Prose (1880-1890)

Part 7

Chapter 73,787 wordsPublic domain

— _Vôi l'aria aperta, signoria?_ — riprese il bettoliere, e senza aspettare la risposta corse ad aprire la finestra.

— Che cosa mi dai da mangiare? — gli domandai ridendo.

— _Ah! A chesso apò ce penso io. Nun te n'incaricà', signoria. Làssete servì' da Loretuccio e saraie contento._ — mi rispose l'oste portandosi le mani al petto, ed uscì.

Rimasto solo mi sedetti vicino alla finestra e mi misi a osservare la stanza ove al dire di Loretuccio io avrei dovuto stare come _'nu papa_.

Incontro a me v'era il talamo, non saprei dire se inaccesso o no, e sul talamo una quantità di giacche e di cappelli di contadini. Altri abiti ed altri cappelli erano appesi alle pareti colorate di giallo sulle quali spiccavano molte stampe dipinte raffiguranti la fuga di Mazzeppa e moltissime immagini sacre di tutti i paesi. La camera era anche adornata da parecchie grandi canestre ricolme di pomidori, di peperoni e di granturco, e da alcuni mobili tanto mobili, che io avendone urtato uno, poco mancò che tutte le Madonne e le crocette e lampadine che vi erano sopra non precipitassero a terra.

Quando Dio volle venne un ragazzetto. Egli trascinò un tavolino in mezzo alla stanza; lo ricoprì di un panno bianco e vi posò sopra un boccale di vino nero, un piatto, che a prima vista, scambiai per una concolina, e una enorme pagnotta di pane scuro. Poco dopo tornò Loretuccio con una padella dove in un intingolo rosso, nuotavano, friggendo, i pezzi d'un pollo.

— _Chesto pullo, signoria, te l'àio acciso, appostatamente per lei_ — mi disse versandomelo nel piatto, e poi soggiunse: — _Co' licenzia parlanno, signoria, t'hai da leccà' le deta._

Io gli feci osservare che non avevo nè forchetta nè coltello; ma Loretuccio, asciugandosi il sudore col dorso della mano, mi rispose: — _Be', signoria, che vôi da me? Adàttete, si' benedetto! So' circostanzie eccezionabbile!_

Ed io visto e considerato come le _circostanzie_ fossero veramente _eccezionabbile_, mi adattai ed adattandomi mi avvidi che il povero Loretuccio, per servirmi a dovere, aveva tirato il collo a un gallinaceo il quale avrebbe fatto la fortuna di un gabinetto di curiosità ornitologiche. Difatti, dai pezzi che mi vennero fra le mani mi accorsi, come con quelli, si sarebbe potuto ricostruire un pollastro che, in quanto a teste, avrebbe potuto gareggiare con l'idra di Lerna; e io, novello Ercole, non facevo in tempo a distruggerle tutte. Una ne distruggevo e un'altra me ne saltava dinanzi. Alla fine non possedendo i polsi nè le mascelle dell'eroe, mi diedi per vinto e abbandonai il campo, sicuro che altri, con più fortuna di me, avrebbe continuata la lotta.

* * *

Nell'uscire dall'osteria di Loretuccio assistetti per pochi istanti a una scena orribile.

In mezzo a molti contadini, avvinazzati, che ridevano, gridavano e sghignazzavano, due, ritti in piedi, si riempivano la strozza di maccheroni. Era una sfida. Entro un bicchiere, sulla tavola ingombra di bucce di cocomero, v'erano due monete da una lira, destinate al vincitore, cioè a colui che avrebbe ingozzato più maccheroni. I piatti di maccheroni si rinnovavano sempre fumanti e i due contadini già sazii si spingevano giù nella gola manate di pasta, imbrattandosi di pomidoro la camicia e il petto su cui scintillavano gli abitini della Vergine e le medaglie benedette. Un orrore!

Tornai sulla piazza. Il sole bruciava. Qualche cane spelacchiato si leccava le zampe al sole e il proprietario del gran panorama «pittorico-artistico-scientifico-nazionale» dormiva su una stuoia gialla col volto nascosto fra le mani. Erano le due. La tombola era annunciata per le cinque. Non sapendo ove andarmi a nascondere, per ripararmi dai raggi del sole ardente, dopo aver sorbito due caffè, mi rifugiai in una bottega di barbiere, sul cui sporto riluceva un grande bacile di ottone.

