Part 10
Le continue esplosioni di mal compresa ira, le invettive fiorite sì spontanee sulle labbra del mostro, tuttochè a lui fossero minacciati atroci castighi, vi fanno indovinare che la sua psiche era tuttavia involuta, sotto l’azione immanente di stimoli senza freno, non illuminata dalla luce del vero, non confortata dal desiderio del bene. La scena seconda del secondo atto è tutta una rivelazione incomposta della natura primitiva e bestiale dell’uomo. Caliban, con un carico di legna, si avvia verso casa di Prospero: si ode il rumore del tuono e lo schiavo non sa che profferire maledizioni di odio e di vendetta. «Tutte le infezioni—egli esclama—che il sole estrae dalle acque stagnanti, dalle paludi e dai pantani, cadano su di Prospero e lo convertano in tutto una piaga. I suoi spiriti mi ascoltano, e nondimeno mi è forza il maledirlo!» La fantasia, non sorretta dal sussidio della ragione, facilmente si turba ed è preda di balorde illusioni. Caliban crede nella grande arte magica di Prospero: vede attorno a sè scimie che gli fanno i versacci; tal’altra ei son ricci che gli stan sotto i piedi ignudi appuntando le loro spine; spesso egli è tutto fasciato di serpenti, che colle loro lingue forcute gli sibilano nelle orecchie in modo da farlo diventar pazzo. Egli vede avvicinarsi il buffone Trinculo e, prendendolo per uno spirito, gittasi bocconi per terra, sperando di non esser visto. Gli si avvicina Stefano e Caliban prende lui e Trinculo per discesi dal cielo. È appellato mostro assai balordo, debole e credulo, ed è schernito; ma egli di nulla si risente ed a coloro che lo insultano risponde con atti sommessi, con parole melate, con profferte di obbedienza e di servitù. Traspare, nonpertanto, in tutto ciò, l’istinto vendicativo del criminale e l’accenno a qualche disegno delittuoso che cominciava a profilarsi ed a prender forma nella mente. Il mostro—ed è qualità di animi degenerati—abbassa la sua dignità fino a voler leccar le zampe a Stefano; lo circuisce, lo lusinga, lo attrae a sè soffrendo le più atroci ingiurie, gli scherni più inumani. Dimentica ogni cosa che lo circonda, non pensa che alla vendetta, a procacciar la morte di Prospero con orrendo assassinio. In quell’anima mostruosa, impasto informe di degenerazione ereditata dalla strega Sicora, la donna da’ sortilegi e da’ malefizî, e di sentimenti sistemati, per lungo adattamento, di odio cieco e di malfrenata ira, il delitto si vien disegnando con tinte fosche, con particolari di inaudita ferocia. La simulazione, l’astuzia, trasparenti nel linguaggio accorto e melato, si scovrono; il criminale, in formazione, non sa concepire le difficoltà del progetto, non vede ostacoli: la vendetta si materializza, e la mente, funestata da luce vermiglia di sangue, gode di prospettare innanzi a sè la scena omicida; ei ne racconta i particolari ed anima Stefano a metterli ad esecuzione. Promette di accompagnare costui alla capanna di Prospero; glielo farà trovare addormentato e potrà conficcargli un chiodo nella testa!
