Psicologia criminale

Part 12

Chapter 123,252 wordsPublic domain

Tutto ciò fu formolato dal nostro Bovio nel principio di unità di legge nella natura, nel pensiero, nella storia: il pensiero è la natura che si conosce, la storia è il pensiero che si muove. Il che torna a dire, che la legge di reciprocità è sempre la medesima necessità, che nella natura esteriore opera come gravitazione universale, a cui la natura obbedisce e non sa; nel cervello opera come gravitazione ideale a cui il cervello obbedisce, la intuisce, la insegue, e cerca tramutarla in sistema; nella storia opera come gravitazione di tempi, a cui la storia obbedisce e cerca tramutarla in codici, tirando dal passato i documenti per l’avvenire[73].

La evoluzione è conservazione di energia con parallela continuità di moto: dunque, passando le attività dal mondo esterno all’interno, tramutandosi da attività fisiche in cerebrali, assommando il pensiero i coefficienti dinamici dei motivi, la coscienza, col cambiar di stato, cambia il funzionamento degli atti che ne conseguono, sia qualitativamente che quantitativamente. La qualità non attiene alla essenza o permanenza di identità personale, ma ai modi onde la energia specifica passa di prodotto in prodotto psichico, di meccanismo in meccanismo dell’io, di formazione in formazione, dalla rappresentazione ed appercezione all’attenzione, alla riflessione ed al volere.

L’io senziente, intelligente, attivo son tre fasi dell’identica energia vivente, ma tre fasi che si differenziano sì da non permettere che l’una si scambi nell’altra, se non perchè tutt’e tre sono dipendenti dall’unica ed identica sorgente di energia personale: alla stessa guisa che l’organismo, nel tempo, non resta identico a sè stesso meno che per la conservazione equivalente della energia individuale, la psiche; permutando fisonomia e contenuto, non conserva la identità se non nella sua natura differenziata rispetto ad altri individui della medesima specie.

Si conclude, che la energia criminosa, atteggiando diversamente la psiche, imprime la propria caratteristica e grado di attività alle facoltà messe in moto, il sentimento, la intelligenza, la volontà.

Anche in natura le forze, in correlazione, si trasformano qualitativamente e quantitativamente: «in ogni cambiamento la forza subisce una metamorfosi; e a seconda delle forme che essa assume può risultarne o la ripetizione delle condizioni precedenti, o condizioni nuove in un numero infinito di ordini e combinazioni. Inoltre si vede nettamente che le forze fisiche, non solo presentano tra di loro delle correlazioni qualitative, ma anche quantitative. Dopo aver provato che un modo di forza può trasformarsi in un altro, le esperienze mostrano ancora che da una definita quantità di forza nascono sempre definite quantità di un’altra»[74].

Indi è che l’evento psichico del delitto, effettuatosi nell’azione, esaurisce, individualmente preso, la totalità della energia che lo informa: quel che resta è la conseguenza obbiettiva, fatto imputabile, e qualche traccia di attitudine meglio rafforzatasi per la futura ripetizione dell’atto. Dunque, a che varranno le indagini meramente antropologiche e psichiatriche, non che le norme aprioristiche giuridiche sul giudizio che il magistrato dovrà emettere intorno alla imputabilità soggettiva del fatto incriminato? Tutte coteste indagini e norme si limitano all’ufficio di prove dell’evento psichico criminoso: alla sola psicologia criminale è riservato il debito di sintetizzare i dati psicofisici del delinquente e di unificarli in un giudizio definitivo, tenuto conto di tutti i coefficienti dinamici che precedettero ed accompagnarono la perpetrazione del maleficio.

