Psicologia criminale

Part 13

Chapter 133,142 wordsPublic domain

La emozione della paura, deprimendo l’energia reattiva ed abbassando il livello cosciente dell’io, fa risentire più a lungo il senso di ansia della irrisolutezza e del dubbio. Assorbita la mente a misurare la probabilità e l’importanza del pericolo presente o futuro; oppresso l’animo dal sentimento vago e doloroso d’un male o danno che è per coglierci; turbata la mente da improvvise rappresentazioni le quali sfuggono al controllo dell’attenzione e della riflessione, il giudizio che ci formiamo del nostro stato è d’imperiosa necessità ad agire in qualsiasi senso, preoccupati dalla sola idea che forse non riusciremo ad allontanare da noi l’imminente pericolo che ci sovrasta. Al primo periodo di depressione succede un secondo periodo di turbamento misto a sentimento d’odio e d’ira per colui che è causa della minaccia; l’equilibrio mentale si ristabilisce in parte, e noi ci accorgiamo di sentirci autorizzati ad usare di tutta la nostra energia per respingere il pericolo, anche a costo di violare la integrità fisica o morale altrui. A questo secondo momento l’emozione della paura ha molta somiglianza con l’emozione della collera: tutt’e due divengono impulsive, con la differenza che la paura è tenuta in certi confini dal calcolo del pericolo minacciato, e la collera, invadendo l’intero campo della coscienza, travolge tempestosamente qualunque sforzo di inibizione e precipita l’azione. In ciò ha grande influenza il carattere risoluto o irresoluto dell’individuo: l’impulso a persistere nella presa risoluzione è, al dir di James, un’altra componente costante nella rete delle motivazioni.

La rapida ed istantanea impulsività degli atti emotivi dell’ira, dell’odio, della tensione risolventesi in energia reattiva, è generalmente qualificata per _spontanea_ ed irresistibile; mentre ritiensi per _deliberata_ qualunque propensione in cui avvi minor grado di sentimentalità passionale. Nella forma volitiva della deliberazione si fa intervenire con maggior potere la libertà di scelta e di azione; credesi che la spontaneità equivalga ad assenza di sforzo di tensione, e che negli atti deliberati noi godessimo la _pienezza_ di forza disponibile, non che a discernere tra motivo e motivo, a risolverci per l’un verso e non per l’altro.

È questa un’illusione molto facilmente dimostrabile per l’analisi del momento genetico della spontaneità degli atti. È illusione pari all’altra di supporre che nella psiche possa esservi uno stato di inerzia assoluta o di assoluto equilibrio stabile. Queste differenze, che appartengono, per linguaggio usuale, alla qualità di stati interni, non sono, in fondo, che differenze di quantità; ed è perciò, che, secondo l’Ardigò, spontaneo si dice quando lo sforzo del centro in tensione è minimo, e quindi non ne è avvertibile il senso; volontario, quando lo sforzo è grande, prolungato e a riprese, e quindi è distintamente rilevabile il senso di esso. Nella deliberazione la volontarietà dello sforzo è accompagnata da più risentita psichicità mentale; per cui, tra l’antagonismo dei controstimoli, si riattiva un ritmo ideativo più costante e la selezione inibitoria riesce ad allontanare le difficoltà apparse sulla linea della corrente cerebrale predominante.

=11.=—L’ultima conclusione, a cui siamo pervenuti, ci ricorda la esatta osservazione del Wundt, che le emozioni, dalle quali sono introdotti i processi di volere, sempre più decrescono in intensità a causa dell’azione contraria di sentimenti diversi e inibentisi a vicenda, così che alla fine i processi di volere possono nascere da un decorso sentimentale apparentemente tutt’affatto libero di emozioni: di fatto, però, non si ha mai una mancanza assoluta d’emozione.

Intanto, succede che la indecisione si protrae, anche se i motivi contrarî siensi affievoliti, ed il volere non sa prendere stabile direzione, non perchè gli manchi la spinta, ma perchè l’azione attrattiva dell’intento non si fa sentire abbastanza. Quante volte il pensiero fluttua tra disparati ricordi ed opposti propositi, senza tregua incessanti ed opprimenti, nè si è in grado di appigliarsi a qualche divisamento pur di far cessare il doloroso stato di dubbio! Dopo ore, dopo giorni, dopo mesi, l’intervento di qualche motivo irrilevante, la cui accidentale insorgenza resta per noi innavvertita, dà l’ultimo tracollo alla bilancia e noi ci sentiamo senza ulteriore difficoltà trascinati all’opera. Come avviene tutto questo? La meccanica del cervello ci presta una ipotesi molto plausibile. Sappiamo che l’associazione delle rappresentazioni e delle idee si effettua in due modi, o in forma _lineare_ e _temporale_ o in forma _spaziale_.