E, come se ciò non bastasse, aggiunge: «egli ha il costume di dormire dopo il mezzodì; allora potrai strappargli le cervella, essendoti prima impadronito dei suoi libri; o potrai con una pertica fendergli il cranio, o sventrarlo con un palo, o tagliargli l’arteria maestra col tuo coltello. Ricorda di impadronirti prima dei suoi libri, chè, senza di essi, egli non è che uno sciocco come son io, nè ha più uno spirito al suo comando ... Ma il più importante è la bellezza di sua figlia; egli stesso la dice incomparabile; non ho veduto altre femmine che mia madre Sicora e lei; ma ella è così superiore a Sicora, come quello che v’è di più grande è superiore a quello che vi è di più piccolo».—L’odio è tal sentimento che, se mette nel cuore le radici, aduggia e perverte ogni impulso, sia pure sensuale, istintivo, fortemente passionale. Il pervertimento morale spinge, fin’anco, Caliban a persuadere Stefano al delitto, solleticandolo colla speranza della conquista di Miranda, la bella fanciulla pel cui amore perdette le grazie di Prospero—È proprio così bella fanciulla?—dimanda Stefano: ed egli: sì, monsignore; starà a meraviglia nel tuo letto, te ne assicuro, e ti darà una magnifica prole»—Stefano è deciso: «mostro, io ucciderò quell’uomo; sua figlia ed io saremo re e regina». Gli assassini son pronti al delitto; ma Prospero è sull’avviso. Egli è compreso di meraviglia per l’indole sì perfida di Caliban: «un demonio, un vero demonio, per cui l’educazione può nulla; per cui vane, interamente vane furono tutte le pene che pietosamente mi presi; e, come, col crescer degl’anni, cresce la sua deformità corporea, così si corrompe la sua anima». Avvicinasi il momento di operare; Stefano, Trinculo sono presso la grotta di Prospero: Caliban, nell’ebbrezza di entusiasmo e di gioia pel delitto, esclama: «te ne prego, mio re, fermati. Vedi tu costà? Questa è la bocca della grotta: entra senza strepito. Compi questo _bel_ maleficio, che farà tua sempre quest’isola, ed io, tuo Calibano, leccherò per sempre i tuoi piedi». Ma essi sono assaliti da parecchi spiriti sotto forma di cani che, incitati da Prospero e da Ariele, si avventano sui tre malandrini e li mettono in fuga.
Caliban, _tanto deforme_, come Prospero afferma, _nella parte morale come nella fisica_, insuscettibile di miglioramento, si arresta _involuto_ tra le tendenze della bassa animalità. Non l’idea del vero, non il sentimento del dovere han presa in quella coscienza mostruosa: solo la fantasia, facoltà puramente sensibile, talora gli apre la mente alla visione di immagini e di cose che, dilettandolo, lo sollevano ad una sfera alquanto superiore: in quel momento la bestia tace e spunta l’uomo, al cui sguardo appariscono novelli orizzonti di idealità e di bellezza. «Non aver paura—Caliban dice a Stefano—l’isola è piena di suoni, di rumori, di arie dolci, che dilettano e non fan male. Talvolta sento mille istrumenti sonori a rombarmi all’orecchio; e talvolta odo voci che, se mi fossi anche allora svegliato dopo un lungo sonno, mi fanno dormir di nuovo; poi, nei miei sogni mi sembra di veder aprirsi le nubi, per mostrarmi in procinto di cader su di me le più belle cose; e allora, svegliandomi, desidero di sognare ancora!».
=4.=—Altro tipo di delinquente in formazione, meravigliosamente abbozzato, è il Tersite di Omero.
Non venne a Troia di costui più brutto Ceffo: era guercio e zoppo, e di contratta Gran gobba al petto; aguzzo il capo, e sparso Di raro pelo..........[47].
In lui l’istinto della malvagità si era arrestato al disotto della soglia della coscienza criminosa: non il delitto, ma i bassi sensi dell’odio, dell’invidia lo mettevano in mostra e gli procacciavano la repugnanza o lo scherno di tutti. Se l’assemblea del popolo si riunisce per udire i progetti di Agamennone, e se Ulisse interviene, assieme a Nestore, per esortare i Greci a proseguire la guerra, il petulante Tersite non resta di gracchiare e fa tomulto.
Avea costui Di scurrili indigeste dicerìe Pieno il cerébro, e fuor di tempo e senza O ritegno o pudor le vomitava Contro i re tutti; e quanto a destar riso Infra gli Achivi gli venia sul labbro, Tanto il protervo beffator dicea[48].
Le rampogne del triste, senza motivo, erano l’effetto di impulsività perversa: egli rivolse ad Atride ingiurie atrocissime. Ma gli fu sopra repente il figlio di Laerte e, guatandolo torvo, gridò:
Fine alle tue Faconde ingiurie, ciarlator Tersite; E tu, sendo il peggior di quanti a Troia Con gli Atridi passar, tu audace e solo Non dar di cozzo ai re, nè rimenarli Su quella lingua con villane arringhe, Nè del ritorno t’impacciar; chè il fine Di queste cose al nostro sguardo è oscuro, Nè sappiam se felice o sventurato Questo ritorno riuscir ne debba[49].
