Prose (1880-1890)

Part 6

Chapter 63,798 wordsPublic domain

Il dente ha oggi una virtù prodigiosa, poichè guarisce, a guardarlo solamente, morsi di cani rabbiosi e punture di vipere; e qui, quando qualche contadino vien punto o morso da uno di codesti animali, prima di correre _agliu medeco_ se ne fugge a Cucullo, dove sa che toccare il prodigioso dente e risanare è tutta una cosa. E laggiù a Cucullo, nel primo giovedì di maggio, si porta in giro pel paese la famosa reliquia, e i contadini e le loro donne la seguono cantando le lodi di San Domenico e attorcigliandosi intorno alle braccia, al collo e alle gambe nude una quantità di serpentelli.

Queste e tante altre cose mi veniva raccontando un pretonzolo di Sora, mio compagno di viaggio, mentre i cavalli della _messaggera_, scuotendo le ricche sonagliere, trottavano su la via d'Isola del Liri, e io, tutto orecchio nell'ascoltarle, le fissavo nella memoria per indi trascriverle nel mio taccuino, rallegrandomi di aver trovato, mentre mi recavo alla festa di _Santo Dominico_, un servo di Dio che mi avesse narrato la storia del celebre santuario.

* * *

Quando arrivammo all'Isola del Liri le nove ore della notte battevano all'orologio della torre nera e quadrata dell'antico palazzo dei Boncompagni, e lunghe file di _sciarabbà_ pieni di gente che gridava e cantava salivano di carriera la via delle Forme.

Le Forme sono un'appendice dell'Isola del Liri; una città nuova, che s'allunga fino al santuario. Sessant'anni addietro su la via che dall'Isola mena a Sora, non vi erano che poche e misere casupole di contadini; ma le industrie dei nostri tempi, servendosi a meraviglia delle acque del Liri e del Fibreno, fecero sorgere su le sponde dei due fiumi cartiere, lanifici, molini e ville splendide, che in pochi anni han cambiato quei luoghi, prima squallidi e deserti, in una regione ricca e popolata, piena di attività industriale e commerciale.

Sull'azzurro cupo del cielo s'allungano i pioppi e di tanto in tanto gruppi colossali di platani allargano nell'aria scura i rami fronzuti.

Gli _sciarabbà_ passano di carriera, e i cocchieri, schioccando la frusta, gridano a squarciagola: — _Santo Dominico! Santo Dominico!_

Giù in fondo alla via, sul cielo sereno, fra miriadi di lanternine, rosse, gialle e azzurre, rischiarato dalle faci delle baracche, sorge il santuario.

Più si va innanzi, più la folla aumenta, e si cammina a stento fra lunghe file di _sciarabbà_, di vetture e di carretti, mentre dalle _bancarelle_, che si seguono numerose, s'alzano canti, grida, squilli di trombe, suoni di tamburelli e d'organetti e s'effondono odori acuti e nauseabondi di _ciammaruche_ (lumache) fritte, di polli arrostiti, di pannocchie di granturco abbrustolite su la bragia, di _cacicavallitti_ e di _muzzarelle_.

Di tanto in tanto fra i contadini che già presi dal vino saltano furiosamente al suono degli organetti, delle zampogne e delle chitarre, mentre le loro donne battendo le mani cantano con le voci stridule volgari canzoni d'amore, passano file interminabili di pellegrini coi bordoni ornati da sacri amuleti e dalle immagini di San Domenico e della Madonna di Canneto: passano, e aprendosi a stento una via tra la folla festante entrano nella chiesa, si gettano in terra e incominciano _le penitenze_, trascinandosi con le mani sotto le ginocchia verso l'altare maggiore, segnando con la lingua sul suolo lunghe croci e lasciandosi dietro orribili strisce di bava e di sangue. Ma non tutti hanno la forza di farle _le penitenze_; poichè molti stracchi, spossati e sfiniti come sono dagli affanni e i disagi del duro viaggio, coi piedi gonfi, rotti e sanguinanti per il lungo cammino, appena toccano con le ginocchia il pavimento del santuario vi si stendono sopra e s'addormentano.

