Part 5
E gli reca un tremendo dispaccio, Dove lui vi rompe il sigillo. Cade in terra facendo uno strillo, Che anche i sassi ne senton pietà.
Quando s'alza che torna in sè stesso Corre a casa e che trova? La moglie Che gridando fra orribili doglie Di due figli lo fa genitor.
Lui li prende e li guarda i visetti E li vede che sono il ritratto Di colui che compiva il misfatto Di quel vile del suo traditor.
E fu allora che ai gran dispiaceri Del suo quadro, nonchè la consorte, Lui decide di darsi la morte Suicidando se stesso da sè.
E impugnato un tubetto di biacca. Lo sorbiva piangendo, e tapino Ed in braccio del suo manichino Lui moriva fra grandi dolor.
SIGNORE E SIGNORI,
Nei secoli venturi molte cose nuove compariranno nel mondo, moltissime altre dilegueranno; ma il manichino, o signori, non potrà mai perire perchè sta troppo saldamente piantato su due basi, dalle quali nessuna forza umana lo potrà mai rovesciare: sull'economia e sulla morale. Sull'economia? Eh! Dio buono, finchè il mondo sarà mondo, esisteranno pittori; finchè vi saranno pittori, siatene certi, vi saranno sempre pittori affamati, e fino a che vi saranno pittori affamati vi sarà il manichino. Sulla morale? Eh, lo so bene che verranno tempi in cui i procaci atteggiamenti degli ignudi dei modelli e delle modelle che non son sempre modelle di virtù, pervertiranno i popoli; e allora il manichino si allontanerà in volontario esilio; ma quando gli uomini e, forse, le donne torneranno a chiedere nei quadri e nelle statue i concetti seri e pensati e la nota classica, allora egli ricomparirà a domandare il suo posto. Allora la folla delle damine che si raccattano il gonnellino, la processione dei conti e delle contessine, l'esercito dei cavalieri della rosa e dei moschettieri che fumano la pipa, che si arricciano i mustacchi e che alzano il bicchiere, gli sciami languidi e dinoccolati degli _incroyables_ e delle _merveilleuses_ fuggiranno, con le loro smorfie e i loro sdilinquimenti, e il manichino avvolto nelle rigide pieghe del suo mantello ricomparirà vittorioso. E, spazzato via tutto quel ciarpame di velluti, di rasi e di sete, di nastri, di frange e di trine, sarà lui, il manichino, che si pianterà fiero e gagliardo sulle travi rotte e cadenti del ponte Sublicio a rattenere l'impeto delle orde etrusche invadenti l'antica Roma; sarà lui che si coprirà il capo ordinando che i suoi figliuoli sien tratti al supplizio; sarà lui che stenderà il braccio sui carboni ardenti, innanzi alla faccia barbuta del re Porsenna; sarà lui che, avvolgendosi nella toga bianca, cadendo trafitto a morte in Senato sotto la statua di Pompeo, esclamerà dolorosamente con l'eloquenza del gesto: — _Tu quoque Brute, fili mi_: sarà lui infine che, ramingo per le terre d'Italia, cieco e vecchio, andrà supplicando la pietà dei passanti, mormorando col gesto triste: _Date obolum Belisario!_ E quando sulle rovine dei bassi tempi sorgerà il gentil fiore azzurro dell'ideale, sarà lui, il manichino, che ritornerà di Terra Santa a cavallo d'un caval a riabbracciare la sua donna che lo attese per ben sette anni sul verone del maniero avito. Lui scenderà cinto di maglia nel torneo di Tolosa, e galopperà su un leardo pomellato, con la salda lancia in resta; lui, col liuto su la schiena, cacciato in bando, s'aggirerà solingo e pensoso nella selva bruna, fuggendo ogni chiaror fuor che la luna! Lui, infine, salirà trepidante, fra il fogliame verde scuro dell'edera, sopra il veron di gotica torretta, e lassù si stringerà al petto la castellana infedele, mentre la scaletta di seta oscillerà lievemente, nel bujo, baciata dalla tepida e dolce aura notturna!
E poi, o signori, dalla scimmia non dirò che ci siate venuti voi; ma io ci son venuto di certo. Chi potrà dire che cosa verrà dal manichino?
