Part 11
L’io, disgregato, si sdoppia e si prospetta alla mente personeggiato in duplice immagine: le due coscienze per un momento acquistano opposta omogeneità; il contrasto dinamico di prevalenza si accentua nell’antagonismo di ricordi del passato e di realtà del presente, e, perdutosi il freno di arresto, le idee, i sentimenti si svolgono con la fuga tumultuosa del delirante. «Che! Temo io me stesso? Qui non è alcun altro; Riccardo ama Riccardo; io, son pure io ... È qui qualche omicida? No; ... sì; io ci sono,.. allora si fugga ... Che! Da me stesso? Efficace movente ... Come?... Per paura della mia vendetta ... Oh? Di me, sopra di me? Oimè, io amo me stesso»[61].—Finalmente, nel turbinìo della mente, la coscienza riacquista un certo equilibrio instabile: il passato s’integra col presente e l’uomo, giudicando sè medesimo, si prevale, in parte, delle proprie energie e si accascia sotto il peso d’una realtà tenuta nascosta per forza di abituale dissimulazione.
«Perchè? Per qualche bene ch’io stesso abbia a me stesso fatto? No, sciagurato, mi abborro piuttosto per opere ree da me concepite. Io sono uno scellerato ... No, mento, tale non sono ... Insensato, di’ bene di te ... Insensato, non adularti. La mia coscienza ha mille lingue, ed ognuna di esse ha il suo racconto, ed ogni racconto mi condanna come uno scellerato. Lo spergiuro, lo spergiuro, al sommo grado; l’omicidio, il crudele omicidio, in tutta la sua efferatezza; tutti i delitti, praticati tutti nelle loro varie forme, si accalcano alla sbarra gridando: Colpevole! colpevole! Mi è forza disperare ...»[62].—L’isolamento dell’animo porta lo sconforto; l’ambizione, perduta l’aureola delle intime risorse, cade abbattuta dinanzi al minimo ostacolo; l’annichilimento dello spirito, ultimo termine di dissoluzione affettiva, paralizza la forza del volere e l’anima si spegne nel doloroso rimpianto d’una pietà che si sa di non meritare. «Nessuno mi ama e, se muoio, nessuno mi rimpiangerà..... In effetto, perchè lo farebbero? Dacchè io stesso in me non trovo alcuna pietà per me ... Mi parve che le anime di tutti coloro che ho trucidato venissero nella mia tenda e che ognuno minacciasse per dimani vendetta sulla testa di Riccardo»[63].
Passata l’onda tempestosa del rimordente delirio, ritorna, con la calma dello spirito, la insensibilità, lo scetticismo. In Riccardo la psiche criminosa è, come dicemmo, solidamente organizzata; la propensione al delitto ha la scaturigine nel sentimento di orgoglio, nella speranza di soddisfare la sfrenata ambizione d’un regno. Non manca perciò la tenacia delle imprese, il coraggio di eseguirle. Ed i propositi rei, tuttochè alle volte impulsivi, si fondano in convincimenti, che hanno modificato completamente l’interno ambiente morale. La fortezza di propositi e la tempra salda di carattere pel criminale evoluto son suffragate dal disprezzo di principî direttivi della comune condotta; egli sente di impersonare una forza che fa eccezione in mezzo ai simili, e se ne vanta e si adopra di conservarne la dignità, aureola di luce fosca e di triste augurio. «La coscienza—egli dice—è parola che adoprano i codardi, inventata per tenere i forti in rispetto; le nostre nodose braccia siano la nostra coscienza; le nostre spade siano la nostra legge»[64].
Francesco Moor, sorpreso dall’estremo pericolo, presso a soccombere vittima dell’imperversare di furibondi nemici, trema, si dispera, finisce col suicidio. In lui la degenerazione fisica avea il sopravvento sulle tendenze morali; epperò, di fronte al pericolo, il coraggio mancò, per dar luogo allo estremo sussidio di animo debole e disperato, il suicidio. Riccardo, per esuberante combattività, trova in sè la leva di coraggio e di audacia; pugna e cade sul campo di battaglia, incontrando la fine degna di ben altra sorte!