=6.=—Avvenuta la rappresentazione del motivo, ed avvertito il cambiamento di coscienza seguitone; fusi ed unificati in un solo processo gli elementi dinamici similari della mentalità; eliminati gli elementi antagonisti, la dinamica ideativa ed affettiva è sussidiata dall’intervento della immaginazione o della fantasia. Nel mondo psichico del criminale questa potenza ha imperio assoluto: essa assoggetta, modifica, trasforma tutto ciò che incontra; dai più lontani orizzonti, di lusinghiere speranze, all’ambiente attuale di turbamento per l’azione soppravenuta di cause passionali, la immaginazione influisce nell’atteggiare e predisporre l’animo a sentire, a pensare, a volere in modo affatto proprio e secondo lo schema ed i fantasmi che ella gli appresta. Le rappresentazioni presenti si rafforzano, le passate si ridestano; le naturali inclinazioni acquistano un più facile avviamento di attività; la realtà obbiettiva delle cose a poco a poco si scolorisce, perde i contorni, è ricoverta dal velo diafano e denso dell’oblio; e, a séguito di processo astrattivo, la immagine ed il fantasma dell’intento logico, compresi nel contenuto statico del motivo, si prospettano alla mente ed esercitano azione immanente suggestiva. Tacciono i ricordi dei controstimoli; sulla superficie della coscienza si ristabilisce un’apparente calma; ma, sotto ad un cielo plumbeo ed attraversato da dense nubi, gli oggetti si confondono, e l’animo è aduggiato dal senso di ansia e di tristizia. Le immagini, i fantasmi si intensificano, si circondano del corteggio lusinghiero di appetiti insoddisfatti, di promettenti speranze; la visione periferica della coscienza si restringe, la centrale si acutizza; il fantasma, idealizzato, dapprima oscillante, finisce col fissarsi sulla linea degli assi visuali; l’occhio della mente n’è attratto, dominato, ossessionato. Le potenze inibitorie, le correnti intercerebrali, subiscono un periodo d’intermittenza; la memoria è lacunare. È cotesto lo stato più interessante della dinamica psichica criminosa; stato in cui la coscienza insensibilmente è travolta dal fondo e la meccanica cerebrale segue il ritmo di movimenti instabili, varianti, dissociati. La fantasia, malefica maliarda, con ghigno satanico innalza il suo trono sulla rovina delle più nobili aspirazioni, e consacra, nel cupo tempio dell’anima del criminale, la religione del delitto!

=7.=—Chi, di tutto ciò, desideri la prova evidente, rivolga l’osservazione a quanto avviene nella psiche del delinquente epilettico.

La immaginazione e la fantasia sono per l’epilettico la forza specifica della impulsività irresistibile. La emotività enorme (Krafft-Ebing); la straordinaria irritabilità morbosa (Schüle); la lesione delle affezioni (Despine); l’anestesia fisica e morale (Thompson); i facili accessi maniaci, fanno sì che l’epilettico sia davvero lo zimbello di morbosi fantasmi, che gli attraversano la mente e ne travolgono il ritmo ideativo ed affettivo. Il processo morboso ha principio con intensa e protratta preoccupazione, che è la caratteristica istintiva del _carattere epilettico_: è l’ansioso desiderio di qualche cosa d’indeciso, di vago; è il bisogno di estrinsecare attività latenti di natura incompresa, della cui esistenza appena ci accorgiamo.

Mancando il fondo di realtà al processo ideativo e la coordinazione associativa agli stati emotivi, la fantasia dell’epilettico giuoca una parte essenzialissima nella trama cerebrale. L’equilibrio di facoltà e di atti si mantiene oscillante; la mente, sorpresa, cerca un centro stabile di gravità; attratta dal fantasma, lo scambia con la realtà e lo insegue e vi si affida: ma, in un momento, perdesi del tutto l’equilibrio, la base ideale ed affettiva vacilla, l’abisso si apre repentinamente dinanzi. La stessa vittima se ne spaventa; al fremito passionale, alla scossa, che si diffonde in tutte le regioni dello spirito, risponde il gemito convulso di chi comprende a quale cieco fatale destino sia nato soggetto!

La nota morale di anomalia del delinquente, e specie del delinquente epilettico, risiede proprio nel funzionamento fantastico della dinamica psichica. Il prodotto fittizio ed attrattivo del contenuto ideale ed affettivo risulta dal compenetrarsi ed assommarsi di discrepanti elementi frammentarî, i quali, non trovando posto stabile nella coscienza, o son passati nel fondo di riserva dell’inconscio, ovvero vagano nel vuoto oscuro della mente. Qualcuno di questi elementi, per l’affinità dinamica col novello motivo rappresentativo, insorge ed è attratto verso il centro visivo della coscienza: esso—chi il crederebbe?—molte volte si sviluppa, si svolge in forma così imponente da predominare l’ambiente con potere pieno ed assoluto. Le difficoltà, che di frequente si incontrano nell’indagare il perchè prossimo o remoto di azioni delittuose, sorgono dall’abitudine, tanto comune, di credere che la logica del delinquente sia la logica dell’uomo normale, e che la causa intima o psichica dell’azione debba esser sempre ricercata nel motivo che, in apparenza, è percepito il più sufficiente ed il più coerente con l’insieme logico del processo speciale mentale. E poichè con la prova dei fatti o vien meno la speranza di attingere il movente causativo in qualche circostanza o avvenimento, il quale abbia la sufficienza logica di erudirci circa la origine soggettiva del delitto; ovvero trascuriamo di accordare la debita importanza a dati processuali irrilevanti, si finisce o con erroneo giudizio sulla quantità morale del delitto o col credere che questo sia l’effetto di brutale malvagità!

