta impotente ad ottenere lo scopo, la visione mentale è ottenebrata e poscia circonfusa di colori abbaglianti; la volontà resiste tuttavia, ricorrendo al sussidio dei controstimoli ideativi ed emotivi; forse vi riuscirebbe, ma, per l’avvenuto disturbo funzionale, sopravvengono delle illusioni ed allucinazioni, le quali travolgono e trasformano completamente la natura dell’io cosciente.
=7.=—Una classica intuizione artistica della manìa omicida, accompagnata da allucinazione impulsiva, la troviamo nell’_Ercole furente_ di Euripide. Ercole, dopo lunga assenza, ritorna in Tebe, ove era suo padre Anfitrione, sua moglie Megara ed i suoi figli. Tostochè giunge presso la sua casa, sa da Megara che Lico, il re di Tebe, avea deciso di sacrificare l’intera famiglia di lui, e già i figli intorno al capo aveano avvolte funeree corone ed attendevano il momento fatale. Egli entra in casa per venerare i domestici dei, deciso a far aspra vendetta su Lico. Costui giunge accompagnato dai suoi sergenti, e, nulla sapendo dell’inatteso ritorno di Ercole, penetra in casa per trarre a morte Megara ed i figli. Ma, abbattutosi in Ercole, è tosto ucciso. Però, per volere degli dei ed accompagnata da Iride, sopravviene l’Insania (_ἡ Λύττα_), detta vergine figlia della fosca notte, nata del nobile sangue di Urano, ed inviata per castigare il misero Ercole. Un nunzio, sbigottito, racconta che Ercole, dopo la uccisione di Lico, apprestava un sacrificio innanzi all’ara di Giove: erano accolti i suoi figli con l’avo e con la madre, e già portato era in giro all’altare il canestro ed elevavansi sacre preci:
Ma ecco, allor che con la destra il tizzo Tôrre, e nella lustrale acqua tuffarlo Dovea d’Alcmena il figlio, immoto stette, E tacito. In quell’atto lungamente Si rimase e teneano i figli in lui Fisso il guardo. Più desso egli non era.
La idea o l’ossessione omicida invade repentinamente l’animo con la scintilla di una sensazione o di un pensiero improvviso; indi—in un terreno predisposto per degenerazione personale o ereditaria—va poi divampando e preoccupando l’attività mentale dell’ammalato e può assumere e presentare tutti i diversi gradi di intensità dell’ossessione morbosa, vincibile od invincibile (Ferri).—Dapprima è un arresto improvviso dei movimenti intercerebrali; un rapido restringersi, con senso di angoscia, del campo della coscienza; l’oscillamento della percezione della realtà; lo sforzo di rendersi conto di ciò che si ha consapevolezza che avvenga: poscia, perdutosi l’equilibrio o il centro dei moti ideativi ed affettivi, gli occhi, la fisonomia, la mimica presentano i segni evidenti del delirio invadente.
Gli occhi stravolti roteggiava intorno, Le sanguigne radici in fuor spingendone; E una schiuma stillava dalla bocca Giù sul mento barbuto.
Completatosi l’accesso, comincia l’allucinazione: l’ammalato dimentica il luogo ov’è, le persone ond’è circondato. Tra le idee ricorrenti, con turbinìo di sangue e di vendetta, una gli si fissa nella mente, con insistenza, l’idea di dar morte ad Euristeo, altro suo nemico. E l’uomo che, pochi istanti prima, avea con calma e freddo discernimento disegnato il come ed il perchè di sue future imprese; inebbriato, pel sopravvenuto delirio, dall’insania di odio irresistibile, è spinto, anzi trascinato a quell’azione che gli si riproduce in modo fantastico, con fondo tenebroso, con contorni foschi, ed alla quale egli già crede di prender parte con la veemenza di chi è di fronte all’aborrito nemico.
Indi proruppe Con risa forsennate in questo dire: «Padre, a che accendo or io, pria di dar morte Ad Euristeo, l’espiatrice fiamma, E fo doppia opra, ove pur tutto io posso Compier con una? D’Euristeo qui porto La tronca testa, e di più morti a un tratto Poi mi purgo le mani. Olà, versate L’acqua a terra: i canestri al suoi gittate: Chi mi dà l’arco? chi mi dà la clava? Corro a Micene. Oprar picconi e leve A spezzarne fia d’uopo, a rovesciarne Quelle sue mura, che i Ciclopi un giorno Costruir con le subbie alla rubrica». Dettò ciò, quivi presto immaginando Il cocchio aver, fa di salirvi, e spinge (Come avesse la aferza) i corridori, Dimenando la destra. Eran quegli atti E di riso a’ sergenti e di paura: E l’un l’altro guatandosi, dicea Questi a quello: di noi gioco si prende Il signor nostro, o ch’ei delira?
Intanto, scorrendo su e giù la casa, dice di esser giunto a Megara; si adagia sul suolo e si apparecchia la cena; indi, levatosi, si dà a lottare, ignudo, senza avversario di fronte; poi, ordinato a tutti di ascoltare, si proclama vincitore del giuoco. Credendosi in Micene, scaglia, fremendo, fiere minacce contro Euristeo.
Il padre, allora, gli afferra la mano e gli dice: figlio, che cosa fai? che strana cosa è questa? Forse ti tolse il senno il sangue che qui hai sparso poc’anzi?