Sui gradini degli altari, dentro e intorno ai confessionali, lungo le balaustrate delle cappelle e accanto alle basi delle colonne, di cotesti sciagurati ne vidi a centinaia distesi come se fossero morti, uomini e donne, vecchi e fanciulli tutti confusi insieme sotto la luce gialla e tremula delle candele che illuminava le loro membra coperte di stracci. Talvolta dai gruppi dei dormienti udii venire qualche lamento. Qualcuno, vinto dagli stimoli della fame, lo vidi destarsi e rompere il digiuno succhiando bucce di meloni e di cocomeri, raccolte da terra. Uno lo vidi correre a bere nella tazza dell'acqua santa.

In fondo alla chiesa, molto grande e tutta bianca, vi sono due scale per salire all'altare maggiore, e fra le due scale v'è la porta per scendere nel sotterraneo ove sta la sepoltura del santo. Vi discesi e lo trovai pieno di pellegrini che si affollavano a baciare una testa scolpita a bassorilievo sul davanti di un altare e a stropicciarvi sopra i loro bordoni. I baci schioccavano sonoramente. Una ricca lampada argentea mandava sprazzi di luce sui sordidi cenci dei contadini, che prima di lasciare il luogo sacro, mormorando preci, abbracciavano e baciavano le colonne tortili che sostengono le volte basse della cripta.

Quando uscii dal sotterraneo una folla di pellegrini che andava verso una cappella, ove sur un tavolino, tra quattro candele, sorgeva la statua di un santo, mi costrinse a seguire una donna, che sorretta da due uomini levava in alto un bambino che le si torceva fra le braccia piangendo. La poveretta appena arrivò dinanzi al simulacro lo baciò; poi, mentre i suoi vicini urlavano lamentevolmente: _Grazia! Grazia! Grazia!_, si cavò dal petto una pezzuola e dopo di averla strofinata sulla statua la passò più e più volte sugli occhi del suo bambino, mentre quelli che la circondavano, tutti con le mani tese verso la immagine sacra seguitavano sempre a urlare: _Grazia! Grazia! Grazia!_

Il povero bimbo era cieco, e la sua mamma per fargli riacquistare la vista era venuta a piedi non so da qual paese lontano, per recarlo davanti a quel pezzo di legno dipinto!

Esasperato dagli urli di quegli esaltati e commosso e turbato dalla vista di tante sciagure mi liberai dalla folla che continuava sempre a gridare: _Grazia! Grazia! Grazia!_, mi avvicinai alla porta della chiesa, ove un vecchio ben pasciuto, vestito di un sacco nero, scuotendo una scatola di latta piena di soldi gridava con voce imperiosa: — _Fate l'elemosina a Santo Dominico!_ — uscii e, per avere un po' di pace, me ne andai in riva al Fibreno le cui acque inargentate dalla luna correvano sotto amene selvette di pioppi e di salici, fra il delizioso ondeggiare degli effluvii dei mentastri fioriti e il tremolio ininterrotto delle voci stridule dei grilli cantatori. M'ero appena seduto in terra con le spalle appoggiate al tronco scabro di un salice per ascoltare il canto soave di un rosignuolo, quando arrivarono due pellegrini: s'inginocchiarono, e rivolti verso la chiesa con le mani giunte incominciarono a pregare. Dopo un poco il più giovane si alzò, mi venne vicino e mi stese la mano aperta, chiedendomi qualche soldo. — Di dove siete? — gli domandai.

— Di Veroli. — mi rispose.

— E da dove venite?

— _Da la Madonna de Canneto._ — riprese il pellegrino, e soggiunse: — _So' quattro giorni, signoria, che jamo cammenenno giorno e notte pe' le montagne!_

Gli rivolsi altre domande, ed egli allora mi raccontò come laggiù a Canneto vi sia un fiume con una corrente rapidissima e che passandolo a nuoto nove volte, si lucrano un sacco d'indulgenze; mi disse che _addò' ce sta la chiesia ce jesce 'no capo d'acqua gelata_, e che insieme coll'acqua _ce jesceno melioni de stellucce d'oro_, e finì col dirmi che la Madonna di Canneto era _sorella bona a Santo Dominico_.