Il figaro stanco del lungo lavoro compiuto durante la mattina, dormiva; ma quando udì il rumore dei miei passi s'alzò, e fregandosi la schiena indolenzita mi accennò una sedia, l'unica che era là dentro; poi, si armò di una lunga forbice e mi si avvicinò dicendomi: — _Vôi il caróso, signoria?_

— No, no! — esclamai io, spaventato, incominciando a pentirmi di essere entrato là dentro — Fammi la barba.

— _La barba?_ — riprese il contadino tastando la mia guancia con le sue dita di legno — _Nun ci hai gniente, signoria, che te vôi fa'? Chello che nun ci hai?_

Io restai mortificato. Egli allora appese le forbici a un chiodo infisso nella parete, coperta da una infinità di giornali illustrati, mi impiastricciò il volto di sapone, aprì un rasoio e incominciò a radermi _chello che nun ci avevo_.

Mentre mi levava la lanugine dalle gote, egli mi assicurò che non aveva appreso da nessuno a rader barbe: — _Credi, signoria_, — mi disse con un certo senso di orgoglio — _credi ch'è stata tutta volontà de la natura_.

Uscito dalle granfie del figaro fui preso dal desiderio di andarmi a sdraiare su un po' d'erba. Traversai una strada fiancheggiata da altissimi pioppi e dopo non molto arrivai sur un colle, ove fra bellissimi ulivi che svariavano vagamente al dolce soffiar del ponentino sorgeva una vecchia ed alta torre pronta a narrare a chi volesse ascoltarla la storia di Monte San Giovanni Campano. Benchè essa fosse più discreta di tanti illustri nostri autori, i quali, quando vogliono raccontare la storia di una città nostra, nata qualche secolo dopo l'êra volgare, ne iniziano la narrazione col racconto della creazione del mondo e i più svelti con le biografie di Adamo e d'Eva; benchè essa, la mia bella torre ai cui piedi io m'era coricato, la storia del suo paese la cominciasse soltanto da Carlo VIII, fui vinto dal sonno, chiusi gli occhi e non li riapersi se non quando ricominciarono _li bòtti_.

Ma è incredibile il numero dei quintali di polvere che si sciupa in queste contrade per manifestare la gioia religiosa! _Li bòtti_ mi riportarono nel paese, ove sulla piazza della Cittadella un concerto, circondato da una folla di contadini, alcuni dei quali ballavano con le loro donne il salterello, suonava l'«Oh dolce voluttà!» di Marchetti. I musicanti, con le uniformi rosse e con su la testa gli elmi lucenti sormontati da lunghi pennacchi bianchi, quando ebbero finito di suonare, guidati dal loro capobanda che si trascinava dietro uno sciabolone in forma di scimitarra, traversarono il paese e si recarono, seguiti dal popolo, in un prato in mezzo a cui sorgeva un palco per l'estrazione della tombola. Colà il concerto rosso si unì ad altri due concerti e tutti e tre, fra l'entusiasmo generale, suonarono insieme una «sonata molteplice», così la sentii chiamare da un giovinotto che mi era vicino, e si puliva il cappello ricoperto di polvere con la manica del suo abito turchino.

Dopo la «sonata molteplice», s'incominciò l'estrazione dei numeri della tombola, e io, non avendo cartelle da bucare, ma avendo invece molto tempo da perdere, me ne andai a visitare la cattedrale, per vedere come era stata «riccamente e a studiato disegno parata dal signor Angelo Novembre», e la trovai tutta coperta da lunghe strisce di lana rossa, verde e gialla, da larghe trine d'oro e da lunghi galloni d'argento, che s'avvolgevano alle colonne rivestite di percallina bianca lardellata da pezzetti di talco, di tutti i colori, e da stelle di carta dorata, di tutte le grandezze.

Il signor Angelo Novembre del resto non aveva «parato» soltanto l'interno della chiesa, ma anche l'esterno. Egli ne aveva ornata la facciata con lunghi festoni di lauro e con due cartelloni, sui quali erano dipinte due figure più grandi del vero, che volevano essere San Pietro e San Paolo, ma non ci riuscivano.