L’associazione lineare, giusta l’osservazione di Henle, ha il campo d’azione in un solo e medesimo organo, nell’organo del pensiero sotto forma di associazione di idee, nell’organo centrale dell’udito sotto forma di melodia, assonanza e via dicendo. La seconda specie, cioè l’associazione spaziale, salta da un organo all’altro, dall’organo dei concetti a quello delle rappresentazioni sensorie e viceversa. Essa è identica alla simpatia nervosa[81]. Or, che l’associazione spaziale abbia per punto di partenza la struttura del sistema nervoso centrale, e che i prolungamenti colleganti fra di loro le cellule nervose acquistano tanto maggiore conduttibilità, quanto più frequentemente essi si adoprano, sono ipotesi più o meno plausibili per spiegarci il passaggio dall’un centro all’altro, con collegamento spaziale; ma la difficoltà non è neppure quella proposta da Henle, cioè come l’associazione delle rappresentazioni tra loro corrispondenti sia tratta dal patrimonio dell’uno e dell’altro centro. La difficoltà emerge dal vedere che tra due vicini o lontani centri si generi una corrente, o delle serie di correnti, senza che vi sia stato da parte nostra veruno sforzo, o senza che tra le due lontane sedi di attività cerebrali sia intervenuto un motivo medio che collegasse gli estremi come anello di ininterrotta catena.

Qui, certamente, dobbiamo far ricorso alla causa di energie latenti, per lo più ereditarie; per le quali, in casi simili, si svegliano simpatie nervose, attrattive ideali impreviste. Ciò lo vediamo, con processi più sistematizzati, in forme morbose di squilibrî mentali: le idee fisse, le tendenze irresistibili rinascono con la identica modalità ritmica di forme ereditarie od ataviche; lo stesso, senza dubbio, è per le associazioni tra elementi psichici discrepanti, i quali, poi, sono i fattori immediati o mediati di impulsioni o di deliberazioni volitive. Apprezzando il perchè di date decisioni, noi facciamo le grandi meraviglie del come, per motivi estranei o irrilevanti, si sia pervenuto all’azione di grave delitto; perchè, in oltre, mentre, subito dopo la ragione di odio e di ira, niente di anormale mostrò il paziente, nè alcuno avrebbe dubitato di lui, poscia, all’impensata, egli siasi reso autore di atti feroci di vendetta. Il motivo di odio, nel momento occasionale, restringeva l’efficacia nel mettere in moto l’attività di un solo centro rappresentativo ed ideale; ma, col passare del tempo, altri centri, vicini o lontani, si ridestarono, mettendosi con esso in relazione, alcuna volta per accidentalità sopraggiunta; e, per la confluenza di correnti similari, avvenne, nel momento dato, la fusione e quindi il formarsi di novella energia con potenzialità sufficiente a trascinar seco il pravo volere. Nei reati premeditati il fenomeno è costante, ed è per questo che, in simili reati, evvi la presunzione di maggiore imputabilità e temibilità del reo; supponendosi che nel medesimo siavi un fondo di perversità degenerativa, non domabile sì facilmente, riferendosi ad attitudini antropologiche eccezionali.

Se non che, io dico, che una seconda causa concorre a produrre il fenomeno, e si riferisce al mutamento di stato organico dell’individuo, in periodi di tempo. L’illusione della piena libertà di arbitrio ci persuade che sempre ed ovunque noi disponiamo di forza sufficiente per scegliere e seguire gli intenti delle nostre azioni. Ma la cosa è ben altrimenti. Molta parte del funzionamento cerebrale ci riesce ignota e misteriosa; argomento, per molti, di ricorrere all’ipotesi di _cerebrazione incosciente_. Certo è che lo sforzo a sovvenirci di alcuna idea, di ristabilire la trama ideale tra centri similari mentali, di riprodurre le rappresentazioni di già avveratesi, spesso ci torna di impossibile esecuzione; e che, mentre meno ci pensavamo, improvvisamente le correnti, che sembravano spente, di pensieri e di sentimenti, si riattivano e producono effetti meravigliosi.