Forse nelle lontane epoche dell'avvenire, egli saprà rimediare al malanno che ora lo affligge, la calvizie, e saprà ornare di una bella barbettina bionda le sue gote pallide. Forse allora, egli avrà non più nelle vuote orbite due punti neri inanimati; ma due lucenti e mobili occhi, e nel suo corpo batterà un cuore ove pulseranno onde purissime di sangue. Sarà bene? Non lo credo.
Ah, meglio il manichino di legno che il manichino di carne e d'ossa!
Il manichino di legno non vi secca con la sua parola sciocca e vanesia, non vi annoia, per divertirvi, zufolandovi all'orecchio le ariette e le frasi udite ai concerti e nei teatri, non vi infastidisce ripetendovi le discussioni politiche da lui udite fra il fumo dei sigari, su le panche dei caffè, non vi punge con gli spilli della maldicenza, non vi scaglia nella schiena la freccia avvelenata della calunnia, non viene ad ammirare i vostri quadri per poi andare a sparlare delle opere vostre, non penetra amicamente nei vostri studii a rubarvi i bozzetti. Oh, meglio, meglio il manichino di legno, credete. Pure, la trasformazione si compirà, e sarà ancora una volta provato l'assioma della dottrina darwiniana sulla evoluzione, così detta, perfettiva degli esseri. Verrà un giorno in cui anche i manichini si agiteranno a chiedere diritti e guarentigie, a vociare discorsi e a unirsi in falange compatta e ordinata per soverchiare le prepotenti forze degli umani. In quel giorno il pittore sarà costretto dal suo manichino a posargli da modello. Forse allora i manichini invaderanno i pubblici uffici, le università, il parlamento, il senato, la reggia; e andranno a scacciare dalle cattedre delle Accademie di belle arti i professori, per diventare essi professori a loro volta. Il più onestamente mite si limiterà a chiedere il grado di sottotenente nella milizia territoriale. I più irrequieti chiederanno di far parte del Circolo artistico, e uno di costoro, acclamato dal plauso unanime, seduto sul seggio presidenziale avrà l'onore di governare le legioni artistiche.
Forse uno di loro chiederà al consiglio direttivo il permesso di annoiare il prossimo suo e terrà un corso di conferenze nella maggior sala dell'Associazione. E, quel manichino riconoscente, inizierà la serie tenendo una conferenza su questo bel soggetto: «Cesare Pascarella».
IN CIOCIARIA
I.
Dormivo profondamente, quando alla stazione di Valmontone lo sportello della vettura fu aperto ed una comitiva di uomini e donne entrò nel vagone.
Svegliatomi di soprassalto mi rincantucciai in un angolo dello scompartimento, e con gli occhi socchiusi, mi misi a guardare con curiosità i miei nuovi compagni di viaggio e le valige, le cappelliere, le sacche da notte ricamate di lana rossa e gialla, le borse di pelle e di tela, i canestri ed i fagotti di tutte le misure, che avevan portato con loro.
Un uomo sui sessant'anni, grasso e grosso, pareva essere il direttore della compagnia, e appena entrato nella vettura, non curandosi dei saluti dei _vignaroli_ e dei contadini ch'eran venuti ad accompagnarlo fino agliu vapore e gli gridavano: — _Forte, sor Piè'! addio sor Piè'! Stacce bene, sor Piè'!_ — egli si mise, seriamente, a disporre in alto su la rete le valige più buone ed a spingere sotto ai sedili i canestri ed i fagotti. Le ragazze, intanto, si litigavano i posti vicini agli sportelli, e ridendo si indicavano a dito l'una con l'altra i paesi arrampicati sulle montagne lontane, e chiamavano replicatamente Peppino e Maddalena perchè accorressero anch'essi a vedere, _li ponti su li fiumi, piccoli piccoli, e le montagne che toccaveno el celo_. Ma Peppino e Maddalena non si muovevano: seduti strettamente vicini si guardavano negli occhi, si sorridevano e, di tanto in tanto, si scambiavano qualche parola.
Mentre il treno correva afferrai questo brano di dialogo: — _Dimme un po', Peppino, è vero che in certi punti nun se ne vede la fine?_ — E lui, pesando le parole: — _Se capisce! Subito che el mare fenisce addòve comincia el cielo!_
Quando sur un colle apparvero le case di Frosinone, il sor Pietro, dopo di aver paragonata la lentezza insopportabile delle diligenze con la rapidità fulminea delle ferrovie, si levò la giacca e diede el segnale della colazione, durante la quale, i discorsi e i bicchieri di vino rosso s'incrociarono con tanta abbondanza che io dopo appena cinque minuti, già sapevo vita, morte e miracoli del sor Pietro, i nomi dei componenti la comitiva, dove andavano, quanto tempo avevano deciso di fermarsi in riva al Sebeto, e, perfino, che la _Guida di Napoli_ il sor Pietro l'aveva avuta in prestito da un parente di papa Pecci.