CAPO IX.
La dinamica della psiche criminosa.
1. Efficacia genetica del motivo.—2. La psicologia delle _idee-forze_; stadî integrativi di coscienza percorsi dal motivo.—3. Stadio di discernimento del motivo.—4. Stadio di rappresentazione piacevole o dolorosa; conseguenze, dei due descritti stadî, nella vita psichica del delinquente; le manifestazioni istintive; meccanismo dell’attenzione criminosa.—5. La dottrina della conoscenza ed il problema del contenuto dinamico del pensiero; l’unità di legge nella natura, nel pensiero, nella storia; come agisca l’energia criminosa nell’atteggiare diversamente la psiche.—6. Influenza della immaginazione o della fantasia nel processo psichico del delinquente,—7. Analisi, della detta influenza, specialmente nel delinquente epilettico ed in quello affettivo.—8. La legge di _rassomiglianza_ e la legge di _contiguità nel tempo e nello spazio_, e la dinamica della psiche criminosa.—9. La dinamica psichica del delinquente negli atti del volere.—10. Lo stato di ansia conseguenza della polarizzazione della volontà criminosa; psicologia dell’emozione della paura; differenza tra l’atto spontaneo ed il volontario.—11. Le oscillazioni del volere ed il relativo processo meccanico-cerebrale.—12. Gli atti _alternanti_ o _intermittenti_ di azioni di motivi sopraggiunti; esempio dell’Alfieri nell’_Agamennone_.
=1.=—Il motivo, com’è stato da noi concepito, è il dato mentale o primordiale della vita psichica. Esso, tuttochè si apprenda isolatamente, non resta staccato dalla serie degli atti precedenti di coscienza; ma si fonde e si integra coi medesimi. «Nel cosmo mentale di un individuo—scrive l’Ardigò—i dati cogitativi emergono e stanno come emergono e stanno le cose nel cosmo materiale universo. Qui per una data pianta, ad esempio, si deve pensare, che il seme, onde è nata, è il compendio di una serie infinita di azioni esercitate dall’ambiente a ridurlo alla sua specie; e si deve pensare, che lo sviluppo del seme stesso esige l’azione su di esso del terreno, dell’acqua, dell’aria, del calore, della luce, che operano in quanto il potere loro è determinato dall’insieme di tutte le esistenze; e si deve pensare, che lo stesso è da dirsi per la continuità della esistenza come individuo vegetante, il quale, come tale, si risente di quanto avviene nell’ambiente più distante, fino a quello infinitamente lontano. E allo stesso modo è un pensiero nel cosmo mentale. Nascendovi, concorrono tanto o quanto tutti gli altri a farlo emergere come emerge; standovi, non vi sta isolato, ma coll’accompagnamento, anzi col sostegno, per quello che apparisce che sia, di tutta la psichicità già preparata»[65].
A parte la quistione se le rappresentazioni sieno di origine primitiva o derivata nella dinamica della psiche, certa cosa è che i fenomeni mentali sono in sè stessi _appetizioni_, le quali, contrariate o favorite, si accompagnano a sensazioni dolorose o piacevoli; in conseguenza, essi sono delle _azioni_ e _reazioni_ (Fouillée).
Allorchè noi parliamo di motivo, dobbiamo estenderne la efficacia dinamica a tutta la serie degli atti psichici, la totalità dei quali, in forma permanente o transitoria, s’incentra nelle qualità psicofisiche organiche fondamentali, ereditate od acquisite, dell’individuo.
È grande illusione di considerare, nel prodotto psichico del delitto, i coefficienti dinamici in modo separato e formanti, ciascuno di per sè, il contenuto logico dell’azione; donde l’erroneo sistema di ricorrere senz’altro a questo o quel movente, o fattore, morale, etnico, sociale ed economico, per spiegare il perchè del delitto.