Così dicendo, gli percuote con lo scettro le terga e le spalle; il manigoldo si contorce e lagrima dirottamente:
Di dolor macerato o di paura S’assise, e obliquo riguardando intorno, Col dosso della man si terse il pianto[50].
Gli Achivi si rallegrarono di quella scena; in mezzo alla tristezza sorse il riso e vi fu chi (interpetre della comune opinione) dicea:
Molte in vero d’Ulisse opre vedemmo Eccellenti e di guerra e di consiglio; Ma questa volta fra gli Achei, per dio! Fe’ la più bella delle belle imprese, Frenando l’abbaiar di questo cane Dileggiator. Che sì, che all’arrogante Passò la frega di dar morso ai regi?[51].
=5.=—In delinquenti di simile specie nè la minaccia della legge, nè la sanzione o morale o sociale han freno di sorta: il potere assoluto dell’animalità non ancora differenziata in tendenze più umane, avendo la insidenza in organismi in formazione ed a cui l’avvenire forse, sviluppando i germi del male, contrapporrà i rimedî del bene, priva l’individuo di regolare le proprie azioni con intenti altruisti e lo tiene stretto alla dura necessità istintiva. Per i medesimi, ugualmente che per qualunque delinquente a forma tipica di degenerazione organica, va ben appropriato ciò che Tucidide mette sulle labbra a Diodoto, che, combattendo l’opinione di chi consigliava doversi dar morte a quei di Mitilene, osserva: «l’uomo è tratto dalla sua stessa natura ad errare; nè vi ha legge atta a ritenerlo; ed invano sono stati trovati e profusi i più crudeli supplizî per tenere in freno i malvagi. Ed egli è a credere, che ab antico fossero assai più miti le pene, ma che, non valendo a porre riparo ai misfatti, elle s’inacerbissero fino al punto di punire di morte. Ma, per dirla in brevi parole, ella è stolta cosa il credere che le leggi o il timore di ogni più grandissimo male ritenga l’uomo dall’errare, allorchè vel trascina una irresistibile natura»[52].
=6.=—Il delitto, allo stadio di sviluppo, si trasmuta in forza specifica del complesso organismo individuale. Gli elementi, innanzi discorsi, concorrono tutti insieme, o in parte, a plasmare il nuovo essere, che, differenziandosi, prende il suo posto di dinamica sociale col causare effetti disorganizzatori del concetto etico e giuridico di ordine. La nuova personalità può percorrere tutti i gradi ascendenti di integrazione anomala, dal più basso, a cui appartiene il crimine per assenza ereditaria di controstimoli e per deficienza di attività intellettuale, al più alto rappresentato dal delitto geniale, preparato ed accompagnato dal proteiforme corteggio di astuzia, di riflessione, di tradimento, di insidia: onde più grande sorge il pericolo sociale e più urgente l’obbligo di prevenzione e di repressione. Accetto la teorica del _delitto naturale_ escogitata dal Garofalo, consistente in un fatto nocivo dei sentimenti altruisti elementari, la _pietà_ e la _probità_. Ma, a dir vero, simile teorica, tuttochè scientificamente sostenibile, non ha che valore puramente metodico; essa, limitandosi alla parte sopra tutto emotiva dell’azione criminosa, ne trascura i rimanenti fattori psicofisici, che, organizzandosi, per tendenze ereditarie o attitudini acquisite, si assommano in intimo meccanismo individuale, con equivalenza e funzionamento di speciale energia.
Il meglio che sia possibile ci adopreremo di rendere vieppiù evidente il nostro pensiero; il che faremo col ricorrere a qualche esempio che possegga la virtù di metterci sott’occhio in forma vivente e drammatica quanto la scienza ci apprende. Nè ad altro sussidio potremo più opportunamente far capo che all’arte, la quale, come ben dimostrò l’Alimena, si accompagna con la scienza: ad ogni manifestazione scientifica, come ad ogni manifestazione sociale, corrisponde una parallela manifestazione artistica. E questo parallelismo non è nuovo, poichè esso è inerente alla natura umana; per cui, dato un problema, il quale, per così dire, acquista tanto volume da occupare buona parte dell’aria che si respira, ciascheduno deve assorbirne una parte, e, alla sua volta, la comunica agli altri, secondo le sue proprie attitudini[53].