Verso la fine del pasto interminabile Maddalena, stuzzicandosi i denti con un ossicino di pollo, dimandava alquanto preoccupata a Peppino: — _Ma come sarà che el mare è turchino?_
E Peppino con gli occhi lustri, vuotando ancora un bicchiere: — _Se capisce! In tutto el mondo l'acqua turchina è tutta salata. Il mare è tutto salato: dunque lui deve essere turchino per forza._
E s'addormentò.
Finita la colazione sopravvenne un po' di calma. Le donne si levarono i cappelli e il sor Pietro masticando un sigaro forte, che non tirava, e lagnandosi del caldo _troppo troppicale_, si tolse il panciotto.
Alla stazione di Pofi, metà della comitiva dormiva e il sor Pietro sbuffando si toglieva solino, polsini e cravatta, mandando un accidente a chi aveva inventato _tutte quelle porcherie da signori_.
Quando, a Ceprano, io lasciai il treno, egli s'era cavata anche una scarpa, accusando _un forte dolore alla noce del piede_, e s'era rimboccate le maniche della camicia, mostrando due braccia nere e pelose, come le code di due gatti infuriati.
Dio mio! Che cos'altro si sarà tolto di dosso il sor Pietro, prima di arrivare a Napoli?
* * *
Sullo spiazzo, dietro la stazione di Ceprano, un legno a cui erano attaccati tre cavalli scheletriti, flagellati da nugoli di tafani, stava ad arroventarsi al sole; il vetturino, un tipo selvaggio, dalla faccia annerita, dormiva sopra un mucchio di fieno, poco lungi, e russava profondamente. Altri legni per andare a Fontanaliri non v'erano. Mi avvicinai al vetturino e tentai di svegliarlo. Era di sonno duro. Allora una contadina, che stava, poco lungi, seduta, si alzò, e avvicinatasi al dormiente gli applicò due calci ove finiva la sua schiena, gridandogli: — _Arrizzate, Ciccantò', ca s'è fatto juorno!_
Ciccantonio, si alzò stropicciandosi gli occhi e la schiena e facendo brillare al sole, sul collo nero, una filza di medaglie; mi salutò con un: _ben arrivato a signoria!_ e incominciò subito a decantarmi la comodità della sua carrozza, la bontà de' suoi cavalli e la sua _grannissima abbeletà_ nel condurli. Io, poco persuaso della verità di tante lodi, accennai qualche dubbio, ma egli ribattè: — _Lei, signoria, non indubiti: saglìte e sarete insoddisfatto._ — Ed io convintissimo di quanto egli asseriva, comperai quattro arance da una bella ragazza, che vendeva anche ciambelle, vino e frutta, e salii nel legno ponendomi la valigia fra i piedi.
Ciccantonio saltò in cassetta, tempestò di frustate i cavalli, che non volevano muovere il primo passo, sfilò una corona di bestemmie di tutte le qualità e dimensioni, e allora le rozze si mossero finalmente, e giù di trotto per la via bianca e polverosa di Ceprano.
Bel tipo il mio vetturino! Egli bestemmia come un turco, dico come un turco perchè si dice così, ma io non credo che i turchi siano giunti a tanta perfezione, e a ogni chiesuola che incontra, a ogni croce che vede, si toglie il cappello, sul quale tiene legata una immagine sacra e grida: — _Madonna aiutece!_
Lungo la via, ove, di tratto in tratto, dalle siepi, bianche di polvere, sbucano branchi di gallinacci, condotti da qualche fanciulla alla pastura, incontriamo contadini sui somari che vanno al molino, mezzadri che portano ad abbeverare le vacche, e lunghe file di donne che scendono verso Ceprano, recando in testa pesanti canestre ricolme di ortaglie.
Mi tornano alla memoria _li pupazzi der presepio_.