Il motivo è energia, è attività, è azione: dalla sensazione, percezione o rappresentazione fino al volere non vi sono che stadî di trasformazione e di integrazione della energia iniziale; è perciò che il motivo da efficiente finisce col convertirsi in finale. La psicologia delle idee-forze svolta dal Fouillée credo che abbia l’identico fondamento dei concetti qui enunciati: per essa gli stati mentali debbono avere efficacia interna ed indivisibilmente esterna in ragione della unità del fisico e del morale. Il principio donde parte la psicologia delle idee-forze è il seguente, che stabilisce l’unità di composizione mentale: «Ogni fatto di coscienza è costituito per un processo di tre termini inseparabili: 1^o un discernimento qualunque, il quale fa sì che l’essere senta il suo cambiamento di stato, ed è così il germe della sensazione e della intelligenza; 2^o un _benessere_ o _malessere_ qualunque, per quanto sordo che vogliasi, ma che fa sì che l’essere non sia _indifferente_ al suo cambiamento; 3^o una _reazione_ qualunque, la quale è il germe della preferenza e della scelta, cioè a dire dell’appetizione. Quando questo processo indivisibilmente sensitivo, emotivo e appetitivo, arriva a riflettersi su sè stesso e a costituire una _forma_ distinta della coscienza, noi l’appelliamo, in senso cartesiano o spinoziano, una _idea_, cioè a dire un _discernimento_ inseparabile d’una _preferenza_»[66].
Il motivo, qualunque forma psichica prenda, o di sentimento o di idea, deve percorrere i seguenti stadî integrativi di coscienza: 1^o stadio, _discernimento_ d’un cambiamento avvenuto; 2^o stadio, _rappresentazione_ piacevole o dolorosa del cambiamento; 3^o stadio, _discriminazione_ del perchè del cambiamento; 4^o stadio, _fusione_ coi precedenti stati emotivi od ideativi, con analoga eliminazione degli stati antagonisti; 5^o stadio, _unificazione_ qualitativa della energia specifica criminosa; 6^o stadio, _unificazione_ quantitativa dell’attività iniziale dell’azione.
=2.=—Giustamente osserva Fouillée, che il discernimento di cambiamento di stato sia il germe della sensazione e della intelligenza. La cenestesi, o sensibilità generale, non si specificherebbe, in qualunque prodotto sensitivo, se non ci fosse accordato il potere di concepire questo effetto isolatamente dagli altri, di discernerlo e di fissarlo nel campo del pensiero. Dal punto di vista dell’intelligenza, aggiunge Fouillée, il discernimento può essere implicito, quando un solo termine è presente allo spirito, senza comparazione con altro. Ma la facoltà di discernere non si sviluppa che con la scelta: se noi abbiamo coscienza delle _differenze_, principalmente sensitive, è perchè queste differenze sensitive trascinano delle differenze reattive. «Si può anche andar più lontano e dire, che ogni discernimento contiene già una scelta pratica rudimentale, che ogni determinazione intellettuale è nello stesso tempo una determinazione dell’attività, sopratutto nei sensi primordiali, i quali sono per essenza vitali, e dove la reazione è inseparabile dalla sensazione. Discernere il piacere di mangiare ed il dolore della fame è indivisibilmente preferire l’uno all’altra. I discernimenti in apparenza indifferenti sono un risultato ulteriore; anche in questo caso l’adesione, che noi accordiamo a ciò che ci apparisce tale o tale, è ancora una preferenza intellettuale, una determinazione in un senso piuttosto che in un altro, ciò che, ben inteso, non implica alcun libero arbitrio»[67].
L’unità indissolubile del _pensare_ e dell’_agire_ è la legge psicologica di importanza capitale riassunta nella espressione di _idea-forza_.
In cotesto primo stadio, di discernimento del motivo o di energia cosciente nel cambiamento dei precedenti stati di coscienza, ha molta importanza la _inerzia psichica_. Ciascuno, in fatti, si accorge dello sforzo adoperato ogni qualvolta la coscienza debba modificare il suo stato totale o parziale: la causa è nella forza di resistenza delle energie organizzate, massimamente per la fusione con gli elementi statici dei residui psichici del passato. L’inerzia, però, della psiche dev’essere intesa non in senso assoluto, ma in relazione al movimento già stabilito con dato ritmo; mentre il cambiamento, sostituendo novello ritmo, mette in giuoco attività che prima o restavano tuttavia in istato latente, ovvero non erano discernibili alla coscienza.