Ei d’Euristeo credendo Lui genitor, che supplice la mano Per timor gli toccasse, lo respinge, E dardi trae della feretra, e l’arco Tende contro i suoi figli, uccider quelli D’Euristeo divisando. Esterrefatti Chi qua, chi là si sgominar quei miseri; E l’un corse alle vesti della madre; L’un si acquattò d’una colonna all’ombra: L’altro come augellin tremante stette Dell’ara a piè. Grida la madre: oh sposo, Che fai? che fai? tuoi proprî figli uccidi? Grida il vecchio e i famigli: ei non abbada; E l’un dei figli alla colonna intorno Insegue pria, poi con terribil volto Voltasi indietro, gli si pianta incontro, E nel cor lo saetta. Supin cade Il pargoletto, e la marmorea base Bagna di sangue, l’anima spirando.
Ercole crede di aver ucciso un figlio di Euristeo; così continua ad infuriar contro altro figlio: invano è richiamato alla realtà, l’allucinazione dura prepotente; finchè, essendosi egli slanciato alla strage del padre, dopo aver ucciso figli e consorte, Pallade, comparsa, gli gitta sul petto un sasso (detto, secondo Pausania, sofronistèro, cioè risanator della mente) e, rattenendo il di lui furore, lo fa cadere in profondo sonno.
Siamo allo stadio di esaurimento dell’accesso maniaco. La energia impulsiva, scaricatasi nell’incomposta e turbinosa azione omicida, conduce l’individuo in istato di abbattimento e di prostrazione. Quando Ercole rinviene, si meraviglia di trovarsi legato e di ciò che gli si dice aver commesso; con la calma ritorna la coscienza, ma, ahi!, il misero non può che rimpiangere la sventura toccatagli!
Un tal Fortuna, da me difeso, guardia di finanza, un giorno era in sentinella in un posto di guardia. Vede un amico, lo chiama a sè e, nello stato di semicoscienza, gli porge un orologio con l’incarico di consegnarlo in ricordo alla madre.—Poscia si avvia alla volta del paese, tira una fucilata contro il primo compagno che incontra; si avanza fino al corpo di guardia, e tira, all’impazzata, contro amici e superiori, dieci o dodici fucilate: ferisce qualcuno gravemente. Tra le grida della gente accorsa, si dibatte, si difende, minacciando morte a tutti: è preso, finalmente, ed egli, fissando gli occhi sbalorditi sui presenti, cade in profondo sonno, che dura più di un’ora. I suoi precedenti erano ottimi; niuna causale lo aveva spinto al delitto.
Sostenni il vizio parziale di mente, che, senza difficoltà, mi fu accordato dalla giuria. Il giorno seguente alla condanna, mi recai in carcere per chiedergli se desiderasse voler produrre ricorso in Cassazione. Lo trovai depresso, avvilito. Parlandogli, gli ricordai le modalità del processo. Egli mi fissò lo sguardo, muto, impassibile. Ad un certo punto del discorso mi accorsi che il misero cominciava a tremare, sbarrava gli occhi, avea le pupille dilatate. Mi accorsi che cominciava ad essere in preda ad allucinazione: dopo poco perdette la coscienza del luogo ove trovavasi, di quanto gli era accaduto.
Mi chiese—si crederebbe?—la restituzione dell’orologio consegnato all’amico, scambiando me per costui; finì col minacciare le guardie carcerarie presenti, le quali furono costrette, con forza, a trascinarlo altrove. Mi fu detto che, dopo un’ora e più, riacquistò la coscienza, serbando appena un barlume di ricordo di quanto avea detto ed operato.
Alcuna volta la follia del delitto prende la forma di _emozioni ossessive_ con impulsioni di fobia: l’equivalente psichico è nello scoppio repentino di illusioni sensorie o di allucinazioni. La volontà è trasportata a credere alla realtà di semplici apprensioni, il cui fondo può avere la lontana origine di odio o di altra passione: la coscienza è sconvolta grandemente, nè è più atta a percepire la realtà vera delle cose. Il paziente, se l’accesso è repentino, è preso da angosciosa costrizione di idee e di atti; egli credesi in imminente pericolo, ed è necessitato a veemente reazione.
R. R. da me difeso, un giorno sa che suo fratello, reduce da Napoli, ove dimorava, desiderava vederlo ed abbracciarlo. Egli fu ben lieto dell’incontro, nè frappose tempo a recarsi nella propria abitazione, ove il fratello lo attendeva. Le accoglienze reciproche furono affettuose. Se non che, discorrendo, il fratello lo rimproverò di alcuni dissensi tra lui ed il padre. R. lo fissa, non risponde. Poscia, con azione rapida, corre alla caserma dei carabinieri e, spaventato, chiede aiuto contro un forestiere il quale era in sua casa e tentava di assassinare lui e la moglie! Accorrono un brigadiere ed un carabiniere. Ma quale fu la loro sorpresa nel vedere che il forestiere fosse il fratello di R.? Costui, presente alla scena, insiste a richiamarsi di imminenti pericoli, e, poichè il fratello rispondeva scherzosamente, egli guarda un tiretto, lo apre, tira fuori la rivoltella e la esplode, in mezzo ai carabinieri, ferendo mortalmente il germano.