Il citato Henle molto opportunamente, osserva, che la volontà non è assoluta, ma dipende dallo stato d’animo e dal particolare sviluppo della materia pensante. «Quanto i pensieri appaiano arbitrarî, lo attesta anche l’Apostolo allorchè dice che essi reciprocamente si accusano e si scusano. «Essi vengono quando vogliono» lamenta Rousseau, «e non quando voglio io»; e Lichtenberg caratterizza in modo energico la sensazione per cui noi assistiamo quasi come spettatori allo svolgersi del processo dialettico nel nostro intimo, affermando che non si dovrebbe dire «io penso», ma «pensa», come si direbbe «lampeggia». E Goethe esprime la stessa idea, con quella forma vivace che gli è propria: «Il male è che ogni pensiero non aiuta a pensare; dobbiamo essere retti per natura, cosicchè le idee felici si presentino dinanzi a noi come libere figlie di Dio e ci dicano: Eccoci qua!» Goethe c’insegna, inoltre, cosa avvenga nel laboratorio intimo del poeta, con queste parole colle quali egli nella dedica del Faust evoca le fugaci immagini della sua fantasia:

«Cingetemi di voi, spettri diletti, Come da nebbia o da vapor suoi farsi»[82].

Non trascuriamo di aggiungere che, all’alternarsi di idee, di pensieri e di voleri, in molta parte dobbiam far capo alle opinioni individuali. Allorchè le credenze inspirate da’ sentimenti e dalle passioni sono combinate in sistema su d’un obbietto determinato, o religioso, o politico, o artistico, esse costituiscono le opinioni (Despine). Le quali, nè è difficile sperimentarlo, informano di sè tutta la vita psichica; formano il fondo permanente donde si diramano le correnti di energie direttive del lavoro cerebrale; forniscono il materiale di riserva ai deficienti processi mentali.

=12.=—L’ultima specie dinamica del volere ricorre negli atti _alternanti_ o _intermittenti_ di azioni impulsive di motivi sopraggiunti. La relatività temporale e spaziale del contenuto attivo del pensiero alcuna volta apparisce in momenti così staccati e per sì differenti impulsioni, che la nostra attenzione può fissarne la separata entità dinamica. Volontà deboli, caratteri incerti sono alla discrezione di moventi alternanti, e, talora, tra loro discrepanti; di guisa che, in definitiva, è assai incerto stabilire quando la decisione criminosa ebbe luogo, quale ne sia stato il motivo _efficiente_. Prima che si generi la _persuasione_, ossia prima che gli atti mentali si equilibrino e si muovano attorno ad un centro fisso di gravità, si è a discrezione di attività sentimentali od ideali con differenti movimenti suggestivi distaccati: l’ultimo impulso fissa la direzione associativa ed emotiva e decide l’idea dell’azione.

Il fenomeno qui descritto venne intuito in modo sorprendente dall’Alfieri nell’_Agamennone_. Egisto, l’uomo dalla premeditata e feroce vendetta, arriva ad assoggettare ai suoi voleri Clitennestra, la quale, resa vittima di morbosa passione, dovea servirgli di strumento per sfogare sui discendenti di Atrèo l’odio ereditato dal padre Tieste. La infelice donna sa che il marito Agamennone è di ritorno in Argo dopo i trionfi della distrutta Troia, e teme di per sè e dell’amante costretto ad allontanarsi, esulando dalla reggia ov’egli era dimorato colla speranza che, morto il re in battaglia, ne potesse usurpare il trono. Clitennestra, agitata tra timori e speranze, sente di non potere staccarsi dall’uomo fatale che ne avea conquistato il cuore: ella chiede un sol giorno per escogitare un rimedio, ma invano la sua mente si dibatte, che tutto concorreva a persuaderla dover Egisto allontanarsi di Argo, se a maggiori sventure ambidue non avessero voluto andare incontro. Il periodo di incertezza, di ansia dolorosa dell’animo di lei è riprodotto dal poeta con esatto rilievo: sotto il dominio suggestivo della passione, ella è chiusa, cogitabonda; dinanzi al marito non sa trovare il verso di dissimulare l’interno stato, di simulare un tratto solo dell’antico affetto che a lui la legava; dinanzi ad Elettra, sua figlia, non sa far altro che scusare Egisto, e, se con qualche affettuoso ricordo è richiamata alla spaventevole realtà del presente, esplode in atti di veemenza e dice:

Sola Col pensier miei, colla funesta fiamma, Che mi divora, lasciami—L’impongo[83].