Il lettore si sarà accorto che, trattando della dinamica della psiche criminosa, noi completiamo quanto scrivemmo intorno alla dinamica dei motivi. Allora vedemmo la efficacia _isolata_ del motivo, ora ne esaminiamo l’azione complessa, nell’insieme di tutti gli stati psichici costituiti ed unificati organicamente.
=3.=—Lo stadio di rappresentazione psichica integrativa della energia criminosa, messa in giuoco dal motivo, è contrassegnato da stato piacevole o doloroso; di che abbiamo esaurientemente discorso trattando della genesi evolutiva e dissolutiva delle emozioni o della vita affettiva.
La legge di composizione e decomposizione della vita fisica, per l’alternarsi continuo di fenomeni di riparazione e di consumo, vale ancora per la vita dello spirito, dove la funzionalità cosciente si polarizza o in sensazione piacevole o in sensazione dolorosa. È da questo momento che l’attività cogitativa, servendosi dell’appercezione, afferma la propria esistenza di forza autonoma o differenziata e l’io personale comincia a costruirsi con materiali consistenti. Il mondo ambiente non è più visto al di fuori, ma si soggettivizza e le energie, che ci partecipa, prendono il posto, che meritano, negli atti successivi o coesistenti interni. L’io, in quanto afferma il novello stato rappresentativo, afferma se stesso, e pone la base d’una realtà soggettiva, che ha il corrispettivo dinamico nel prodotto di attività psichica risultata dalla somma delle energie precedenti fuse con la energia del motivo. Essendo così, la ragione dell’affermazione della rappresentazione non deve attingersi in altro principio che in quello di necessità di effettuarsi. «Per cui—scrive Ardigò—colle diverse forme della rappresentazione si hanno pure diverse forme dell’affermazione. E cioè, affermazione del dato puro della sensazione nella psiche iniziale o del dato integrale nella psiche adulta; del dato di coesistenti o del dato di successivi; del dato intuitivo o del dato discorsivo; del me o del non me; del sentito o del percepito o del ricordato o del riconosciuto; del singolo o del concreto o dell’astratto; del reale o dell’ideale; dell’_a priori_ o dell’_a posteriori_; del relativo o dell’assoluto; del necessario o dell’esistente o del possibile»[68].
=4.=—I due primi stadî integrativi, di cambiamento di stato e di rappresentazione con funzionalità piacevole o dolorosa, portano, nella vita psichica del delinquente, o un’alterazione nelle manifestazioni istintive, ovvero il processo di attenzione più o meno intenso e duraturo. Il Despine bene osserva «che, quantunque l’organismo presieda alla natura delle facoltà istintive, nel senso che noi non possediamo se non quelle di cui esso permette la manifestazione, e che queste facoltà cangiano di natura a misura che i nostri organi subiscono profonde modificazioni o impressioni passeggiere, c’inganneremmo molto se attribuissimo tutti i cambiamenti, che hanno luogo nelle manifestazioni morali, a delle cause fisiche, a delle modificazioni o a delle impressioni organiche. Si operano cambiamenti considerevoli nel carattere, sotto l’influenza di cause le quali eccitano vivamente certi sentimenti rimasti latenti, e la cui attività sostituisce quella di altri sentimenti che avevano predominio fino ad allora nell’individuo»[69].—Lo stadio di cambiamento, dunque, nella psiche del delinquente, riducesi al destarsi di attività istintive latenti con immediata formazione di tendenza verso l’azione.