Gli chiesi notizia di quei luoghi ove sta il santuario di Canneto, e il contadino me li dipinse efficacemente con queste poche parole: — _La chiesia, signoria, sta in fonno a 'na montagna pessima assaie, e loco a terra, ohi mamma! nun vidi 'no pajese!_

Quando il giovinetto tornò al compagno, che seguitava sempre a pregare, lo riscosse e gli diede i soldi che io gli aveva regalati, e lui come li ebbe in mano li contò, baciò la terra e si allontanò per andarli a mettere nel bussolotto del vecchio, che gridava sempre: — _Fate l'elemosina a Santo Dominico!_

* * *

All'alba tornai nel santuario. Le lampade e le candele erano quasi tutte spente e una luce bianca e fresca entrava dalla porta spalancata; qualcuno si batteva ancora il petto innanzi alla statua del santo, e un sagrestano, fischiando, spazzava via dalla chiesa le bucce di melone e di cocomero e le altre molte immondizie che vi avevano lasciato i pellegrini.

Fuori della chiesa, davanti alle baracche, le venditrici insonnolite, avvolte in panni listati di rosso, di giallo e di verde, gridavano con voci rauche, sperando di invogliare i pochi rimasti a comperare ancora qualche chilo di frutta, qualche ciambella, qualche padellata di _ciammaruche_, e intorno a loro, qua e là sui mucchi di fieno, sotto ai carretti, fra le canestre, gli orci e i barili vuoti molti contadini briachi fradici dormivano profondamente.

Poco lungi, al di là di un prato umido di rugiada e cosparso di fiori, su la via provinciale passavano di tanto in tanto le diligenze di Sora e Roccasecca coi cavalli sonanti e risonanti di tintinnanti sonagli.

* * *

Prima di partire mi venne il desiderio di comperarmi un ricordo della festa e chiesi a un pellegrino se voleva vendermi un suo bellissimo bordone, ornato di medaglie, di immagini sacre e di stelle lucenti di carta di argento.

— _Gnornò._ — mi rispose seccamente il pellegrino guardandomi con sospetto — _Chessa è robba de la Madonna: nun se venne_.

— Ti do una lira.

— _Gnornò, chessa è robba de la Madonna, nun se venne._

— Te ne do due.

— _Gnornò._

— Se me lo dai te ne do cinque. — ripresi io; ma niente! Il contadino stringeva sempre più tenacemente fra le mani il bordone e ripeteva sempre: _Gnornò, gnornò, chessa è robba de la Madonna: nun se venne!_

La sua cocciutaggine mi indispettì; cavai fuori dal portafogli una carta da dieci lire, gliela mostrai e tentando un'ultima prova gli dissi: — Se me lo dai ti do questa! — Egli mi guardò rimanendo per qualche istante incerto se dovesse pigliarla o no, poi tremando allungò la mano verso il biglietto; ma come l'ebbe toccato fece un salto indietro; si strinse al petto il bordone, e facendosi il segno della croce se ne fuggì.

Sarei davvero curioso di sapere quante volle quel povero contadino avrà già raccontato ai suoi amici come qualmente mentre egli si trovava dinanzi alla chiesa di San Domenico, _gliu diavolo, vestute da signore, co' 'no cappillitto janco in testa e co' 'na pipparella 'mmocca, che jettava fumo e foco, glie comparì innante e glie disse_...

III.

Il sole tramontava dietro l'_Ara degliu Volupitto_ mentre io e l'arciprete di Fonlanaliri, seduti al fresco, sotto gli olmi della _Fontana a balle_, parlavamo della festa che doveva essere celebrata a Monte San Giovanni Campano per commemorare il cinquantenario della Madonna Santissima del Suffragio; festa della quale si discorreva già da tanto tempo in tutte le farmacie e in tutte le sacrestie di tutta la diocesi di Veroli. L'arciprete dopo di aver speso molte parole, qualcuna anche in lingua latina!, per invogliarmi ad andarci si alzò, ed aprendo le braccia in atto di maraviglia, fini col dirmi che la festa sarebbe stata una festa di _tre bande_.

— Di _tre bande_?