Esamineremo Riccardo III di Shakspeare con uguale intento pratico ed esito abbastanza proficuo onde esaminammo Macbeth del medesimo, i Masnadieri di Schiller ed alcuni drammi di Ibsen. Per penetrare nei profondi ed oscuri abissi del cuore umano non havvi guida più fida che i lumi prestatici dall’arte, e, chi sappia servirsene, renderà più evidenti e sicure delle norme il cui valore altamente scientifico o non è, di per sè, bene appreso, o lascia sempre incancellabili tracce di dubbio.
=7.=—Iago e Riccardo III—scrive l’Alimena—sono i delinquenti per eccellenza: in essi, cercheremmo invano la più lieve orma di rimorso[54].
Non siamo interamente d’accordo; poichè, se Iago ordisce, pari ad un freddo ed abile giuocatore di scacchi, insidie all’altrui felicità, per odio e gelosia dell’altrui grandezza, non mostra di sentire l’impulso cieco aberrante del delitto: in lui la dissoluzione si arresta alla sfera della vita morale.
Riccardo III, invece, trova i germi di rassomiglianza nei grandi delinquenti del teatro tragico greco, in Egisto specialmente, e fu il modello cui ebbe presente Schiller nell’ideare Francesco dei Moor, questo tipo di criminale tra l’istintivo, il pazzo e l’impulsivo, rimasto famoso per chi ne comprenda l’importanza profondamente artistica e scientifica.
Riccardo III anche lui ha fondo ereditario degenerativo; il suo corpo, la sua anima troppo si rassomigliano. Egli, ruvidamente sbozzato, ha il viso asimmetrico; è deforme, zoppo, ridicolo nell’incesso: lo sa, e non osa rimirarsi allo specchio. Ma sa puranco di avere a disposizione una grande potenza malefica; e, poichè non gli è dato godere come gli altri, fa proposito di divenire uno scellerato e abborrire i frivoli diletti. Comincia l’infame vita di delinquente con l’uccidere Enrico VI; indi passa all’uccisione del di lui figlio Eduardo di Galles. Geloso del fratello Clarenza, usa insidiose macchinazioni per farlo venire in disgrazia del re e chiudere in prigione. La sua anima demoniaca è tutta palese fin dal principio dell’azione drammatica: Shakspeare, presentandolo intero nella sua mostruosità, ottiene l’effetto desiderato, di colpire la fantasia e di eccitare la riflessione a sprofondarsi nell’abisso dei misteri del cuore umano.
Siamo alla scena II dell’atto primo: si vede giungere un corteggio funebre; il corpo del re Enrico VI è portato in un feretro scoperto. Lady Anna, in gramaglia, lo accompagna e, versando amare lagrime, lo compiange ricordando il suo sposo Eduardo caduto vittima dalla stessa mano omicida di Riccardo. Costui si avvicina ed ordina che il feretro sia deposto: Anna lo redarguisce, lo insulta, gli ricorda il duplice assassinio, di Enrico e di Eduardo; dapprima egli nega, poi confessa con cinismo ributtante. Al ricordo, fatto da Anna, della virtù dello sposo, risponde, con scherno, dapprima che fosse tanto più degno del re del cielo che lo possiede; e poscia: riconoscente mi sia di averlo inviato in cielo, più adatto egli era a quel luogo che alla terra! Anna maggiormente se ne duole e lo maledice; ma qui avviene qualche cosa che davvero sorprenderebbe se la scienza non ci venisse in aiuto. L’energia criminosa è sommamente suggestiva: ce lo dimostra la psicologia dei _meneurs_, dominatori della folla delinquente; ce lo mostra l’esperienza di grandi malfattori dal fascino irresistibile nel destare ogni forma di passione nell’animo di persone che furono loro a contatto: Musolino conquistatore della protezione, della simpatia e dell’amore di donne di ogni ceto n’è esempio recente. Ebbene, avviene l’istesso per Riccardo: alla presenza d’un feretro, egli osa tentare il cuore di Anna; costei, dapprima sorpresa, poi renitente, in ultimo dubitante, finisce col cedere e col dare una promessa che era speranza di favorevole condiscendenza. Riccardo se ne meraviglia: Che!—egli esclama—Io che le uccisi lo sposo e il padre, trovarla nell’impeto del suo odio, colle maledizioni alla bocca, le lagrime agli occhi, accanto al testimonio sanguinoso che eccitava la sua vendetta, e in onta del cielo, della sua coscienza e di quel feretro..... io, senz’alcun amico che secondasse le mie preghiere, senza altro sussidio che l’inferno e i _miei sguardi diabolici_, vincerla? Sì, giuoco il mondo contro nulla, ch’ella è mia»[55].