È profondamente artistico, e troppo verisimile, il modo onde Egisto insinua nella mente della donna il reo proposito di uccidere il marito: si mediti la scena prima del quarto atto; la drammaticità passionale, la sentimentalità persuasiva criminosa attingono il colmo di colorito e di efficacia intensiva. Egisto dapprima accenna, poi si ritrae dissimulando; Clitennestra dapprima non intende e vuole essere illuminata, poi intuisce il reo pensiero e, sorpresa, esclama:

Or t’intendo—Oh quale Lampo feral di orribil luco a un tratto La ottusa mente a me rischiara! oh quale Bollor mi sento entro ogni vena!—Intendo: Crudo rimedio,... e sol rimedio..., è il sangue Di Atride[84].

Eppure, ella resta scossa sì ma titubante; la passione amorosa era insufficiente a deciderla di eseguire l’orrendo maleficio. La sua volontà versa in quello stato di tentennamento che è proprio dell’equilibrio instabile per manco di poteri attrattivi predominanti di qualche idea o sentimento in giuoco. Ma Egisto se ne avvede ed aggiunge esca al fuoco, forza alla spinta: confessa alla donna, dissimulandone accortamente il mendacio, che Agamennone sia preso d’amore per Cassandra, la bella fanciulla da lui condotta schiava da Troia. La misura è colma; Clitennestra esclama: «Che ascolto!». Egisto insiste:

Aspetta intanto Che, di te stanco, egli con lei divida Regno e talamo; aspetta, che a’ tuoi danni L’onta si aggiunga; e sola omai, tu sola, Non ti sdegnar di ciò, che a sdegno muove Argo tutta.

L’effetto è immediato: Clitennestra più non tentenna; ella dice: «Atride pera!».—Egisto:

Or come? Di qual mano?

CLIT.: Di questa, in questa notte, Entro a quel letto, ch’ei divider spera Con l’abborrita schiava[85].

Ma, non ostante la presa decisione, trascorse poche ore, la donna non ha più la forza di tradurre in atto il reo proposito: col pugnale tra mano, sulla soglia della stanza ove dorme Agamennone, ella si arresta. La sua mente vacilla; onde di pensieri, di ricordi, di rimorsi, si accavallano, ribollono, la turbano, la travolgono: dal fondo di quell’anima passionata già veniva su la idea di arretrarsi, e forse, per la fusione di concomitanti motivi, la controspinta avrebbe trionfato: ma Egisto appare, e la misera dice a sè stessa: «Io sono perduta, oimè!».—Si ridesta la interna lotta per nuovi coefficienti suggeriti, accumulati dal reo eccitatore: la vista del ferro, a lei offerto dall’uomo che le ricorda il sangue sparso della propria figlia, Ifigenia, da Agamennone, la riaccende; la volontà omicida esplode e l’azione precipita. Clitennestra penetra nella stanza del marito e lo trafigge!...

Quanta verità di naturale riproduzione di cose: quale visione reale di stati di animo sì fugaci e per ciò sì difficili ad esser compresi!...

CAPO X.

Psicologia dell’azione criminosa.

1. Che cosa debba intendersi per azione criminosa.—2. Anomalie ed esquilibrio del carattere del delinquente.—3. Stato di esquilibrio psichico del delinquente nato: caratteri distintivi che accompagnano la sua azione criminosa.—4. La organizzazione psicofisica anomala del delinquente nato: le note culminanti psico-patologiche proprie della sua attività.—5. L’azione del delinquente folle; la pazzia a forma melanconica.—6. La manìa impulsiva; le ossessioni psichiche criminose.—7. Esame dell’_Ercole furente_ di Euripide, esempio di manìa omicida accompagnata da allucinazione impulsiva; le _emozioni ossessive_ con impulsioni di fobia.—8. L’azione criminosa dell’epilettico.—9. La epilessia larvata o _equivalente epilettico_.—10. Il delinquente per passione.—11. Psicologia dell’odio.—12. Psicologia della _gelosia_: Fedra e Medea.—13. L’azione criminosa del delinquente per passione: psicologia dell’ira.—14. Esame di Oreste, secondo Eschilo, Sofocle ed Euripide, quale esempio di delinquente per passione.—15. Il delinquente di occasione.

=1.=—Intendiamo per azione criminosa la sintesi degli atti che preparano, accompagnano e susseguono il delitto. L’opera esteriore, non che essere il compimento di ciò che entro siasi divisato, ne è la prova più appariscente; quella prova onde, con metodo induttivo, noi procediamo dalla constatazione del noto per arrivare a comprendere l’ignoto. È così che il rito giudiziario completa le prescrizioni della legge repressiva; poichè la imputabilità, avendo bisogno di individualizzarsi per partorire la responsabilità, non può far a meno di date prove di fatto raccolte e coordinate secondo norme logiche prestabilite e consecrate da apposite prescrizioni rituali.