— Di _tre bande_! — ripetè l'arciprete, e pronunciando le tre parole lentamente, in modo che fra l'una e l'altra ci fosse una breve pausa, piegò la persona sul lato destro; sprofondò la mano grassa nella tasca della sottana; ne trasse una scatolina di madreperla sul cui coperchio era dipinta una immagine dell'Addolorata; l'aprì, vi ficcò dentro il pollice e l'indice, e s'empì il naso di tabacco. Io gli lasciai compiere la delicata operazione e poi gli chiesi quale sarebbe stato a suo giudizio il mezzo migliore per andarci a cotesta festa, ed egli, dopo di aver starnutato tre volte mi rispose: — L'asino. — E soggiunse subito che sol che io l'avessi voluto egli si sarebbe volentieri incaricato di provvedermi della bestia e della guida. Io lo ringraziai della gentile offerta, e all'indomani quando mi recai, come s'era convenuto, a San Rocco, dinanzi alla chiesina bianca, illuminata dai primi raggi del sole, vi trovai un bell'asinello magnificamente bardato e un bel ciociaretto vestito col suo più bell'abito da festa: corpetto rosso, giacchetta turchina, calzoni gialli, camicia ricamata e cappello a cencio ornato di nastri multicolori e di penne di pavone.

Il ciociaretto appena mi vide mi venne incontro sorridendo e, dopo di avermi dati i saluti di don Michele, mi porse un foglio di carta rossa ove era stampato il programma dello spettacolo; anzi di tutti gli spettacoli che in quel giorno dovevano allietare i popoli di Monte San Giovanni Campano. Incominciai subito a leggerlo, e così, mentre l'asino trotterellava fiutando con la testa alta e le froge aperte la fresca auretta mattutina, seppi come «nella Collegiata riccamente e a studiato disegno parata» la musica dei vespri sarebbe stata diretta dal maestro Melchiade Martufi e cantata da «distinte voci romane»; appresi come nella «Collegiata» si sarebbe fatta discendere «dalla propria nicchia la statua di Maria Santissima del Suffragio che dal merito artistico pare divinamente scolpita», e in qual modo, finita la festa, la statua suddetta si sarebbe fatta tornare «nella propria nicchia»; imparai quanto i concerti di San Donato e di Sezze avrebbero reso «vieppiù brillante il trattenimento», e infine come molte migliaia di colpi di mortari avrebbero dato «continuo segno di gioia religiosa». Non vi parlo dei globi areostatici da innalzarsi nell'aria, dei fuochi artificiali preparati da valente pirotecnico e dell'estrazione di una tombola con relativo incasso devoluto naturalmente a scopo di beneficenza.

Dopo la lettura del programma, incominciai quella della mia guida, e domandai al mio ciociaretto: — Come si chiama quest'asino?

Ed egli mi rispose subito: — _Vicienzino_.

— E tu come ti chiami?

— _Io? Come a isso. Vicienzino paro._

— E quest'asino è tuo? — ripresi io ridendo.

— _Gnorsì, è d'un amico degliu mia._

* * *

La via si fa malinconica ed uggiosa; a destra e a sinistra, sempre gli eterni pioppi.

Su le rocce di tanto in tanto appare qualche casetta abbandonata e fra gli ulivi qualche chiesina, con curiose scene della vita dei santi, dipinte su le mura screpolate. Al Fosso della Faina lasciamo la via provinciale ed entriamo nelle scorciatoie, ora serpeggianti fra le rocce nude, ora fra la terra nera su cui s'allungano filari di ortaglie verdissime; e fra Capo Ciuffone, un monticello che porta tal nome perchè vi stette conficcato sopra un palo il capo di un brigante, e la Fonte Cupa incontriamo uno stuolo di contadini che va a seppellire un morto.

Innanzi a tutti un chierico reca un Cristo dipinto su una croce nera: lo segue un prete con la stola nera orlata di ghirigori gialli sul petto e con un fazzoletto bianco sulla berretta; poi viene la bara sorretta da quattro contadini e dietro la bara incedono alcune donne con le mani incrociate sul seno. Il prete ad ogni cinque o sei passi biascica paternostri e intanto, con un coltelluccio, va sfrondando accuratamente un ramo di nocciuolo per farsene un frustino, e le contadine, sempre con le mani incrociate sul seno, chiacchierano ad alta voce.

Quando il piccolo corteo arriva _agliu Caputonno_, il prete si tira sù la sottana sino alla cintola, il contadino si mette il Cristo su la spalla, e tutti pigliano la via della montagna.