Il colloquio con Margherita[56], l’infelice vedova di Enrico VI, è improntato ad un senso di ironia e di scherno, indice della insensibilità morale dell’omicida; anche il sentimento di gratitudine è messo in dileggio. Rimasto solo, Riccardo confessa a sè stesso le proprie colpe, le segrete tristizie che andava ordendo e che egli poneva a conto altrui. Fa porre in carcere Clarenza, e lo compiange, a suo dire, innanzi a molti stolti, quali sono Stanley, Hastings e Buckingham, sostenendo che la regina e la sua famiglia inveleniscano il re contro suo fratello. «Questo essi credono e quindi mi esortano a vendicarmi di Riverys e di Grey; senonchè allora io gemo e con un brano di scrittura dico ad essi che Dio ci impone di fare il bene per il male. Così è che io cuopro la mia perfidia col manto di quell’antica e strana morale, tolta dai libri sacri, e rassembro un santo allorchè recito le parti del demonio!»[57]. Allorchè la energia criminosa perviene a sistemarsi, convertendosi in potere specifico, atteggia tutta intera la coscienza, imprimendo la efficacia sui sentimenti, le idee, i convincimenti, i propositi: la serietà dei controstimoli morali, perdendo qualsiasi valore, è motivo di ridicolo; appunto perchè, avendo l’etica la sanzione nelle migliori attitudini dell’uomo a conformarsi ad intenti di ordine, se queste attitudini mancano, i sacrificî, che altri faccia del proprio benessere per l’altrui, non ha significato; onde l’ironico compatimento per azioni le quali si informano ad illusioni di menti deboli e vinte da pregiudizî.
Lo schernire e mettere in dileggio le credenze, le abitudini, che altri predilige in adempimento di dovere religioso o morale e che abbiano scopi altruisti, è segno di malferma coscienza etica e di inclinazioni poco adatte ad opere lodevoli. La delinquenza innalza il culto alle sue divinità sugli altari da cui ha scacciato financo il ricordo del rispetto alla morale: il contrasto perenne, che ne promana, tra le sue opere ed i sentimenti e le idee della comune degli uomini o è incentivo a nascondere, sotto la maschera della astuzia e della simulazione, l’interno pervertimento, o, se non si teme la immanenza di minacce della legge, è fonte di scherno e di dileggio che ora traspare evidente nel gergo adoperato da’ malfattori, ora è perpetuato in segni e figure strane del tatuaggio. Chi ha pratica con grandi delinquenti sa da quanto scetticismo è circondata la loro condotta nei minimi atti della vita. Musolino mostrò divertirsi della requisitoria del Pubblico Ministero; P., famoso in un’associazione a delinquere della mia provincia, tante e tante volte recidivo in reati di sangue, da me difeso, mi confessò di non sapersi ancora persuadere del perchè i magistrati qualificassero le sue azioni per riprovevoli, mentre egli aveva fatto quello che nessuno avrebbe saputo e potuto fare, poichè impotente a farlo!—Il male ha grandi risorse nella coscienza del proprio potere: il mezzo migliore per combatterlo è di diminuire le lusinghe e le speranze che di questo potere sono l’ordinario corteggio; ma ciò torna impossibile fin quando la società non sostituisce, e ne vedremo il perchè ed il come, all’unica sanzione della pena, altri mezzi che, in date evenienze, abbattono il male attaccandolo alle radici.
Riccardo—sulla china del delitto—non sente neanche il dubbio ad arrestarsi: egli chiama a sè due sgherri cui commette il mandato di uccidere il povero Clarenza. Il dialogo, tra’ tre malfattori, procede rapido, incisivo; l’idea del delitto infiamma vieppiù mandante e sicarî: Riccardo, licenziandoli, dice: «I vostri occhi versano folgori quando quelli dei pazzi spargono pianti. Vi amo, garzoni; all’opera, presto; ite, ite, affrettatevi»[58].