Quando ci fermiamo davanti alle prime case di Ceprano, Ciccantonio s'accosta allo sportello della vettura e col cappello in mano, mi dice: — _Simmai lei nun s'incommoda, metto lu belancino._
— E quanto ci vorrà a mettere questo bilancino?
— _Quanto piace a signoria!_ — mi risponde Ciccantonio, come un cortigiano antico.
— Alla mia signoria piace che tu tra un'ora ti trovi qui col bilancino.
— _Servo a signoria!_ — replica il vetturino inchinandosi; e dati a reggere i cavalli a un ragazzetto, si allontana fischiando.
Io per non saper che altro fare, comincio a girandolare per le vie di Ceprano, seguito da uno sciame di ragazzi gialli e verdi per la lebbre malarica, credo, e qualcuno forse anche per la fame.
Su la piazza, fuori della Porta, vi trovai il mercato.
Le venditrici di ortaglie e di frutta, di grano, di pane, di ciambelle, di stoviglie di creta e d'altri utensili famigliari erano disposte in lunghe file. Io mi addentrai tra quelle file, e ammirai gruppi di donne veramente stupendi. Finalmente, rimasto abbagliato dai colori vivaci delle vesti, dei busti, e degli scialli smaglianti al sole, sul fondo grigio de monti lontani, entrai in una modesta trattoria ove per pochi soldi, mangiai una buona bistecca e molte frutta così belle, fresche e saporite che le nipoti di Atlante me le avrebbero invidiate. Poi seguendo una strada lunga e polverosa, dopo di aver salutato il nome di Dante Alighieri che si leggeva scritto vistosamente su l'angolo di un vicolo, ov'era men che notte e men che giorno, pervenni in fondo al paese e sboccai in una piazza piena di sole e di mucchi di canapa ove sorge le cattedrale dedicata a Sant'Arduino.
Più innanzi trovai un piccolo ponte di ferro che serve a traversare il Liri, le cui acque allora scarseggiavano. Su la ghiaia lunghe file di contadine cantando canzoni piene di malinconia battevano la canapa. Il paesaggio lieto di sole, le donne che lavavano e maciullavano la canapa, i canti pieni di malinconia mi risvegliarono gl'istinti poetici, tanto che non potendo più frenarmi, scesi giù sulla sponda lirica e mi accinsi a scrivere una medesima; ma avevo appena cavato di tasca il taccuino, quando sentii gridare: — _Signoria! Signoria!_ — Alzai la testa e vidi Ciccantonio che su dal ponte mi faceva cenno di risalire. Guardai l'orologio. In luogo di un'ora, senz'accorgermene, girando qua e là, ne avevo perdute due. Risalito sul ponte, egli mi disse subito ch'era stato sin allora a cercarmi per tutta Ceprano; che era tardi, che le salite da superare per andare a Fontanaliri erano molte e che bisognava partire senza indugio. Il legno era pronto. Innanzi ai tre cavalli era stato attaccato il bilancino, un misero cavalluccio bianco, pieno di gobbe e di piaghe e con la testa ornata da un pennacchio di penne di cappone.
Rientrai nella vettura, e, dopo le solite frustate e le solite bestemmie, i cavalli partirono al trotto.
* * *
Il caldo comincia a farsi sentire molesto e Ciccantonio, dicendomi: — Lei, permettete? — si toglie la camicia, apre un cassetto sul davanti della vettura, ne trae un giubbettino di tela e se lo infila. Durante l'operazione, quando il mio vetturino rimase col torace nudo, mi sembrò di avere dinanzi agli occhi il tatuato di Birma. Egli aveva nel mezzo del petto una larga incisione colorita di blu rappresentante la Santa Casa di Loreto, sotto la quale v'era una data: 29 giugno 1855, contornata da una quantità di geroglifici; poi sul braccio destro e sul sinistro portava incisi i segni della Passione, un Sacramento e una immagine della Madonna di Loreto.
Quando io gli manifestai la maraviglia che provavo nel vedere i suoi tatuaggi, egli mi disse che, dopo essersi fatto _stampà'_, era stato lì lì per rimetterci la pelle. Ora però mostra con orgoglio le sue _stampe_, e spiega con piacere il metodo che s'usa laggiù, alla Santa Casa, _pe stampà' li cristiani_.