* * *

All'Anatrella sur un ponte di ferro passiamo il Liri che scorre spumante fra una quantità di scogli maculati di musco e traversiamo i fabbricati della cartiera del conte Lucernari, tutti circondati da ridenti giardini. Sotto ai boschetti dei lauri e degli oleandri fioriti non solo godiamo un po' di frescura, ma riceviamo anche i rauchi omaggi di un bellissimo pavone, il quale appena ci vede scende dalla scogliera di una fontana quasi coperta dalle foglie larghe delle ninfee e dai fiori gialli e purpurei dei nenufari, e ci viene incontro aprendo la coda occhiuta e movendo graziosamente il collo smeraldino. Chi l'ha detto che i pavoni sono superbi?

Dopo l'ultima aiuola dell'ultimo giardino la via a poco a poco si restringe tanto da divenire un sentiero, e il sentiero a sua volta si fa così ripido e sassoso da obbligarmi a mandare dietro a me i due _Vicienzini_ pel timore che cadendo non mi vengano addosso.

A mezza costa io e i miei due _Vicienzini_ chiediamo tutti e tre un po' d'ombra alle vecchie mura di una chiesuola, e intanto che ci riposiamo ci passano davanti dei contadini vestiti a festa seguìti dalle loro donne. Alcune di esse invece delle cioce hanno ai piedi enormi scarponi chiodati che ogni tanto le fanno sdrucciolare e le costringono a battere sulle pietre arse dal sollione quelle parti del loro corpo delle quali si servono ordinariamente per mettersi a sedere. Ne ricordo ancora una di coteste contadine con la veste di seta verde e col petto coperto di collane d'oro, che dopo di esser caduta due volte si accoccolò per qualche istante accanto a una siepe, e rialzatasi coi piedi ignudi prese a salire, agile come una gatta, su per l'erta del monte reggendo con la sinistra le calzette ricamate e con la destra i due scarponi i cui chiodi brillavano al sole.

* * *

Arrivati alle prime casupole del paese ordinai a _Vicienzino_ di provvedere di un comodo alloggio l'altro _Vicienzino_, e incominciai a salire i gradini di una infinità di vicolettacci neri inghirlandati di lauro. Non finivano mai! Quando finirono mi trovai in una piazza ove una quantità di gente ammirava a bocca aperta un lampadaro di carta dipinta. E l'ammirai anch'io, tanto più che sentii dire da tutti come il lampadaro una volta che fosse stato acceso avrebbe dovuto fare «un'eccellente visuale».

Nella piazza ove erano sonnambule che predicevano il più lontano avvenire, tavolini sui quali si giuocava ai dadi e alle carte e molte baracche, ove si vendevano orologi d'oro da un soldo, fiori artificiali, dolciumi di tutte le forme e bibite di tutti i colori, v'era anche un grande panorama «pittorico-artistico-scientifico-nazionale», davanti a cui un tipo olivastro dalla barba a pizzo, mentre una ragazza dalle chiome bionde, divorando una fetta di pane girava il manubrio di un organetto sfiatato, gridava: — _Favorischino!_ _Favorischino, signori!_ — Ma, ahimè, i signori non favorivano e andavano invece verso la «Collegiata» per sentire le «distinte voci romane». Ci andai anche io; ma quando vi arrivai e vidi che razza di lavoro s'aveva da fare per sentirle, mi allontanai tanto da loro che arrivai in fondo al paese ove in un prato, fra mucchi di peperoni e piramidi di pomidori, fra ceste di pere vizze e bigonce di fichi era stato innalzato un arco trionfale nel cui attico, sotto una immagine di Maria Santissima tremolante al vento, si leggeva questa epigrafe:

VENITE A CELEBRARE CON GIOIA LA FESTIVITÀ DI COLEI CHE FA L'ALLEGREZZA DI TUTTO IL MONDO.

Mentre io stavo ammirando l'arco, accanto a me due eleganti del paese parlavano del merito dell'iscrizione.

— La terzina è bella; però una terzina senza rime, io non la capisco.

— Ma io credo che «fosse» come dicono adesso una terzina «barbera». — osservò l'altro frustandosi le gambe con un bastoncino di canna d'India verniciato di rosso; e non aveva finito di osservarlo quando un assordante squillar di campane e un fragoroso rimbombar di mortari fecero tremare la terra ed il cielo.

— Che cosa succede? — chiesi a un contadino che mi passò accanto correndo.