Clarenza fu trucidato, nè Riccardo è pago di sua morte; egli sentivasi così sprofondato nel sangue che un delitto dovea richiamar l’altro. Nè è a meravigliarsi; per lui il delitto era il prodotto spontaneo di tempra morale sortita dalla culla, non modificata dall’età o dalla educazione. La duchessa di York, di lui madre, gli dice: «No, per la santa croce, tu ben sai che venisti sulla terra per far della terra l’inferno mio. La tua nascita fu un peso doloroso per me: bieca e caparbia fu la tua infanzia; la tua adolescenza violenta, selvaggia, forsennata; la giovinezza scapigliata, cupida, temeraria. Nell’età matura divenisti altero, astuto, dissimulato, sanguinario, meno fiero, ma più pericoloso, carezzevole mentre odiavi»[59].
Alleatosi con Buckingham, triste e remissivo consigliere, Riccardo fa uccidere coloro che avrebbero potuto ostacolare le mire di assorgere al trono, Rivers, Grey, Waugan, Hastings: temendo di affrontare la responsabilità di sì riprovevole condotta, innanzi la pubblica opinione, trova complici che ne mistificano le notizie, ne coonestano gli eventi. Malleabile, simulatore e dissimulatore in pari tempo, mentre medita la morte del legittimo erede al trono, si circonda di religiosi, piega il capo con l’umile posa di uomo contrito e pietoso. Pregato—a sua istanza e sollecitazione—di accettare il trono d’Inghilterra, si scusa, rinunzia; in apparenza costretto, pienamente accetta. Anna, la vedova dell’ucciso Eduardo, è richiamata alla promessa di addivenire sua moglie: ella, tra i tristi ricordi del passato e le maledizioni, che erompono veementi di sua bocca, subisce tuttavia l’effetto suggestivo delle _melate parole_ di lui, e cede, pur sapendo che e’ l’odia a cagione del padre, Warwick, e che fra breve debba da lei disciogliersi. Salito sul trono, ricorre alla mano del sicario Tyrrel per far trucidare i figli del fratello, calunniandoli per bastardi: uccide la moglie Anna, per sposare la figlia del fratello; insospettito di Buckingham, gli nega il premio della cooperazione in tante opere di scelleraggini. Costui si ribella, ma arrestato è messo a morte.
Il dramma di sangue procede alla fine: un esercito, capitanato da Richmond, si avanza contro l’infame usurpatore; costui si prepara a resistere, ma sente di essere impari alla impresa. L’anima del criminale, dopo di essere ascesa all’apice del maleficio, comincia a dissolversi sotto il peso della propria ambizione soddisfatta. Mentre pel passato non un rimpianto, non un solco di rimorso lasciavan dietro di sè gli inumani delitti, la compagine morale di Riccardo, al primo urto di imminenti pericoli, va in frantumi, e dal fondo buio misterioso del suo interno vien su il cumulo di controstimoli morali, la cui forza era stata repressa dal sovrapposto e saldo strato di degenerata coscienza. La fantasia, turbata dall’insorgere di morbosi sentimenti, diffonde una triste luce su quell’anima tenebrosa: cadono le lusinghe, le ardite speranze, e su quel cuore deserto giganteggia minaccioso il dubbio. L’io, la coscienza perdono l’equilibro; le energie si disorganizzano, e l’uomo dal freddo scetticismo è in preda al ribollimento incomposto di timori e di preoccupazioni manifestate in un vero accesso di delirio. Leggasi il soliloquio nella tenda, pria della battaglia, dopo l’apparizione, in sogno, degli spettri delle persone trucidate, e si avrà una pagina di profonda psicologia dello stadio di dissoluzione dell’anima del criminale. Nel primo momento evvi la sorpresa di insolite rappresentazioni: l’idea di imprevista sventura, esercitando forte e repentina scossa sulla compagine della coscienza, eccita lo strazio del rimorso: Riccardo esclama: e Datemi un altro cavallo ... fasciate le mie ferite ... abbi pietà, Gesù!... Silenzio, ho soltanto sognato—Oh rea coscienza, come mi strazî!... Le lampade mandano raggi azzurri ... È la morta ora della mezzanotte ... Fredde goccie spremute dal terrore stanno sulla mia carne tremante»[60].