Chi opera, esteriorizza il suo essere intrinseco; ondechè l’azione non è che la manifestazione di ciò che rimane occulto; di ciò che è la somma della vita psichica individuale, dagli elementi sensitivi, emotivi ed intellettivi, alla più completa formazione della coscienza, della intelligenza, della volontà. Il delitto, dunque, considerato obbiettivamente nella azione, non è mai un fatto _fortuito_, dipendente del tutto da accidentalità di tempo e di luogo; è l’indice della costituzione organica dell’agente, fisica e psichica: il suo fattore è sempre a ricercarsi, come bene si esprime il Garofalo, nella _specialità_ dell’_individuo_, plasmato dalla natura in modo da essere _delinquente_[86].

Gli atti esecutivi si differenziano secondo il fine cui tendono; il fine rispecchia gl’interni propositi e completa la fisonomia morale del carattere individuale. La composizione di questo carattere, pel delinquente, perchè sia bene compresa, ci obbliga a rifarci alquanto indietro ed a ricordare parecchie anomalie psichiche le quali informano le modalità dell’azione, imprimendovi delle note interessantissime nello apprezzamento degli elementi di prova processuale.

=2.=—Il Marro scrive, che il carattere saliente della mente dei delinquenti è dato per lo più da una mancanza di riflessione, che, congiunta ad egual difetto di affettività, li dispone a forme più o meno gravi del delirio di persecuzione[87].—Questa anomalia di esquilibrio dipendente dal prevalere di morbosa sentimentalità sul contenuto ideale di associazione riflessa è causa di frequenti _ossessioni_ congiunte ad instabilità di propositi e di atti; il che, a prima vista, sembra contraddittorio, ma è pur corrispondente al vero. I delinquenti, per chi ne abbia pratica, sono i vinti, più che della lotta per la vita, dell’invincibile potere di idee fisse o ricorrenti di persecuzioni immaginarie, che, prendendo corpo e rilievo per l’influsso deleterio di scompigliata fantasia, partecipano alla psiche il fondo di grande vulnerabilità, predisponendola ad atteggiarsi, senza difficoltà, secondo gli instabili eventi quotidiani. Dai facili trascorsi in famiglia, nella tenera età, al continuo cambiamento di occupazione e, in fine, al vagabondaggio, la esistenza di codesti disgraziati è alla mercè di perenne flusso e riflusso di forze antagoniste: la personalità si disgregherebbe più facilmente del consueto, se non fosse tenuta salda da idee fisse, da sentimenti giganteggianti, il cui esito è di ossessionare la mente, alterando il carattere di volta in volta che le impulsioni rendonsi più intense.

La incoerenza psichica è causa di imprevidenza sulla possibilità probatoria, di responsabilità, di atti che potevansi evitare o effettuare altrimenti. Chi guarda l’azione criminosa, partendo dall’atto compiuto, è soggetto ad ingannarsi se crede di dover seguire i dettami della comune logica, cioè se crede di scorgere il necessario legame causale tra i precedenti ed i concomitanti del delitto. Questo legame esiste, ma è l’effetto di processo mentale anomalo, perchè predisposto ed originato da fattori rappresentativi ed ideali di cui difficilmente ci è concesso, _a posteriori_, di riprodurre in noi la trama mentale.

L’eccessiva vanità dei delinquenti spiega come essi, con un’imprevidenza inconcepibile, escano a parlare dei proprî delitti prima e dopo d’averli compiuti, fornendo, così, l’arma più potente che abbia la giustizia per coglierli e condannarli (Lombroso). Il che, aggiungerei, è da manco di riflessione, perchè non si ha il potere di controllare quel che si dice o si opera: il campo visivo della mente è alterato da correnti di sentimentalità invadenti; l’io, staccandosi dalla normale vita di relazione con l’ambiente, si isola e troneggia in una sfera di fantasioso egoismo.

=3.=—Per procedere con più esattezza in quest’ultima parte del processo psicologico del delitto, esamineremo separatamente:

_a_) la psicologia dell’azione criminosa dei delinquenti nati, o con fondo di pazzia morale o di epilessia;

_b_) quella dei delinquenti passionali;

_c_) quella dei delinquenti di occasione.