— _Jesce la pricissione!_ — mi rispose; e via come un daino. Io lo seguii e a forza di gomiti e di ginocchia mi riuscì di penetrare in un vicolo ove la _pricissione_ già incominciava a sfilare. Aprendosi a stento una via tra la folla passarono lunghe file di contadini vestiti con càmici bianchi, gialli, rossi e neri, e recanti, secondo il loro grado, candele, croci, insegne e stendardi di cento forme e colori; passarono preti allampanati con le persone ossute coperte dalle cotte bianche pieghettate, e canonici obesi con su le spalle ricche mozzette violacee, e finalmente, preceduta da un gruppo numeroso di cantori e di chierici che agitavano preziosi turiboli d'argento e da alcuni diaconi che circondavano ed assistevano un vecchio col capo canuto onorato da una mitria di broccato bianco, e seguìta da un concerto e da una moltitudine di donne, giù in fondo al vicolo, fra nuvole azzurre d'incenso e sotto a una pioggia di fiori, apparve la _màchena_ tutta d'oro, su cui, tra una gloria di angeli, vestita di un ricchissimo abito di seta cilestrina ricamato di stelle d'argento e coronata da un alto diadema scintillante di gemme di molto valore, sorgeva la statua della Madonna del Suffragio.

La _màchena_ ondeggiava su la folla come una barca sur un mare in burrasca e avanzava adagio adagio fra gli urli e le imprecazioni di quelli che la trascinavano, i quali, poveretti!, gocciolanti sudore e rossi dalla fatica insopportabile non sapevano come fare per tenere indietro coloro che per devozione volevano ad ogni costo toccare l'immagine miracolosa. Uno di cotesti poveretti, un contadino, mentre allontanava con le braccia nerborute un gruppo di fanatici che voleva per forza avvicinarsi alla _màchena_, lo udii gridare: — _Arrèto! Arrèto, perdia! che la Madonna se va a fa' fotte'!_

La processione scese e salì una quantità di vicoli e di vie, traversò diverse piazze e piazzette, passò sotto l'arco trionfale che io aveva dianzi ammirato, uscì dal paese, serpeggiò su le rocce fra gli ulivi, dai quali alcuni fanciulli agitando panni colorati gittavano fiori, arrivò in cima a un poggio davanti a una chiesetta inghirlandata da festoni di lauro e di mortella e si fermò. Dopo qualche istante tutti s'inginocchiarono in silenzio, e il vecchio con la mitria, aiutato dai diaconi, salì sulla _màchena_, alzò le braccia tremanti al cielo e diede la benedizione. Allora un grido solo uscì da mille bocche, le insegne e gli stendardi furono agitati festosamente, le trombe squillarono e centinaia e centinaia di colpi di mortari recarono l'annunzio della solenne cerimonia fino ai più rimoti paesi che di lassù si scorgevano appena biancheggiare sugli ultimi monti lontani.

* * *

Finita la processione le bettole e le taverne incominciarono a riempirsi di gente. Girai per lungo e per largo il paese in cerca di una trattoria, ma le mie più diligenti ricerche rimasero infruttuose. Allora, trovatomi davanti a una osteria su la cui porti fra le foglie secche di un ramo di quercia sventolava una bandieretta rossa, vi entrai.

Nella prima camera simile in tutto a una bolgia dantesca v'era la cucina.

In un camino profondo, scavato nella parete, entro caldaie nere, bollivano i maccheroni. E tra il fumo, che stringeva la gola, ondeggiavano effluvii di peperoni fritti e di pomidori cotti su la bragia. Appena giunsi nella seconda stanza ove alcune famiglie di contadini mangiavano, gridavano e bevevano, chiamai l'oste e gli dissi: — Voglio mangiare. Hai altre stanze?

— _Gnorsì, gnorsì. Saglite in coppa, signoria, saglite!_ — egli mi rispose subito cavandosi il berretto; ed io _saglii_ su una scaletta di legno e accompagnato da lui entrai nelle camere superiori... non davvero ad ogni elogio.

V'era anche lassù gente che mangiava, e insieme alla gente che mangiava v'erano accostati alle pareti pagliericci e banchi di letti e mucchi di lenzuola.

L'oste mi portò in una stanza ove un enorme letto s'appoggiava alla parete più lunga e mi disse: — _Cà, signoria, lei state come 'nu papa._

Io cavai il fazzoletto e fingendo di soffiarmi il naso: — Non avresti un luogo all'aria aperta? — gli dissi.