Non si saprebbe comprendere come mai il criminale nato, a cui la sensibilità morale fa completamente difetto, trovi in sè le risorse di una potenzialità di tanta attività da meravigliare. «Se l’individuo moralmente insensibile—scrive Despine—la perversità del quale non è affatto attiva, si trova in condizioni che gli permettono di soddisfare i suoi gusti con fortuna, ed alcuna causa non interviene ad eccitare vivamente in lui dei desideri perversi, la sua insensibilità morale non si manifesterà punto, non avendone l’occasione. Questo uomo, tuttochè moralmente insensibile, non essendo trasportato al male, si comporterà in maniera da non meritare biasimo. Tutte le cause che eccitano nelle popolazioni le passioni perverse, cagionano, presso un certo numero di individui, la manifestazione di loro insensibilità, rimasta latente per manco di una causa che abbia eccitato prima in essi dei desideri perversi, criminali»[70]. Il che può essere eziandio l’effetto momentaneo della influenza di violenta passione la quale, se imperiosamente lo richiede, è causa per cui qualcuno sia spinto a commettere un misfatto proprio allo stesso modo di chi sia in permanenza privo di senso morale. Ma, tostochè cessa lo stato passionale, ed accade in generale molto prontamente dopo l’atto compiuto, il senso morale si fa sentir di nuovo e, vivamente compunto, da luogo al rimorso[71].
Per legge fondamentale dinamica evvi, dunque, gran differenza tra l’attività psichica iniziale del delinquente nato e quella del delinquente per passione; nel primo è la energia latente istintiva, che si mette in giuoco, nel secondo il cambiamento è l’effetto transitorio di eccitamento passionale.
Il criminale che uccide per uccidere, che ruba per soddisfare piuttosto al potere imperioso istintivo e non al desiderio di procacciarsi dei mezzi necessarî ai bisogni; che incendia, distrugge sotto l’azione di impulsioni irresistibili, non trova affatto nel compimento delle sue opere il corrispettivo di piacere o di dolore. Tanto è vero che, molte volte, non ne serba ricordo; pare che abbia agito in istato d’incoscienza. Il contrario interviene pel delinquente di occasione, gli atti del quale sono l’effetto transitorio di momentanea sospensione della vita affettiva altruista; forse potrà in esso appalesarsi la più grande ferocia, ma, tornata la calma, l’animo riacquista il perduto equilibrio sentimentale ed il malfatto è causa di rimpianto.
Non essendo la vita affettiva in giuoco, o per la qualità dello stimolo o per la natura del soggetto passivo, bensì la vita cogitativa, il cambiamento di stato è rappresentato dall’atto col quale la mente prende possesso in forma limpida e vivace di uno fra tanti oggetti o fra diverse correnti di pensieri che si presentano come simultaneamente possibili (James). In simile atto, di spontanea o volontaria attenzione, la finalità è di localizzare la coscienza concentrandone la peculiare energia, e ciò vuoi pel maggiore interessamento che alcun elemento sperimentale ha per noi, vuoi perchè ne siamo sollecitati dalla impulsione inerente ad ogni cambiamento avvenga nel dominio dello spirito. L’analogia riscontrata dal Wundt[72] tra l’attenzione, rispetto alla coscienza, e la fissazione rispetto alla retina dell’occhio, sembrami molto esatta. L’attenzione è sforzo _selettivo_; è processo di arresto ed è funzionamento diretto del potere inibitorio.
Fissandosi la rappresentazione sulla linea degli assi visuali della mente, si prospetta con più chiarezza e distinzione. Ma, si è detto che tutto ciò non è che effetto di _interessamento_ e di _impulsione_ emotiva; la qual cosa ci richiama al punto vero della indagine, il punto in cui la dinamica del motivo si converte in dinamica rappresentativa e cogitativa pel delinquente.