Il sole era oramai prossimo al tramonto e le ombre s'allungavano. Riflettendo come il primo tratto della via del ritorno l'avrei dovuto percorrere in sentieri scoscesi e sassosi, decisi di lasciare il paese prima che annottasse e mi misi alla ricerca di Vicienzino. Dopo di averlo cercato invano fra la folla impaziente di vedere appicciare _gliu sparo_, lo trovai davanti al gran panorama «pittorico-artistico-scientifico-nazionale» che seguiva a bocca aperta e con gli occhi spalancati i gesti del cerretano il quale descriveva le meraviglie che si vedevano nell'«interno». Lo riscossi e gli dissi; — Vicenzino! È ora di andarcene.

— _Come? Te ne vôi ji, signoria? E gliu sparo?_

— Lo vedremo strada facendo. — gli risposi.

Il povero Vicenzino abbassò il capo, come se una immensa sciagura lo avesse colpito, e mi seguì lentamente, volgendo a ogni passo gli occhi verso il panorama, che al chiarore giallo di due fiaccole di sego accese allora allora sorgeva luminoso su la massa scura del contadiname affollato.

Arrivati in un vicolo deserto che andava a morire in un oliveto il mio ciociaretto entrò in una stalla per sellarvi l'asinello, ed io per aspettarlo mi sedetti sur una pietra. Ero lì quando due donne, tenendosi strette per la mano, mi passarono accanto senza vedermi. Una aveva il capo quasi nascosto da un fazzoletto rosso dalle cui pieghe uscivano ciuffi increspati di capelli neri, l'altra, una giovane contadina, vestiva il costume del paese. Dopo pochi passi si fermarono, e quella che aveva il fazzoletto rosso, girati intorno gli occhi sospettosi, prese fra le sue mani una mano dell'altra; vi avvicinò sopra la testa e incominciò a parlare a voce bassa: poi si cavò dal seno un cordoncino bianco, lo baciò e lo annodò al polso della contadina, che dopo di essere rimasta ancora per qualche istante immobile con la testa bassa, corse a raggiungere una sua amica che l'aspettava nascosta dietro al tronco di un vecchio ulivo.

Le due contadine rimasero un momento insieme a discorrere e si allontanarono in fondo all'uliveto, e la donna col fazzoletto rosso, dopo di aver mandato un grido gutturale e strano si avviò adagio adagio verso il paese, ove incominciava a brillar qualche lume.

Senza volerlo avevo assistito ad un sortilegio.

* * *

La luna era già sorta dal monte di Rocca d'Arce e le girandole _degliu sparo_ scoppiettando sul cielo tingevano di vivaci colori le rocce e gli alberi, quando io scendeva verso il Liri, le cui acque si sentivano crosciar da lontano. Prima di arrivarvi, oltrepassato appena un piccolo e misero borgo, mi trovai davanti alle rovine di una chiesa antichissima, da dove, nel silenzio, veniva il miagolare di un gatto.

— Come si chiama quella chiesa? — domandai a Vicenzino, ed egli insonnolito com'era, appoggiandosi al collo del suo omonimo mi rispose: — _La chiesta sgarrupata._

Mentre l'asinello mi riportava a casa, non sapendo che altro fare di meglio per ingannar l'uggia della via apersi il mio album e sciupai una delle sue pagine bianche scrivendovi sopra col lapis queste quattordici mezze righe rimate:

Batte la luna gialla su l'arcate cadenti d'una chiesa bizantina e, ne la calma tepida d'estate, ne lumeggia la splendida rovina.

E giù, nel buio, stridono volate di vipistrelli e cade la calcina sopra le sepolture istoriate da la solenne epigrafe latina.

Fra i rottami del tetto alto, s'intaglia sul cielo un caprifico e da le rare pitture, che ricopron la muraglia,

guardano le madonne e nel chiarore giallastro, su la pietra d'un altare, due gatti bianchi spasiman d'amore.

IV.

Non era ancora giorno; quando, seguendo la mia guida, un vecchio contadino, battevo le scorciatoie per andare a Santopadre.

L'alba ci trovò in un bosco di vecchi castagni vicino a una fonte, detta di Santo Spirito. Sotto agli alberi altissimi fra enormi scogli rivestiti di musco e di capelveneri un rigagnoletto correva gorgogliando.

Un ciociaretto, curvo fra le foglie larghe delle piante, come un satiretto, beveva avidamente raccogliendo nel cavo delle mani l'acqua cristallina che ricadeva sull'erba verde e molle di rugiada come una pioggia di perle. Alcune capre bianche, arrampicate qua e là su gli scogli salutavano il giorno nascente, mandando belati. Poco lungi una fanciulletta seminuda guardava un branco di pecore brune.