Ecco la spiegazione, che io trascrissi così come ei me la disse: — _Apprima ce passeno lu rasore. Apò, strignenno la pelle, ce passeno via via co' 'na penna d'acciare, su la stampa che ci avo fatto apprima. Apò ce metteno lo gnuostro (_inchiostro_) e la fav'ascì'._
Quando egli ebbe finito di parlare, si baciò il braccio sinistro, ov'era effigiata la Madonna di Loreto e riprese subito a frustare i cavalli, e a bestemmiare.
* * *
Di tempo in tempo incontriamo molti carri enormi che vengono innanzi lentamente fra nugoli di polvere: trasportano a Roma i prodotti dei lanificii e delle cartiere che sorgono su le ripe amene e pittoresche del Fibreno e del Liri.
Alcuni di cotesti carri sono tirati fin da dieci e dodici cavalli, d'ogni razza e paese, tutti infronzolati da arnesi di metallo lucente che brillano al sole.
Le bestie sanno già la via che debbono percorrere, e, mentre i carrettieri sono vinti dal sonno, procedono lungo la strada bianca al suono monotono dei campanelli, scuotendo i ricchi pennacchi multicolori e i grossi fiocchi di lana rossa, che sbattono loro sul muso. Giù, in fondo, si levano sul cielo turchino le montagne di Sora, azzurre come il mare.
A _Colle la noce_, ove anticamente era il ponte di confine, fra lo Stato Pontificio e il Regno di Napoli, c'imbattiamo in una torma di uomini e di donne recanti in braccio bambini, verdi e macilenti.
La torma viene avanti sotto l'arsura del solleone, cantando le litanie. Dalle gole inaridite dalla polvere soffocante escono voci rauche ed affannate. Un vecchio cencioso, reggendo una croce, cammina faticosamente innanzi a tutti suonando un campanello, e di tanto in tanto, volgendosi a guardare i compagni che lo seguono, si ferma e intona le preci.
Domando a Ciccantonio dove vada tutta quella gente ed egli mi risponde secco secco: — _A Santo Dominico_.
— È distante di qui?
— _Eh! sicuro!_
— E ci vanno a piedi?
— _'Nu poco a piede e 'nu poco cammenenno._
La torma s'era già allontanata d'un bel tratto, quando vidi avanzar solitaria una figura scarna e gialla di donna: portava su la testa un canestro coperto da un pezzo di panno rosso tutto sdruscito e le gambe di un bimbo vi penzolavano fuori: camminava appoggiandosi a un bastone su cui era legato con una corona un ramo d'ulivo; e, si sforzava di raggiungere le compagne che si allontanavano cantando. Le gettai pochi soldi. Essa si fermò, li radunò col bastone, si curvò a stento, li raccolse e, dopo di avermi ringraziato con un cenno, seguitò la strada.
La vista di quella poveretta mi mise di malumore. Accesi la pipa e per non più vedere mi rincantucciai nel fondo della vettura, e vi rimasi fino a quando Ciccantonio non mi indicò, con la punta della frusta, un paese su la cima di un monte.
— Che paese è? — gli domandai infastidito.
— _Chello è Verule._ — mi rispose. — _Là ci av'acciso Chiavone bon'alema_ (buon'anima). E in tono patetico mormorò fra i denti: — _Povero Chiavone!_
Gli chiesi se l'avesse conosciuto; ma egli invece di rispondermi, si mise subito a dar la voce ai cavalli. Decisamente il mio vetturino deve averlo conosciuto molto da vicino il famoso brigante.
Il paesaggio intanto comincia a cambiare. Su la destra le montagne vicine mostrano già i fianchi grigi di selce. Su una di coteste montagne s'aggrappa un paese non molto grande. Un antico castello diroccato, che s'intaglia bruno nel cielo sul vertice del monte, deve avergli dato il nome di Arce. Ora non si veggono più sui fianchi dei monti i lunghi filari di olmi, sui quali si appoggiano i tralci verdeggianti della vite, e su la terra smossa le pannocchie gialle del granturco; ma sul fondo grigio e ferrigno delle rocce, si contorcono freddi e monotoni soltanto gli ulivi.
Passato _Santo Lauterio_, un largo prato bagnato dal Liri, mi giunge alle nari un acuto odore di zolfo. Ne chiedo spiegazione al mio vetturino, ed egli accennando un filare di pioppi, mi dice che _arreto a chelli chiuppi_ c'è un lago chiamato _Zulufraga_, ove vanno a gettarsi cinque o sei rigagnoli di acqua minerale della quale si fa un modesto commercio. Difatti nella notte se ne empiono piccoli fiaschi, e a dorso d'asino o sui carretti, all'alba, i venditori la van gridando per le vie d'Isola, d'Arpino e di Sora, a un soldo il fiaschetto, come la nostra acqua acetosa. I contadini, le attribuiscono una quantità di speciali virtù, e ne sono avidissimi.