8.—Indugiandoci, chè ne vale la pena, sulla dinamica coordinatrice o di relazione delle immagini o dei fantasmi a cui, in gran parte, si connette la causalità criminosa, io credo che essa obbedisca alle due leggi essenziali del meccanismo dell’associazione, la legge di rassomiglianza e la legge di contiguità nel tempo e nello spazio. La tendenza di connessione, secondo Stuart Mill, tra idee che si richiamano, dopo che furono pensate insieme, è, sopra tutto, osservabile tra le immagini ed i ricordi fantastici della mentalità criminosa. Il contagio morale del delitto n’è l’esempio ordinario e più apparente.

Le idee, i sentimenti, i giudizî, le rappresentazioni di fatti sensibili, di avvenimenti complessi, sono, bene spesso, i precedenti veri di azioni con le quali la rassomiglianza è equivalenza dinamica di energia causativa; il che può avvenire eziandio in modo incosciente.

Talune persone, ad esempio, molto facilmente perdonerebbero una ingiuria; ma nel loro animo si sveglia il ricordo che altri, in simile contingenza, ricorse alla vendetta consumata in determinata guisa; si affaccia il presentimento della disistima, nella pubblica opinione, a cagione della diminuita dignità personale offesa, e così via discorrendo. Nella prima ipotesi, per seguire l’esempio, la efficacia del ricordo del caso simile si fonde con la efficacia operativa della ingiuria sofferta; l’azione delittuosa altrui si delinea innanzi alla mente con colori fantastici attrattivi e, poco a poco, i due elementi, quello dinamico attuale e quello di ricordo, si unificano ed organizzano in un solo evento psichico ed invadono e preoccupano intero il campo della coscienza. Anzi, evvi di più. La ingiuria subita, forse, di sua natura non avrebbe avuta forza impulsiva, perchè scusata dalla supposizione di un equivoco: ma la _suggestione motrice_ del ricordo è sì potente che, per illusione non guari difficile a verificarsi, noi scambiamo, nel prodotto fantastico, il valore dei due termini mentali e crediamo di sentirci sospinti, all’azione, dalla idea dell’offesa ricevuta, mentre non ci accorgiamo che questa passa in seconda linea nell’associazione, per contiguità di tempo, con la idea dell’avvenimento al quale siamo guidati dalla rassomiglianza dei due fatti presenti al pensiero.

Nella seconda ipotesi, sopra riferita, la connessione fantastica è tra la idea attuale dell’ingiuria ed il sentimento doloroso in noi destato dal presentimento di diminuita dignità o reputazione. Il risultato psichico, derivatone, sarà composto dalla realtà rappresentativa della ingiuria in unione alla coefficienza di sentimentalità associata; ossia, mentre il contenuto sostanziale sarà l’idea della ingiuria, la fisonomia o colorito affettivo corrisponderà al sentimento doloroso inerente al presentimento di dignità personale diminuita di fronte alla pubblica stima.

=9.=—La dinamica psichica del delinquente rendesi più complessa e più difficile negli atti del volere.

Il Wundt vede, come noi, il fondamento degli atti del volere nei motivi, di cui egli distingue una parte rappresentativa ed una sentimentale, la prima delle quali è detta _ragione determinante_ e la seconda _forza impellente_. Dalla combinazione di una varietà di motivi, cioè di rappresentazioni e sentimenti, i quali in un composto decorso di emozioni si presentano come quelli che sono decisivi per il compimento di un’azione, sta la condizione essenziale da un lato per lo _sviluppo_ del volere, dall’altro per la distinzione delle _singole forme di atti volitivi_[75].

Generalmente, nei Codici penali, la responsabilità d’un delitto si fa risalire al fattore soggettivo del _dolo_, e questo si fa consistere in atti liberi del volere ora avvisato come semplice _intenzione_ ed ora come _volontarietà_ dell’effetto antigiuridico. Sceverando l’estremo grado evolutivo dell’attività psichica criminosa, cioè il volere, dalla serie dei gradi ond’è preceduto, e dando esclusivo rilievo all’evento psichico il più complesso, col trascurarne gli elementi rappresentativi ed intellettivi, si comprende la incertezza del dato giuridico il quale in pratica deve incontrare insuperabili difficoltà di applicazione.

Chi non sa, in vero, in quale buio si versi allorchè, chiamati ad assodare la imputabilità penale d’un reato, ci sentiamo in dovere, anzitutto, di ricercare la esistenza o meno del dolo?