Quando riprendemmo il cammino io recitai ad alta voce qualche verso di Virgilio, che il paesaggio mi aveva riportato alla memoria: e la guida al sentirmi slatinare mi guardò fiso e mi disse: — _Lei, signoria, scusate, siete milòrdo frangese, è vero?_

— Io? Ma tu sei matto, — gli risposi ridendo — io sono di qua.

— _Eh! Lei pazziate! Lei, signoria, ci avete 'na faccia frangese assaie!_

Mingaccio, — tale era il nome della mia guida — non ci fu modo di persuaderlo. Io per lui dovevo essere _frangese_ e per di più anche _milòrdo_, e fino a quando non glielo impedii, egli nel dirigermi la parola, mi onorò sempre con questi due appellativi.

* * *

Prima di lasciare la boscaglia di castagni, entrammo in una chiesetta, vicina a poche casupole di contadini, e vi trovammo su due panche coperte di fiori, fra due candele, una bambina morta. Ella era tutta vestita di seta e intorno al collo aveva avvolti due vezzi di coralli rossi. Due grandi orecchini d'oro a cerchio, le pendevano dai lobi degli orecchi, rilucendo su le guance cinerognole: fra le manine incrociate sul petto teneva un crocifisso d'argento.

Vicino alla coltrice improvvisata, una donna accovacciata in terra agitava un ramoscello di rosmarino, scacciando le vespe e le mosche, che come punti d'oro, vibranti ne l'aria, sciamavano attorno alla morticina: me le avvicinai per darle qualche soldo ma la disgraziata crollò le spalle, e si nascose il volto fra le mani. Quel rifiuto, mi arrivò al core. Uscii dalla chiesetta e vi rientrai con un mazzo di ciclamini. Mentre li stavo spargendo su la morticina, due contadini si fermarono su la porta e guardarono dentro. Dopo un istante il più vecchio alzando la voce e le spalle disse alla donna, che scoteva sempre nell'aria il ramoscello di rosmarino: — _Fulomè!_... _nun ce pensà', ca chillo c'à fatto chessa ne fa n'àuta!_

La poveretta nascose ancora una volta il viso tra le mani, e i contadini si allontanarono e sparirono nel folto del bosco.

Appena ripigliammo il cammino Mingaccio incominciò a parlare e a darmi notizie sulle usanze funebri di queste contrade. Qui, quando avviene che alcuno muoia, quelli che hanno avuto la disgrazia di perderla prima lo piangono sfogando il dolore con grida angosciose, e poi si mettono a banchettare. Il banchetto per solito s'inizia con un piatto di fave, a cui seguono i maccheroni e altra roba, se ce n'è. Il vino si beve a boccali, e l'ultimo si tracanna alla salute di quello _che se n'è ghiuto_! Non di rado accade che al levar delle mense molti dei convitati non trovino la forza di alzarsi. E cotesto banchettare non dura poco, poichè tutti i parenti e gli amici del morto sono obbligati ad offrire alla famiglia di lui il loro pranzo, e naturalmente fra gli offerenti è una gara a chi può dare il migliore.

Mingaccio seguitava ancora a parlare di cerimonie funebri, raccontandomi cose che mi facevano ripensare alla _conclamatio_, al _silicernium_, alla _coena novendialis_ ed ai _ludi novendiales_, quando al di là di una siepe, sur un colle, apparve una torre antica, intorno a cui si aggruppavano molte casette non meno antiche di lei, come un branco di pecore sorpreso dal temporale si aggrupperebbe intorno al pastore.

— È Santopadre? — domandai.

— _Gnorsì!_

Poco dopo al principio di una salita Mingaccio mi chiese licenza di andare a salutare certi suoi parenti e mi lasciò. Io seguitai la strada e arrivato alle prime case del paese dimandai ad alcune donne, che erano intorno a una fontana, dove avrei potuto trovare un caffè, e quelle donne mi risposero: — Dal tabaccaio. — Mi misi allora alla ricerca del tabaccaio; ma la ricerca fu vana. Alfine, perduta la pazienza, chiesi a un contadino: — Ma, dimmi un po', in questo paese dove si compra il tabacco? — Egli mi guardò curiosamente due volte dalla testa ai piedi e mi rispose: — Dal caffettiere.