L’attenzione è sollecitata a concentrarsi, sul novello stato interno, dall’appetizione di qualche cosa di cui si sente il difetto o la mancanza: quest’appetizione già di per sè equivaleva ad un movimento vago ed indeterminato con tendenza a determinarsi. E poichè, per legge meccanica, il movimento cominciato nell’organismo si continua, si propaga e si traduce in atto, basta che vi si offra l’incentivo perchè l’appetizione prenda consistenza e si idealizzi, non solo, ma partecipi la energia alla rappresentazione presente alla mente in contrapposizione della cosa di cui si abbia difetto o mancanza, e ci spinga ad opere di estrinsecazioni necessarie a renderci soddisfatti. La scaturigine del movimento della appetizione è nel ricordo di atti e di godimenti reali o possibili, che si provarono pel possesso della cosa in difetto o mancante, o che si ha speranza di provare in conformità della esperienza fatta su altri: indi ne risulta la verità del principio Spenceriano, che la tendenza a produrre un atto non è altro che l’eccitazione nascente dagli stati psichici implicati in quest’atto. In altri termini, la idea d’un movimento è questo movimento cominciato e, per conseguenza, l’idea intensa ed esclusiva d’un movimento trascina il movimento reale (Fouillée). Un ladro, ad esempio, si decide a commettere un dato furto: il fondamento dinamico di questo atto psichico implica parecchi dati: 1^o che si senta il bisogno di qualche cosa di cui si abbia difetto o mancanza; 2^o che questa qualche cosa sia proprio presente alla mente; 3^o che la rappresentazione avutane abbia prodotto un cambiamento nello stato di coscienza; 4^o che insieme al bisogno sia nato il desiderio della cosa e l’animo versi nello stato di agitazione o movimento, sollecitato, più o meno, dalla intensità del bisogno; 5^o che la idea di aver posseduta la cosa e volerla ripossedere, ovvero la speranza di possederla, eserciti azione stimolatrice acciò il movimento interno indeterminato si determini e la impulsione del bisogno si trasformi in energia attrattiva dell’intento perseguibile. Veggasi, quindi, che l’opera dell’attenzione a fissare, nel campo della coscienza, qualche corrente di pensiero, o ad arrestarne l’apparizione, per risentirne la efficacia dinamica, deve riferirsi alla legge di unità continuativa dei processi psichici; nel senso che l’insorgenza di qualche stato di coscienza, obbietto dell’attenzione, si connetta alla esistenza di precedenti stati. La fatta osservazione ha la riprova eziandio nelle singole impulsioni di delinquenti nati, pazzi od epilettici che siano.
Che è mai la manìa omicida se non la impulsione irresistibile ad estinguere la vita dei simili? Ebbene, anche in ciò non si constaterebbe la tendenza a sparger sangue, se non se ne sentisse il bisogno, e se in precedenza non si fosse creato nell’animo quello stato di agitazione, di commozione, di cui l’ultimo termine è il delitto. La differenza, anche qui, tra il delinquente nato ed il delinquente d’occasione risiede nel dato psichico; che pel primo il movimento psichico iniziale è originato da costituzione organica, è istintivo, e l’_attenzione_ non fa che _passivamente_ risentirne l’eco con risonanza stridente; pel secondo l’attenzione è analoga ai precedenti stimoli ed alla energia del motivo che ha dato l’estremo impulso all’azione.
=5.=—Trattando della dinamica dei motivi e delle norme generali della nostra disciplina, parlammo del terzo e del quarto stadio percorsi dal motivo: qualche cosa sentiamo di dover aggiungere sul quinto e sesto stadio, vale a dire intorno alla unificazione qualitativa della energia specifica criminosa, ed alla unificazione quantitativa dell’attività iniziale dell’azione.
Premettiamo, che la dottrina della conoscenza sembra che abbia risoluto, con probabile competenza, il problema dell’origine del contenuto dinamico del pensiero, nonchè delle forme graduali in cui successivamente si va esplicando. Il funzionamento cerebrale presuppone il funzionamento fisiologico dell’organismo, ed il funzionamento fisico il mondo ambiente. La sfera dell’attività psichica è l’ultimo modo di essere dell’attività fisica della natura e dell’attività biologica; il pensiero, dunque, in quanto si organizza, è la formazione naturale più alta nella scala delle sottostanti formazioni puramente inorganiche ed organiche. Il cervello non è solo l’organo di risonanza delle note armoniche, onde la natura afferma la sua esistenza e la evoluzione ritmica dei fenomeni; nè è lo specchio che riflette, semplicemente, in vane immagini il mondo esterno; ma è l’organo d’una manifestazione reale delle energie della natura, è l’estremo limite in cui si polarizza la vita nella immanenza di movimento conservato con equivalenza.