La legge fa obbligo ai magistrati di enunciare nelle sentenze i _motivi_ su cui fondano il loro convincimento; l’art. 45 Cod. pen., pone il cànone fondamentale, che nessuno possa essere punito per un delitto, se non abbia _voluto_ il fatto che lo costituisce: ma in che consiste la _ragionevolezza_ dei motivi, in che la _volontarietà del fatto_, staccata dal complesso degli elementi psichici o stati di coscienza, dei quali è il delitto l’esponente ultimo? Dimandatelo al magistrato, ed egli, nelle sue sentenze, si aggirerà tra concetti e giudizî affatto arbitrarî e che, mentre pretendono di rispecchiare cànoni scientifici, sono il riverbero di impressioni fugaci, talvolta passionali, sulla natura dell’atto incriminato e della prova raccolta contro l’imputato. Io mi sono sforzato, in altri miei libri, di assegnare il valore logico al fattore soggettivo del reato così com’è formolato dal patrio legislatore; ma, debbo confessarlo, durante la lunga pratica professionale, ho dovuto, dolorosamente, constatare quale e quanta incertezza resti sempre nell’animo di tutti, giudici, avvocati e pubblico, per riguardo ai criterî di prova sufficiente a ritenere, in singoli reati, il concorso dell’elemento del dolo. Nè altrimenti dovea avvenire. L’opera del giudice non è l’opera dello scienziato; solo a quest’ultimo è affidato il còmpito di mettere in chiaro le norme regolatrici delle umane azioni, ed il modo di interpretarne il significato: voler convertire un codice in trattato di teorie e di cànoni dottrinarî è lo stesso che sottoporre l’alto ed indipendente ufficio del magistrato a restrizioni mentali arbitrarie e pericolosissime. Ed ecco, anche in ciò, la riprova del danno di sistemi aprioristici scientifici, e dell’errore di trascurare, nelle umane cognizioni, il principio logico fondamentale della _relatività_.

Tornando in argomento, diciamo che il volere è atto complementare del processo psichico, appunto perchè, secondo James, _i movimenti volontarî debbono essere funzioni secondarie, non primitive_, del nostro _organismo_. La prima conseguenza, che ne emerge, è di dover ritenere che la facoltà del volere si connetta alla esistenza di rappresentazioni e sentimenti, che formano il suo presupposto dinamico; e che, secondo Wundt, l’ipotesi di un atto di volere sorgente da considerazioni puramente intellettuali, di una decisione volitiva contraria alle tendenze che si esplicano nei sentimenti, ecc. racchiude in sè contraddizione psicologica. Essa si fonda sul concetto astratto di un volere trascendente, assolutamente diverso dai reali processi psichici di volere.

«Nella fisiologia—scrive Fouillée—la dottrina della evoluzione esplica, a mezzo dello sviluppo d’un organo rudimentale e primitivo, la formazione d’un organo posteriore più completo; allo stesso modo, nella psicologia, tutti gli atti riflessi o istintivi, con la loro varietà attuale, debbono essere i derivati d’una sola impulsione essenziale e primitiva. Trasportate questa impulsione in tutte le cellule elementari d’un organismo, ella sarà il fondo psicologico di ciò che succede nei piccoli esseri viventi ond’è composto l’organismo totale. D’altra parte, le reazioni esteriori di queste cellule cadono, com’egli è inevitabile, sotto la legge del meccanismo. Per simile combinazione d’impulsioni psichiche semplici all’interno, di rapporti meccanici all’esterno, voi potrete esplicare i fenomeni più complessi e le adattazioni della volontà alle svariate circostanze»[76].

La meccanica psicologica del cervello ci è nota. Ogni eccitazione periferica o intercerebrale è trasportata e risentita in analoghi centri; indi, mercè l’apparato efferente, si diffonde in operazioni riflesse. Il cervello è l’organo dell’_attività_, cosciente o incosciente, della psiche: noi abbiamo il senso di questa _attività_ più specialmente all’apparire dell’atto volitivo. «Questo sentimento dell’attività è di natura spiccatamente eccitante e a seconda degli speciali motivi di volere è a vicenda accompagnato da elementi di piacere o di dispiacere, i quali, alla loro volta, nel corso dell’atto possono mutare e gli uni prendere il posto degli altri. Come sentimento totale, il sentimento di attività è un processo crescente e decrescente nel tempo, il quale si stende su tutto il corso dell’azione e col finire di questa passa nei sentimenti, molto varî, di soddisfazione, contentezza, delusione, ecc., come pure in sentimenti ed emozioni diversi, che sono legati alla speciale riuscita dell’azione»[77].