— E dove sta il caffettiere?

— Il caffettiere sta in quella bottega _addove tu vedi quella frasca di cerqua_.

— Ma quella è un'osteria.

— _Non ci pensare!_ — riprese il contadino — _Tu vai lì, e lei troverete tutto quello che gli serve._

Vi andai, e, dopo di aver letto sur una targa che era sopra all'arco della porta: GENERI DIVERSI, vi entrai.

Nella bottega non c'era nessuno. Picchiai. Dopo un po' un bambino uscì fuori da un cumulo di «generi diversi» e mi disse che il padrone era andato alla messa e che bisognava aspettare. Non sapendo quanto tempo avrei dovuto rimanere là dentro, dopo di avere osservato quanto mai fosse diversa la diversità dei «generi diversi» che ingombravano gli scaffali della bottega, stavo per andarmene, quando entrò un uomo alto, magro, vestito di panno bigio e con un cappellino a cencio che gli copriva appena la metà della chioma folta, crespa e rossastra; si avvicinò al banco e vi picchiò sopra ripetutamente col pugno, facendo ondeggiare i piatti di una stadera e rovesciando un bicchierino senza piede che si appoggiava a una bottiglia nera su la cui pancia rimaneva ancora qualche lettera della parola «Champagne»; tornò a picchiare e poi, scotendo il capo, esclamò: — _Quest'animale l'è a la messa!_

— Già! — ripetei io — l'animale l'è alla messa.

Allora egli si volse a guardarmi e aggrottando le ciglia, e storcendo la bocca mugolò: — Che paese!

— Che paese! — ripetei ancora io; poi cercando di farlo parlare, gli chiesi: — Ma voi siete di Santopadre?

— Io? _Mi son de Milan!_ — mi rispose subito, e toccandosi il cappellino a cencio e inchinandosi soggiunse: — Fotografo, a servirla.

— Fotografo! E come mai siete quassù?

— _Mah!_ — rispose, sospirando — _Che cosa mai vuol che gli dica? La vita porca!_ — Tacque per un momento, e poi vedendo quanto io mi interessassi alle porcherie della sua vita, dopo di avermi assicurato che la sua macchina fotografica con la quale aveva _eseguito_ centinaia di Consigli comunali era una macchina _strafinissima_, prese a dirmi che lui vendeva anche un mastice vegetale di sua invenzione per accomodare _in modo invisibile le rotture di vetri, bicchieri, bottiglie ed altri simili generi di terraglie_, mastice a cui egli aveva dato il nome di _attaccatutto_: che aveva un _deposito_ di oleografie sacre e profane, _che parevano vere_: e che, qualora se ne fosse presentato _il bisogno_ egli, non soltanto avrebbe saputo _adattarsi all'arte meccanica, ritornando al suo stato primitivo bastoni, ombrelli ed altre simili bigiotterie_, ma _in caso disperato_ avrebbe potuto anche cavare sangue, impiombare denti e guarire mille altre malattie _tanto palesi quanto segrete_. E concluse col dirmi: — _Eppure, signore, con tutte queste abilità se si campa la vita, bisogna proprio dire che l'è un vero miracolo eccezionale!_

Intanto che il milanese parlava, la bottega si era venuta popolando di tre contadini, di due cani e di un prete. Finalmente arrivò il padrone, un vecchio tremolante il quale si mise a soddisfar le richieste dei contadini con una tale lentezza che io sgomento uscii insieme col fotografo, che non la finiva più di _portare a mia conoscenza_ le sue tristissime condizioni e di tessermi l'elogio della sua macchina _strafinissima_. Comprendendo dove voleva arrivare, per abbreviargli la strada gli dissi: — Volete farmi il ritratto?

— Ma di certo. — mi rispose lui, con gli occhietti che gli brillavano per la contentezza.

— Però bisogna farlo subito.

— Subitissimo.

— E dove avete la macchina?

— Nel mio laboratorio, qui vicino. — E incominciò a camminare. E io dietro!