* * *
Sulla sinistra il paesaggio seguita a divenire sempre più selvaggio. Ovunque massi enormi che sembrano dover rotolar giù al più lieve soffio di vento. Non più alcuna vegetazione, nè meno gli ulivi: solo le ginestre giallissime tra i sassi bianchi e grigiastri.
Ciccantonio mi addita un'enorme buca sul fianco dirupato di un monte.
— Che cos'è? — gli domando.
— _Chella, signoria lei, che siete 'struito lo sapete miejo de noi. È tutta robba vulcaneca_ — Egli mi risponde e mi narra una lunga serie di cose straordinarie, tutte, s'intende, a proposito della grotta che qui chiamano _fossa agliu monte_; e finisce col dirmi che gettandovi dentro un'arancia, questa dopo aver girato per lungo e per largo nel ventre della montagna, finisce con lo sbucare nel lago di _Zulufraga_.
Io, lo confesso con vergogna, avevo ancora una arancia, l'ultima delle quattro, comperate a Ceprano, ma in luogo di tentare l'esperienza mentre la salita incominciava a farsi ripidissima e i cavalli, fra gli urli e le bestemmie di Ciccantonio che si perdevano a valle, arrancavano disperatamente, l'ho mangiata.
* * *
Il sole cadeva dietro le case di Banco quando io con l'ossa rotte e bianco di polvere, entrai in un paesuccolo nero, sul sommo sassoso d'un monte vestito di ulivi, di querce e di frassini. Ero giunto a Fontanaliri.
II.
Un po' prima dell'anno mille era signore di Sora un tal conte Pietro, uomo di pessima vita. San Domenico lo andò a visitare, e il tiranno, tócco dalla divina misericordia, gli si gettò ai piedi chiedendogli la benedizione. Il Santo lo benedisse e lo abbracciò, e allora il conte Pietro gli parlò così: — Tu mi hai ridonato la divina salute; dimmi ora che cosa posso fare per ricompensarti.
E San Domenico, il quale non pensava ad altro che a fondare conventi e già ne aveva fabbricati o fatti fabbricare non so quanti in Umbria, nella Sabina e nell'Abruzzo, gli rispose subito: — Edifica un monastero. — Egli annuì, e l'indomani il Santo ed il conte galoppavano su due cavalli nei dintorni di Sora in cerca del sito più adatto alla costruzione della badia; e galoppa galoppa, quando arrivarono colà ove le limpide acque del Fibreno si gettano in quelle del Liri, San Domenico fermò il cavallo e disse a Pietro: — Ecco il luogo.
— _Fiat!_ — rispose il conte, e mentre il Santo se ne partiva per monte Montano a sorvegliare i lavori di un'altra abbazia, egli incominciò subito la fabbricazione del sacro edifizio; ma quando l'ebbe compiuta chiamò il suo maggiordomo e gli disse: — Badi bene che in questo cenobio io non ci voglio uomini.
— _Servo a Signoria!_ — balbettò il maggiordomo intelligente ed inchinandosi uscì.
E così il monastero, che doveva accogliere tra le sue mura i monaci, si cambiò in monastero di monache dove il conte Pietro si recava spesso a pregare.
Ma egli aveva fatto, come si suol dire, i conti senza l'oste. E l'oste che venne a rivedere i conti al conte fu Domineddio in persona, il quale mandò a San Domenico un angelo che, un pochino rosso in volto, lo informò di come andavano le cose nel sacro albergo del conte. Il Santo inorridì; e senza perder tempo ritornò subito a Sora, dove incontrato appena il suo uomo gli disse: — Oh, signor Pietro, a che giuoco giuochiamo?
Il peccatore si fece toccare per la seconda volta dalla divina misericordia e si ritirò nuovamente nel suo castello, e il Santo purificate le mura del monastero, vi chiamò i suoi monaci e ci rimase fino alla morte. Ora il suo corpo sta sepolto sotto l'altare massimo della chiesa, tutto intero, meno un dente che fu recato come reliquia a Cucullo.