La consapevolezza di possedere l’attività necessaria al delitto è il primo e fondamentale effetto immanente della energia criminosa. Non si può sentire la spinta al delitto, nè pensarlo nè volerlo, se non se ne possegga l’attitudine; se l’organismo, e per esso il cervello, non risentano l’azione specifica di forze esterne od interne trasformate e concorrenti a quell’evento esteriore dalla legge represso.

Messasi in attività la energia criminosa, ella, diffondendosi riflessivamente, in primo luogo è causa di atti di _tensione_; la quale potenza di tendere è in ragione della intensità della eccitazione centrale, ed è soggetta alla dispersione della energia eccitatrice, non che all’aumento od alla diminuzione di equivalenti dinamici fisiologici. Le ipotesi verificabili sono svariate, a seconda della natura intensiva dell’attività, dell’attitudine dell’apparato efferente, delle maggiori o minori difficoltà fisiopsichiche della funzionalità organica. È possibile, primamente, che dallo stadio iniziale emotivo all’azione non vi intervenga che trascurabile intervallo, quasi che l’atto esteriore fosse di natura automatica o riflessa. Il perchè del fenomeno si riconnette al problema formolato, nel seguente modo, da James: La semplice idea degli effetti sensibili di un movimento è uno stimolo motore sufficiente, o vi deve essere uno antecedente mentale addizionale, come un _fiat_, una decisione, un acconsentimento di un mandato imperativo, o qualche altro fenomeno analogo, perchè si possa avere il movimento? Ed egli risponde, che talvolta la semplice idea è sufficiente, ma tal’altra il movimento è proceduto da un elemento addizionale cosciente. Ogni qualvolta un movimento tien dietro _senza esitazione ed immediatamente_ al pensiero di esso, noi abbiamo l’_azione ideo-motrice_[78].—Le azioni impulsivamente istantanee, effetti di impeti passionali, di scoppî di ira, di odio senza la previsione delle difficoltà e delle conseguenze, appartengono allo stadio attivo qui descritto. Tostochè evvi insorgenza di antagonismo tra le correnti intercerebrali, e le linee di movimenti efferenti o divergono o si elidono, la vivezza della psichicità si diminuisce; i poteri inibitori si riattivano, e gli atti del volere obbediscono a delle fasi tipiche, che giova ricordare.

=10.=—Al senso ed alla consapevolezza di un’attività disponibile, accompagnata da tensione, tien subito dietro l’_ansia impaziente_ di veder cessare il presente stato di incertezza e di dubbio, come anche di dar libero corso alla scarica delle energie reattive. La intensità e la specie di cotesta ansia sono analoghe alla specie ed alla intensità dell’affettività sentimentale del motivo. La volontà è tra due poli della vita psichica: tra la emotività, che attira ed assorbe tutte le risorse di equilibrio della coscienza, e l’idea motrice o suggestiva dell’intento dell’azione esteriore. Or, nei riguardi del delinquente, egli è d’uopo ricordare, che lo stato di ansia, qui accennato, si riconnette, molto di frequente, a due emozioni di cui dobbiamo tenere gran calcolo, la emozione della _paura_ e la emozione dell’_ira_ o della _collera_.

Il Lange, il Bain, il Ribot ed il Mosso ci hanno data la descrizione più accurata dei sintomi fisici e psichici della paura. Noi li riassumeremo seguendo segnatamente il Lange[79], che, se non andiamo errati, è sulla materia lo scrittore più autorevole. La paura è ligata alla tristezza: in ambedue evvi paralisi dell’apparato motore volontario e costrizione spasmodica dei vasi-motori; però, alla paura è da aggiungere una contrazione spasmodica di tutti i muscoli organici, ed un sentimento d’_oppressione_, con consecutivo sforzo centrifugo cerebrale o segni esterni somatici abbastanza pronunziati.

Il Ribot nota, che la psicologia della paura comprende due momenti ben distinti da studiare. Il primo momento sembra rapportarsi a tendenze ereditarie che appariscono molto evidenti nell’età infantile dell’uomo. Al secondo momento appartiene la paura cosciente, ragionevole, posteriore alla esperienza. Essa ha per base la memoria, non intellettuale, ma affettiva; onde si è accessibile al timore nella misura in cui la rappresentazione del male futuro è intensa, cioè a dire affettiva e non intellettuale, sentita e non concepita. Presso molti l’assenza di paura non è che un’assenza di immaginazione[80].

Circa la emozione della collera ci basti, per ora, notare, col Ribot, che ella ha origine dall’istinto di conservazione individuale, sotto la forma offensiva; e che, secondo Bain, può definirsi: una impulsione cosciente che spinge ad infliggere una sofferenza ed a trarre da ciò un piacere positivo.