Quando arrivammo in una viuzza ch'era un rompicollo, egli si fermò davanti a una porta sgangherata, l'aprì con un calcio, e, pregandomi di aspettarlo, vi entrò. Vi entrai anch'io, e appoggiandomi a un muro scalcinato e ammuffito, scesi due gradini di una scaletta, allungai il collo e vidi, fra due file di botti, il mio fotografo che illuminato da una debole luce rossa, frugava con le mani in una cassetta e ne cavava fagotti e involti che qualche gatto andava ad annusare. Poco dopo tornò su, e dicendomi che in un paese come quello in cui ci trovavamo non si potevano avere pretese e bisognava adattarsi, mi condusse in un orto; spolverò con la manica del suo abito la macchina _strafinissima_, la mise con non piccola fatica al _punto focatico_ e mi fotografò. Poi si pose sulle spalle la macchina, e seguito da una torma di bambini andò a sviluppare la sua negativa: e io aspettando l'ora di sviluppare la mia colazione, mi arrampicai in un sentiero coperto di rovi e me ne andai a veder da vicino quella torre che avevo già visto da lontano.

Mentre la stavo osservando il fotografo venne ad annunciarmi come la fotografia fosse riuscita _in modo superlativo_, ed io, commosso fino alle lacrime, lo invitai a voler dividere con me un po' di pane, un po' di vino, una fetta di formaggio di Scanno e poche frutta che avevo fatto comperare da Mingaccio. Mangiammo su l'erba, all'ombra della torre, e poi ci recammo sul colle Campea per vedere le rovine di una chiesa antica, dedicata a S. Pietro, e alcuni ruderi romani i quali per i santopadresi sono nientemeno che gli avanzi di una villa appartenuta a Giunio Decimo Giovenale, il poeta satirico di Aquino.

Ma il mio fotografo, dopo di avere esaminati minuziosamente i ruderi e di averli anche contati, mi disse che, secondo lui, la villa di Giovenale _l'era una bala_.

— E perchè? — gli dimandai.

— _Perchè?_ — mi rispose subito con una sicurezza da non ammettere replica — _Perchè l'è umanamente impossibile che un antico romano di talento il quale avrebbe potuto farsi una villa nella sua capitale se ne sia venuto a fabbricare una in un paese come Santopadre_.

Il suo ragionamento filava! E poco dopo filò anche lui, dovendo andare a _preparare i preparati_ e a _caricare la macchina_ per eseguire il Consiglio comunale. Prima che mi lasciasse gli chiesi ridendo: — Quanti altri giorni rimarrete qui?

— _Mah!_ — mi rispose, alzando le braccia — _Subet che avrò eseguito il Consiglio comunale scapperò via, fuggendo_. — E si allontanò in fretta.

* * *

Io rimasi ancora lassù. Tornai a visitare le rovine della chiesa, e dopo di aver ammirato un olivo gigantesco e una quercia enorme il cui tronco misurava otto metri di circonferenza, mi sedetti su l'erba, appoggiai le spalle ad un rudero, accesi la pipa e mi misi ad ascoltare Mingaccio, il quale, cedendo alle mie dimande, prese a raccontarmi alcune istorielle su don Folco, il prete arguto e beone, sacrilego e buffone a cui il paese di Santopadre va debitore di quella fama che esso gode nelle contrade di tutta la Ciociaria. Tali storielle non mi arrivavano nuove poichè le avevo già udite a narrare qua e là nei paeselli che avevo già visitati; ma le risentivo con piacere: prima perchè le ascoltavo nel luogo istesso dove erano nate, e poi perchè sulla bocca e nelle mani di Mingaccio acquistavano un sapore di comicità irresistibile.

Quasi tutte quelle che egli mi ripeteva si riferivano alla lunga lotta sostenuta dal prete di Santopadre contro il vescovo di Sora: lotta che finì sempre con la vittoria di don Folco, il quale rifugiandosi, quando lo credeva opportuno, fra le rupi delle sue montagne, ove nè la mano nè il piede del suo superiore potevano raggiungerlo, era sempre padrone di fare tutto quello che gli pareva e piaceva infischiandosene altamente di tutti i rimproveri e di tutti i gastighi che gli venivano mandati da Sora. Del resto nella lotta egli era spalleggiato dai suoi compaesani, i quali tenevano l'insigne prelato in conto di un solennissimo jettatore, poichè quando questi in un giro che fece per visitare le parrocchie della sua diocesi si fermò in Santopadre, una forte scossa di terremoto costrinse i santopadresi a fuggire all'aperto e a dormire in terra, nei campi.